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fabio-22raptor

Off Topic relativo alla discussione sullo F-35

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Ecco ... a sto punto prendiamo tutto lo strumento militare e l'industria che ruota intorno ad esso, gli facciamo una croce sopra, e chiudiamo baracca, aumentiamo di un bel pò il tasso di disoccupazione ma almeno avremo risparmiato facendo chissà quali danni.

Questi programmi utilizzano o no forza lavoro? sospenderli non vuol dire affossare l'economia????

 

 

 

 

Quello dei cacciabombardieri F-35, o meglio degli Joint Strike Fighter, è solo uno dei tanti nodi sul tavolo del governo Letta. Forse, però, uno dei più sentiti dall’opinione pubblica, che si è divisa e mobilitata come non mai, per esempio tramite una petizione-lampo da 300mila firme su Avaaz.com. Una partita da 12-14 miliardi di euro che sembrava in parte disinnescata. O almeno, come altre patate bollenti, momentaneamente rinviata al prezzo di uno scomposto colpo di reni del Consiglio supremo di difesa. E che invece rischia di tornare a spaccare la strana maggioranza Pdl-Pd-Sc. Lo scorso 26 giugno è stata infatti approvata alla Camera una mozione unitaria che prevede la sospensione del programma per dare spazio a un’indagine conoscitiva di sei mesi, ma non l’uscita dell’Italia dal consorzio internazionale guidato dall’americana Lockheed Martin. Il seguente voto al Senato, in programma nella seduta di mercoledì scorso, è invece slittato per il blocco dei lavori parlamentari richiesto dal Pdl e accordato da democratici e montiani. Tutto rinviato a lunedì pomeriggio. Inghippo salvifico, per i parlamentari di Guglielmo Epifani: a palazzo Madama la discussione prometteva infatti, come d’altronde ancora promette, di incrinarsi intorno alla mozione anti-F-35 depositata da alcuni senatori Pd capitanati da Felice Casson.

La voce relativa agli aerei della discordia non è ovviamente l’unica inserita nei bilanci, spesso non chiarissimi, dei ministeri della Difesa e dello Sviluppo economico per il 2013. E non è, a sorpresa, neanche la più pesante. Il Rapporto 2013 dell’ Archivio Disarmo, realizzato da Fulvio Nibali con la direzione scientifica di Luigi Barbato e consultabile integralmente online, raccoglie una sorta di Top 13dei programmi militari più costosi del 2013. Ecco quali sono.

Velivoli da combattimento Eurofighter 2000 – 1 miliardo 194,6 milioni di euro
Si tratta del caccia multiruolo europeo alla fine ribattezzato Typhoon, anche questo dalla lunga e tormentata storia – il consorzio nacque addirittura nel 1983, se ne ricorda nel 1997 la strenua difesa dell’allora ministro della Difesa Beniamino Andreatta – realizzato in cooperazione con Germania, Regno Unito e Spagna, ed entrato in servizio nel 2003, per l’Italia l’anno successivo a Grosseto. Il programma si concluderà nel 2021 per un costo totale di 21 miliardi e 100 milioni di euro. Per il 2013 sono di 51,6 milioni le “poste finanziarie”, cioè i soldi messi sul piatto dalla Difesa, e un miliardo 143 milioni quelli che fanno capo al ministero dello Sviluppo economico.

Fregate Europee Multi Missione (Fremm) – 655,3 milioni di euro
Si tratta di un programma, in cooperazione con la Francia, per l’acquisto di dieci fregate europee multi missione, le cosiddette Fremm. I cugini transalpini le chiamano Classe Aquitaine, da noi sono state battezzate Classe Bergamini. Andranno a sostituire le fregate delle Classi Lupo e Maestrale. Costo totale dell’operazione: 5 miliardi 680 milioni di euro per un completamento previsto nel 2019. La prima tricolore è stata consegnata alla Marina Militare lo scorso anno. In questo caso i fondi vengono per il 2013 dal ministero dello Sviluppo economico: 655,3 milioni di euro.

Velivoli Joint Strike Fighter – 500,3 milioni di euro
Si tratta appunto dei famigerati F-35, realizzati in cooperazione con Usa, Regno Unito, Canada, Danimarca, Norvegia, Olanda, Australia, Turchia, Singapore e Israele per le fasi di sviluppo, industrializzazione e supporto. I mezzi – il cui numero, già abbassato a 90 unità, è a questo punto destinato a essere rivisto – costano ognuno fra i 99 e i 106,7 milioni di euro. Per il 2013 i fondi del ministero della Difesa ammontano a 500,3 milioni. L’anno prossimo saranno 535,4 e nel 2015 657,2. Sostituiranno Tornado, Am-x e Av-8B. Completamento previsto per il 2047.

Programmi a valenza interforze - 297,6 milioni di euro
Sono programmi militari che riguardano l’ ammodernamento e il rinnovamento tecnologico dei mezzi e dei sistemi operativi in inventario, oltre che dei supporti operativi e delle apparecchiature in dotazione a enti, centri e comandi interforze. Tutto quello che serve, insomma, per supportare mezzi e sistemi messi in comune fra Aeronautica, Marina ed Esercito. C’è dentro di tutto: dall’aggiornamento agli standard internazionali ai sistemi di difesa personale fino a telecomunicazioni, ricerca sanitaria, centri tecnici, poligoni, manutenzione straordinaria, ripristino dei mezzi dopo l’azione. Costo totale per il 2013: 297,6 milioni di euro della Difesa.

Sommergibili di nuova generazione U-212 - 1^ e 2^ S – 191,8 milioni di euro
Anche questo è un programma in cooperazione, stavolta con la sola Germania, e prevede l’acquisto di quattro sommergibili classe U-212, logistica inclusa. I Classe Todaro – ne abbiamo già due in flotta fin dal 2006/2007 – sostituiranno i più vecchi Classe Sauro ancora in servizio. Costo totale: un miliardo 885 milioni di euro, di cui 970 per la prima serie da completare entro l’anno prossimo e 915 per la seconda, da chiudere entro il 2016. Per quest’anno il ministero della Difesa pagherà 191,8 milioni di euro.

Velivolo Jamms/Caew-Bm&C – 132 milioni di euro
È un programma che prevede l’acquisto di un velivolo multi-sensore/multi-missione Jamms, Joint airborne multisensor multimission system. Si tratta, fuori dalle sigle, di un aereo-radar per supportare le operazioni delle forze nazionali e alleate impegnate in operazioni militari nel controllo e nella sorveglianza dello spazio d’azione. Non si tratta del solo aereo ma anche di un sistema più ampio che comprende piattaforma aerea, sistema di comunicazione e raccolta informazioni Signal Intelligence-Electronic Support Measures, radar di osservazione ad alta quota per l’individuazione di oggetti in movimento e dal segmento di terra per analizzare i dati. Costo totale entro il 2016: 580 milioni di euro. Per il 2013 sono 132 dalla Difesa.

