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picpus

Israele ha 60 anni!

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Dal sito del quotidiano francese "Le Figaro", il link allo speciale dedicato ad Israele:

 

http://www.lefigaro.fr/international/60-ans-israel.php

 

 

Particolarmente interessante il link seguente:

 

http://www.lefigaro.fr/international/2008/...ir-la-bombe.php

Edited by picpus

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Dopo quello che i soliti idioti hanno fatto a Torino, gli auguri sono d'obbligo

:compleanno:

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Sessant'anni trascorsi in modo non molto pacifico...bisogna dirlo: quella è una regione di m****.

 

 

Comunque auguri e speriamo che prima o poi arrivi anche la pace da quelle parti!!!!

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Che dire, chi l'avrebbe mai detto in quegli anni funesti che lo stato di Israele sarebbe sopravvissuto fino ad oggi e si sarebbe affermato come l'unica vera realtà democratica del medio oriente.

Onore a coloro che, con perseveranza, coraggio e tenacia senza pari, l'hanno reso possibile.

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Mi associo agli auguri con un post dal sito dell'Israeli Air Force sui primi abbattimenti da parte di F-15 e Kfir:

 

First Down F-15 and IAI 'Kfir'

The first victim of the American air superiority fighter, the F-15, was the Israeli coalition government: the official welcoming ceremony for the three F-15s that landed in Israel in December 1976 ended after the Jewish Sabbath had begun, giving the religious parties grounds for toppling the government. However - we are concerned with aerial victories here...

The Kfir - a plane largely based on the Nesher - was developed and manufactured by the Israeli Aircraft Industries. It combines French aerodynamic design with American engine technology.

 

1979 marked the start of an escalated aerial conflict in the skies of Lebanon. The Syrians no longer contented themselves with the use of ground troops, and began to assert an aerial presence. Their threatening behavior left Israel with no choice but to engage them, and the first dogfight took place on July 27th, when Kfir and F-15 jets escorted other IAF planes on attacking terrorist targets between Lake Kar'un and the port of Sidon. Five enemy MiG-21s were shot down and the F-15 and Kfir scored their first kills.

 

Brig. Gen. (then Maj.) Moshe was the first F-15 pilot in the world to score an air victory.

 

"We built the squadron up over the course of three years. We trained the pilots and established guidelines for our activities", he recalls. "There was just one thing missing: a victory. That was, after all, our raison d'etre. I used to boast to everyone that I would be the first to score a kill with an F-15. Everyone thought I was joking... I wasn't...

 

"That day, at 10:00, the squadron commander had me called out of a meeting and ordered me to report to the squadron within 20 minutes. I guessed the reason for my summons immediately. We took off, with Lt. Col B., the squadron commander, flying lead, and me flying Number Two.

 

We flew into Lebanon at an altitude of 15,000 feet, when the controller announced that two MiG quartets were approaching us. We saw and identified them ourselves, but then we received orders to turn back and fly towrds the sea. I felt deep disappointment, but a few minutes later we received the green light for action. I released the fuel tanks, B. and I carried out a nice bank, and galloped back into Lebanon. Seconds later, we were in battle.

 

"The skies were studded with missiles that were being launched from all directions. B. and I also fired off a pair of missiles, that left a fiery track in the sky - but missed their targets. A pair of MiG-21s crossed my flight path at a slightly lower altitude. At a certain point they switched the direction of their tilt - a sign that they were paying attention to us.

 

"Five seconds passed from the moment I identified them, to the moment in which I had one of them in my sights. I fired an accurate missile which split the MiG in two. Barely a minute passed, and four more MiGs found themselves planted firmly in the ground. The radio was full of our pilots shouting 'hipalti!' - 'I scored a kill!'. The other MiGs started making their getaway and we intended to give chase, but eventually we we had to give up. We returned home in closed formation, with each one of us telling his story to the others in his turn. When everyone had finished, I said a sentence that everyone still remembers: 'say what you will - I was the first!'.

