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Lussi

Guerra nel Vietnam!

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La guerra in Vietnam ha visto lo svolgersi di una politica statiunitense volta ad arginare l'influenza del comunismo nella regione.

 

Vedila come vuoi, ma quegli americani sono morti anche per questo.

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Guest galland
grazie galland!! :adorazione::adorazione:

 

da quello che ho capito(e spero d aver capito bene),gli USA non hanno combinato niente con la guerra del vietnam,hanno fatto solo decine di migliaia di giovani americani morti

 

La tua osservazione può valere per ogni guerra: le vite umane spezzate (pensa oltre ai morti a chi rimarrà menomato nel corpo o nello spirito) sono sufficiente contropartita alle conquiste territoriali, alla sconfitta di un nemico e quant'altro. Tutto questo si moltiplica quando una guerra è perduta e i terribili sacrifici imposti ad una nazione non trovano neppure il corrispettivo nella vittoria.

 

Vorrei concludere, almeno per ora, con un'osservazione sul pacifismo: attualmente non discerno un reale movimento pacifista, nè in Italia, nè all'estero. A rigore i rimasugli delle organizzazioni comuniste o marxsiste non possono definirsi pacifiste. A base della loro ideologia hanno, infatti, il principio della lotta di classe e pertanto di contrapposizione, che non rifugge anzi ricerca l'uso della violenza, tutt'altro che "pacifista" dunque.

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La guerra in Vietnam ha visto lo svolgersi di una politica statiunitense volta ad arginare l'influenza del comunismo nella regione.

 

Vedila come vuoi, ma quegli americani sono morti anche per questo.

 

Giustissimo Legolas! :adorazione: E morire per la Libertà - perchè questo era ed è tuttora contrastare abominie ideologiche quali erano ed è ancora il comunismo ed il terrorismo ideologico o religioso - non è morire per un ideale da operetta...e scusa se è poco, Lussi! <_<

 

Freedom is never free!

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io intendevo solo nella guera del vietnam,perchè non hanno concluso niente!

 

 

....perchè questo era ed è tuttora contrastare abominie ideologiche quali erano ed è ancora il comunismo ed il terrorismo ideologico o religioso.....

 

comunque concordo in pieno con quello che dici tu e legolas,però quelle guerre non si possono vincere,perchè ci sarà sempre uqlacuno che le riportera!!

 

chiedo scusa per essermi espresso male :adorazione:

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io intendevo solo nella guera del vietnam,perchè non hanno concluso niente!

comunque concordo in pieno con quello che dici tu e legolas,però quelle guerre non si possono vincere,perchè ci sarà sempre uqlacuno che le riportera!!

 

chiedo scusa per essermi espresso male :adorazione:

 

Molte delle esperienze imparate nel SE Asiatico sono state applicate nella 1 Guerra del Golfo: il valore aggiunto si è visto dopo la fine del conflitto Vietnamita... :)

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La guerra in Vietnam ha visto lo svolgersi di una politica statiunitense volta ad arginare l'influenza del comunismo nella regione.

 

Vedila come vuoi, ma quegli americani sono morti anche per questo.

Giustissimo Legolas! :adorazione: E morire per la Libertà - perchè questo era ed è tuttora contrastare abominie ideologiche quali erano ed è ancora il comunismo ed il terrorismo ideologico o religioso - non è morire per un ideale da operetta...e scusa se è poco, Lussi! <_<

 

Freedom is never free!

Quoto ambedue alla grande!!! :adorazione::adorazione::adorazione:

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Giustissimo Legolas! :adorazione: E morire per la Libertà - perchè questo era ed è tuttora contrastare abominie ideologiche quali erano ed è ancora il comunismo ed il terrorismo ideologico o religioso - non è morire per un ideale da operetta...e scusa se è poco, Lussi! <_<

 

Freedom is never free!

 

freedom-is-not-free-04.jpg

Nulla e' gratis nella vita , la libertà e la giustizia per prime.

 

morethanself-sm.jpg

Nulla e' inutile. Non vi è controprova , ma se ora siamo qua , forse è anche grazie a loro.

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La guerra in Vietnam ha visto lo svolgersi di una politica statiunitense volta ad arginare l'influenza del comunismo nella regione.

 

Vedila come vuoi, ma quegli americani sono morti anche per questo.

 

All'epoca l'azione politica statunitense era mossa dalla cosiddetta "teoria del domino": la caduta del Vietnam sarebbe stata solo la prima tappa della diffusione del comunismo in tutto il continente asiatico, cosa che gli Usa non potevano minimamente tollerare. Tenete presente che sul Vietnam intervenne anche Che Guevara, sostenendo la teoria dell'"1, 10 100 Vietnam", considerando cioé la guerriglia contro gli Usa un fenomeno da diffondere e sviluppare a livello mondiale.

 

In fondo in Vietnam non si giocò solo la partita della lotta tra Vietnam del sud e Vietnam del nord, bensì si giocò uno dei tanti match della lotta globale tra comunismo e liberalismo (intendendo con questi termini due realtà estremamente complesse e variegate).

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Guest galland

Rendo integalmente il settimo capitolo del volume di Tommas Argiolas: la trattazione è non priva d'interassanti spunti e non rivolta alla semplice trattazione storica di eventi militari.

 

Tommaso Argolas

"La guerriglia storia e dottrina"

Sansoni editore, Firenze, 1967

Attualità storica Sansoni XII

 

 

 

argiolasnq3.jpg

PRECEDENTI

 

L'Indocina, nel secolo scorso, venne assoggettata dai Francesi che ne fecero una delle più ricche colonie del loro impero. La conquista non fu facile. Si ebbero resistenze locali ed anche allora la guerriglia, pur se in forma sporadica, poco redditizia e per breve tempo, si presentò come la sola forma di lotta efficace da parte di un popolo militarmente e tecnicamente arretrato contro un esercito europeo di elevate prestazioni e possibilità.

 

La storia dell'Indocina nei secoli precedenti è stata strettamente legata a quella cinese. Anche nel passato i Cinesi hanno premuto energicamente verso questa ricca e fertile appendice insulare del loro impero continentale.

 

L'importanza mondiale dell'Indocina si è manifestata, però, dopo l'ultimo conflitto mondiale. Questo perché essa è diventata il campo di battaglia fra due ideologie, fra due modi di vivere, fra due grandi Potenze che si contendono il dominio del mondo. A queste due se ne è aggiunta una terza, la Cina, che ormai, da qualche anno, ha acquisito un ruolo di primo piano negli avvenimenti internazionali, sovente in contrasto con quella che potremmo definire la Potenza originatrice della sua attuale posizione, cioè la Russia. Ma qui non stiamo ad esaminare la situazione politica internazionale, lo scontro di interessi in atto da venti anni in Indocina, chi ha ragione e chi ha torto. Vogliamo solo, come ci siamo ripromessi sin dall'inizio, fare la storia della guerriglia. E quindi, anche delle vicende indocinesi, esamineremo, per il periodo al quale questo capitolo è dedicato, la parte strettamente inerente a questa forma di lotta.

 

Allorché i Giapponesi, dopo la loro entrata in guerra nel 1941, si spinsero sino all'Indocina, la popolazione locale, appoggiata dai Francesi occupanti ed a loro volta occupati dai Nipponici, iniziò la resistenza contro questi ultimi. In questa lotta, sin dal 1941, cominciò a recitare la sua parte Ho Chi Minh, il futuro capo dell'Indocina comunista. Nell'alto Tonchino, con le sue formazioni guerrigliere sostanzialmente controllate dal partito comunista indocinese, egli inflisse sensibili perdite agli occupanti. Nel contempo altre forze guerrigliere si andavano costituendo nella confinante Cina nazionalista. Queste formazioni intervennero con peso sensibile nel 1944, allorché dalla Cina si spostarono in Indocina.

