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Alessandro Tandura, tre mesi di spionaggio oltre il Piave


John Plaster
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Riporto questo frammento di storia della 1GM legato alle azioni di spionaggio di Alessandro Tandura, primo paracadutista della storia in azione di guerra, imprese che gli portarono il conferimento di una medaglia d’oro a valor militare. Quanto segue è tratto quasi totalmente da un articolo di Alessandro Valenti (“IL GAZZETTINO” del 28/09/1998).

 

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Alessandro Tandura nasce a Vittorio (non ancora…Veneto) il 17 settembre 1893. Il 14 settembre 1914 si arruola volontario ed il 24 maggio 1915 entra in zona di operazione con il 1° Rgt. fanteria “Re”. Il 1° luglio è ferito sul Podgora e viene dichiarato inabile alle unità mobilitate, ma il 31 gennaio 1917 riparte volontario per il fronte con la 333° Compagnia mitraglieri Fiat. Il 19 novembre è ricoverato all’ospedale militare di Verona, ne esce con 6 mesi di convalescenza alla quale rinuncia e raggiunge il 20° Rgt. d’assalto “Fiamme Nere” con il quale partecipa a tutte le azioni del basso Piave, compresa l’espugnazione della testa di ponte di Caposile nel luglio 1918.

 

Ma la fase più celebre che lo portò ad essere il primo paracadutista militare al mondo in azione di guerra, inizia solo ora: nel dopoguerra, a questa avventura, Alessandro Tandura ne dedicò la stesura di un libro, “Tre mesi di spionaggio oltre il Piave” (Longo Coppelli, 1934).

Il 30 luglio 1918 quando, reduce di un viaggio a Treviso, torna a Carbonera dove era in forza al 20° Rgt. d’assalto “Fiamme nere”. Lo vogliono subito a Resana al comando dell’ VIII Armata. Lo accoglie il tenente colonnello Dupont, capo dell’ufficio informazioni, che gli dice:” Caro Tandura, come ella può comprendere, per il Comando Supremo è di sommo valore conoscere quello che costituisce il segreto militare, dislocazione e forza delle truppe nemiche, le loro intenzioni offensive, le sedi dei comandi. Perciò abbiamo bisogno di gente che si infiltri tra le file del nemico per osservare riferire. Abbiamo pensato a lei…”

 

Tandura accetta ma non sa ancora come sarà portato al di là delle linee nemiche. Glielo dicono due giorni dopo.

Tre sono le possibilità:

1) passare per il Piave di notte, vestito da austriaco, mediante dei fili tesi da sponda a sponda tra Pederobba e Grave di Ciano;

2) atterrare con un aeroplano in una località delle terre invase (come De Carlo alcuni mesi prima);

3) lasciarsi cadere per mezzo di un paracadute da un aereo.

 

L’aeroplano, il fascino del volo, la connaturata audacia, lo spirito di avventura, la voglia di rivedere al più presto i suoi cari che abitavano in quel di Serravalle gli fanno scegliere il paracadutismo. Esprime soltanto il desiderio di vederlo in funzione. Ma il colonnello Dupont lo informa :”Gli apparecchi non sono nostri, bensì del comando inglese, che ne ha a disposizione pochissimi e costano assai. Ma non abbia timore, dopo 200m si aprono…infallibilmente.”

 

INFORMATORE OLTRE IL PIAVE

Dopo le necessarie istruzioni, la notte tra il 9 e 10 agosto 1918, sui cieli del vittoriesi compiva il rito del primo lancio al mondo in azione di guerra. Poco prima della mezzanotte del 9 agosto all’aeroporto di Villaverde in provincia di Vicenza, è pronto un Savoia-Pomilio SP3, aereo da ricognizione, pilotato dal capitano della RAF Ben Wedgwood con a bordo un maggiore canadese Barker in qualità di ufficiale osservatore. Aspettando il giovane tenete degli Arditi per gennaio “catapultarlo” oltre le linee nemiche, in territorio occupato dalla 6a Armata austriaca per un’azione di spionaggio in vista dell’offensiva programmata dall’Esercito Italiano sul Piave.