Veicoli blindati medi 8x8 Freccia – 130,1 milioni di euro
Supporto tattico, protezione e sicurezza delle unità dell’esercito nel corso delle operazioni sul campo. A questo serviranno i 249 veicoli blindati medi detti Freccia, derivati dai Centauro, che hanno esordito nel 2010 in Afghanistan. Sono 8x8 in grado di trasportare 11 uomini completamente equipaggiati: un pilota, due operatori in torre e otto soldati nel comparto posteriore. L’operazione costa un miliardo e mezzo di euro entro il 2016. Quest’anno arriveranno 30,4 milioni di euro dalla Difesa e 99,7 dal ministero dello Sviluppo economico.

Elicotteri da trasporto medio dell’Esercito Italiano – 125 milioni di euro
All’ottava piazza dei programmi militari più costosi del 2013 c’è quello per l’acquisto del nuovo elicottero Boeing CH47F da trasporto medio, cioè il mitico Chinook – uno dei modelli più diffusi al mondo, 1.200 esemplari delle varie versioni prodotte dagli anni Sessanta – nella versione rilasciata nel 2001. Quindi neanche l’ultima disponibile. I nuovi apparecchi sostituiranno i CH-47C, roba di fine anni Sessanta, giunti a “ fine vita tecnica”. Sono i mezzi che usiamo nelle operazioni di peacekeeping. Il programma costa 974 milioni di euro entro il 2018. Per il 2013 125 milioni di euro dal bilancio della Difesa.

Velivoli da pattugliamento marittimo – 122,8 milioni di euro
Il programma costa 122,8 milioni di euro per il 2013, in carico alla Difesa, e punta a sostituire i velivoli Atlantic, cioè i Breguet Br-1150 alcuni dei quali ancora operativi, con i nuovi ATR72MP, un paio già sostituiti l’anno scorso. Costo complessivo: 360 milioni di euro entro il 2019.

Programmi a sostegno dello strumento terrestre – 122,1 milioni di euro
Anche in questo caso, un po’ come per i programmi a valenza interforze, si tratta diammodernamento e rinnovamento dei mezzi terrestri, degli aeromobili, dei supporti operativi e di molti altri capitoli legati al settore degli ammodernamenti minori, dei supporti operativi e della logistica dei mezzi di terra. Ci sono in mezzo anche la verifica ambientale e la bonifica di alcune servitù militari e l’addestramento, oltre alle munizioni di vario calibro. La cifra si decide anno per anno, nel 2013 è di 122,1 milioni di euro.

Ammodernamento velivoli da combattimento Tornado Mrca – 108,3 milioni di euro
Va bene che intendiamo pensionarli, ma intanto bisogna ammodernarli, i vecchi Tornado sviluppati dagli anni Settanta. Ecco 108,3 milioni di euro (100 dallo Sviluppo economico e 8,3 dalla Difesa), nel 2013, per il programma di mezza vita dei velivoli costruiti insieme a Germania e Regno unito, per fare in modo che possano decollare fino al 2020-2025. Costo totale: un miliardo 200 milioni di euro entro il 2015.

Programmi a sostegno dello strumento aereo – 97,8 milioni di euro
Ancora un programma di ammodernamento minore, di adeguamento tecnologico e supporto logistico della flotta aerea tricolore, oltre che dei mezzi e sistemi d’arma collegati. In questa voce rientra anche l’acquisizione di mezzi speciali, forze speciali e Centro sperimentale di volo. Si decide quanto serve anno per anno, per il 2013 97,8 milioni di euro dalla Difesa.

Sistema missilistico superficie-aria terrestre e navale Fsaf – 95,8 milioni di euro
Chiude la Top 13 dei programmi militari più ingenti dell’anno quello in cooperazione con la Francia. Obiettivo: realizzare una famiglia di sistemi per la difesa antimissile e antiaerea a corta e media portata da usare a terra e su nave. Un programma che costerà nel complesso 1,7 miliardi di euro entro il 2020. Per quest’anno 95,8 sul bilancio del ministero della Difesa.

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Ecco ... a sto punto prendiamo tutto lo strumento militare e l'industria che ruota intorno ad esso, gli facciamo una croce sopra, e chiudiamo baracca, aumentiamo di un bel pò il tasso di disoccupazione ma almeno avremo risparmiato facendo chissà quali danni.

Questi programmi utilizzano o no forza lavoro? sospenderli non vuol dire affossare l'economia????

Come già ho scritto non c'è bisogno di estremisti, ma unicamente di persone pensanti... ci sono programmi che hanno ritorni economici e industriali adeguati, il JSF sicuramente no.

Se questo programma, unico fra tutti, suscita pesanti critiche da larga parte anche di chi non è il solito pacifista arcobaleno, è evidente che le ragioni di fondo delle critiche sono valide.

Modificato da Enema_27

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Come già ho scritto non c'è bisogno di estremisti, ma unicamente di persone pensanti...

 

Bene, vediamo di pensare...

Serve all'italia l'F35? La mia opinione è per l'aeronautica NO...

 

A parte il fatto che è appena intervenuto un moderatore per ribadire che certi messaggi sono inflazionati e inconcludenti ai fini della discussione, comunque penso che tirare fuori la costituzione sia solo un modo poco furbo di foderarsi gli occhi di prosciutto e dimenticare che l'F-35 non è un'astronave aliena, ma un aereo che deve rimanere in servizio 40 anni. Chi compra armi, lo fa pensando a cosa succederà tra decadi, e non che per bombardare la Libia basta un AMX.

E' semplicemente ridicolo nel 2013 ancora pensare che gli stealth siano delle specie di silver bullet come ai tempi dell'F-117. Ora gli aerei si fanno così e se l'EF-2000 fosse stato progettato 10 anni dopo sarebbe così, stealth, e non com'è adesso solo perchè gli italiani hanno l'articolo 11.

 

Altra domanda è: quali sono le ricadute tecnologiche sul paese?

Si può sicuramente dire: molto scarse. Questo perchè quando si partecipa ad un progetto così vasto assieme agli USA, il proprio ruolo è sempre di secondo o terzo piano. Praticamente la ricaduta tecnologica è nulla per l'italia, non si importa alcun know-how. Se domani volessimo costruire un aereo simile, non avremmo nessuna base, perchè il progetto è saldamente in mano e tenuto ben nascosto da LM. Sicuramente questo è un aspetto decisamente negativo, poichè significa che l'investimento economico viene completamente vanificato... In fondo è un ritorno al passato, al tempo del F-104, una specie di licenza a costruire nell'impianto di Cameri.