 

Terminata la guerra con la sconfitta dei Giapponesi, i Francesi vollero riportare la situazione allo stato precedente lo scoppio del conflitto. In sostanza, dimenticando che era stata condotta una accanita lotta per liberare il Paese dallo straniero, volevano riportarlo sotto il dominio di un altro straniero da loro stessi rappresentato. Non capirono che non era possibile soffocare quegli aneliti di libertà che erano stati il lievito, ben impiegato, per sollecitare l'animo degli Indocinesi alla lotta. D'altra parte i locali, dopo decine di anni di inazione, di passiva accettazione del dominio francese, si erano ritrovati in mano delle armi e si erano accorti di saperle impiegare efficacemente contro un occupante straniero. A questo si deve aggiungere la lungimirante politica comunista che mirava sin d'allora ad eliminare dall'Asia i colonialisti europei e l'atteggiamento di disapprovazione degli Americani nei riguardi dei Francesi, atteggiamento che trovava le sue radici nella convinzione, almeno apparente, che ogni popolo deve essere libero ed in condizione di scegliersi il regime che più preferisce. In questa situazione assai abilmente seppero inserirsi i comunisti i quali disponevano di due strumenti fondamentali

 

per iniziare quella che chiamarono « guerra di liberazione »: le esperimentate formazioni guerrigliere, ben dotate con le armi già distribuite dagli Americani per combattere contro i Giapponesi, addestrate alla lotta e permeate dell'ideologia di base per smuovere la fatalistica indolenza del popolo cioè l'aspirazione all'indipendenza nazionale e la promessa di ripartire le terre fra i contadini, togliendole alla ricca e ristretta categoria dei grandi latifondisti.

 

Le condizioni ambientali, necessaria premessa ad una favorevole condotta della guerriglia, erano ottime. Terreno coperto da boschi e dalla giungla impenetrabile, montuoso, intervallato da estese risaie e da paludi, attraversato da pochissime e controllabili vie di comunicazione. Il clima stesso, caratterizzato dai monsoni, è poco favorevole all'impiego massiccio di truppe bianche ed alla loro lunga permanenza nel territorio. Il grande sviluppo costiero, difficilmente sorvegliabile e la presenza al confine della grande Potenza amica cinese favorivano i rifornimenti delle formazioni guerrigliere.

 

Anche l'influenza religiosa non venne esclusa dalla lievitazione ideologica dei combattenti, opponendo il buddismo, la fede dei padri, al cristianesimo importato dagli occupanti Francesi.

 

Nella stessa Francia i guerriglieri indocinesi trovarono un appoggio sostanziale nel partito comunista francese il quale in Parlamento, nella piazza, con la stampa ostacolò lo svolgimento delle operazioni del corpo di spedizione francese e ne diminuì la efficienza operativa e morale. Anche in questo caso, quindi, la guerriglia fu inserita in una situazione internazionale ad essa favorevole.

 

Altro elemento importante fu, anche in questa circostanza, la presenza di un capo di grande prestigio ed influenza, cioè Ho Chi Minh. Questi, nato nel 1892 nell'Annam, da nobile e ricca famiglia, ricevette un'educazione in gran parte occidentale, perfezionando in Francia la sua cultura e facendo, dopo la prima guerra mondiale, la sua inequivocabile scelta politica. Parla il russo, il francese, il cinese ed il giapponese. Nel 1920 andò in Russia e vi rimase circa sette anni. Lì fu preparato alla grande scuola rivoluzionaria del bolscevismo e nel 1927 fondò, sempre in Russia, il partito comunista indocinese. Da quel momento egli iniziò la lotta per l'indipendenza nel suo Paese, in chiave antifrancese e filosovietica. Il 20 agosto del 1945 fu nominato presidente della repubblica indipendente del Vietnam e si insediò ad Hanoi.

 

Un altro personaggio, che si affianca ad Ho Chi Minh, merita qui due parole di presentazione ed è il generale Giap. Questi era un giovane professore di storia al liceo di Hanoi. A differenza del suo capo, non si era mai mosso dal suo Paese. Si formò militarmente nella lotta contro i Giapponesi. Nel 1945 aveva 35 anni. Dagli studi storici passò a quelli militari divenendo indiscutibilmente uno dei capi militari di maggior prestigio e di maggior preparazione che oggi esistano. A sostegno spirituale della sua preparazione militare e della lotta che egli guidò, e guida, sui campi di battaglia indocinesi, vi è la sua spontanea formazione ideologica comunista.

 

 

LA GUERRIGLIA

 

L'efficacia della guerriglia condotta nel Vietnam e la sua estrema pericolosità derivò, e permane, dalla trasformazione spirituale che subì la popolazione. Il Vietminh, cioè il partito comunista indocinese, ha applicato rigorosamente il principio della conquista delle persone più che del territorio. Infatti, sin da quando esso apparve sulla scena bellica nella lotta contro i Giapponesi, cominciò ad inquadrare la popolazione ed a sottoporla ad un controllo incessante e capillare grazie a particolari tecniche psicologiche. Il risultato fu che una popolazione definita nel 1939 « idonea solo a fornire dei camerieri, degli infermieri e dei conduttori di autopubbliche » si trasformò in una massa compatta di resistenti e di combattenti. Questo prova, e lo pongo come inciso nella descrizione di questo fenomeno, che le gerarchie di valori guerrieri e militari stabilite, più o meno sciovinisticamente, dai vari Paesi desiderosi di occupare i vertici di questa gerarchia, sono in linea di massima fittizie. Non esiste, in senso assoluto, un popolo più valoroso e più guerriero di un altro. Sono le circostanze contingenti, gli avvenimenti bellici, la carica spirituale che, di volta in volta, possono fare di un popolo « tranquillo » un popolo di valorosi combattenti o di un popolo che, per tradizione ben coltivata, dovrebbe essere composto di incrollabili guerrieri, una massa incapace di resistere al primo scontro con l'avversario.

 

Il Vietminh reclutò i suoi aderenti prevalentemente fra i contadini che costituiscono la maggioranza della popolazione. Sin dal primo momento l'obiettivo fu chiaramente definito: la guerra contro lo straniero. Pertanto tutta l'organizzazione clandestina, in un Paese nominalmente ancora sotto il dominio francese, si rivolse alla preparazione bellica. Naturalmente fu scelta la forma di guerra più conveniente. Contro un nemico ben addestrato, ben armato ed equipaggiato per condurre la guerra convenzionale con molte probabilità di successo, fu deciso di condurre la guerra di guerriglia, per la quale popolazione, ideologia, ambiente naturale e situazione politica interna ed internazionale erano decisamente favorevoli. In quel momento, infatti, cioè negli anni della preparazione (1945-48) i Cinesi erano troppo deboli per pensare ad un loro aiuto massiccio, sul tipo di quello che si realizzò in Corea, i Russi erano troppo lontani e orientati al consolidamento delle loro conquiste nell'Europa orientale. Bisognava quindi, almeno all'inizio, far affidamento sulle proprie forze. Nella giungla impenetrabile, in località inaccessibili e ben mascherate fu creata una vera e propria industria di guerra per la produzione di armi leggere, mine, granate, fucili mitragliatori, mortai. I materiali prodotti furono accuratamente immagazzinati ed occultati. Si crearono campi di addestramento nella giungla. Il reclutamento non offrì difficoltà. I futuri guerriglieri erano già fisicamente e spiritualmente idonei alla lotta che avrebbero dovuto condurre. I rifornimenti, dai viveri al vestiario, furono ridotti all'essenziale. Fu studiato ed applicato l'ordinamento territoriale delle formazioni guerrigliere, rispettando rigidamente quel principio della « territorialità » enunciato nella introduzione. Alla base dell'organizzazione fu istituita la milizia popolare dei villaggi.

 

Aveva il compito della difesa vicina, della sorveglianza nei territori limitrofi, di azioni guerrigliere a favore delle future forze regolari in costituzione. Forniva anche i portatori dei rifornimenti. Raccoglieva e conservava le scorte di viveri per le unità combattenti mobili. Contemporaneamente si passò alla costituzione delle forze regionali. Queste furono ordinate in compagnie e battaglioni. Ogni provincia disponeva di un battaglione mobile, ogni circoscrizione di una compagnia. Successivamente vennero create le forze che potremmo definire regolari. Si trattò di unità con compiti nettamente offensivi, mobili, articolate in reggimenti e divisioni. Costituivano l'elemento di manovra del comando della guerriglia. Nel maggio del 1954 l'armata popolare indocinese arrivò a comprendere ben 300.000 uomini riuniti in divisioni ed una riserva di 150.000 miliziani.

