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VittorioVeneto

La storia segreta dello spionaggio sottomarino

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Il mare di Ohotsk

 

James Bradley sedeva all'interno dei lunghi corridoi color crema, ancora al quarto piano dell'Anello E del Pentagono dietro tre serie di porte chiuse, solo in quella serie di uffici. Era la fine del 1970, il quarto anno che Bradley passava là come direttore della guerra subacquea presso l'Office of Naval Intelligence.

Si stava occupando di ipotesi che rasentavano il fantastico: Bradley voleva spedire l'Halibut nel cuore di un mare sovietico alla ricerca di una preda vivente e al di là di ogni altra cosa che l'intelligence statunitense avesse mai tentato di carpire. Chiudendo gli occhi per un momento, poteva quasi vedere la sua preda: un cavo telefonico, un fascio di fili non più largo di dodici centimetri.

Bradley immaginava il cavo correre dalla base dei sottomarini lanciamissili sovietici di Petropavlovsk, sotto il mare di Ohotsk, e poi proseguiva, fino a raggiungere i cavi sulla terraferma che andavano al comando della flotta del Pacifico presso Vladivostok e di là fino a Mosca.

 

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Se il "pesce" dell'Halibut, con la sua fotocamera, fosse riuscito a trovare il cavo, se l'equipaggio avesse potuto metterlo sotto controllo, allora gli Stati Uniti avrebbero violato il cuore stesso dei segreti sovietici. Avrebbero potuto disporre di un orecchio aperto sui piani e sui fallimenti dei leader avversari, una forma di spionaggio che nessuna spia umana, e neppure i nuovissimi satelliti da sorveglianza che stazionavano alti sopra il Cremlino avrebbero potuto eguagliare.

Bradley poteva quasi ascoltare le parole che scorrevano lungo il cavo: analisi tecniche senza propaganda, misure delle capacità e dei problemi dei sottomarini sovietici, informazioni che potevano rendere più facile il loro inseguimento, piani tattici di pattugliamento che avrebbero portato quei sottomarini e i loro missili vicino alle coste statunitensi. Se avesse visto giusto forse gli americani avrebbero potuto persino captare le valutazioni formulate dagli stessi sovietici sui lanci sperimentali degli ICBM e dei missili lanciati da navi che cadevano sulla penisola della Kamčatka e nel Pacifico settentrionale, dopo le esercitazioni. Quel cavo poteva essere la porta per entrare nella mente stessa dei comandanti nemici.

Naturalmente i sovietici avrebbero subito considerato l'intrusione dell'Halibut nel mare di Ohotsk come un atto di pirateria: se il battello fosse stato scoperto, avrebbero tentato di abbordarlo o di distruggerlo, provocando un incidente internazionale che avrebbe potuto porre termine al delicato equilibrio delle mosse e contromosse sul cammino incerto della distensione.

C'era anche un'altra difficoltà, tutt'altro che trascurabile: Bradley non aveva alcuna prova che quel cavo esistesse davvero. Ma se anche fosse esistito, non c'era modo di sapere dove fosse posato sotto la distesa di oltre un milione e mezzo di chilometri quadrati del mare di Ohotsk. Persino Bradley si rendeva conto dell'aspetto ridicolo della situazione. Come avrebbe potuto presentare la sua idea ai pezzi grossi della Casa Bianca, tutti funzionari militari, dello spionaggio e del dipartimento di Stato, che avrebbero avuto l'ultima parola su un'operazione pe ricolosa come quella?

Però, per Bradley, era una operazione sensata. Dopo aver passato tanti anni a osservarli, gli uomini dell'intelligence americani sapevano che i funzionari della Difesa sovietici insistevano per ricevere rapporti regolari dagli uomini sul campo, e che codificavano scrupolosamente la maggior parte dei messaggi inviati via etere per impedirne l'intercettazione. Stando all'intuizione di Bradley, gli ammiragli e i generali sovietici dovevano essere però troppo autoritari e impazienti per affidarsi a un mare di crittografi già sovraccarichi per la mole immensa del loro lavoro. Gli ufficiali superiori sovietici dovevano aver preteso - e dovevano aver insistito per ottenerlo - un sistema di comunicazione semplice e immediato; e l'unico modo semplice e sicuro per parlare era tramite un sistema telefonico via cavo.

Qualsiasi linea telefonica sovietica tra il continente asiatico e la base dei sottomarini di Petropavlovsk avrebbe dovuto correre sotto il mare di Ohotsk. Dopotutto Petropavlovsk era un piccolo porto su quel mare, isolato nella penisola della Kamčatka e quasi nascosto tra antichi vulcani e foreste primordiali di betulle. Lo stesso mare di Ohotsk era semideserto, eccezion fatta per pochi pescherecci e qualche sottomarino impegnato nei test missilistici.