 

 

Tutto bello...ma fermo restando che lo sanno anche i lampioni che progettarsi e costruirsi un aereo in casa ha ricadute superiori a qualunque altra soluzione tecnologicamente paragonabile, ma che cavolo di alternative abbiamo per far meglio?.

Comprando EF-2000 progettati 20 anni fa si può sapere quali sarebbero le ricadute tecnologiche e che know how si acquisisce? Quel know how ce lo abbiamo già e quell'aereo entro 5-10 anni non ce lo compreranno manco in saldo! Non si acquiscisce una beata fava così! Così si manda la gente a casa!

Parlando di semplice costruzione di aerostrutture, forse che assemblare l'ala sinistra dell'EF-2000 per i prossimi 5 anni è meglio che assemblare l'intero cassone alare dell'F-35 per i prossimi 20?

Qualcuno si dà una svegliata e comuncia a capire che una struttura mista compositi-metallo è molto sofisticata ed è la vera ultima frontiera delle costruzioni aeronautiche?

Usare solo "plastica" non è più avanzato, è il passato e soprattutto lo abbiamo già fatto.

Il futuro è assemblare strutture in cui per ogni componente si usa il materiale più efficiente e questo significa mettere assieme alluminio, titanio e compositi, specie per le costuzioni aeronautiche militari e questo lo stiamo imparando a fare.

 

Diamoci una mossa ad upgradare quei velivoli che manco c'hanno l'AESA e sosteniamo l'integrazione di armamenti europei sul JSF. Frignare ora non è che ci salvi.

 

Modificato da Flaggy

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Come già ho scritto non c'è bisogno di estremisti, ma unicamente di persone pensanti... ci sono programmi che hanno ritorni economici e industriali adeguati, il JSF sicuramente no.

Se questo programma, unico fra tutti, suscita pesanti critiche da larga parte anche di chi non è il solito pacifista arcobaleno, è evidente che le ragioni di fondo delle critiche sono valide.

 

 

Prendiamo questo ultimo punto per capire quanto assurde e prive di logica siano determinate posizione.

 

"Ritorno economico" ?

 

Ma per chi? Se volevi il "ritorno" avresti dovuto progettare un caccia di 5a generazione a livello nazionale o al massimo attraverso il consorzio europeo, sapendo sin dall'inizio che per la sola fase di sviluppo e industrializzazione servivano un sacco di miliardi di euro e un sacco di tempo (vedi l'esperienza dell'Eurofighter) .

 

A questo aggiungi che la versione VSTOL dello stesso non sarebbe stata conveniente perche gli europei necessitano di 70-80 velivoli in tale ruolo e sarebbe stato quindi antieconomica.

 

Non sarebbero stati costruiti 3mila pezzi perche non si hanno le stesse esigenze degli USA, che avrebbero proceduto sulla loro strada e realizzato le economie di scala sufficienti per vendere il loro JSF in tutto il mondo, anche per ragioni geopolitiche.

 

In altre parole un F 35 Europeo avrebbe fatto la fine dell'eurofighter sotto il profilo industriale.

 

Sul discorso poi di sostituire il caccia USA con l'EFA aspettiamo ancora i costi, di cui nessuno parla, e i tempi di realizzazione.

E' strano come la lobby dell'eurofighter che e' comunque forte, non abbia presentato ancora il piano B.......evidentemente i denari per mettere a punto una convincete alternativa che non sarebbe comunque paragonabile sotto il profilo tecnico, sono troppi !

 

Ma sopratutto qui non si capisce se l'italia deve date priorita alla propria sicurezza militare o arricchire qualche decina di top managers. Se qualcuno ce lo spiega sarebbe meglio.

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scusa Legolas .... colpa mia ... non volevo divagare così tanto .... comunque visto che ormai la frittata l'ho fatta, potremmo usare questo spazio per parlare di aspetti legati a questioni non tecniche e legati all'economia e/o al procurement italiano senza appesantire l'altra discussione....

Modificato da fabio-22raptor

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scusa Legolas .... colpa mia ... non volevo divagare così tanto .... comunque visto che ormai la frittata l'ho fatta, potremmo usare questo spazio per parlare di aspetti legati a questioni non tecniche e legati all'economia e/o al procurement italiano senza appesantire l'altra discussione....

Grazie delle scuse, anche se non sei tenuto a farle, è gia da un pò che la discussione dilaga.

 

Ok procediamo come dici tu, e buona continuazione.

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Ragà Ragà non sò se avete letto questo articolo datato 12/02/2013 .... io l'ho appena letto ...

 

 

 

Si torna a parlare di F-35, questa volta nel contesto della campagna elettorale e di nuovo se ne parla a sproposito, dando voce a chiacchiere e luoghi comuni che ben poco hanno a che fare con i fatti reali. Partiamo proprio da un dato di fatto: cos’è l’F-35? Nell’opinione pubblica è piuttosto diffusa la convinzione che si tratti semplicemente di un nuovo cacciabombardiere. Qualcosa di superfluo, l’ennesimo giocattolino voluto dai militari, del quale si può fare a meno, proprio come nella vita quotidiana si può fare a meno dell’ultimo modello di iPhone o di BMW.

CAPIRE - Per comprendere quanto concetto sia lontano dalla realtà, bisogna avere una visione chiara del contesto tecnico e operativo in cui si colloca l’F-35 negli Stati Uniti, in Italia e a livello internazionale. Un po’ di storia. Negli anni settanta gli Stati Uniti iniziarono a introdurre in servizio una serie di ben quattro caccia, due per l’aviazione (USAF) e due per la marina (US Navy), secondo il criterio di affiancare un caccia senza compromessi (e costosissimo) con un caccia più modesto ed economico, il cosiddetto “mix Hi/Lo”. Così, l’USAF ebbe il supercaccia F-15 Eagle e il caccia multiruolo F-16 Falcon, mentre l’US Navy ebbe il supercaccia F-14 Tomcat e il caccia multiruolo F-18 Hornet. Inoltre furono introdotti altri due aerei da combattimento, l’A-10 Thunderbolt II per l’appoggio tattico ravvicinato (una specie di artiglieria volante a disposizione delle proprie truppe sul campo di battaglia) e l’AV-8B Harrier II a decollo/atterraggio verticale per le esigenze dei Marines.