 

Cpt. S., a Kfir pilot, was also in the fray that day, and scored the Kfir's - and his own personal - first kill:

 

"We flew at 12,000 feet, at 400 knots", he remembers. "We patrolled above the other planes that were attacking targets, when suddenly we were alerted that Syrian MiGs were approaching with intent to intercept. We threw off our detachable fuel tanks and headed towards the aggressing MiGs.

 

"The F-15s flying alongside us were more nimble, and identified the MiGs before we did. When I entered the dogfight, one MiG was already winding his final way downward. I 'sat down' behind a pair of MiGs and fired a missile that exploded next to one of them. I flew past them, broke hard and turned back in their direction. At close range, I saw the plane that I had fired upon earlier dragging a plume of smoke. The pilot bailed out".

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un grande paluso ad una delle nazioni verso cui nutro le maggiori simpatie e che stimo di più :)

 

 

però sto topic non è stimolante, ci serve qualcuno che gridi, 60anni di oppressione del popolo palestinese :asd: :asd: :asd:

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Dal sito di Fiamma Nirenstein, http://www.fiammanirenstein.com/index.asp , vi riporto il seguente splendido articolo della grande scrittrice e giornalista, nonché neoparlamentare del PDL, articolo in cui sfido chiunque a trovare parole non dico di odio, ma anche solo di condanna, nei riguardi del popolo palestinese ( link dell'articolo: http://www.fiammanirenstein.com/articoli.a...a=3&Id=1969 ):

 

E il nemico peggiore resta la menzogna

 

Israele compie sessant’anni: dopo la giornata del ricordo dei più di 22mila soldati caduti nelle guerre che dal 1948 non lasciano questa terra, cominciano stasera le celebrazioni di Yom Azmaut, il Giorno dell’indipendenza, che dureranno tutta la giornata di domani. E a sessant’anni, questo piccolo Stato non può sedere a riposarsi neppure un attimo: corre nello stadio della storia fra due ali di folla. Da una parte chi lo ama e lo difende, dall’altra chi lo odia e lo diffama. Ed è logico che ciò che appare una gran festa per chi ritiene la democrazia un bene supremo, diventi un motivo per digrignare i denti per chi invece la ritiene un artifizio che cela ingiustizie e crimini a fronte di un’utopia palingenetica. In Italia la divisione è evidente proprio oggi, giorno in cui festeggiamo la nascita e la resistenza della patria del Popolo ebraico contro la diffamazione e le aggressioni che hanno punteggiato la sua vita. Il suo primo successo è proprio la sopravvivenza. Nonostante le crescenti minacce, dell’Iran e di tutto il terrorismo islamista.

Ma fra i nemici di Israele c’è anche una propaganda incessante e pervasiva che si sostanzia di una quantità inaudita di bugie che oggi sostituiscono una attendibile conoscenza dei fatti. La falsa conoscenza ispira purtroppo gli incendi delle bandiere e le vergognose bugie che si odono in queste ore all’Università di Torino nella conferenza che vuole contrastare la Fiera del Libro che si aprirà domani. Tutta la conferenza indetta non ha niente a che fare con la libertà accademica delle cui piume si pavoneggia, ma c’entra piuttosto con la mera politica dell’odio. Propone in tutte le salse il tema della «pulizia etnica» che Israele avrebbe compiuto nei confronti dei palestinesi: la tecnica è quella di usare un termine odioso, da pulizia etnica a apartheid, da olocausto a deportazioni, per appiccicarlo su Israele e farne quindi un paria indegno di vivere. Ma se si guarda dentro le etichette non si trovano altro che menzogne. La pulizia etnica non è mai stata nelle più lontane intenzioni della parte israeliana: semmai, l’intenzione di spazzare via il popolo ebraico è sotto gli occhi di tutti, ripetuta, scritta, filmata e stampata ogni giorno dai terroristi.