I sovietici dovevano considerarlo un mare sicuro, chiuso com'era tra l'insenatura della Kamčatka la costa orientale dell'Unione Sovietica: più o meno come la baia di Chesapeake che si insinua nella costa orientale degli USA. Per un sottomarino o una nave nemici l'accesso era possibile solo attraverso i canali stretti e bassi che separano tra loro le isole Curili, controllate dai sovietici. Tutti passaggi che avrebbero potuto essere facilmente bloccati in caso di allarme.

Ma se anche il cavo fosse stato proprio lì, come trovarlo? In quei chilometri e chilometri d'acqua, dove poteva essere quel cavo non più largo di una decina di centimetri?

Bradley liberò la sua mente da cartine e mappe, rimosse tutte le stime ufficiali, le riunioni, gli appunti, i briefing che sommergevano l'attività delle spie a Washington. Lasciò che gli si eludessero gli occhi e trovò una risposta affascinante nella sua semplicità e abbastanza strana da poter essere vera. Era sepolta nei suoi ricordi : quando era un ragazzino il giovane Bradley aveva cominciato a passare il tempo con i comandanti dei battelli a vapore, nella cabina di pilotaggio, e da lì poteva vedere una serie di segnali bianchi e neri piazzati in modo poco appariscente lungo la riva. Quasi tutti quei cartelli indicavano le distanze e le località. Ma ora ricordava che alcuni di essi indicavano: "Attraversamento cavi. Non gettare le ancore". Quei segnali erano stati posti per impedire a qualche idiota in barca di agganciare e spezzare un cavo telefonico o di altro genere steso sul fondale.

Gli occhi di Bradley si spalancarono di scatto non appena si rese conto che quanto era vero sul Mississippi poteva valere anche per il mare di Ohotsk. «Ecco come troveremo il cavo!» pensò. Ecco come avrebbero escogitato uno degli atti più audaci di telepirateria di tutta la guerra fredda. L'Halibut sarebbe andato a cercare direttamente i segnali piazzati da qualche parte su una spiaggia solitaria dell'Unione Sovietica con la scritta: "Stare alla larga! Cavo!".

Non era quello il modo tradizionale di pianificare le operazioni di intelligence a Washington, ma Bradley aveva sempre avuto una grande immaginazione, qualche volta forse eccessiva per la rigidità che spesso governava l'ambiente militare. Bradley aveva analizzato le mappe e studiato le carte delle basi e dei mari sovietici, per giungere in breve tempo alla conclusione che fossero tre i punti particolarmente promettenti, tre punti sulle mappe in cui le basi navali sovietiche erano separate da Mosca da grosse distese d'acqua: il mar Baltico, il mare di Barents e il mare di Ohotsk.

Di questi, solo il mare di Ohotsk era realmente deserto. Coperto da uno strato di ghiacci per nove mesi l'anno, quel mare era desolato e freddo come Petropavlovsk, dove i sottomarini nucleari e gli arsenali missilistici erano nascosti tra edifìci abbandonati da un secolo o forse più. Gli ufficiali della Marina sovietica avevano ricavato miseri alloggi nei poveri quadrati di cemento costruiti tra i rifugi della protezione civile e le antenne dei radar.

Prima che l'Halibut potesse navigare verso i fondali di Ohotsk, però, Bradley avrebbe dovuto procurarsi i finanziamenti e il sostegno politico necessari alla missione.

 

CONTINUA

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L'ufficio di Bradley era ancora la stanza da cui passavano tutte le missioni di spionaggio subacquee. Lui e il suo staff raccoglievano le liste dei desideri delle maggiori autorità politiche della National Security Agency, del Pentagono e della Casa Bianca. Toccava a Bradley organizzare le operazioni che dovevano soddisfare tali richieste: inseguimenti di sottomarini, osservazioni dei test missilistici, raccolte di segnali elettronici. Dopo di che Bradley doveva assegnare le missioni ai comandanti della flotta, che avevano ancora l'ultima parola sul se e dove mandare i loro sottomarini. Bradley aveva già fatto dozzine di viaggi a pearl Harbor, Norfolk e Yokosuka, in Giappone, per dare istruzioni e ricevere relazioni dai comandanti di sottomarini, e ne aveva guadagnato il rispetto e la fiducia. E poi l'audacia di quella missione di intercettazione del cavo avrebbe facilitato il compito di "piazzarla" presso i comandamenti.

Dal punto di vista sovietico ogni passo nel mare di Ohotsk costituiva una chiara violazione della legalità, anche se gli Stati Uniti consideravano aperta al traffico internazionale gran parte di quel bacino. Per di più la ricerca di segnali sulle spiag­ge sovietiche andava effettuata almeno in parte all'interno del limite delle tre miglia dalle coste sovietiche, riconosciute in­ternazionalmente come territorio nazionale. Nessuno al mon­do avrebbe potuto interpretare una gita dell’Halibut là dentro come qualcosa di diverso da una violazione della sovranità na­zionale.