I DATI - Uno di questi nuovi caccia diventò un vero e proprio “best seller”: l’F-16 Falcon, infatti, era economico (relativamente agli ordini di grandezza tipici del mondo militare e comunque il più economico della serie) e grazie ai progressi dell’elettronica e della missilistica era capace di fare tutto in modo soddisfacente: caccia, ricognitore, bombardiere, attacco ravvicinato. Ne furono venduti più di 4.500 per quasi 30 forze aeree in tutto il mondo. Anche gli altri modelli ebbero un notevole successo, infatti l’F-18 va per i 2000 esemplari venduti a una decina di forze aeree, l’F-15 ha totalizzato più di 1500 esemplari mentre il costosissimo F-14 fu venduto solo all’Iran dello scià. L’AV-8B, a sua volta, essendo l’unico aereo da combattimento moderno a decollo e atterraggio verticale, rappresentò la scelta obbligata per le marine che avevano necessità di equipaggiare piccole portaerei incompatibili con velivoli tradizionali (fra queste, la Marina Militare Italiana). Negli anni seguenti gli Stati Uniti misero a punto la tecnologia “stealth” che consentiva di ridurre drasticamente la visibilità di un aereo rispetto ai radar e l’USAF volle subito un nuovo supercaccia che facesse pieno uso di tale tecnologia. Fu progettato e sviluppato l’F-22, il primo caccia della cosiddetta “quinta generazione”, ma la storia prese una piega diversa da quella prevista. L’F-22 era esageratamente costoso e la fine della Guerra Fredda non giustificava più un impegno di spesa così elevato. Inoltre le tecnologie utilizzate sull’F-22 erano così avanzate e rivoluzionarie, che il Congresso americano nel 2006 impose il veto su qualsiasi ipotesi di vendere il supercaccia all’estero, finanche agli alleati più fidati. Il programma F-22 fu quindi fermato dopo una produzione di meno di 200 esemplari. E’ in questo contesto che si colloca lo sviluppo e il successo dell’F-35, progettato per sostituire ben 6 diversi modelli (F-14, F-15, F-16, F-18, A-10, AV-8B) non solo negli Stati Uniti, ma in tutti i paesi del mondo.

AFFARI – Un affare colossale, dato che il mercato potenziale del nuovo caccia, calcolatrice alla mano, è stimato in ben oltre 5000 esemplari. Infatti gli Stati Uniti hanno bisogno di 2.400 pezzi, le nazioni che hanno aderito al progetto hanno requisiti per 3.100 pezzi, e a questi numeri bisogna aggiungere le decine di altre forze aeree che oggi utilizzano gli F-15, gli F-16 e gli F-18. Questo è un aspetto fondamentale dell’intera vicenda: l’F-35, oltre a implementare buona parte delle tecnologie sviluppate per l’F-22 (comprese le caratteristiche stealth), oltre a costare un terzo rispetto all’F-22 , oltre ad avere un costo di produzione allineato ai costi tipici di un caccia della generazione precedente (tenuto conto dell’inflazione) rappresenta l’unica alternativa esistente sul mercato per sostituire i caccia più vecchi. L’F-35, quindi, non è un’opzione ma una scelta obbligata, a meno che non si voglia far volare i propri piloti su aerei sempre più vecchi e decrepiti (il progetto dell’F-16 ha ormai quarant’anni). L’F-35 è un bidone? La stampa si è accanita a dare voce ai problemi manifestati dall’F-35 nel corso dello sviluppo e all’aumento dei costi del programma, puntualmente criticati anche dal GAO, la Corte dei Conti americana. Si tratta di problemi tipici di qualsiasi nuovo aereo da combattimento sviluppato dopo la seconda guerra mondiale (e spesso anche prima di allora), che gli esperti definiscono “problemi di dentizione”, ossia difficoltà e intoppi del tutto normali per un velivolo di nuova progettazione. Ad esempio, gli F-16 hanno manifestato problemi strutturali che portarono al progressivo ritiro di tutti gli esemplari dei primi tre lotti di produzione (Block 1, 5 e 10) e soltanto gli esemplari prodotti a partire dal “Block 40” hanno raggiunto la vita strutturale prevista. Gli F-18 non riuscivano a garantire le prestazioni (soprattutto in termini di autonomia di volo) stabilite in sede progettuale. Eppure, questi due caccia sono stati un successo commerciale indiscusso. Infatti è assolutamente normale che nel corso dei primi anni di vita emergano problemi non previsti, che vengono risolti con modifiche introdotte sulla linea produttiva e progressivi adattamenti delle procedure operative. Succede anche che i committenti (le forze aeree che hanno ordinato l’aereo) richiedano “modifiche in corso d’opera”, ad esempio l’integrazione di nuovi sistemi elettronici e armamenti. Ciò comporta aumenti di peso (che talvolta richiedono una parziale riprogettazione) e nuovi cicli di sperimentazioni, che si traducono anche in un aumento dei costi del programma. Succede sempre, succede a tutti.

LA SITUAZIONE ITALIANA - All’indomani della fine della Guerra Fredda, le nostre forze aeree disponevano di oltre 200 caccia intercettori F-104 Starfighter (un modello progettato negli anni cinquanta e segnato a lungo da un tasso di incidenti così elevato da essere battezzato “fabbricante di vedove”), di 100 bombardieri Tornado (un velivolo che avrebbe dovuto essere un cacciabombardiere multiruolo ma che di fatto si rivelò idoneo solo al bombardamento) e più di 130 bombardieri leggeri AMX Ghibli (fortemente criticato per le sue limitate capacità operative). Una prima linea, quindi, di oltre 430 aerei di combattimento a cui vanno aggiunti gli AV-8B Harrier II della Marina (18 esemplari). Oggi le forze armate italiane, dopo un periodo travagliato determinato dalla necessità urgente di rimpiazzare in qualche modo i decrepiti Starfighter, hanno in previsione di assestarsi su una linea di circa un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon (specializzati nella difesa aerea) e poco più di un centinaio (probabilmente da ridurre a una novantina) di F-35.