 

L'addestramento fu molto curato. Si dette la precedenza all'addestramento, o indottrinamento, politico. Si applicò così la direttiva di Mao Tse-tung per cui l'addestramento deve essere per il 70% politico, per il 30% militare. Quest'ultimo venne ridotto alle più semplici esigenze: impiego di esplosivi, tiri con fucili, pistole mitragliatrici, bazooka, cannoni senza rinculo, uso delle mine, impiego di ostacoli di ogni genere, nel quale la fantasia creativa dei guerriglieri si sbrigliò, arrivando a sfruttare i materiali più semplici e sempre a portata di mano, come lame taglienti ricavate dai bambù e piantate per terra, frecce che venivano scoccate automaticamente allorché un individuo muoveva un cespuglio o una liana e così via. Particolare cura venne dedicata alle interruzioni delle comunicazioni nelle quali, con mezzi semplici, arrivarono a risultati ottimi paralizzando istantaneamente le colonne mobili francesi che si muovevano sulle piste o sulle strade. Gli alberi, in precedenza parzialmente segati, venivano fatti cadere fra gli automezzi mentre la colonna si stava muovendo lungo la strada apparentemente priva di interruzioni, il terreno adiacente al luogo dell'imboscata veniva disseminato di ostacoli, come mine, trappole, ecc., per cui i Francesi, scendendo dagli automezzi per sottrarsi al fuoco che veniva loro indirizzato dai lati della

 

strada, saltavano sulle mine. Le truppe regolari ebbero, invece, un addestramento più completo e perfezionato per permettere il loro armonico impiego sul campo, allorché avrebbero dovuto scontrarsi con le unità regolari francesi nelle battaglie decisive.

 

Contemporaneamente fu applicato il terrorismo nei villaggi e nelle città. L'attentato e l'assassinio di capi avversari e di persone politicamente compromesse con l'occupante servirono a creare l'ambiente psicologico nelle popolazioni ancora riluttanti ad appoggiare le formazioni guerrigliere e provocarono il vuoto intorno ai Francesi. Questi non riuscivano a distinguere i loro avversari che si mimetizzavano perfettamente fra la popolazione, vivendo in mezzo ad essa e svolgendo, apparentemente, pacifiche attività. Il rendimento pieno della guerriglia derivò anche dal perfetto servizio informazioni che i guerriglieri avevano istituito. I Francesi erano scoperti ed indifesi davanti a questa forma di attività nemica. Ogni loro movimento era noto ai guerriglieri. L'entità dei presidi e delle colonne che iniziavano un'operazione era conosciuta sin dall'inizio dai guerriglieri. Camerieri di alberghi e di ristoranti, vecchie, donne che dalle campagne portavano prodotti agricoli nei mercati delle città, tutti erano parte integrante della rete informativa che operava a danno dell'occupante straniero.

 

I Francesi naturalmente non stettero con le mani in mano. Cercarono di stroncare le infiltrazioni d'oltre confine, per impedire al Vietminh di costituire le sue « basi ». Fra il 1946 ed il 1950, erano riusciti a stroncare l'infiltrazione Vietminh nelle provincie di frontiera della Cambogia traslocando la popolazione sparpagliata nelle campagne in nuove colonie fortificate che potevano essere difese contro le incursioni e mettevano le stesse popolazioni sotto l'immediato controllo dell'autorità francese. Questo provvedimento non fu applicabile, però, nel Vietnam perché sarebbe stato assai difficile e costoso in un Paese dove il territorio coltivato e densamente popolato limitava fortemente la possibilità di creare nuovi centri umani. Anche i Francesi istituirono una organizzazione militare territoriale, cercando di far coincidere le ripartizioni militari con le sud divisioni amministrative del Paese. Un gruppo di province costituiva un settore. I settori erano raggruppati in cinque comandi territoriali. In ogni settore avevano sede stanziale uno o due battaglioni rinforzati da mezzi corazzati ed artiglieria e nella loro area vennero dislocati posti fissi fortificati per la difesa locale. I posti erano collegati, e gli spazi vuoti controllati, da forti pattuglie mobili che avrebbero dovuto garantire la sicurezza delle comunicazioni. Inoltre si costituirono consistenti raggruppamenti, come truppe mobili di pronto e massiccio intervento. Venne istituito un comando con elementi dell'esercito, della marina e dell'aviazione per l'esecuzione di operazioni interforze, ben intendendo che la condotta della guerriglia difensiva doveva essere coordinata e guidata da un'unica mente. L'intervento delle tre forze armate fu ben dosato. L'aviazione appoggiò con il fuoco le truppe terrestri, sostituendosi alle artiglierie impossibilitate a seguire in grande numero le unità mobili e che trovavano difficoltà di schieramento immediato nei terreni boscosi e paludosi. Il trasporto aereo fu impiegato in grande stile sia per i rifornimenti dei presìdi isolati e delle colonne mobili sia per il tempestivo intervento di unità di paracadutisti. La marina agì appoggiando con il fuoco dal mare le truppe operanti lungo la costa ed effettuando importanti operazioni anfibie. Si deve riconoscere che i Francesi affrontarono la guerriglia con procedimenti moderni, con decisione, con ricchezza di mezzi, con elasticità operativa e con un assai ben coordinato impiego delle tre forze armate.

 

Sino al 1950 le operazioni guerrigliere non furono praticamente violente e determinanti. La guerriglia, abbiamo già detto nella introduzione, ha bisogno di tempo per prepararsi e conseguire i suoi effetti. Gli Indocinesi, ben conoscendo il nemico e le sue possibilità, vollero mettere a punto il loro strumento prima di impegnarsi a fondo. E questo strumento, come ormai abbiamo già visto più volte, non consisteva solamente nell'apparato militare guerrigliero vero e proprio ma anche nell'assicurarsi la conquista spirituale e fisica della popolazione.

 

La guerriglia in Indocina fra preparazione, esecuzione e successo finale ha avuto bisogno di ben nove anni.

 

Dal 1950 la situazione peggiorò a danno dei Francesi. Dal 3 all'8 settembre di quell'anno 15.000 guerriglieri attaccarono i 5.000 uomini della guarnigione di Cao-Bang con esito favorevole. La conseguenza di questo massiccio intervento fu che i Francesi ripiegarono le guarnigioni periferiche verso il centro. Iniziò a serpeggiare un certo scoraggiamento fra le loro file. La nomina a comandante in capo del generale de Lattre de Tassigny, il suo prestigio, le misure che adottò, servirono a galvanizzare gli animi e nel 1951 le forze francesi ottennero notevoli successi. Questi, però, furono favoriti dall'erronea decisione del generale Giap di attaccare prematuramente le forze francesi con le sue unità regolari. Troppo presto. Ancora le forze regolari indocinesi non avevano conseguito un favorevole rapporto di forze con il nemico per affrontarlo nelle battaglie campali. Nel 1951, prima presso Hanoi, poi presso Hai-Phong e infine sul fiume Day, il generale Giap fu costretto ad incassare duri colpi. In sostanza nei primi anni, sino al 1950, la lotta venne affidata alla guerriglia ed al terrorismo. Poi iniziarono le azioni delle unità regolari indocinesi che agirono però sempre « immerse » nella guerriglia. Questa continuò a regnare sovrana ai limiti delle zone ove veniva ricercata la battaglia campale ed in quelle ove non agivano le unità regolari. Inoltre aveva il compito di inseguire e molestare il nemico in ritirata. Il Vietminh cercò di applicare sempre questi tre princìpi:

 

— abbandonare le zone che non potevano essere difese con probabilità di successo;

 

— continuare la guerriglia sino a quando il nemico manteneva la sua superiorità numerica ed un miglior equipaggiamento;

 

— passare alla controffensiva con l'armata regolare solo quando si fossero

 

presentate le premesse per la vittoria finale.

 

Quando Giap si allontanò da questi princìpi, e precisamente dal secondo, nel 1951, subì duri insuccessi. Quando invece affrontò i Francesi a Dien Bien Phu, tre anni dopo, egli aveva scelto un campo di battaglia distante dalle basi avversarie e aveva imparato a trattenere lontano dal campo di battaglia principale consistenti forze nemiche. Le sue unità regionali e di guerriglia, infatti, attaccarono contemporaneamente nel Laos del nord, del centro e del sud, negli altopiani centrali del Vietnam, a sud nel delta del fiume Rosso. In tal modo si assicurò la superiorità sul campo di battaglia decisivo.