Se gli israeliani avessero perpetrato una pulizia etnica sarebbero dei veri incompetenti. Prendiamo per esempio Gerusalemme. Dal ’67, quando Israele annesse Gerusalemme Est, la popolazione araba è cresciuta del 266%, il doppio rispetto alla popolazione ebraica, cosicché la proporzione fra ebrei e arabi è di 66 a 34, mentre nel ’67 era di 74 a 26. Anche durante l’Intifada, con la chiusura, il muro e quant’altro, è cresciuta da 208mila a 252mila. E non si tratta solo di crescita naturale: Ziad al Hamuri, che guida il centro per i diritti economici di Gerusalemme, stima che circa 30mila arabi si siano spostati a Gerusalemme dalla costruzione del recinto. Del resto, anche il noto storico revisionista Benny Morris scrisse che mai gli ebrei avevano avuto intenzione di spostare gli arabi dai loro villaggi e che furono invece invitati e costretti dai loro leader a farlo, e che sin dal ’48 i padri fondatori di Israele, da Jabotinsky a Ben Gurion, hanno insistito per far restare i palestinesi anche dopo la partizione. Chi ne vuole sapere di più può leggere l’articolo di Efraim Karsh sulla rivista americana Commentary di questo mese. Due mesi prima della proclamazione dello Stato nel settembre 1947, due rappresentanti di Israele cercavano di convincere Abdel Rahman Azzam, segretario generale della Lega Araba, che «sia gli arabi che gli israeliani beneficeranno grandemente di comuni politiche di sviluppo». Gli arabi aumentarono di numero soprattutto nelle aree urbane a causa del benessere e dello sviluppo del nuovo Stato, sospinti tuttavia allo scontro da leadership estremiste. È una bugia che la legittimità internazionale di Israele possa essere messa in discussione, perché, se fosse vero, data la legittimazione del focolare ebraico in Terra d’Israele nell’ambito della risistemazione del Medio Oriente dopo la fine dell’Impero Ottomano e del colonialismo, tutti gli Stati Medio-Orientali andrebbero rifondati da capo.

È falso che la guerra fra palestinesi e israeliani sia dovuta all’impossibilità di trovare una sistemazione territoriale di condivisione: Israele ha troppe volte dato prova di essere disponibile a lasciare territori in cambio di pace senza che questo portasse ad altro che a rifiuti ideologici carichi di sangue. È falso che esista un «ciclo della violenza» o cieche rappresaglie israeliane: Israele ha sempre risposto agli attacchi per fermare ulteriori attacchi terroristi, o altri attacchi missilistici per strada, o per punizioni puntuali e definite che, di nuovo, promettessero la diminuzione dell’aggressività del nemico contro i suoi civili.

È falso che il cosiddetto «muro» sia un «muro»: su una lunghezza di 790 chilometri, una volta completato, la lunghezza della parte in muratura che serve a evitare spari da edifici alti nella zona sulle macchine e i cittadini di passaggio, sarà di 30 chilometri.

La maggior parte delle accuse a Israele sono diventate luoghi comuni che la gente non controlla, ma che beve insieme al caffè della mattina. Il recinto non stabilisce confine né annette nessuna terra; serve, come del resto i famigerati check point, a bloccare stragi di innocenti. E ha funzionato bene, dato che gli attentati sono diminuiti per il 98%. Non è vero che a Jenin ci sia stata una strage, non è vero che il bambino Mohammed al Dura sia stato ucciso dal fuoco israeliano, non è vero che i soldati uccidano bambini innocenti con premeditazione e se accade senza volerlo vengono sottoposti a dure inchieste. E non è vero che Israele abbia devastato il Libano. Sono stati gli hezbollah a devastarlo, così come è Hamas che affama i suoi a Gaza mentre Israele seguita a fornire derrate alimentari e benzina. Non è vero che Israele non rispetta le risoluzioni dell’Onu: aspetta solo di poter implementare quelle che stabiliscono che i territori debbano essere scambiati con condizioni di sicurezza.