DOMANDE - In pratica con l’arrivo degli F-35 si porta a compimento un programma di drastica riduzione del numero (da 450 a 200) e dei modelli (da 4 a 2) dei velivoli da combattimento in servizio. Si può chiedere un’ulteriore contrazione? No, a meno di decidere una profonda revisione della nostra struttura militare, con l’eliminazione delle portaerei, la drastica contrazione degli impegni in missioni internazionali e la riduzione della nostra componente militare a un livello di mere funzioni di “polizia” (sorveglianza dello spazio aereo nazionale e dei confini terrestri e marittimi). Si tratterebbe, quindi, di una decisione politica di grande peso, anche per le sue implicazioni in termini di prestigio internazionale. In ogni caso è escluso che si possa pretendere che i nostri piloti continuino a volare su aerei che hanno più di trent’anni di vita operativa e più di cinquanta di progettazione (il Tornado è stato progettato negli anni sessanta) La questione economica. A suo tempo, quando i pianificatori politici e militari avevano ben chiara la necessità e l’inevitabilità dell’adozione dell’F-35 da parte delle nostre forze aeree e navali, fu deciso di partecipare al programma di sviluppo dell’F-35 con un impegno di un miliardo di dollari, anziché limitarsi a comprare i velivoli necessari come un cliente qualsiasi. Questo investimento consente all’Italia di partecipare agli utili delle vendite e ha permesso la costruzione a Cameri (Novara) di uno stabilimento che produrrà gli F-35 destinati all’Italia e all’Olanda, nonché le ali di centinaia di altri aerei venduti ad altri paesi, e avrà l’esclusiva della manutenzione per migliaia di F-35 venduti in questa parte di mondo. Se si considera che l’F-35, come si è detto, non è un’opzione ma una scelta obbligata per decine e decine di forze aeree e pertanto ne saranno prodotte molte migliaia di esemplari, è evidente che nell’arco dell’intero programma l’Italia avrà una ricaduta, in termini di valuta, posti di lavoro, trasferimento di tecnologie, di gran lunga superiore a quanto investito per lo sviluppo e l’acquisto dei caccia. In altre parole, è come se avessimo acquistato i caccia a costo zero, e anzi ci avremo pure guadagnato. Naturalmente occorre avere la capacità di guardare all’intera portata del programma nell’arco della sua vita complessiva, e non certo a questa prima fase in cui ci sono solo costi a fronte di una produzione di serie che deve essere ancora avviata. Possiamo uscire dal programma adesso? Certo. Ma sarebbe un suicidio economico e industriale, oltre che un grosso favore alla concorrenza. Dopo aver dato la nostra parte per le spese di sviluppo, ci ritiriamo proprio ora che c’è da iniziare a incassare il ritorno economico e industriale di quell’investimento.

SOLDI - La nostra partecipazione “vale” il 4% dell’intero programma. In tutto l’Italia spenderà intorno ai 15 miliardi di euro tra partecipazione iniziale, acquisto di un centinaio di esemplari e tutta l’infrastruttura e la logistica necessari a garantire la vita operativa del velivolo almeno per i prossimi 15-20 anni. Se consideriamo che mediamente un F-35 costerà ai clienti intorno ai 100 milioni di euro e se ne venderanno non meno di 5000 in tutto il mondo, è evidente che parliamo di un “affare” da 500 miliardi di euro. Con il 4% di rimesse, significa che una ventina di quei miliardi rientrano in Italia, in un modo o nell’altro. Non è stato quindi un cattivo affare specialmente considerato che l’F-35 saremmo stati comunque costretti a comprarlo (quanto meno, questo era la situazione quando si decise di entrare nel programma). Piuttosto che mettere in discussione la nostra partecipazione al programma F-35 (prima o poi saremo costretti a comprare un altro caccia, e spenderemo più di quanto oggi crediamo di risparmiare) forse sarebbe il caso di iniziare a parlare della possibilità di creare una sola forza armata multinazionale a livello europeo, che consentirebbe di ridurre ulteriormente le spese militari di ciascun paese membro. Sarebbe la soluzione più logica, visto che abbiamo già una moneta unica e un mercato unico. E si risparmierebbero un sacco di soldi, non solo in termini di equipaggiamenti e risorse umane, ma anche di costosissime poltrone con cui sono arredati i vari stati maggiori. Non c’è da meravigliarsi, però, che in un paese in cui non si riesce nemmeno a parlare seriamente di unificare le innumerevoli forze di polizia presenti sul territorio, sia impossibile immaginare una soluzione di quel tipo e sia molto più comodo e demagogico dare addosso agli F-35.

 

 

Fonte: Giornalettismo

 

Autore: un certo John B. E' lui.Peccato non si degni più di farci visita :pianto:

Modificato da fabio-22raptor

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Già...peccato. La ragione principale che mi spinse a iscrivermi al forum ormai diversi anni fa, è stata proprio la serietà e la capacità di Gianni di guardare i fatti oltre la sterile polemica e la partigianeria. Potevi essere d'accordo con lui o meno, ma sempre e comunque ogni discussione era un invito a usare la propria testa, senza spazio per slogan, frasette fatte e ottusi copiaeincolla.

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Si un ottimo intervento da condividero, forse le previsioni di vendita (5mila esemplari!) sono un po troppo ottimistiche, ma chiaramente quasi nessun giornalista che scrive oggi di F35 ha chiaramente capito di cosa stiamo parlando, quale e' il background storico e quali le potenzialita del mezzo.

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Holmes... sull'ottimismo delle previsioni concordo... invece che quel signore sia un giornalista che non ha chiaramente capito i risvolti della vicenda f-35 , non ha il background storico, e non sa' quali siano le potenzialita' del mezzo: fidati, hai preso una cantonata ;)

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Holmes... sull'ottimismo delle previsioni concordo... invece che quel signore sia un giornalista che non ha chiaramente capito i risvolti della vicenda f-35 , non ha il background storico, e non sa' quali siano le potenzialita' del mezzo: fidati, hai preso una cantonata ;)

 

 

Io mi riferivo non ha lui, ma ad altri giornalisti !

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Parla un Ex Generale: F-35: no grazie la nostra flotta non è obsoleta...

 

 

 

Fulvio Gagliardi è un ex Generale dell’Aeronautica Militare. Ha gestito in prima persona lo sviluppo dei velivoli AMX e contribuito alla definizione dei più importanti programmi aeronautici militari europei: il Tornado e l’Eurofighter.

Eppure costui – che per scelte di vita e percorso professionale certo non può essere definito un pacifista – ha lanciato una petizione su Change.org che ha superato le 25.000 firme, per chiedere al Governo Letta di bloccare l’acquisto degli F35.

Lunedì in Senato ci sarà la discussione della mozione sugli F35, e così Gagliardi, fornendo motivazioni tecniche e militari, spiega come sia inutile adesso procedere all’acquisto degli F35: “Nella attuale situazione geopolitica non abbiamo bisogno di F35: la flotta non è obsoleta e in termini di costo/efficacia è sufficiente a far fronte alle esigenze della Difesa. (…) Lo scenario politico strategico del nostro Paese oggi non necessita di disporre di mezzi aerei sempre più sofisticati degli attuali e l’ F35, che dubito inoltre sia tecnicamente “a punto”, sotto questo aspetto non è indispensabile. L’attuale flotta dell’AMI (AMX, Tornado e sopratutto Typhoon) è assolutamente idonea e sufficiente per le esigenze presenti e prevedibili e non è obsoleta”.