Alla fine Bradley ottenne l’avvallo alla missione dopo un colloquio avvenuto nel 1971col generale Haigh , il vice di Henry Kissinger , segretario di stato , l’Halibut sarebbe andato nel mare di Ohotsk.

Alla fine dell'estate 1971 i lavori sull'Halibut erano quasi ul­timati. Oltre all'enorme gobba (la Bat-Caverna) che aveva ispi­rato la sua conversione in un cosiddetto battello per progetti speciali, sfoggiava anche un'altra sporgenza: un equipaggia­mento segreto e decisivo tanto ingegnosamente nascosto sulla sommità del ponte che la Marina ne magnificava orgogliosa­mente la presenza senza timore di una violazione del segreto.

I titoli dei quotidiani locali annunciavano il completamen­to di questa nuova aggiunta, affermando che la Marina aveva tolto la cortina di segreto che circondava l’Halibut. Quest'ulti­mo sarebbe stato, secondo i giornali, l'unità madre del primo veicolo per il salvataggio a grande profondità della Marina do­po l'incidente del Thresher. In realtà quella protuberanza non era affatto un DSRV, ma una camera di decompressione e di chiusura per i sommozzatori. Saldata sul ponte, avrebbe ospitato sommozzatori che dovevano cominciare a respirare la rniscela di gas sviluppata nel SeaLab preparandosi a uscire per lavorare sott'acqua.

 

 

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L'Halibut impiegò un mese nel suo viaggio verso Ohotsk. Qualunque altro sottomarino d'attacco avrebbe coperto quella distanza in meno di due settimane. Ma il vecchio reattore degli anni cinquanta non poteva arrivare a più di tredici nodi e il battello era ulteriormente rallentato dalla resistenza idrodinamica del falso DSRV trasportato sul dorso. Gran parte del viaggio fu compiuta arrancando furiosamente a dieci nodi, mentre l'Halibut procedeva lungo un ampio arco per seguire la curvatura terrestre. Portandosi a nord verso le isole Aleutine, poi a sud oltre lo stretto di Bering ghiacciato, oltre le unità di superficie sovietiche, raggiunse infine il mare di Ohotsk.

L'ingresso in quelle acque fu carico di tensione. L'equipaggio passò diverse ore a manovrare in un canale poco profondo probabilmente nella parte più settentrionale dell'arcipelago delle Curili, subito sotto l'estremità meridionale della Kamčatka

Da lì i marinai poterono vedere al periscopio un vulcano in eruzione, ma temevano di più la luce del sole: sarebbe bastato un solo riflesso sul periscopio e qualunque aereo o nave antisommergibile nelle vicinanze li avrebbe scoperti.

A quel punto capirono dove si trovavano. McNish , il comandante ,lo disse e disse anche che i sommozzatori sarebbero usciti nel corso della missione. Ma non disse nulla sui cavi. Il comandante dichiarò invece che l'Halibut si trovava là per trovare i pezzi di un nuovo e micidiale missile nave-nave sovietico. Solo McNish, i suoi ufficiali , i sommozzatori e pochi altri uomini tra quelli insigniti del titolo di "squadra per i progetti speciali" sapevano veramente cosa stavano per fare, quando il comandante ordinò di portare lentamente l'Halibut lungo la costa sovietica a periscopio alzato.

Ogni tre ore l'Halibut si spostava lungo un percorso a S, o tracciava una figura a otto, o si spostava su un lato o sull'altro, o girava in tondo. Tutto questo per dare un'occhiata agli angoli morti sugli schermi acustici, per accertarsi che nessun altro sottomarino li seguisse alle spalle.

La ricerca continuò per più di una settimana. Gli uomini non trovarono nulla, ma continuarono a guardare e a sperare. Poi finalmente lo videro, su una spiaggia nella parte più settentrionale del mare di Ohotsk: uno dei cartelli previsti da Bradley che segnalava ai distratti: "Non gettare le ancore. Cavo", o qualcosa del genere in russo.

McNish ordinò di far uscire un "pesce" dalla Bat-Caverna. Ormai il problema dei collegamenti video era stato risolto. Le immagini che arrivavano ai monitor del sottomarino erano ancora sgranate e di colore grigio, ma erano molto più nitide delle immagini sonar sulle quali si erano basati gli uomini che avevano cercato il Golf. Ormai gli addetti ai monitor potevano vedere perfino le sagome incerte dei granchi giganti di Ohotsk, anche se solo con le fotografie si potevano osservare i pesci più piccoli, le nubi di plancton luminescente, le piccole meduse che danzavano brillanti alla luce dei fari a incandescenza del ” pesce" meccanico. Tutto quanto si trovava a più di un metro dalle telecamere e dai fari, indipendentemente dalle sue dimensioni, spariva nell'acqua torbida: di colore verdemarrone scurito dal limo, appariva grigio sui monitor. Solo pochi uomini erano autorizzati a guardare i monitor, ma la novità perse rapidamente la sua attrattiva e i loro turni sembravano non avere mai fine, mentre stavano fermi per ore a esaminare gli schermi.