Israele non detiene prigionieri senza processo, non tortura, non impedisce alle organizzazioni internazionali di entrare nelle sue carceri, ed è quindi insensato paragonare la detenzione di criminali e terroristi a quella di Shalit, Eldad e Regev, i soldati nelle mani di Hamas e Hezbollah. Israele non reclude i palestinesi in cosiddette «prigioni a cielo aperto»: intanto sia i Territori che Gaza sono aperti verso 22 Stati arabi circostanti e oltre, inoltre il divieto d’accesso in Israele varia e si modifica a seconda della minaccia terrorista in atto. E la minaccia è grande, concreta e definitiva per tutti quei bambini che, come Kobi Mandel, 13 anni, sono stati massacrati. E quella maggiore sofferta dai bambini palestinesi è la spinta ideologica a morire, a diventare shahid, che proviene dalla società palestinese stessa... Soprattutto, la menzogna più grande è quella ontologica, basilare, sul presupposto che Israele sia un fatto negativo per il mondo, cattivo, generatore d’odio. Basta guardare i libri di testo delle scuole o la tv israeliana per capire che ne esce un messaggio di pace, mentre dalle tv e dai blog di palestinesi e fiancheggiatori non esce che odio e minaccia. C’è un solo modo in cui si può definire il loro atteggiamento: la ragione si è trasformata in torto, la verità in bugia, gli aggrediti in aggressori, definiti patrioti del popolo palestinese. Io penso che esso non abbia bisogno di loro, ma di una pace giusta che consegni due Stati a due popoli.

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un grande paluso ad una delle nazioni verso cui nutro le maggiori simpatie e che stimo di più :)

però sto topic non è stimolante, ci serve qualcuno che gridi, 60anni di oppressione del popolo palestinese :asd: :asd: :asd:

 

Se non altro ricordiamo che per il popolo palestinese non è proprio condivisibile la festa, così non andiamo OT... :rolleyes:

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Guest galland

Credo che il modo migliore di ricordare i sessant’anni dello stato d’Israele si possa fare con la seguente citazione:

“E’ fuor di dubbio che il percorso storico compiuto dal popolo ebraico nei sessant’anni che intercorrono tra il 1942 e il 2002 potrà fornire materia ad appassionati di studi storici e sociologici. In soli sessant’anni, è passato da marchiato a marchiatore che impone un numero. In sessant’anni è passato da chi è rinchiuso in un ghetto a chi rinchiude. In sessant’anni, da chi sfila in colonna con le mani in alto a chi fa sfilare in colonna con le mani in alto… In sessant’anni non abbiamo imparato nulla. Non abbiamo interiorizzato nulla. Abbiamo dimenticato tutto… Finalmente! Non siamo più un popolo strano e diverso, dal colorito pallido e dallo sguardo pieno di saggezza, ma un popolo di soldati, brutale come lo sono tutti. Simile finalmente a tutte le altre nazioni.”

Quello appena citato è il passo di un articolo del giornalista israeliano B. Michael, figlio di scampati all’Olocausto, dal titolo “Da marchiato a marchiatore”.

E’ contenuto in un volumetto di poco più di cento pagine non freschissimo di stampa (è stato pubblicato nel febbraio del 2004 presso Bollati Boringhieri) ma di grande attualità. L’autore Michel Warschawski, nella premessa, afferma che:

“ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni esempio che rivela l’orrore della realtà attuale l’ho scritto spesso con le lacrime agli occhi. Lacrime di rabbia di fronte alla violenza senza limiti della repressione e alla disumanizzazione dell’altro; ma anche lacrime di tristezza di fronte alla degenerazione di una società che è anche la mia, ma anche quella nella quale cresceranno i miei nipoti.”

Il titolo è di per sé icastico: “A precipizio la crisi della società israeliana”, una crisi vista dall’interno e che definisce un fattore fondamentale: nessuna società entra in crisi, collassa per fattori meramente esterni. La crisi parte dall’interno e interagisce con fattori esterni.

Tanto è valido per tutte le società e tutti i periodi storici.

Il problema dello stato d’Israele non è la minaccia palestinese o degli stati arabi, ma la carica distruttiva che racchiude in se.

Oggi chi sventola bandiere o chi le brucia mi sembra rappresenti, in forme estreme, la stessa incapacità di comprendere i fenomeni per ciò che essi sono e per dove portano.

In se e per se la formula del boicottaggio di una manifestazione come il Salone del Libro di Torino non rappresenta nulla di particolare; i trascorsi decenni hanno visto differenti forme di boicottaggio contro stati (Sud Africa, Cile), manifestazioni sportive (Olimpiadi di Mosca)e simili. Neppure il fatto delle bandiere bruciate mi suscita particolare riprovazione, rammento come negli Usa bruciare la bandiera nazionale sia considerato atto non passibile di condanna legale.