Negli Stati Uniti nel frattempo, il rumore generato dagli F-35 in volo, è diventato la questione controversa. Critiche agli F-35 nelle ultime ore vengono infatti da Burlington, nel Vermont, dove è in piano di installare una base per 24 F-35. “Gli studi del 2010 condotti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità chiariscono che il rumore degli F35 avrà un grave impatto fisiologico e cognitivo sui bambini”, ha detto Rosanne Greco, Consigliere comunale e strenua oppositrice ai jet. All’interno del Consiglio comunale però più voci sostengono che questi studi non siano attendibili.

 

altra bella str^^^^ta : il rumore degli F-35 avrà un grave impatto fisiologico e cognitivo sui bambini... io all'asilo quando sentivo il rumore dei caccia correvo alla finestra per vederli invece.. ammazza, in 100 anni di aviazione nessun rumore ha fatto mai male e ora l'f-35 è dannoso... gli altri aerei usano la modalità

 

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Never forget to silence your aircraft again...

 

 

altro pezzo di intervista proveniente da altra fonte:

 

 

Dott. Gagliardi, nella sua petizione dice chiaramente che “non abbiamo bisogno di sostituire la nostra flotta”. È davvero così? Prima o poi i nostri aerei andranno sostituiti lo stesso…

Appunto, prima o poi. Ma non oggi. In una condizione di normalità (e non di emergenza economica, come quella in cui ci troviamo oggi) si comincia a pensare a un nuovo programma militare a distanza di 30-40 dall’introduzione degli ultimi velivoli. I nostri Tornado sono stati inseriti a metà degli anni Ottanta: sarebbe questo dunque (in una situazione – ripeto – di normalità) il momento opportuno per iniziare a pensare a una sostituzione. E dico ‘pensare’, non certo adottare tout court un programma militare creato a immagine e somiglianza degli Stati Uniti e concepito negli anni Novanta.

Dal suo punto di vista, quindi, gli F35 non sarebbero in ogni caso adatti alle nostre esigenze perché tagliati su misura degli Stati Uniti…

Esatto. Sono degli aerei concepiti per un altro tipo di missioni, checché se ne dica. Guardiamoci intorno: oggi noi in cosa siamo coinvolti? Soprattutto in operazioni di peacekeeping dopo eventi che destabilizzano i paesi del Medio Oriente. Ammesso che continueremo a esserlo in futuro (un fatto tutt’altro che scontato) non abbiamo certamente bisogno di sfoderare mezzi ultimo modello. Per questo tipo di operazioni i velivoli che abbiamo ora (AMX, Tornado e sopratutto Typhoon) vanno benissimo. La nostra flotta c’è già. Non c’è alcuna urgenza di rinnovarla.

 

Lo avrà capito che non arrivano tutti in settimana gli F-35?? poi d'altronde i caccia-bombardieri sono da sempre tagliati su misura del USA. infatti noi i tornado li usiamo per la disinfestazione aerea.

 

Qui invece parla un Generale attualmente in servizio:

 

 

 

Il generale vuole gli F35: rinunciare ci toglierebbe credibilità
Il sito della difesa ha pubblicato un'intervista al generale Esposito, capo della Direzione armamenti, che difende le spese militari: siamo in pieno conflitto di interessi.
L'Italia partecipa al programma F35: la politica ora la fanno i militari. "A fronte di accordi intergovernativi, che ovviamente non prevedono penali, come tutti gli accordi di questo tipo e a differenza dei contratti con le industrie. Uscire dal programma significherebbe disconoscere il patto d'onore siglato tra governi e minerebbe a livello internazionale il livello di affidabilità e credibilità del nostro Paese". Queste le parole del generale Domenico Esposito, capo della Direzione armamenti aeronautici, in una intervista pubblicata sul sito del ministero della Difesa.

Ma quanto costa all'Italia il programma F35? "Ad oggi - ha detto - per la fase di sviluppo e produzione del programma si prevede una spesa di 14,3 miliardi di euro in 15 anni, comprensivi dei circa 2 miliardi di euro già spesi". Costi, ha affermato il generale Esposito, che non dovrebbero lievitare perché il programma è stato sottoposto ad una "rigorosissima procedura di pianificazione e controllo di ogni elemento di costo".

Dei 14,3 miliardi di euro, 7,5 sono destinati all'acquisto dei velivoli distribuiti nei prossimi 15 anni. Per quanto riguarda il costo del singolo velivolo questo è "in costante discesa come effetto dell'"apprendimento" (più velivoli costruisco meno costano) e si prevede raggiunga il suo valore minimo di 65 milioni di euro nell'anno 2019 per un modello e di 83 milioni di euro nel 2021 per l'altro".

Si parla di 90 cacciabombardieri: "i 60 velivoli F-35 della variante Ctol si prevede costeranno mediamente all'Italia circa 74 milioni di euro, mentre i 30 velivoli della variante Stovl circa 88 milioni: valori inferiori ai costi di velivoli della generazione precedente attualmente in servizio".

Il generale parla anche di ritorni per l'industria italiana: "La partecipazione delle aziende italiane al progetto - ha spiegato il direttore di Armaereo - è significativa (circa sessanta sono le aziende già coinvolte od in procinto di partecipare) distribuita geograficamente ed è indubbiamente già rilevante, tenuto conto che il programma di produzione è stato appena avviato. La produzione e assemblaggio delle ali costituisce il maggiore contributo dell'industria italiana al programma. Saranno prodotte da una filiera di fornitori italiani ed assemblate a Cameri", dove per il 18 luglio è confermato l'avvio formale dell'assemblaggio dei componenti del primo velivolo, anche se la relativa cerimonia è stata cancellata.

Secondo il generale, "il valore di una partecipazione industriale all'F35 deve essere visto con occhio strategico. Infatti, la competitivita' tecnologica e la sostenibilità finanziaria rendono un'azienda coinvolta nel programma particolarmente attraente per altri programmi e contratti, non solo della Difesa. In sostanza per l'industria italiana avere il F-35 nel proprio catalogo sarà la garanzia di successo in futuri coinvolgimenti derivanti dal programma stesso e da quelli a venire, in Europa e nel mondo".
Modificato da fabio-22raptor

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la flotta non è obsoleta e in termini di costo/efficacia è sufficiente a far fronte alle esigenze della Difesa

:rotfl: ahahahahahahah

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Ma siamo sicuri che questa cosa l'abbia detta un ex generale dell'aeronautica? Perchè altrimenti vengono dei dubbi seri sulla carriera nelle nostre forze armate...