Poi la sabbia sembrò sollevarsi leggermente in una gobba lunga poche decine di centimetri sul fondo. La gobba scoparve per riapparire poco dopo: un breve tratto sulla sabbia, seguito da altri brevi tratti sulla sabbia. Dapprima gli uomini si chiesero se non stessero immaginando una linea spezzata nel grigio. Ma riapparve ancora e poi ancora: periodici innalzamenti grigi intercalati di quando in quando da sprazzi di nero. C'era qualcosa là fuori, qualcosa di quasi interamente sepolto sotto il limo sabbioso.

L'Halibut cominciò a seguire quella linea. Mentre le immagini video tremolavano sul monitor del sottomarino, il “pesce" scattava ventiquattro foto ogni secondo. Poi sarebbe stato recuperato e svuotato, quindi ricaricato e lanciato di nuovo. La pellicola prometteva immagini molto più chiare di quel video sgranato, ma il fotografo del battello non poteva sviluppare alcun rullo fino a quando, più tardi, l'Halibut non si fosse portato in prossimità della superficie, consentendo allo snorkel di buttare all'esterno i fumi tossici della camera oscura. Finalmente McNish diede l'ordine e l'Halibut risalì con il favore delle tenebre. Il fotografo cominciò a svolgere i rulli di pellicola girati dal "pesce", lavorando con l'ufficiale responsabile dei progetti speciali. In quell'angusta camera oscura i due uomini osservavano la formazione delle immagini. Là, in quelle fotografie a colori, si poteva vedere il cavo sovietico disteso sul fondo.

 

CONTINUA

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Bravi, me lo avete faatto ritornare in mente, era un bel pò che non lo leggevo..

 

mi è sempre piaciuto.. ogni tanto sembra un libro di Clancy , scritto tipo "siam Americani, siam Fighi, sam Potenti" perrò è fatto veramente bene..

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A quel punto l'equipaggio dell'Halibut doveva trovare una striscia di fondale piatto, un posto dove calare le due enormi ancore a forma di fungo poste a prua e a poppa.

 

 

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McNish cercava un posto ben al di fuori del limite delle tre miglia: non c'era nulla da guadagnare a rischiare proprio allora. Alla fine si sistemò su un sito nella parte settentrionale del mare di Ohotsk, a circa sessantacinque chilometri dalla costa occidentale della Kamčatka .

I marinai manovrarono il battello con delicatezza, facendolo scendere proprio sopra il cavo. Ci volle quasi un giorno per posizionare e ancorare il sottomarino.

I sommozzatori avevano atteso dentro il falso DSRV, respirando la miscela di elio e ossigeno per un po' di tempo e abituando i loro corpi all'aumento di pressione. Quindi si infilarono nelle mute di gomma, piuttosto abbondanti per lasciare lo spazio a tubi che correvano lungo le gambe, le braccia, fino alle mani e intorno al corpo. Una pompa situata a bordo sottomarino avrebbe spinto acqua calda attraverso i tubi non appena i sub avessero lasciato la camera, trasformando le mute in una sorta di coperte elettriche gommose e bagnate. L'acqua sarebbe filtrata attraverso piccoli fori nelle tubature, diffondendo il calore contro il gelo del mare di Ohotsk.

Era novembre e la temperatura dell'acqua era prossima al punto di congelamento.

I sommozzatori avevano anche avvolto dell'isolante sui loro ugelli del gas: non avrebbe avuto senso riscaldare i corpi se poi avessero dovuto respirare gas gelati. Controllarono molte volte i loro cordoni ombelicali, i fasci di cavi e tubi del diametro di cinque centimetri che fornivano la miscela di gas per la respirazione, i condotti dell'acqua calda e i collegamenti per le comunicazioni, l'energia e l'illuminazione.

Lungo il cordone correva un robusto cavo che non aveva nulla a che fare con la respirazione, le conversazioni o il riscaldamento: era il cavo d'emergenza, che sarebbe stato usato per tirarli a bordo dell'Halibut in caso di guai. L'unico altro margine di errore a loro disposizione era agganciato alle loro cinture, sotto forma di piccole bombole contenenti tre o quattro minuti d'aria d'emergenza: le loro bombole "torna a casa".

Alla fine gli uomini furono pronti a sgusciare fuori del boccaporto esterno. Nella camera di manovra McNish poteva vederli camminare come astronauti nello spazio. Illuminati a malapena dalle luci che portavano sui caschi, si aprivano un sentiero evanescente attraverso l'acqua scura in direzione del cavo.