Credo che un dato fra tutti parli della realtà di Israele e della questione palestinese: la contabilità delle vittime delle due parti in lotta, viene riportata in ogni settimana da Internazionale.

L’ultimo aggiornamento di questa contabilità dell’orrore ci dice:

Palestinesi 5.232

Israeliani 1.075

Il che significa un rapporto di uno a cinque…

Vorrei chiudere queste note parlando di Amira Hass; sempre su Internazionale pubblica una rubrica da Ramallah, anche lei è israeliana, anche i suoi genitori sono scampati miracolosamente all’Olocausto. Ogni settimana parla della realtà della striscia di Gaza, dove risiede quale corrispondente del giornale Ha’aretz, con lucidità, realismo, non privo di una ironia che solo gli ebrei sanno avere.

Credo che prima di formulare auguri, sventolare bandiere, bruciarle o promuovere boicottaggi dovremo sentire queste voci.

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auguri

 

nessuno avrebbe detto che sarebbero arrivati nel 2008

ottima resistenza, anche da parte del popolo

 

w israele

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Dopo quello che i soliti idioti hanno fatto a Torino, gli auguri sono d'obbligo

:compleanno:

Che dire, chi l'avrebbe mai detto in quegli anni funesti che lo stato di Israele sarebbe sopravvissuto fino ad oggi e si sarebbe affermato come l'unica vera realtà democratica del medio oriente.

Onore a coloro che, con perseveranza, coraggio e tenacia senza pari, l'hanno reso possibile.

tutto giusto auguri!! :compleanno: :compleanno: :compleanno:

sperando che tutti quei popoli possano trovare pace

Edited by GreenPhoenix

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A Galland rispondo senza troppi giri di parole o approfondimenti sociologici: "Da marchiato a marchiatore" lo si può scrivere e potrebbe anche essere vero, ma stando seduti, in pantofole, dinanzi ad una scrivania (quale che sia la propria storia familiare e personale), non penso che lo si potrebbe scrivere, abitando in qualche casa di un villaggio israeliano, mentre arrivano i razzi di hamas o di hezbollah o trovandosi a bordo di un bus, in qualche strada di Tel Aviv o di Haifa, al momento dello scoppio della bomba portata da un terrorista palestinese (che mi rifiuto di chiamare "kamikaze", ben diverso essendo il senso d'onore dei guerrieri giapponesi che si scagliavano contro le superarmate NAVI DA GUERRA americane e non contro i bus pieni di donne e bambini israeliani!).

 

In altre parole, è vero e, soprattutto, è giusto che così sia, gli ebrei hanno imparato la lezione dell'olocausto, nel senso che mai più nessuno che vorrà aggredirli, li troverà disarmati, nei mezzi e nello spirito!

 

Rifiutare ciò, è respingere il concetto di legittima difesa ed accettare quello del porgere l'altra guancia!

 

"De gustibus non est disputandum" dicevano i romani!!!

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...che mi rifiuto di chiamare "kamikaze", ben diverso essendo il senso d'onore dei guerrieri giapponesi che si scagliavano contro le superarmate NAVI DA GUERRA americane e non contro i bus pieni di donne e bambini israeliani!)...

 

 

Precisazione quanto mai opportuna; le cose vanno chiamate con il loro nome, questi sono solo terroristi.

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Precisazione quanto mai opportuna; le cose vanno chiamate con il loro nome, questi sono solo terroristi.

 

Quotone per entrambi.

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Guest galland

Caro Picpus, immaginavo la sostanza della tua risposta.

Che elude... la sostanza del problema.

Non a caso ho citato due isdraeliani che con lucidità si chiedono DOVE sta andando la società in cui vivono.

E' vero noi siamo comodi dietro i nostri computer: si vive meno comodamente a Baghdad, a Kabul o a Tel Aviv.

Per il mio modo di vedere un popolo che ha subito un genocidio delle proporzioni di quello ebraico avrebbe dovuto sviluppare ben differente sensibilità di quella che si è andata formando.