 

Visto da parte francese si possono individuare tre fasi nello svolgimento delle operazioni nel Vietnam. Nella prima i Francesi cercarono di reagire con immediatezza con grandi operazioni combinate offensive per cercare una rapida soluzione del conflitto. Non ci riuscirono perché mancava l'esercito regolare nemico da agganciare e battere. Nella seconda fase si raggiunse l'equilibrio delle forze ed i Francesi si orientarono ad una campagna difensiva a lunga durata affiancando all'azione militare anche l'azione sociale, economica e psicologica, cercando cioè non solamente una soluzione militare del conflitto ma anche una soluzione politica interna. Di contro i guerriglieri, in questa fase, cercarono di sabotare con ogni mezzo i tentativi francesi di instaurare una efficiente e comprensiva amministrazione locale, di dare una ripresa economica al Paese, di pacificare la popolazione. Nella terza fase inizia la controffensiva del Vietminh, con operazioni mobili affidate a consistenti unità regolari, ormai ben addestrate e regolarmente rifornite di armi, anche pesanti, dalla Cina comunista. Il comando francese nel 1953 condusse la sua ultima violenta reazione, nella speranza di dare il colpo di grazia all'avversario. Il 1953 è l'anno della ripresa francese che si era preparata anche costituendo speciali reparti di controguerriglia per operare secondo gli stessi sistemi dei guerriglieri, con imboscate e colpi di mano nelle zone del Vietminh. Le operazioni principali che i Francesi condussero furono le

 

seguenti:

 

— attacco a Langson, il 17 luglio 1953, con due battaglioni paracadutisti lanciati nelle retrovie nemiche, per distruggere depositi e magaz-

 

zini, Assolto il compito i reparti ripiegarono sulla costa ove si reimbarcarono su una forza navale d'intervento;

 

— attacco contro i villaggi fortificati della costa nella zona centrale del Vietnam, il 28 luglio 1953. Furono lanciati due battaglioni di paracadutisti che vennero poi seguiti da dieci battaglioni di fanteria, da tre gruppi anfibi e da due commandos della marina;

 

— altri attacchi concomitanti, dal 16 agosto al 22 settembre, affidati a diciassette battaglioni di fanteria, sei gruppi di artiglieria, due gruppi navali, un battaglione del genio;

 

— attacco a sud del Delta, nella direzione di Phu Nho Quan, contro la 320 divisione Vietminh, condotto da sei gruppi mobili e da battaglioni anfibi.

 

Il comando francese cercò sempre, in ogni occasione, di agganciare le formazioni regolari avversarie in quanto confidava in una sicura vittoria conseguente dalla sua superiorità in mezzi terrestri ed aerei e in una più esperimentata condotta della battaglia terrestre nei riguardi del nemico. Questo suo tentativo è all'origine anche della decisiva battaglia di Dien Bien Phu. In quella località infatti i Francesi prevedevano di agganciare e distruggere 2 divisioni nemiche. Furono invece 12.000 Francesi ad essere agganciati da 40.000 Vietnamiti, cioè da 5 divisioni avversarie. All'origine dell'insuccesso troviamo la deficiente organizzazione informativa francese. Si prevedevano 2 divisioni e ne apparvero 5. Era stato valutato che le 2 divisioni non avrebbero potuto battersi per più di 8 giorni e combatterono, le 5, per due mesi. Vi fu la sorpresa dell'artiglieria media e pesante nemica. Ben 350 cannoni, inattesi, e lancia razzi sovietici contro 60 cannoni francesi. Si sperava nella impossibilità del rifornimento logistico delle forze nemiche e queste vennero alimentate per due mesi, da carovane di portatori che superavano percorsi di 300 Km e contro le quali ben poco poteva l'intervento aereo. Di contro i Francesi dovettero paracadutare 200 tonnellate di rifornimenti al giorno, essendo impossibile inviare materiali e viveri alle loro forze lungo le vie di comunicazioni terrestri completamente controllate dalla guerriglia. In questa ultima fase quindi la guerriglia svolse il suo ruolo classico di fiancheggiamento delle forze regolari, mentre nella prima fase fu l'unica protagonista della lotta e nella fase intermedia fu la creatrice, dal suo seno, dell'armata regolare. Il processo di sviluppo che abbiamo già visto nella introduzione trovò anche qui la sua applicazione integrale.

 

 

CONCLUSIONI

 

La sensazione precisa dell'asprezza della lotta è data dalle perdite. I Francesi lasciarono in Indocina 107.000 uomini e 16.293 prigionieri. Le perdite fra i quadri, contro i quali si rivolge in combattimento, nell'agguato e nel terrorismo, l'attenzione del combattente guerrigliero, furono le seguenti: 3 generali, 27 colonnelli e tenenti colonnelli, 75 maggiori, 450 capitani, 1500 tenenti e sottotenenti, 5.500 sottufficiali. Nella parte avversa si ebbero, dal 1945 al 1954, 230.000 caduti, 240.000 prigionieri, 400.000 feriti. Queste le perdite inflitte in ambo i campi da una guerra di guerriglia. I Francesi avrebbero potuto vincere se avessero avuto il pieno appoggio della Madrepatria e degli alleati occidentali. I loro sforzi militari, ingenti ed apprezzabili, furono frustrati da un avversario valoroso, esperto, da un ambiente naturale decisamente ostile all'impiego di quel tipo di forze delle quali essi disponevano. È interessante riportare qui quello che disse il sociologo francese Raoul Girardet in una sua prolusione all'Accademia Francese di Scienze Morali e Politiche: « l'esercito francese ebbe la tragica sensazione di trovarsi di fronte ad un avversario sconosciuto e che non riusciva a vincere nonostante la sua indiscutibile superiorità materiale perché quell'avversario impostava la lotta su di un piano sul quale l'Esercito non riusciva a controbatterlo, il piano della "guerra tra le masse ", secondo l'espressione ormai largamente nota di Mao Tse-tung. Occorre cioè capire che l'obiettivo essenziale della lotta non è più costituito dal possesso del territorio

 

e dal controllo del campo di battaglia, ma dalla conquista delle masse. Per ottenere questo risultato l'avversario adottava in Indocina tecniche rigorosamente definite e di grande efficacia: "azione psicologica" scientificamente condotta, terrorismo sistematico, deliberato svuotamento delle strutture sociali esistenti, organizzazione delle "gerarchie parallele" che si sostituivano gradualmente a quelle legalmente esistenti e che inglobavano la popolazione in una rete dalle maglie sempre più strette. L'Esercito francese era costretto a constatare che in una tale lotta l'azione militare propriamente detta doveva cedere il passo a talune forme di propaganda, alla ricerca e allo sfruttamento delle informazioni tanto politiche quanto operative, all'azione poliziesca, al contatto con la popolazione, all'azione sociale ed economica. Scopriva che questa guerra esigeva che i suoi combattenti fossero non solo tecnici nell'uso delle forze armate, ma anche e soprattutto agitatori politici, sindacalisti, capi partigiani. Le qualità ed i metodi del militante risultavano più efficaci che quelli del militare per ottenere la vittoria finale ».

 

In conclusione la guerra rivoluzionaria condotta da un Paese arretrato e povero, con il suo strumento operativo, la guerriglia, ebbe ragione di un Paese evoluto e ricco. Però ci vollero, e lo ribadisco, ben nove anni per arrivare al successo.

 

È interessante soffermarsi sulla conseguenza più importante, con trascendenza internazionale e destinata ad influire sull'orientamento dei Paesi occidentali o anticomunisti, che si ricava dal conflitto franco-indocinese. I Francesi, che condussero con fortuna e con esperienza la resistenza antinazista in Francia, non furono altrettanto fortunati e capaci nel condurre la contro resistenza in Indocina. Furono, però, i primi a rendersi conto che la « guerriglia » non va più vista come fenomeno militare a sé stante ma inquadrata in un ambiente assai più ampio, come parte, e sovente neppure la più importante, della « guerra rivoluzionaria ». Per la prima volta, ai nostri giorni, l'azione psicologica acquista in questa forma di lotta un rilievo di primissimo piano, non più collaterale delle azioni belliche, ma sovente principale o ispirante le stesse.