 

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Giunti là, cominciarono a usare pistole ad aria compressa per soffiare via i detriti e la sabbia dal cavo. Una volta ripulitolo, i sub cominciarono ad attaccarvi il dispositivo d'ascolto, lungo circa un metro, contenente un registratore pieno di bobine di nastro magnetico. All'esterno del contenitore principale si trovava un cilindro contenente una batteria al litio. Un connettore separato era avvolto intorno al cavo per estrarne le parole e i dati che vi scorrevano. Il dispositivo di controllo funzionava secondo il principio dell'induzione: non c'era alcun bisogno di tagliare il cavo, né di rischiare un corto circuito per infiltrazioni d'acqua di mare.

All'interno del sottomarino l'equipaggio controllava le correnti marine, effettuando letture degli strumenti ogni quarto d'ora circa. L'Halibut oscillava agganciato alle ancore, mentre gli addetti ai timoni di profondità lavoravano instancabilmente per tenerlo livellato durante le ore in cui i sommozzatori lavoravano per collegare il dispositivo di registrazione al cavo. Una volta effettuato il collegamento, le spie raccolsero quello che sembrò un ricco campione di voci e trasmissioni di dati sovietici. Nulla, nella storia dell'Halibut, avrebbe lasciato supporre una tale facilità: avevano trovato il cavo senza neppure un inceppamento del sistema di traino del "pesce". La missione si era svolta così tranquillamente che molti, tra l'equipaggio rimasero fermamente convinti che il sottomarino si fosse imbattuto nel cavo per caso. Dopo tutto si erano sentiti dire che l'obiettivo di quel viaggio nel mare di Ohotsk era la raccolta di frammenti di missili sovietici. A quel punto, fedele alla parola, McNish fece virare l'Halibut e lo diresse verso un poligono sperimentale sovietico dove furono raccolti frammenti di missili da crociera di alcuni test. Poi l’Halibut si diresse a Mare Island: il sottomarino attraccò circa un mese dopo aver lasciato il mare di Ohotsk.

Prima che l'equipaggio fosse sbarcato, i nastri con le registrazioni ricavate dal cavo erano già in viaggio verso l'enorme complesso della National Security Agency di Fort George G. Meade. Quel complesso, situato a metà strada tra Washington e Baltimora era il luogo dove il dipartimento della Difesa mandava a docodificare e ad analizzare quasi tutte le registrazioni di informazioni elettroniche raccolte dai sottomarini e da altri mezzi di spionaggio. Protetti da tre fasce successive di filo spinato e barriere una delle quali elettrificata, giacevano sottoterra oltre due ettari di computer. Questi strumenti erano usati da alcuni dei più grandi matematici e scienziati del paese per decifrare i codici sovietici. C'erano anche migliaia di specialisti in lingua russa e di analisti che studiavano attentamente le comunicazioni decifrate. Il massiccio edificio delle operazioni era stato soprannominato "Anagram Inn": dietro i 6500 metri quadri delle sue finestre permanentemente sigillate i nastri magnetici dell'Halibut sarebbero stati ascoltati, riascoltati e giudicati per il loro contenuto.

Nel frattempo i frammenti dei missili furono inviati a un laboratorio segreto del dipartimento dell'Energia decentrato nel Pacifico nordoccidentale: une delle cosiddette installazioni "nere" , senza alcuna indicazione esterna del lavoro che vi si svolgeva. Là dentro, in una grande sala vuota, erano sistemate le ceste piene di frammenti di missili. Gli ingegneri li estraevano uno alla volta dalle ceste, disponendoli su una lunga tavola. Impiegarono mesi ma alla fine la tavola era piena: sei metri di rifiuti trasformati in una versione appiattita e spezzettata di un missile quasi completo; un puzzle lungo sei metri composto di pezzi raramente più grandi di quindici centimetri. Tuttavia in tutti quei mucchi e ceste, gli ingegneri non trovarono il dispositivo di guida a raggi infrarossi che la Marina voleva così disperatamente studiare. (Si pensò che i dispositivi potessero essere andati distrutti quando le ogive dei missili si erano schiantate contro i bersagli alla velocità di Mach 1 o Mach 1,5.) Ma trovarono l'altimetro radar e altri pezzi importantissimi di quel dispositivo, consentendo agli ingegneri statunitensi di tentare la realizzazione di una contromisura che facesse inabissare i missili da crociera sovietici nell'oceano senza provocare danni.

 

CONTINUA

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Frattanto dalla NSA erano giunte a Bradley voci sulle registrazioni dal cavo. La sua ipotesi era giusta: lungo quel cavo scorreva oro puro per i militari, sotto forma di conversazioni tra la base dei sottomarini e funzionari di alto livello della Marina sovietica, molte delle quali non cifrate o codificate in modo molto rudimentale.