Ti faccio notare che appunto il sistema di reazione che tu ritieni così valido intimorisce proprio i membri più coscenti di una comunità che si chiedono: dove stiamo andando?

A volte porsi una buona domanda è il modo migliore di ottenere una buona risposta.

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..........E' vero noi siamo comodi dietro i nostri computer: si vive meno comodamente a Baghdad, a Kabul o a Tel Aviv.

Per il mio modo di vedere un popolo che ha subito un genocidio delle proporzioni di quello ebraico avrebbe dovuto sviluppare ben differente sensibilità di quella che si è andata formando...........

1) Nella fattispecie, io mi riferivo, oltre che a noi che scriviamo su questo forum, ma tale considerazione è sempre implicita quale che sia l'argomento trattato, proprio ai 2 giornalisti israeliani da te citati.

 

2) Nello scritto di Fiamma Nirenstein (da me precedentemente postato) che, a mio parere, rispecchia e riassume quello che è l'approccio israeliano nei riguardi dei problemi con i quali quotidianamente si confrontano, non emerge la sensibilità di cui parli?

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Guest galland
Precisazione quanto mai opportuna; le cose vanno chiamate con il loro nome, questi sono solo terroristi.

La stessa Lea Rabin disse a chiare lettere che era INUTILE continuare ad accusare Arafat di terrorismo PERCHE' le stesse tecniche contro la popolazione civile israeliana erano state utilizzate contro la popolazione araba nel 48.

il termine terrorismo e terrorista viene dalla rivoluzione francese, terrorista era chi applicava il "terrore" voluto dal Comitato di salute pubblica.

Credo sia utile rammentare come l'offensiva aerea americana del 1942/45 venne definita TERROR BOINBING.

Giusta l'osservazione sui kamikaze di Picpus, posterò appena possibile un importante libro che definisce le differenze tra kamidaze e shaid. Vorrei però rilevare che tale "cavalleria" non era comune a tutti i nipponici, basti pensare all'Unità 731 o al genocidio realizzato a Timor.

Edited by galland

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Il terrorismo, così come lo si conosce oggi, cioé con attentati anche contro parti non coinvolte nel conflitto e/o fuori dal territorio dei paesi in guerra e/o diretto quasi esclusivamente contro civili disarmati, non esisteva nel passato: lo hanno inventato i palestinesi a partire all'incirca dagli anni 70 con attentati tipo quello agli atleti israeliani a Monaco, quelli all'aeroporto di Fiumicino, il sequestro dell'Achille Lauro, ecc.

 

Schematicamente, a mio parere, sono da considerare terroristici:

 

1) attentati anche contro parti non coinvolte nel conflitto;

 

2) attentati fuori dal territorio dei paesi in guerra;

 

3) attentati diretti quasi esclusivamente contro civili disarmati.

 

 

Tale elenco non ha la pretesa di essere esaustivo, bensì quella di individuare gli atti da considerare sicuramente terroristici: poi vi sono tutta una serie di azioni che alcuni tendono a includere nelle varie forme di guerriglia, poste in essere da parte di organizzazioni che combattono per l'indipendenza di un popolo.

Edited by picpus

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Purtroppo la festa è stata funestata da un incidente (corriere.it):

 

Israele: incidente durante esibizione militare, 10 feriti

 

08 mag 14:49 Esteri

 

TEL AVIV - Almeno 10 feriti sulla spiaggia di Tel Aviv durante un'esibizione dell'aviazione militare israeliana in occasione del 60esimo anniversatio della fondazione di Israele. Uno dei paracadutisti, a causa del vento, e' piombato sulla folla. Tre dei feriti, tra cui il paracadutista, sono gravi. (Agr)

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TEL AVIV - Almeno 10 feriti sulla spiaggia di Tel Aviv durante un'esibizione dell'aviazione militare israeliana in occasione del 60esimo anniversatio della fondazione di Israele. Uno dei paracadutisti, a causa del vento, e' piombato sulla folla. Tre dei feriti, tra cui il paracadutista, sono gravi. (Agr)

:( :( :(

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