 

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Savoia-Pomilio SP3: è illustrato il sistema di lancio del paracadustista dal velivolo; il comando di apertura della botola sulla quale di sedeva il paracadutista veniva attivato dall'osservatore seduto a prua

 

In una lettera inedita inviata nel 1919 all’amico torinese Cesare Schiapparelli così Tandura descrive la sua avventura: “Mi pareva di sognare a trovarmi a quell’altezza e quando meno me l’aspettavo, mi sono sentito precipitare nel vuoto. Ho alzato gli occhi ed ho visto per la prima volta il paracadute aperto. Ho guardato giù ed ho cominciato a scorgere località a me ben note”. Ecco la descrizione che Tandura fa di quello strano lenzuolo: ”E’ composto di un ombrello di seta nera , del diametro di 2,5m; agli orlo della tesa dell’ombrello un’infinità di cordicelle si stacca, per raccogliersi, alla distanza di 2m, in un punto della quale parte una grossa corda di caucciù, del diametro di 4cm e della lunghezza pure di 2m. All’estremità si sfrangia un complesso di cinghie a bretella, a cintura, a cavallo, che avvolgono il torso lo avvinghiano saldamente”.

L’impatto con il terreno avviene, dopo aver sfiorato i filari del vigneto, nell’orto del parroco di San Martino di Colle Umberto, mentre la discesa era programmata in quel di Sarmede, ma un forte temporale aveva fatto saltare i piani. Da quel momento comincia l’azione che lo porterà sul Col Visentin dove, attraverso piccioni viaggiatori, il Tandura, grazie anche all’aiuto della sorella Emma e della fidanzata Emma Metterle, entrambe decorate di medaglia d’argento al valore militare, si manterrà in costante contatto con il comando italiano. Scrisse il generale Caviglia, comandante dell’VIII Armata nel suo rapporto dopo lo sfondamento del Piave”dover ascriversi in modo particolare al merito del Tandura se l’armata pote entrare in azione con la piena coscienza delle unità che aveva di fronte e della loro dislocazione”.

E’ rarissimo trovare in un rapporto di un comandante d’armata un così esplicito riconoscimento ad un giovane ufficiale subalterno. Il capitano Vedgwood, divenuto dopo la guerra deputato di sua Maestà britannica, nel suo libro pubblicato nel 1919 sulla prima guerra mondiale scrisse: “Non ho mai visto un uomo più coraggioso di questo piccolo (Tandura non raggiungeva il metro e 60) soldato italiano, il più valoroso soldato del mondo”.

 

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Zona di azione durante i tre mesi dietro le linee nemiche

 

SBANDATI E DISERTORI

Una delle azioni meno note, nel quadro dell’opera di spionaggio dal 10 agosto al 30 ottobre, e quella che lo ha visto impegnato a ridare dignità di combattenti a tutti quelli sbandati, a quei disertori o soltanto fuggiaschi che, dopo Caporetto , erano stati tagliati fuori e non erano riusciti, o non avevano neanche tentato, a ricongiungersi con i propri reparti, dandosi alla macchia in attesa di tempi migliori. Dopo la guerra non furono pochi quelli che dovettero al giovane e piccolo ufficiale degli Arditi il bene della vita per le testimonianze che egli fornì ai vari comandi sul fatto che molti giovani non erano disertori, ma soltanto sbandati, invocando il fatto che sotto la sua guida si erano organizzati in vere e proprie “bande armate” che costituirono un importante reparto alle spalle degli austriaci quando cominciò lo sfondamento italiano.

Racconta nel suo diario, divenuto libro “Tre mesi di spionaggio oltre il Piave”: “Questa mattina (siamo alla fine di agosto 1918) ho preso nota della posizione precisa di due grossi calibri da 305mm, 200m a sud di Nogarolo. Un draken (dirigibile da osservazione) che s’innalza verso San Pietro di Feletto, ne aggiusta evidentemente il tiro”. E mentre osserva, Tandura sente un fruscio e gli appaiono “due individui che in mano non avevano che i fucili ‘91”.