Quella scoperta poneva la messa sotto controllo del cavo su un altro piano rispetto alla maggior parte dello spionaggio sulle comunicazioni intrapreso dagli Stati Uniti. La rete sempre più vasta di satelliti, aerei, stazioni d'ascolto e sottomarini spia aveva osservato e ascoltato i sovietici in occasione di spostamenti di truppe, costruzioni di basi, invio di flotte in mare per esercitazioni. Ma neppure il sistema d'ascolto più avanzato, il prototipo del satellite Rhyolite lanciato nel 1970, poteva introdursi in una linea telefonica a cavo. E i pochi satelliti d'ascolto di cui disponevano gli Stati Uniti erano concentrati su Mosca e sulla costa settentrionale dell'URSS. Nessuno era puntato verso le basi del Pacifico,quelle collegate dal cavo che attraversava il mare di Ohotsk. Il controllo del cavo forniva adesso il primo sguardo dall'interno sulle paure e le frustrazioni della Marina sovietica, sulle sue valutazioni dei propri successi e fallimenti, sulle sue intenzioni. Non si aveva ancora una misura di tutte le possibilità offerte dal controllo del cavo di Ohotsk: quelle prime registrazioni erano solo campioni, un breve ascolto di conversazioni e rapporti nel corso di pochi giorni e solo su alcune delle decine di linee che correvano attraverso il cavo sottomarino. Bradley vedeva il passo successivo. Lo vedeva chiaramente. Voleva mettere sotto controllo quante più linee fosse stato possibile; voleva piazzare un dispositivo in grado di registrare per molti mesi o anche per un anno intero, un dispositivo che avrebbe continuato a funzionare nel mare di Ohotsk anche con l'Halibut ormeggiato a Mare Island. Il suo staff contattò i Bell Laboratories, i cui ingegneri, esperti in cavi telefonici sottomarini commerciali, cominciarono a progettare un contenitore affusolato per un dispositivo di controllo molto più grande. Il nuovo dispositivo funzionava secondo il principio dell'induzione, proprio come il registratore più piccolo che l'Halibut aveva trasportato in occasione del primo viaggio, ma il suo contenitore era enorme. Lungo quasi sei metri e largo circa un metro, pesava intorno alle sei tonnellate e utilizzava una fonte d'energia nucleare. Sarebbe stato capace di raccogliere le informazioni da decine di linee nel corso di mesi: l'Halibut avrebbe potuto piazzarlo in posizione e andarsene, recuperandolo l'anno successivo.

Una volta ultimato, il nuovo dispositivo sembrava un tubo gigantesco un po' schiacciato alla sommità e chiuso con saldature ai due estremi. All'interno era stipato di circuiti elettronici

miniaturizzati ed era in grado di compiere registrazioni ininterrotte per settimane.

 

cable.jpg

 

L'Halibut partì il 4 agosto 1972 per il suo secondo viaggio nel mare di Ohotsk. Due mesi dopo l'intrusione nel quartier generale del Partito democratico, nel complesso edilizio del Watergate, l'Halibut era sulla rotta che lo avrebbe portato a compiere l'ultima esercitazione di intercettazione per un'amministrazione che, di lì a poco, sarebbe stata schiacciata dal peso delle proprie operazioni segrete e dei propri nastri magnetici.

Tornato nel mare di Ohotsk, l'Halibut ritrovò il cavo senza difficoltà. Su ordine di McNish, le due enormi ancore scesero dalla prua e dalla poppa. I sommozzatori uscirono dal portello del DSRV. Poche ore dopo le spie potevano ascoltare le voci trasmesse dal cavo. McNish tenne l'Halibut sospeso sopra il cavo per almeno una settimana. Poi il battello prese la rotta per uscire dal mare di Ohotsk, lasciandovi il dispositivo di controllo del cavo fissato sul fondo con i registratori in funzione. Il sottomarino sarebbe tornato a recuperare le registrazioni dopo un mese. Per il momento gli uomini stavano andando a Guam, dove si sarebbero fermati il tempo necessario perché i nastri magnetici si riempissero ancora un pò.

Poi tornarono a recuperare le registrazioni .Il viaggio attraverso il Pacifico fu assolutamente tranquillo. La reazione al suo ritorno, però, fu tutt'altro che tranquilla. Bradley ebbe la notizia dalla NSA quasi immediatamente. Il dispositivo di intercettazione aveva registrato circa venti linee telefoniche alla volta. La NSA era stata in grado di separarle tutte elettronicamente: l'Halibut era arrivato al filone principale. C'erano conversazioni tra i comandanti operativi sovietici a proposito delle tattiche e dei piani delle operazioni e dei problemi di manutenzione, compresi i difetti che potevano far sì che i sottomarini missilistici come gli Yankee, che iniziavano allora il pattugliamento nel Pacifico, producessero rumori che avrebbero potuto aiutare i sommergibilisti statunitensi a inseguirli. Erano discusse per telefono anche le questioni logistiche, rapporti da navi che non potevano prendere il mare per mancanza di pezzi di ricambio. Si potevano udire anche altri rapporti ad alto livello di comando e controllo, decisioni prese sul se e quando iniziare determinati pattugliamenti al largo delle coste statunitensi, e con quali sottomarini.