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Ma siamo sicuri che questa cosa l'abbia detta un ex generale dell'aeronautica? Perchè altrimenti vengono dei dubbi seri sulla carriera nelle nostre forze armate...

 

Io mi limito a riportare ... comunque si, è un ex generale dell'aeronautica ora scrittore:

 

 

 

Fulvio Gagliardi

Fulvio Gagliardi è nato a Napoli dove ha svolto gli studi classici. Ufficiale dell’Aeronautica Militare Italiana, si è laureato in ingegneria aeronautica e specializzato in Francia presso l’EPNER, scuola dei collaudatori di volo. Generale dell'Aeronautica Militare, ha gestito in prima persona lo sviluppo dei velivoli AMX e contribuito allo sviluppo dei più importanti programmi aeronautici militari europei: il Tornado e l'Eurofighter. E' stato membro del pannello “Fluidodynamics” dell'AGARD e della Commissione Tecnica del Registro Aeronautico Italiano. E’ stato direttore generale di una società per sviluppo e produzione di velivoli senza pilota, amministratore unico di una società elettronica e membro del consiglio di amministrazione dell'aeroporto civile di Traeste.

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Modificato da fabio-22raptor

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Posti di lavoro: opinioni discordanti:

 

 

 

F-35, con l’assemblaggio del primo aereo torna il dibattito sulle ricadute occupzionali Il generale Esposito sostiene che i cacciabombardieri danno lavoro a 810 persone. Non è d'accordo il segretario nazionale della Fim-Cisl, Marco Bentivogli, secondo cui ci saranno pesanti sofferenze occupazionali dovute al conseguente definanziamento del programma Eurofighter.

In un clima di crescente opposizione politica e sociale al programma F-35, tale da convincere la Difesa ad annullare la cerimonia prevista, ieri nello stabilimento novarese dell’Alenia, a Cameri, è iniziato l’assemblaggio del primo cacciabombardiere Joint Strike Fighter destinato alla nostra aeronautica militare. Delle tante questioni controverse riguardanti il programma F-35, l’avvio della produzione a Cameri riporta in primo piano il dibattito sulle ricadute occupazionali di questo costosissimo progetto di riarmo militare: uno dei principali cavalli di battaglia dei suoi sostenitori.

“Oggi qui alla Faco lavorano 203 tecnici di Alenia – spiega al fattoquotidiano.it il generaleDomenico Esposito, capo della Direzione armamenti aeronautici e ispettore capo dei lavori allaFaco, e 250 dipendenti dell’azienda edile Maltauro impegnati nel completamento dello stabilimento. A questi vanno aggiunti altri 607 addetti delle circa 30 ditte appaltatrici esterne: 145 al nord, 176 al centro e 286 al sud”. Questa dunque è la fotografia della situazione attuale: tolti gli edili che stanno rifinendo la fabbrica, al momento gli F-35 danno lavoro a 810 persone. I nuovi assunti sono poche decine, la maggior parte sono risorse interne delle aziende.

“A chi critica il fatto che si ‘ricicla’ forza lavoro già esistente rispondo che almeno così stiamo salvando posti di lavoro che altrimenti andrebbero perduti”, dice il generale Esposito. Se sul presente non ci sono dubbi, sul futuro rimangono ampie divergenze tra le stime della Difesa e quelle di parte sindacale. “Quando si ragionava su un impegno per 131 aerei prevedevamo lavoro per 10mila persone a pieno regime produttivo”, spiega il generale Esposito. “Oggi, con un ridimensionamento a 90 velivoli, la nostra previsione è di 6mila posti di lavoro, tra gli addettiAlenia di Cameri e quelli delle ditte esterne coinvolte. Ma tutto, ovviamente, dipende da come precederà il programma”.

La prima discrepanza riguarda proprio i lavoratori Alenia di Cameri (stabilimento sul quale l’azienda “non è autorizzata” a diffondere dati sulla manodopera). Il capo della Direzione armamenti aeronautici spiega che la Faco novarese è disegnata per 1.500 addetti. Secondo il segretario nazionale della Fim-Cisl e coordinatore per il settore aerospaziale, Marco Bentivogli, quelli che ci lavoreranno veramente saranno, a pieno regime, poco più di un terzo. “Gli accordi sindacali che abbiamo firmato con Alenia-Aermacchi prevedono a pieno regime 550 addetti su Cameri, 600 su tutto il programma F-35 considerando la produzione del materiale composito nello stabilimento Alenia di Foggia“.

E poi ci sono le altre ditte, sia del gruppo Finmeccanica (Selex ES e OtoMelara) che esterne (Avio, Piaggio Aero, Aerea, Gemelli, Logic, Marconi, Sirio Panel, Mecaer, Moog, Oma, Secondo Mona, Sicamb, S3Log, Elettronica, Vitrociset, ecc.), quelle che oggi impiegano sugli F-35 607 persone. Stando alla previsione del generale Esposito, in queste aziende e nelle altre che si aggiungeranno in futuro, il programma F-35 darà lavoro ad almeno 4.500 persone. Invece secondo Bentivogli, rispetto ad oggi gli addetti di queste ditte potranno ulteriormente crescere di qualche centinaia di unità al massimo.

Per Bentivogli, la scelta di puntare sugli F-35 non solo non avrà le mirabolanti ricadute occupazionali propagandate dalla Difesa, ma produrrà anzi “pesanti sofferenze occupazionali” nel settore aeronautico dovute al conseguente “definanziamento” del programma alternativo Eurofighter che oggi impiega, questo sì, “circa 10mila addetti tra Alenia, Selex e altre aziende del gruppo Finmeccanica e non”: futuri esuberi che solo in minima parte potranno essere riassorbiti dal programma JSF.

Su una cosa Esposito e Bentivogli concordano: se lo stabilimento di Cameri, oltre ad assemblare gli F-35 italiani e olandesi, diventerà in futuro anche il centro di manutenzione per tutti gli F-35 europei ma anche turchi e israeliani, si aprirebbero ulteriori opportunità di partecipazione industriale per le aziende italiane e quindi maggiori ricadute occupazionali. Ma per ora, su questo, non ci sono garanzie.

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Basta Demagogia. Lo dice Mario Mauro (concordo)

 

 

 

Il ministro della Difesa Mario Mauro non molla la presa sugli F35 e sulle spese militari che vorrebbe far affrontare all'Italia in questo periodo di crisi e torna a rilasciare dichiarazioni discutibili. "Dobbiamo farla finita con la demagogia e dobbiamo invece ricordarci che questo programma che costa circa 12 miliardi avra' ricavi per circa 16 e darà un impulso anche alla struttura della nostra attivita' di impresa e alle nostre aziende".