Sono i fratelli Segat. Con loro e con altri imboscati sulle colline viottoriesi organizzano la prima “banda armata” alle spalle dell’esercito austriaco. E quando il 30 ottobre si scatenò la battaglia di Vittorio Veneto le tante “bande” del Tandura, stringeranno gli austriaci nella morsa creata a sud dalle avanguardie dell’esercito ed a nord, appunto, dalle bande. Un anticipo di quella che poco meno di 30 anni dopo sarà la resistenza. Di quel fatidico 30 ottobre Tandura scrive: “Mi sembra di vivere in un altro mondo. Laggiù verso via Rizzarda, scorgo alle 8 circa i nostri bersaglieri ciclisti e la cavalleria. Dal Col del Pel ci precipitiamo giù a Vittorio”. Le bande sono riunite, si spara da tutte le parti. “Alle 9:30 – racconta- abbiamo avuto i primi morti ed i primi feriti. Ferito ad una mano il giovane Artico e più gravemente Da Ros al braccio sinistro”. E, alla fine della lotta, il riconoscimento leale al valore dei nemici. “Giù di cappello; riconosciamolo francamente; il nemico si è fatto onore: quasi tutti i soldati austriaci sono morti sul posto.”

 

SCAPPA DAL TRENO AUSTRIACO

Nel corso dei suoi tre mesi si spionaggio Tandura viene catturato due volte dai gendarmi austriaci, ma mai riconosciuto come ufficiale italiano che essi cercavano. La prima il 28 agosto alle 20 in località Longhere si ritrova davanti due rivoltelle spianate dagli austriaci che lo alleggeriscono di 1700 corone, dell’anello e di un orologio e lo traducono alla segheria Marson dove trova altri 150 malcapitati. Alle 2:27 è di nuovo alla macchia, dopo aver saltato il muro di cinta con la scusa di un bisogno corporale. La seconda volta capita il 26 settembre a Polcenigo mentre si reca all’appuntamento con l’aereo che avrebbe dovuto riportarlo al comando dopo la sua missione. Lo portano a Sacile. Quando il 9 ottobre decidono di internarlo, lo caricano assieme ad altri sventurati dal quale con una mossa fulminea riesce a fuggire. Facciamo descrivere al protagonista la fuga: ”Il treno in quel momento rallentava, verso Fontanafredda… e nel momento in cui la sentinella vagola con lo sguardo, con lo scatto di una molla spicco un salto dal finestrino. Cado su una siepe”. Pesto e sanguinante non pensa che a correre rincorso dal sibilo della fucileria, finchè arriva a Fiaschetti vicino a Sacile, e poi alla Madonna della Salute. L’11 si ricongiunge con le sue “bande armate” sul col Visentin dove riorganizza il lavoro. Per questa sua azione di inquadramento di soldati allo sbando gli fu anche concessa la croce di guerra belga con palme.

 

SPIONAGGIO A TUTTO CAMPO

In una “riservatissima” del comando austriaco dei primi di settembre del 1918 si legge: “Un ufficiale italiano trovasi da queste parti in servizio di spionaggio e due signorine (la sorella Emma e la fidanzata Emma Metterle) si recano spesso a trovarlo, rifornendolo di viveri e notizie. Domattina perquisizione delle case delle famiglie con cui potrebbe essere a contatto. È ancora ignoto il nome dell’ufficiale e quello delle signorine”. Scambiandolo per Tandura verrà arrestato un giovane siciliano Gaetano Bonacore Morale, che riuscirà comunque a fuggire. Scrive Tandura: “La mia fidanzata mi dà informazioni di grande interesse, recita bene la sua parte”. Le notizie partono con i colombi viaggiatori che di notte vengono paracadutati da un Caproni. Ecco la descrizione di un appuntamento: “ vedo verso Formeniga il cielo lampeggiare di scoppi. Sono le 2. Ecco, ad un tratto, il rombo furioso dei Caproni. Lassù l’inferno. Le batterie antiaeree non hanno tregua. Il riflettore di San Giacomo disegna il cielo. Dopo aver eseguito un largo giro sopra Vittorio, punta verso la mia posizione. Il fuoco, il mio fuoco, è acceso. L’aviatore lo scorge… giunto sopra il segnale lascia cadere i rifornimenti e le gabbiette dei piccioni 89, 183, 499, 681, 344, 321, 546, 597, 277”.

Il comando, in una nota, a parte chiede: “Ci sono squadroni e reggimenti di cavalleria montati? Sono state notate truppe di passaggio? Che numeri di reggimento avevano queste truppe? Che reggimenti di artiglieria ci sono? Sono più le truppe che vanno in direzione di Belluno o quelle che vengono da Belluno? Scrivi tutti i numeri che hai visto sul berretto dei soldati di fanteria, anche il numero di feldpost. Sono partite e per dove le truppe che hanno combattuto sul Montello?” Tandura risponde puntualmente agli interrogativi liberando i piccioni viaggiatori con legato ad una zampetta il messaggio.