 

Molti ufficiali francesi erano stati sottoposti a misure di rieducazione nei campi di prigionia dei Vietminh e rimasero impressionati dalle tecniche e dalla feroce convinzione dei loro rieducatori. Altri furono testimoni o presero parte ad operazioni di guerra psicologica. Allorché, dopo il 1950, i Francesi cercarono di risolvere il conflitto anche sul piano sociale-economico, molti ufficiali rivestirono autorità non solamente militare ma anche politica, con la responsabilità di organizzare l'autodifesa della popolazione, l'amministrazione dei distretti, attività, queste, nelle quali la persuasione e la propaganda rivestivano un ruolo predominante. La perdita dell'Indocina fu la causa immediata che diede inizio, fra i Francesi, allo studio delle tecniche della guerra rivoluzionaria, svelando al mondo un aspetto della lotta comunista che era stato sino allora pressoché ignorato o, per lo meno, sottovalutato. Fece capire che contro un nemico politicamente assai ben indottrinato, combattente sul proprio territorio, erano insufficienti i metodi classici della repressione coloniale. Inoltre molti quadri delle forze armate francesi furono attirati fortemente dai concetti di Mao sulla funzione politica dei militari, sul compito dell'esercito come strumento di propaganda e come scuola preparatoria per i futuri ufficiali ed amministratori. Si convinsero che nelle guerre coloniali le popolazioni non potevano più essere ignorate e che, con la persuasione o con la coercizione, dovevano essere attirate e coinvolte dalla, propria parte. In sostanza, da quel momento, il mondo occidentale cominciò a vedere la guerriglia non più come fenomeno a sé stante ma inclusa in più ampio quadro sovvertitore e rivoluzionario, non più affrontabile con le sole operazioni militari ma anche mediante provvedimenti psicologici, sociali, economici, inquadrati in una più vasta visione della lotta ideologica e politica in atto fra i due blocchi. Le conseguenze, oltre che nei provvedimenti immediati di carattere operativo, le individuiamo anche nella fioritura di una copiosissima letteratura che analizza il fenomeno e che comincia a divulgare nel mondo occidentale le tecniche ed i procedimenti della guerra rivoluzionaria e di quella sovversiva, delle quali fa parte la guerriglia.

 

 

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Ma al di fuori di quello che si dice su questa guerra ecc. ecc., volevo sapere se esiste una medaglia militare americana per l'intera campagna di guerra del Vietnam che và dal 1964/1975 , quasi 11 anni di guerra, magari un soldato che si è fatta tutta la campagna del Vietnam , senza essersi mai ferito in modo grave , se la sarà pur beccata .

Voi sapete qualcosa a riguardo ?

Edited by andreoso

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Ma al di fuori di quello che si dice su questa guerra ecc. ecc., volevo sapere se esiste una medaglia militare americana per l'intera campagna di guerra del Vietnam che và dal 1964/1975 , quasi 11 anni di guerra, magari un soldato che si è fatta tutta la campagna del Vietnam , senza essersi mai ferito in modo grave , se la sarà pur beccata .

Voi sapete qualcosa a riguardo ?

ce ne sono molte, tuttavia, al momento non posso essere più preciso.

 

p.s. ingenere, le medaglie si danno soprattutto a chi si fa male.

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Ma al di fuori di quello che si dice su questa guerra ecc. ecc., volevo sapere se esiste una medaglia militare americana per l'intera campagna di guerra del Vietnam che và dal 1964/1975 , quasi 11 anni di guerra, magari un soldato che si è fatta tutta la campagna del Vietnam , senza essersi mai ferito in modo grave , se la sarà pur beccata .

Voi sapete qualcosa a riguardo ?

 

Vietnam Service Medal

http://www.history.navy.mil/medals/vsn.htm

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p.s. ingenere, le medaglie si danno soprattutto a chi si fa male.

 

e le medaglie più importanti si danno a chi ci alscia le penne!

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Guest intruder
e le medaglie più importanti si danno a chi ci alscia le penne!

 

 

Non necessariamente.

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se non sbaglio la medaglia USA più importante è la Medal of Honor

 

Medalsofhonor2.jpg

 

rispettivamente dell'U.S. Army . U.S. Navy/Marines . USAF

 

poi ci sono altre come la Purple Heart data a chi è stato ferito in azione,la silver star e altre che si danno ma sono individuali per arma come la Air Force Cross etc...

Edited by dogfighter

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Guest Peppe

Ragazzi su La7 ad atlantide c'è un interessante documentario iun corso, magari guardatelo e poi lo commentiamo ;)

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Guest intruder

Il documentario me lo sono perso, guardo pochissimo la televisione e quasi esclusivamente CNN, Fox News, e roba del genere. Quindi non ho idea di cosa parlasse il documentario in questione. Com'è andata?

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Guest galland

L’ennesimo articolo di Storia Illustrata che vado a pubblicare presenta il conflitto indocinese sotto una luce particolare: quella geopolitica del Mekong e dei popoli che vivono lungo le sue rive. E’ passato meno di mezzo secolo eppure sembra di affacciarsi su un abisso, la realtà arcaica di case su palafitte, barche di bambù, bonzi paludati di vesti arancioni, donne che filano con vetusti arcolai, baldacchini funebri sembra appartenere ad un mondo distante nello spazio e nel tempo anni luce.

 

Eppure ci si sbaglierebbe a credere che questo oriente, questo mondo all’apparenza arcaico e immobile non abbia rapporto con quello attuale . A ben vedere sono proprio le capacità collettive di quei popoli ad aver permesso la straordinaria capacità di crescita economica e industriale che fa dell’estremo oriente una delle aree dove si scrive una parte importante del destino della terra.

 

 

mekong5ih4.jpg

 

La copertina di “Storia Illustrata” del luglio 1962. Nella foto il baldacchino eretto a Luang Prabang nel 1960 per le esequie del Re Suvanna Phong. Le spoglie sono contenute nell’urna visibile tra le tende del baldacchino.

 

 

Il Mekong e l'Indocina

 

IL FIUME DELL'OPPIO E DELLA RIVOLUZIONE

 

 

Bonzi buddisti del Laos, partigiani vietnamiti, venditori ambulanti della Cambogia, miseri pescatori e temerari guerriglieri convivono lungo le rive bagnate dal Mekong: un fiume che fa da frontiera tra quattro Paesi e che trasporta sulle sue acque lo stesso carico di miserie.

 

 

Che gran fiume il Mekong! Da quando i primi abitanti della regione, i Ciampa e i Kmer, cominciarono a solcarne le acque, a quando i Thais conquistarono e colonizzarono tutta l'Indocina, da quando lo vide Marco Polo giunto con un'ambasceria del Gran Cane, come narra nel Milione, sino all'Amu e al Caugigu, cioè il Tonkino e il Laos, a quando i francesi furono sconfitti a Dien Bien Phu, il Mekong è sempre stato al centro di tutti i più grandi eventi del sud-est asiatico. Anche oggi sullo sfondo delle ricorrenti crisi del Vietnam o del Laos c'è solo e soltanto il Mekong. È proprio lungo questo fiume che si sviluppa la crisi dell'Indocina; è tra le sue sponde che comunismo e antico comunismo giocano a braccio di ferro; è di qua e di là delle sue rive fangose che si battono America e Cina; è soltanto per il possesso della sua "linea" che il Pentagono ogni anno versa milioni e milioni di dollari in aiuti in Cambogia, Tailandia; Vietnam del Sud, Laos, e che Pechino e Hanoi spediscono di qua e di là delle sue tortuose sponde centinaia di guerriglieri. Dietro tutte le crisi, i colpi di stato, le rivoluzioni che periodicamente scuotono la penisola indocinese c'è il Mekong, dove oggi come ieri si gioca tanto del destino di questa parte del mondo.

 

mekongra4.jpg

 

Il Mekong visto dall’aereo,in una pianura meridionale del Sud Vietnam. Gli aerei che volano sull’Indocina orientano la propria rotta seguendo a vista il maestoso corso del fiume, lungo 4500 km.

 

Questo fiume, culla di una secolare civiltà,antico crocevia delle comunicazioni fra Oriente e Occidente, per il sud-est asiatico è tutto. Gli aerei che da Saigon vanno a Vientiane, privi come sono di assistenza da parte di aeroporti, volano seguendo a vista il suo corso. Quelli che da Bangkok vanno a Luang Prabang, o da Angkor a Pnom Penh sanno di essere arrivati solo quando avvistano le sue lutulente acque. Basta guardare una carta della zona per accorgersi cosa significa Mekong: tutte le principali città sorgono sulle sue sponde. Le altre città importanti si troveranno solo sulle coste dei mare. Nella pianura le risaie verdeggiano soltanto per il Mekong. E se le risaie verdeggiano vuol dire che non vi sarà carestia. Lungo il Mekong sorgono i più grandi templi della regione. È nel suo bacino che è nata Bangkok, la radiosa, la più bella città dell'Asia.

 

Conosco tutti i fiumi delI'Asia, il lento e poetico Gange pieno di miti e di echi religiosi, il Bramaputra, l'Hirawaddy misterioso e torbido, il Fiume Azzurro e il Fiume Giallo così potenti, sterminati e così densi di storia, ma a nessuno d'essi il Mekong è paragonabile.