Si potevano ascoltare discussioni sui problemi del personale e dell'addestramento, richieste di altro personale, rimostranze quando quel personale non arrivava a Petropavlovsk. Poi c'era l' imponderabile: i temutissimi ufficiali politici dei sottomarini sovietici che rivelavano le loro opinioni personali sui leader del partito.

 

Quel secondo tentativo di intercettazione confermò però una delusione. Sembrava che le informazioni sui test missilistici fossero quasi del tutto assenti dalle comunicazioni su quel cavo. E pensare che Bradley aveva riposto grandi speranze sull'eventualità di ottenere informazioni sulla riuscita degli impatti in mare dei missili balistici intercontinentali basati a terra o in mare... Nel complesso, però, l'intercettazione si era rivelata una miniera d'oro per l'intelligence.

Erano tuttavia necessarie alcune modifiche. Si chiese ai Bell Laboratories di trovare il modo di programmare il prossimo contenitore da intercettazione, per riuscire ad agganciare solo le linee telefoniche più importanti, e in modo che i registratori potessero accendersi e spegnersi, risparmiando così il nastro magnetico. L'idea era di programmare l'intercettazione per le ore di maggior traffico; anche se, a quel punto, nessuno alla NSA sapeva esattamente quali fossero le ore di maggior traffico, non più di quanto sapessero con certezza quali fossero le linee telefoniche più interessanti.

Il battello invece sarebbe stato dotato di un paio di pattini a slitta: da allora in poi non avrebbe più dovuto ancorarsi sul sito di inter­cettazione. Sarebbe tornato ancora nel mare di Ohotsk, nel 1974 e nel 1975, attrezzato per poggiarsi sul fondo.

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L'URSS era un avversario onestamente di tutto rispetto e "meritava" il massimo sforzo di intelligence, mentre sembra che incredibilmente fossero i Sovietici a "snobbare" l'occidente, con relativamente pochi tentativi di carpire informazioni tecnologiche sugli armamenti, se non il minimo indispensabile.

dall'Halibut mi pare di capire che emergesse come anche nell'URSS c'erano le "magagne" dei grossi Enti occidentali, non era nemmeno lei il "paradiso dove tutto va bene". tutto il mondo era paese, in un certo senso

Edited by Simone

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L'URSS era un avversario onestamente di tutto rispetto e "meritava" il massimo sforzo di intelligence, mentre sembra che incredibilmente fossero i Sovietici a "snobbare" l'occidente, con relativamente pochi tentativi di carpire informazioni tecnologiche sugli armamenti, se non il minimo indispensabile.

dall'Halibut mi pare di capire che emergesse come anche nell'URSS c'erano le "magagne" dei grossi Enti occidentali, non era nemmeno lei il "paradiso dove tutto va bene". tutto il mondo era paese, in un certo senso

 

I Sovietici non "snobbavano" affatto l'occidente , il punto è che quello che agli Americani costò milioni e milioni di dollari , ed anni di ricerche , i Russi lo ottennero per pochi spiccioli sfruttando doppiogiochisti all'interno delle forze armate (ma non solo) Statunitensi traviati dall'ideologia comunista che ,aimhè , faceva una certa presa in occidente.

 

Le missioni di spionaggio nel mare di Ohotsk per esempio , alla fine furono scoperte dai Sovietici grazie ad una soffiata di una spia infiltrata in America.

Basti pensare che i Sovietici riuscirono ad infiltrarsi persino nel super segreto laboratorio di Los Alamos ed ottennero i piani per la bomba dopo pochissimo tempo dal Trinity test ...

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Se non sbaglio nel libro si descrivono le missioni di "intelligence" verso Russi o comunque avversari, ma sono pronto a scommettere che qualche volta l'Halibut o altri sottomarini sono andati in Francia o UK a vedere "che cosa bolliva in pentola" da quelle parti

Edited by Simone

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ho dovuto comprare il libro su e-bay perchè sono fuori stampa, l'ho finito in 2 giorni...è fantastico

Io non sono ancora riuscito a trovarlo, in italiano... pazienza. ;)

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gran bel post!

Io ho un documentario sulle vicende della Glomar, potrei upparlo, però pesa sui 2 gb... <_<

 

Permettimi delle domande:se quella cimice attaccata al cavo russo era alimentata con gli RTG (presumo), sarebbe stato possibile per i russi scoprirla scandagliando il fondo nella banda dei raggi x?

O andando sul generale: è possibile seguire l'irradiazione di un sottomarino nucleare con qualche aggeggio imbarcato\ aviotrasportato o nello spazio?