 

20 ANNI DOPO

È doveroso a questo punto un cenno al periodo successivo alla guerra, la parte meno nota, in gran parte inedita della vita di Alessandro Tandura, testimoniata dalle lettere che dall’Africa, dove fu prevalentemente impegnato, scriveva alla moglie Emma, ed ai figli Luigino che sarà medaglia d’oro a valor militare nella lotta per la liberazione, Dellavittoria e Carla.

Impegnato in diverse azioni con il battaglione “Benadir” formato da truppe somale, si conquista due medaglie d’argento e la promozione da capitano a maggiore.

E proprio questa promozione fu uno dei crucci di Tandura in Africa. Nell’ultima profetica lettera alla moglie Emma scritta a Uegit il 6 dicembre 1937, 22 giorni prima di morire, emerge chiaramente il risentimento nei confronti del colonnello comandante il suo battaglione che tardava ad inviare a Roma i documenti relativi alla promozione ottenuta il 24-25 aprile dell’anno precedente. Attribuiva questo ritardo ad una ripicca nei suoi confronti perché nel corso di una scaramuccia contro i reparti ribelli aveva invitato a gran voce il suo colonnello ad uscire dal riparo degli alberi e a unirsi alle truppe in combattimento. E costui, pavido, si era naturalmente offeso. “Non appena arriverà la promozione – scrive Tandura alla moglie – alle dipendenze di simile individuo non rimarrò neppure un minuto”.

Ma la fine della sua avventura è vicina. Si è sistemato definitivamente in Africa e chiama a sé la famiglia. Il 28 dicembre arrivano la moglie e le figlie Della vittoria e Carla, il figlio Luigino è allievo ufficiale alla Nunziatella di Napoli. Lui aspetta le sue donne sul molo del porto di Mogadiscio .Quando la lancia di collegamento le deposita li vicino, Alessandro Tandura, che no le vedeva da tre anni, corre loro incontro. Un bacio, una lacrima e poi si accascia tra le braccia della moglie, stroncato da un infarto che i medici attribuirono alla fortissima emozione. Il “più valoroso soldato del mondo”, risparmiato dalla guerra, era caduto sul fronte dell’amore.

 

Qui ho trovato altre interessanti informazioni che completano la storia; vi sono brevi riferimenti ad altre azioni, come quella di De Carlo che è citata nell'articolo e del figlio, che ha combattuto nella Resistenza.

Edited by John Plaster
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Guest galland

Complimenti per il topic, ben fatto e ben corredato d'immagini. Vedo se nel settore della I guerra mondiale ho qualcosa in proposito.

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quelli creati da Balbo quando era ''esiliato '' in Libia . A Roma furono piuttosto tiepidi su questa nuova specialità quindi Balbo di sua iniziativa creò un reparto ''ascaro'' di parà .

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Quali?

 

I primi reparti di paracadutisti italiani furono istruiti e formati poco prima della seconda guerra mondiale a Castelbenito, nei pressi di Tripoli, dove sorse la prima Scuola Militare di Paracadutismo della Regia Aeronautica con istruttori dell'esercito.

 

altre notizie sul sito http://www.nembo.info/il_paracadutismo.htm

Edited by la saetta
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Non avevo sentito mai questa ''storia''..comunque molto bella e affascinante...sono proprio contento che un uomo italiano come noi abbia avuto il coraggio di fare questa operzione e per di più diventato famoso :adorazione: :adorazione: Complimenti Jhon di aver riportato l'articolo,per altro messo anche bene :) :)

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Grazie per i complimenti :) Questo articolo faceva parte di una serie pubblicata nel 1998, ricorrenza degli 80 anni dalla fine della guerra; tra questi ho conservato un'altro ritaglio sulle vicende di quel De Carlo citato più volte, protagonista di un'azione simile alcuni mesi prima, articolo che sarò felice di riportare prossimamente.

 

le bande armate di tandura come venivano rifornite???

Non saprei darti informazioni precise probabilmente nel libro si possono trovare le risposte, ma immaginando il clima generale del dopo Caporetto, con il seguito di migliaia di soldati sbandati furono disperse in giro altrettante armi.

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