 

il più solitario e il più umile, ma forse il più umano, dì tutti i grandi corsi d'acqua d'Asia.

 

I templi che sorgono sulle sue rive non sono spettacolari come quelli di Benares, nelle sue acque non si celebrano tante feste religiose come in quelle del Gange o del Bramaputra, sui suoi flutti non scorrono milioni "e milioni di piccole zattere di sughero su cui la pietà ha posato una goccia d'olio e uno stoppino acceso (la fiammella tremula che cavalca le onde, milioni di fiammelle che di sera avanzano a chiazze, uno spettacolo indimenticabile), nessuno ne beve l'acqua per santificarsi, ma nemmeno è feroce come i suoi confratelli. Le sue acque straripano sovente, ma non trascinano nei gorghi milioni e milioni di corpi. Anzi, simili in questo alle acque del Nilo, ritirandosi lasciano sulle terre uno strato fertilissimo di limo. Il Mekong non affascina per l'imponenza del suo volume d'acqua o per la sua forza, non colpisce la fantasia con la sua violenza, ma rapisce dolcemente lo spettatore.

 

Io ho un ricordo quasi fisico di questa sua conquista. E non perché mi sia buttato più volte nei suoi flutti durante alcuni torridi giorni d'estate: a Vientiane, Savannaketh o Saigon. Ma forse perché mi ha conquistato prima ,di tutto il suo paesaggio soporifero che par sempre sollevarsi e contrarsi nella lente d'aria calda e tremolante di vapori. Quel tremolio, misto agli odori più cupi, di segatura, di aceto, di pesce secco, di spezie e di fiori, non può mancare di inebriare, mentre il vento caldo e umido bagna i capelli e deposita uno strato di vapore sulle foglie e sui fiori.

 

Forse attrae soprattutto per gli spettacoli indimenticabili che offre. Il Mekong, la più grande via dell'Indocina, è come tutte le strade asiatiche un grande palcoscenico naturale. Lungo le sue rive fangose si ergono qua e là capanne su palafitte: una lenza indolente pende sempre nell'acqua. C'è sempre una barca piatta e sottile che l'attraversa. Un cappello tonchinese si erge sempre in mezzo alla sua corrente: una xilografia orientale. Ci son sempre dei bambini che si gettano dall'alto degli alberi nei suoi fangosi flutti. Son tanti i bambini in Indocina e pare che soltanto il Mekong i li sorvegli. Imparano a nuotare, a spidocchiarsi, a rubare, a pescare senza la madre, e senza di lei, a volte, muoiono. Ho attraversato diverse volte il Mekong su poveri traghetti; ho seguito dall'alto per chilometri e chilometri il suo corso e sempre la sua strana solitaria bellezza mi ha conquistato e legato dolcemente: come un sogno. Come la storia secolare delle sue origini avvolta nel mistero. Che è sempre fittissimo. Nessuno ancora oggi ha potuto esplorare le sue sorgenti.

 

 

Partigiani col carico d'oppio

 

Il Mekong nasce nel Tibet orientale a oltre tremila metri di altitudine dalle stesse nevi del Gange, del Bramaputra e dello Yang Tze Kiang e decine di esploratori hanno cercato di scoprire le sue origini senza riuscirvi. La storia delle loro imprese costituisce uno dei capitoli più appassionanti della storia di questo fiume, i cui quattromilacinquecento chilometri di percorso ne fanno il nono del mondo per lunghezza. La più epica e romantica è quella di Garnier che, arrivato con le prime truppe francesi nel 1862 in Indocina, qualche anno dopo vedendo per la prima volta il delta del fiume, rapito dalla tropicale bellezza del paesaggio, decideva di restare in Indocina e di organizzare una spedizione alle sorgenti del Mekong. Autorizzata da Napoleone III e guidata da Doupdart de Lagreè, la spedizione cominciava nel 1866 a risalire il fiume giungendo tra grandi difficoltà sino a Luang Prabang. Le immense e pericolose rapide consigliavano a questo punto il ritorno a Saigon, ma Garnier non accettava di abbandonare l'impresa. Malgrado le trombe d'aria dei monsoni, il calore soffocante, la giungla sempre più fitta, continuava il cammino.

 

Colpito dalla febbre, dopo aver delirato per settimane, una notte impazzì. Si alzò urlando e, prima che i compagni avessero il tempo di afferrarlo, si gettò nel Mekong. Quando lo ripescarono mezzo annegato aveva ripreso la ragione, ma soltanto a metà. Garnier ora credeva all'onnipotenza del fiume. Quando ne parlava si trasfigurava: era convinto fosse un Dio. Quando vi si bagnava si esaltava; quando lo vedeva si riempiva di fantasie. Ai suoi familiari scriveva: « L'Indocina è un paese benedetto, è il giardino dell'Eden di primo mattino ». I suoi portatori lo chiamavano il pazzo del fiume. E pazzesca si rivelava la sua impresa: oramai il fiume era soltanto un vorticoso canale di sessanta metri tagliato nella roccia di granito nero che scende a picco dalle montagne per oltre centocinquanta chilometri. Resosi conto della impossibilità di raggiungere via acqua il suo scopo, Garnier decideva di trovare le sorgenti del fiume via terra, tagliando più a nord la giungla e la montagna a tremila metri di altezza. Invece che alle fonti del Mekong arrivava però allo Yang Tze Kiang, dove finalmente abbandonava l'impresa.

 

Nemmeno Pavie, che ha compiuto il primo rilievo topografico della zona, riuscirà a raggiungere le sorgenti del Mekong, che dopo questo primo misterioso e vorticoso percorso si apre in ampie dolci curve ed entra nel Laos, dimentico della sua selvaggia passata furia. E diventa veramente il fiume dell'oblìo: migliaia e migliaia sono gli ettari irrigati dalle sue acque dove crescono i rossi papaveri. Il Mekong, si può dire, è il fiume dell'oppio. I tronchi di tek abbattuti dai boscaioli e gettati nelle sue acque che li trasportano più a sud, nascondono sempre nel loro interno pacchetti di oppio. Le barche che discendono portano soltanto oppio, la cui vendita e commercio sono liberi. Tutti in Indocina masticano e fumano oppio e i suoi prezzi sono ridicolmente bassi. Diecimila lire al chilo costa il migliore, in pasta: per un grammo, a Marsiglia non ne bastano quindicimila.

 

È lungo il corso del Mekong, una tortuosa e giallastra serpentina nel verde cupo della foresta, che viaggia l'oppio. Arriva fino a Luang Prabang da dove si disperde in mille e mille rivoli, soprattutto diretti nella Cina comunista. Sono spesso i guerriglieri che scortano e proteggono i grossi carichi destinati ai contrabbandieri e che li accompagnano per centinaia di chilometri nell'interno, fino al confine dove vengono presi in custodia da altri militari che li porteranno ad Hanoi o a Canton. Nell'Ottocento l'Inghilterra avvelenò la Cina con l'oppio, di cui permetteva il commercio: oggi è la Cina che si vendica cercando di avvelenare l'Occidente. Dalla Cina l'oppio per mille e mille sotterranei canali arriverà dovunque...

 

È come se lo spirito del Mekong toccasse tutto il mondo, portando ovunque l'oblio, la rassegnazione, la fatalità e l'indifferenza, che in queste popolazioni non sono però soltanto effetto della droga. Ho scritto che il Mekong conquista dolcemente l'anima. Sono i suoi paesaggi umani: è la . gente che abita il suo immenso bacino, milioni di uomini frutto più tipico di due grandi civiltà qui confluite attraverso i secoli: la cinese e l'indiana. In un colpo di genio un geografo francese, Malte Brun, più di un secolo fa, puntualizzò questo risultato dando a tutta la penisola, che pare cadere come un frutto tropicale dal continente asiatico, il suo vero nome: Indocina. Qui infatti per secoli Cina e India si sono incontrate fisicamente e spiritualmente. La Cina vi lasciò l'organizzazione, l'India il suo spirito. Da una parte Confucio e Lao Tsé, dall'altra Budda. Entrambi si imposero: ma Budda forse ha prevalso. La storia del Mekong è quindi soprattutto la storia dell'avventura di una delle più grandi correnti del pensiero orientale, del buddismo, che da semplice tecnica di igiene spirituale all'origine, negante Dio e l'anima, è diventata una delle più grandi chiese e una dottrina che ha permeato del suo spirito milioni di uomini, rendendoli dolci e tolleranti: un buddista non versa mai sangue.