Intervistato da Radio24 Mauro ha ricordato che il programma è cambiato negli anni, gli aerei "da 150 che erano con il governo D'Alema sono diventati 90. Scendere sotto questa soglia vorrebbe dire non avere aviazione militare".

Qualche giorno fa aveva detto che "tenuto conto di quello che si muove oggi nell'area Sud del Mediterraneo, pensare che il nostro Paese resti privo di un'Aeronautica militare mi sembrerebbe azzardato". Il ministro aveva anche affermato che si tratta di "un sacrifico che il Paese possa fare per garantire pace e sicurezza", specificando che "ciò non vuol dire dimostrazione muscolare di forza, non è questo il senso delle forze armate, ma contributo alla pace; esse sono il valore stesso della democrazia".

E da non dimenticare che la settimana scorsa dal Senato è arrivata la bocciatura per le mozioni contrarie al programma di acquisizione degli F35 presentate da Sel, Movimento 5stelle e Pd a firma Felice Casson: è passata invece la mozione di maggioranza con 202 sì, 55 no e 15 astenuti.

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Probabilmente credo si riferisca ai moti rivoluzionari e alle situazioni di instabilità derivate dai moti della primavera araba.

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La primavera araba è un problema che richiede almeno 131 F-35 ricalibrati a 90?

Modificato da Vultur

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La primavera araba è un fenomeno iniziato e in piena evoluzione, con esiti del tutto imprevedibili di qui a pochi anni, figuriamoci sul lungo periodo. L' F-35 è un investimento a 20 anni che ci conferirà la superiorità tecnologica schiacciante. Poi sul numero si può discutere (anche se sotto certi margini non si può scendere).

 

Ad esempio i MiG-29M andranno a paesi come la Serbia e la Siria e forse anche ad altri che si affacciano sul Mediterraneo. Piaccia o meno parliamo di un caccia paragonabile a Rafale ed Eurofighter (anche se ovviamente avranno alle spalle capacità di comando e controllo del tutto inferiori). Non ci si può far trovare impreparati perché l'unica cosa sicura sul lungo periodo è che saremo tutti morti.

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La primavera araba è un problema che richiede almeno 131 F-35 ricalibrati a 90?

No Vultur, però devi guardare la faccenda dall'ottica di quel che sarà il futuro delle forze armate.

 

Ai tempi della guerra fredda, era normale avere 3-4.000 aerei in Europa, e bastavano appena a fare il loro dovere. Oggi pensare di avere un'intera forza aerea basata su 100-200 velivoli, sembra ridicolo, ma la ragione è che sono tecnologicamente sempre più avanzati, e che sono supportati da altrettanti asset tecnologici. Così è normale pensare che domani, un pugno di 4-8 F-35 possa fare quello che una volta faceva uno stormo di aerei, raccogliere dati da mezzi diversi supportati dalla stessa piattaforma informatica, praticamente in tempo reale.

 

Oggi questo non si può fare, con lo F-35 si farà, le alternative sono di non avere niente, o continuare a mantenere roba vecchia, e quindi peggio che non avere niente, perchè i soldi li spendi male, meglio spenderli e bene.

 

Uno può dire: ma che ci dobbiamo fare, nessuno ci attaccherà, non dobbiamo attaccare nessuno? Vero?

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Audizione del CEO di Finmeccanica al Parlamento.

 

Nonostante gli entusiasmi del ministro della Difesa per il cacciabombardiere “di pace”, dei vertici militari che lo considerano indispensabile e di Segredifesa che favoleggia di migliaia di posti di lavoro assicurati, l’acquisizione del cacciabombardiere F-35 non convince Finmeccanica. Lo si evince dalle dichiarazioni di ieri dell’amministratore delegato del gruppo, Alessandro Pansa, in audizione nella commissione Difesa della Camera. “Rispetto a temi come gli F35 noi siamo esecutori intelligenti di scelte altrui” ha detto l’ad precisando che ”non è con la fornitura di parti d’aerei di grandi dimensioni che Finmeccanica costruisce il suo futuro di operatore tecnologico d’avanguardia”. Tuttavia il fornitore intelligente di tecnologie e prodotti “deve eseguire programmi e processi che sono il frutto di scelte politiche e non industriali”.

Pur con un linguaggio consono al ruolo di vertice di un grande gruppo a controllo pubblico, Pansa non lascia molto spazio alle interpretazioni. Le sue parole sembrano fare riferimento ai bassi volumi di commesse e all’ancor più limitata redditività e ricaduta tecnologica garantita alle aziende italiane dal programma F-35, situazione già denunciata da alcuni osservatori inclusa Analisi Difesa.
Del resto le continue cancellazioni delle commesse statunitensi alle aziende di Finmeccanica (elicottero presidenziale, cargo C-27J e G-222 per le forze americane e afghane) non hanno certo contribuito a rendere più digeribile il Joint Strike Fighter.
Il nostro compito è fare nel migliore dei modi in termini qualitativi e finanziari il mestiere di fornitori, anche di aerei militari di grande dimensione come gli F35, alle istituzioni” ha aggiunto Pansa ricordando che i settori di maggior coinvolgimento di Finmeccanica sono altri: elicotteri, addestratori, cargo tattici, aerei da trasporto civili. Quanto invece all’Eurofighter Typhoon l’amministratore delegato ha utilizzato ben altri toni sottolineando che “è un programma di grande rilevanza perché incorpora una dotazione di tecnologia europea e per una parte consistente italiana. Terminato il flusso di ordine giunto dai quattro paesi costruttori, il futuro di questa piattaforma è prevalentemente di esportazione e se dovrà avere un futuro ulteriore nei paesi costruttori dovrà averlo diversamente”.

Esplicito anche il riferimento di Pansa alla ventilata cessione agli stranieri di parte del comparto Difesa di Finmeccanica. La cessione di quote rilevanti per l’attività della difesa rischia di “creare vincoli a processi riorganizzativi che non sempre potranno essere produttivi per l’intero sistema” ha detto ai deputati ella Quarta Commissione l’amministratore delegato che ha sintetizzato il suo pensiero ricordando le parole di padron ‘Ntoni, del romanzo i Malavoglia: “chi vende non è più suo” .

L’aspetto più paradossale e a dir poco imbarazzante dell’intervento di Pansa in Commissione Difesa (il video dell’audizione) è stata però l’incapacità di gran parte dei deputati presenti di porre quesiti o chiedere ulteriori approfondimenti all’ad di Finmeccamica.

 

http://www.analisidifesa.it/2013/09/lf-35-non-convince-neppure-finmeccanica/

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