 

No perchè il NORAD usava degli speciali telescopi per tenere sotto controllo i satelliti RORSAT e COSMOS.(ho scoperto che anche gli IRIDIUM sono atomici!)

Ultima domanda: gli idrofoni del SOSUS erano alimentati via cavo o sempre con gli RTG?

 

Ciao

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O andando sul generale: è possibile seguire l'irradiazione di un sottomarino nucleare con qualche aggeggio imbarcato\ aviotrasportato o nello spazio?

no, d'altro canto gli stessi RORSAT e soci avevano un utilità limitata, visto che sono legati all'orbita terrestre.

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vortex io esco un secondo fuori tema per chiederti quando inizierai un modello navale... io iniziero la uss missouri e dato che mi hanno detto che sei tu l'esperto navale del forum avro bisogno dei tuoi consigli :okok: scusate per il fuori tema

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vortex io esco un secondo fuori tema per chiederti quando inizierai un modello navale... io iniziero la uss missouri e dato che mi hanno detto che sei tu l'esperto navale del forum avro bisogno dei tuoi consigli thumbsupsmileyanim.gif scusate per il fuori tema

quando lor signori mi risponderanno a questa domanda ;)

 

chiuso OT

Edited by vorthex

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no, d'altro canto gli stessi RORSAT e soci avevano un utilità limitata, visto che sono legati all'orbita terrestre.

 

I tuoi commenti continuano ad illuminarmi vedo...

Da wikisito:La marina sovietica accettò il sistema in servizio nel 1975. Questi satelliti avevano un’importanza fondamentale nella strategia navale sovietica. Infatti, il sistema era i grado di individuare con precisione la dislocazione delle flotte nemiche: il monitoraggio era continuo, e riguardava tutta la superficie terrestre. Fu il solo sistema a raggiungere dei risultati del genere.

Le informazioni raccolte potevano essere fornite a navi, aerei e sottomarini praticamente in tempo reale, e questo permetteva anche di effettuare con successo attacchi “oltre l’orizzonte”.

L’efficacia del sistema fu provata dal fatto che la marina sovietica venne a sapere in tempo reale dello sbarco inglese durante la guerra delle Falklands.

Questi satelliti avrebbero dovuto costituire la base del sistema Ideogramma-Pirs (anch'essi a propulsione nucleare), ma il programma fu cancellato nel 1988 da Michail Gorbačëv. Tali satelliti furono ritirati dal servizio nello stesso anno, e furono sostituiti dagli US-PU, ad energia solare.

 

Ritornando alla questione, so che l'acqua scherma bene le radiazioni, ma i batteli non sono completamente piombati.

Ci sarebbe il doppio scafo con relativa acqua di zavorra che fa da protezione, mi domandavo se bastasse....

 

Ultimamente ho letto che è possibile decifrare messaggi ascoltando il rumore di cpu, tastiere e HD.... :ph34r: ben venga la fibra ottica, voglio proprio vedere come faranno.....

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L’efficacia del sistema fu provata dal fatto che la marina sovietica venne a sapere in tempo reale dello sbarco inglese durante la guerra delle Falklands.

fu una palese botta di culo: i satelliti non possono ombreggiare niente e nessuno, semplicemente, osservano quello che vedono mentre orbitano. se si ha fortuna, il satellite avvista qualcosa, il segnale di avvistamento viene passato al comando della flotta, la quale manda un ricognitore che dovrà guidare l'attacco. se il ricognitore viene avvistato in tempo utile, l'attacco fallisce ancora prima di iniziare. ovviamente, nel caso di un convoglio, che deve seguire una rotta "fissa", le possibilità aumentano.

 

questo "gioco" viene chiaramente spiegato in Uragano Rosso di Clancy.

Edited by vorthex

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Senti se li hanno messi su, vuol dire che servivano: gli americani hanno fatto lo stesso col NOAA.

Ovvio che ci saranno dei punti morti, ma è sempre meglio di niente.

I russi non hanno tutte le basi che hanno gli americani in giro per il mondo, percui pattugliare i mari con gli aerei non so se fosse possibile.

 

Mi rispondo da solo:i SOSUS erano tutto via cavo.

Riguardo alla scia radiologica ho letto che i russi hanno un apparato detto SOKS che sicuramente non è acustico, però non so di più.

Forse è termico....

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gli americani hanno fatto lo stesso col NOAA

ma ti riferisci al National Oceanic and Atmospheric Administration??? se si, è un agenzia che si occupa di meteorologia.

 

Riguardo alla scia radiologica ho letto che i russi hanno un apparato detto SOKS che sicuramente non è acustico, però non so di più.

Forse è termico....

sarà uno dei famigierati apparati per "fiutare" i sub nemici :asd:... dovrebbero cercare di fare un sonar decente, non ste stregonerie.

Edited by vorthex

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