 

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L’offerta di riso ai bonzi di Vientiane. Ogni mattina, di buon’ora, dai vari templi della città, i monaci escono per raccogliere le tradizionali offerte votive dei fedeli. Al loro avvicinarsi le donne si inginocchiano e a testa bassa versano una porzione di riso bollito nelle ciotole o nelle sacche di tela che i bonzi portano sotto la tunica.

 

Son cinquecento milioni oggi i buddisti sulla terra: i più ortodossi forse sono questi che abitano nel bacino del Mekong, toccati dalla predicazione del Budda, la cui dottrina traversò l'Asia da est a ovest proprio nel momento in cui in altre parti del mondo fiorivano le non meno importanti dottrine dei contemporanei Confucio, Lao Tsè e Pitagora, da cui egli differisce profondamente. Buddha non vuole spiegare il mondo, ma vuol trovare un rimedio alla sofferenza. E le sue parole non mancano di toccare le popolazioni che abitano nel bacino del Mekong. "Non fare del ,male a nessuno: uomo, animale o pianta. Sii puro, onesto, dolce, dritto, vero, ricco di compassione. In questo mondo della temporaneità, sii temporaneo. Passa con ciò che passa. Oblia tutto, dà tutto. C'è solo un male da cui nascono tutti i mali: l'ignoranza. Conosciti e conserverai la serenità, la pace, la gioia, il nirvana che è l'estinzione del tuo desiderio".

 

Due vie, dice ancora il buddismo, ha l'uomo: o il sentiero della gloria o, cosa ancor più difficile, il rifiuto dei desideri. È questa ultima via che Laosiani e Confuciani hanno scelto da secoli, conformando a questa idealità tutta la loro vita pratica. "Perché dovremmo desiderare qualcosa?" mi disse un giorno un bonzo a Vientiane. "Non è sulla Luna che vogliamo arrivare, ma alla serenità, aggiunse.

 

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SOLDATI del Sud Vietnam a bordo di una motovedetta sul Mekong. Queste imbarcazioni blindate percorrono il fiume per proteggere il territorio da eventuali incursioni di guerriglieri comunisti. Spesso i vietnamiti del Nord attaccano le posizioni dei sudisti, incendiano piantagioni di gomma e si spingono fino a pochi chilometri da Saigon. L'equipaggiamento dell'Armata del Sud è di tipo americano.

 

Parole abbastanza comuni, ma che a Vientiane, in questo mondo asiatico pieno di fermenti e contrasti, acquistano un particolare significato. Forse perché nessun popolo sulla terra è dolce quanto il laosiano, impregnato di uno spirito- di rinuncia che ne fa un eccezionale esempio di buon selvaggio roussoiano, quale mai m'è capitato di trovare girando per il mondo. Remissivo, pauroso, mite, considera la terra come una grande chiesa. Eccolo salutarti: le mani giunte al petto, inchinando il capo e il ginocchio destro dice "sambai!" ovvero salute. Non chiede nulla, non vuol nulla. Un vecchio australiano che abita da trenta anni a Vientiane mi raccontava che mai gli è capitato di assistere a un litigio. Un funzionario francese che lavora al Ministero di Grazia e Giustizia un giorno mi disse che mai, come giudice, aveva avuto un gran da fare: in venti anni, sì e no due casi di omicidio o rapina. Un popolo, in definitiva, che non ama le armi, pacifico, che non vuol nulla, che si accontenta di quello che ha, e che almeno per tre mesi della sua vita fa il bonzo. Vientiane è piena di bonzi. Su una popolazione di circa sessantamila anime, oltre 15 mila sono bonzi. Vientiane, Luang Prabang, Savannaketh più che città sono enormi conventi buddisti. I bonzi sono ovunque e li si incontra a tutte le ore e in tutti i luoghi. Ce ne sono di vecchissimi, di maturi, di giovani, di fanciulli. Silenziosi, discreti, sempre assorti, quando passano sotto il sole con l'ombrello nero aperto, ed è un oggetto che li rende grotteschi in questa cornice naturale, paiono sfiorare la terra. È il modo di camminare a piedi nudi, velocemente, a brevi passi e di ergersi sul busto.

 

 

E dolci offerti alla Luna

 

Bonzo a Vientiane, come in ogni altra contrada buddista, può diventare chiunque e per un tempo indeterminato. Per tre giorni, sei mesi, un anno, cinque, dieci o tutta la vita. Uno decide di ritirarsi per qualche tempo a meditare e lo fa. Entra in un tempio, chiede la tonsura, cioè la rapatura a zero del cranio, indossa la tunica gialla ed eccolo bonzo, il che significa che ha scelto per il futuro la condotta da tenere su questa terra. La più spirituale di tutte.

 

Ricorderò sempre il giovedì di un lontano settembre in cui assistetti alla festa della Luna. È una delle più importanti e significative. Alla sera tutti vanno a vederla e a pregarla, con Budda, affinché il tempo sia sempre propizio e i campi fertili. Lungo le rive fangose del Mekong folle inginocchiate pregano col volto rivolto all'astro, mentre nei templi i bonzi ripetono al suono di mille sonagli, al battere di tamburi e tra il fumo dell'incenso, antichissime preghiere. Anche per la strada la Luna è festeggiata: davanti a ogni casa, capanna, negozio, anche il più piccolo e miserabile, c'è un tavolino. Al centro sono frutta, fiori, dolci, vivande circondati da corone di bastoncini di incenso e candeline. Le offerte sono per Budda e la Luna, che qui conservano e conserveranno per molto tempo ancora il loro fascino romantico. E non solo per i Laosiani.

 

La Tailandia è chiamata da secoli il paese di Budda vivente. Già nei terzo secolo avanti Cristo, ai tempi dell'imperatore Ashoka, il Buddismo era la religione di stato: oggi sono 18.146 le pagode aperte alla pietà religiosa del tailandese. Ogni cittadino al termine dei suoi studi o prima di iniziare il servizio militare si ritira per cento giorni in un tempio e indossa la gialla tunica del bonzo. Come nel Laos.

 

Diventato da qualche anno confine naturale per più di mille chilometri tra il Laos e la Tailandia, il Mekong non ha quindi mai separato i due stati, ma li ha uniti. Scarse sono infatti le differenze di cultura tra i due popoli: più di rilievo quelle storico-politiche. La Tailandia (paese di uomini liberi è la traduzione letterale della parola) è l'unico paese dell'Indocina che non abbia conosciuto la colonizzazione. Nemmeno nel lontano II secolo a.C. (cui risalgono le prime notizie documentate da fonti sulla complicata storia dell'Indocina) quando i Ciam, un popolo indigeno, fondava nell'attuale Vietnam del Sud un impero che, pur subendo largamente l'influsso dello spirito indiano, non mancava di avere periodi di grande splendore. Nemmeno nei secoli successivi la Tailandia veniva conquistata dai Kmer, popolo indigeno abitante nell'attuale Cambogia che ha lasciato del suo passaggio e della sua civiltà i fantastici templi di Angkor, rovine solenni e maestose che risalgono all'VIII secolo d.C. Anzi, mentre i Ciam venivano vinti dagli Annamiti, i Thais o Siamesi soggiogavano i Kmer, invadendo la Cambogia e dando inizio a un confuso periodo di lotte soprattutto contro la Cina, da cui tutta la penisola era influenzata culturalmente e politicamente. Ma non nella religione, come dimostreranno i primi viaggiatori europei, affacciatisi, se si eccettua la leggendaria ambasceria di Marco Polo, nell'Indocina soltanto nel XVI secolo. Commercianti prima, missionari poi, quindi spedizioni armate di spagnoli (1598), olandesi (1604), inglesi (1612), danesi (1621).

 

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Un villaggio nei pressi di Saigon, in pieno delta. Qui il fiume si allarga fino ad assumere l'aspetto di un lago. Oggi, alla miseria tradizionale che travaglia questi pescatori, si sono aggiunti i pericoli della guerra contro il Vietnam settentrionale (Repubblica Popolare del Vietrninh) che sull'esempio cinese intende integrare l'intero, territorio nazionale. Da parte sua il Vietnam del Sud, retto da una repubblica liberale, si batte per mantenere la propria indipendenza e autonomia.

 

Le scarse testimonianze scritte di questi viaggi parlano concordi della stupefacente bellezza del paesaggio e del Mekong, di questo straordinario fiume sempre brulicante di chiatte, piroghe, sampan, imbarcazioni di ogni genere. Non credo che da allora l'aspetto del paese e del fiume sia molto mutato. La vegetazione intorno è sempre la stessa: i campi di riso dominano incontrastati, alternati a modeste colture di miglio, cotone e tabacco, mentre le grandi foreste tropicali alzano al cielo i loro rami giganteschi che non perdono le foglie in nessuna stagione dell'anno. Il sole non brilla mai violento e feroce, ma filtra attraverso nuvole grige in continua corsa per i cieli. L'aria calda e umida avvolge ogni cosa in una atmosfera ovattata, che ben si addice a questa umanità eterogenea e semplice, dolce e gentile. Non dimenticherò mai quel mercato di Pnom Penh, che si apre lungo le rive del fiume e quella vecchia che mi offriva il suo oppio e le sue mercanzie. Aveva le labbra, le gengive e i denti neri per il betel che continuava a masticare. Tra le ginocchia teneva un fucilone ad avancarica coperto da una piccola pelle di pantera, davanti a sé una cassetta di legno dove era tutta la sua mercanzia: una decina di cipolle, sette carote, tre noci di cocco e, sotto due larghe foglie, una coppa da spumante colma di pasta marrone: l'oppio.

 

 

Il menù cinese: 372 piatti

 

Attorno a lei mi guardavano decine di donne denutrite con in braccio il loro ultimo nato. Dalle acconciature riconoscevo il loro stato civile: le nubili, le sposate, le vedove. Le vergini portano i capelli sciolti, lunghi. Il capo rasato indica la vedovanza. Avevo davanti un campionario di dolorosa, semplice eppur attraente umanità del Mekong. Gente che vive nella più assoluta indigenza e povertà al di là del mondo e di ogni desiderio, lontano dalla civiltà e da tutto ciò che attira noi. America, Inghilterra, Francia, nonostante le guerre, le missioni religiose e culturali, tecniche e mediche non sono riuscite a smuovere queste popolazioni. Londra o Milano qui sono assai più lontane dei chilometri che realmente separano questo lembo d'Asia dall'Europa. Un giorno presentai all'ufficio postale di Kratié un telegramma diretto a un amico a Saigon. Dopo aver compilato il modulo mi sentii dire cheper Ia spedizione lo dovevan mandare a Pnom Penh per lettera. Soltanto per fare quel breve tratto ci sarebbero voluti dieci giorni.

 

Che importanza può avere iI tempo per questa gente? Gli anni e i secoli sono passati su di loro senza mutarli, come le onde del Mekong che da secoli corre dal Tibet al mare in un eterno cammino senza sosta. Dopo aver bagnato Luang Prabang, Vientiane, Takhet, Savannaketh, Kemmara, Paksé, Stung Treng, Kratié, Pnom Penh, la capitale della Cambogia, giunge al suo delta e a Saigon, la più grande città dell'Indocina, la capitale del Vietnam del Sud, la città che Pierre Loti amò e che è oggi forse, non soltanto per la presenza di Cholon, sobborgo brulicante di cinesi, la città più cinese di tutta l'Indocina. Da duemila anni gli abitanti di quello che fu il Celeste Impero scendono come un fiume invisibile verso queste terre fertilissime, un'immensa risaia di 22 mila Kmq. Hanno portato qui i loro usi e costumi: 400 mila cinesi vivono a Cholon come vivrebbero a Kowloon o a Sciangai, giorno e notte in un'eterna atmosfera di festa per le strade illuminate e pavesate di bandierine, con le botteghe sempre aperte, tra gli urli della radio e gli odori di fritto, in un andirivieni senza sosta, che a mezzanotte pare aumentare ancora di intensità. L'occidentale sbalordito esce da un ristorante, dove gli sono stati offerti i 372 piatti del menù cinese, per entrare in un cinema, esce dal cinema per entrare in un teatro o in un negozio dove si impegnano a fargli un vestito su misura in ventiquattr'ore.

 

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Una strada di Pnom Penh. Il manifesto cinematografico annuncia la proiezione di un film cinese sulla resistenza dei guerriglieri di Mao. La Cina comunista svolge un’intensa propaganda in Cambogia, paese che cerca di conservare una posizione di terza forza in Asia. La Cambogia è stata però la prima nazione a riconoscere nel settembre 1961 il Governo provvisorio algerino di Ferrhat Abbas, durante il congresso dei paesi neutralisti [Non Allineati] a Belgrado. La spinta rivoluzionaria trova in Cambogia un ostacolo nella casta sacerdotale.

 

In tutto il Vietnam il contatto con il pensiero, la civiltà e la prodigiosa attività cinese ha mutato i caratteri della popolazione indigena dando origine a un tipo d'uomo che è più cinese che indiano. Forse proprio per questa ragione fra tutti i popoli del bacino del Mekong i Vietnamiti sono oggi i più seguiti ed osservati dalle grandi potenze, perché qui la lotta tra comunismo ed anticomunismo è più violenta che negli altri stati del sud-est asiatico. Saigon è la posta in palio, per ora. Virtualmente accerchiata dalle truppe del Nord la città si difende con una politica d'austerità: chiuse le fumerie d'oppio, i night club, le case da gioco. Basterà tutto ciò per fermare l'avanzata delle truppe di Ho-Ci-Min, il vietnamita che ha studiato Marx a Parigi e ha fatto pratica di guerriglia nella Cina di Mao?

 

L'avvenire dell'Indocina riserva forse al mondo molte sorprese.

 

 

Corrado Pizzinelli

 

Edited by galland

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Guest intruder

Un Paese meraviglioso distrutto da una guerra insensata. Se nel tuo garage ci fosse Storia Illustrata del 1967, mi pare in Aprile, pubblicarono un altro bell'articolo sull'argomento (c'era un marine, in copertina, che sorvegliava dei contadini durante un rastrellamento, M14 e cartuccere incrociate sul petto se la memoria non mi gioca brutti scherzi data la non più verde età).

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Guest galland

Il numero è in mio possesso e l'articolo l'ho pubblicato in questa discussione (post nr.64).

Ho peraltro fatto razzia di Storia Illustrata su un banco a Porta Pia, pertanto arriverà altro materiale, d'ogni genere.

 

Mi scuso, infine, per aver postato le immagini in un formato eccessivamente esiguo per mio errore di caricamento sull'image hosting.

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Guest intruder

Sono io che mi scuso con te, avevo letto quel post, sotto c'è un mio commento anche se riferito ad altro. Ma non lo ricordavo più. AIUTOOOOO!!! Avete da consigliare qualche cura per l'Alzheimer?

 

Scherzi a parte, grazie per l'ottimo lavoro che fai, Gal, io non avrei la pazienza né ho l'archivio così ben fornito per farlo.

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Bellissimo post galland ... Sopratutto quando parla del mondo vietnamita e quel suo essere sospeso tra le culture.Sottolineo però che i vietnamiti hanno sempre mantenuto una fiera indipendenza culturale dalle popolazioni che di volta in volta hanno tentato di occuparlo... A volte son state prese le cose che si ritenevano buone ,ma in linea generale la cultura vietnamita non è assolutamente un sottoprodotto della cultura cinese.

Lo si vede dagli abiti tradizionali, dalla cucina e da tante espressioni della gente..

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Secondo me per gli u.s.a. e stata una sconfitta solo relativa,voglio dire che razza di vittoria e quella del vietnam del nord:hanno avuto un numero di morti infinitamente piu grande,dipendono solo dagli u.s.a......se questo e vincere preferisco peredere....

Quei soldati americani uccisi inoltre sono stati uccisi da una sporca guerriglia che giudico poco coraggiosa e vigliacca.....

Tutto questo pero non giustifica certamente il massacr di civili da parte deibombardamenti a tappeto....

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Guest intruder
Secondo me per gli u.s.a. e stata una sconfitta solo relativa,voglio dire che razza di vittoria e quella del vietnam del nord:hanno avuto un numero di morti infinitamente piu grande,dipendono solo dagli u.s.a......se questo e vincere preferisco peredere....

Quei soldati americani uccisi inoltre sono stati uccisi da una sporca guerriglia che giudico poco coraggiosa e vigliacca.....

Tutto questo pero non giustifica certamente il massacr di civili da parte deibombardamenti a tappeto....

 

Che la guerra sia sporca non devi venire tu a dircelo, cerca almeno di scrivere cose in maniera più coerente.

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