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Dave97

Chi uccise Yamamoto ?

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Pearl Harbor, 14 aprile 1943.

Le otto del mattino sono passate da pochi minuti, quando il capitano di fregata Edwin Layton del servizio informazioni entra nell'ufficio dell'ammiraglio Chester W. Nimitz, comandante in capo della Flotta del Pacifico.

L'ufficiale ha con sé il testo di un messaggio giapponese appena decifrato, un messaggio che, a suo giudizio, rappresenta un vero «colpo».

Lo porge a Nimitz, che legge:

« L'ispezione del comandante in capo della flotta riunita a Ballale, Shortland e Buin avverrà secondo questo programma:

Ore 6 del 18 aprile: partenza da Rabaul su un aereo medio d'attacco con la scorta di sei caccia.

Ore 8 arrivo a Ballale e partenza immediata per Shortland con un cacciasommergibili.

Arrivo previsto a Shortland, ore 8,40.

Ore 9,45: partenza da Shortland a bordo di un cacciasommergibile e arrivo a Ballale alle 10,30.

Ore 11.00: partenza da Ballale con un aereo medio d'attacco e arrivo a Buin alle 11 ,10.

Ore 14: partenza da Buin a bordo di un aereo medio d'attacco e arrivo a Rabaul alle 15,40.

In caso di maltempo il giro d'ispezione verrà rimandato di un giorno ».

L'ammiraglio Nimitz accenna un sorriso, e ne ha motivo.

Quel messaggio, minuzioso come il programma di viaggio di un'agenzia turistica, offre agli americani la possibilità insperata di eliminare nientemeno che l'ammiraglio Isoroku Yamamoto, prestigioso comandante della Flotta nipponica, stratega temuto e ammirato dagli stessi avversari, ideatore dell'attacco a Pearl Harbor avvenuto circa sedici mesi prima.

E' un'occasione da non perdere: far fuori Yamamoto significherebbe assestare un durissimo colpo al Giappone, dove l'ammiraglio gode di un prestigio inferiore solo a quello dell'Imperatore e dove non si vede uno stratega in grado di sostituirlo.

Nimitz non ha esitazioni e informa immediatamente l'ammiraglio William F. Halsey, capo delle operazioni nel Pacifico meridionale, della magnifica occasione che si è presentata: il giro d'ispezione di Yamamoto prevede scali nella Nuova Britannia e nell'isola di Bougainville, località che fanno parte del campo d'azione di Halsey.

A lui, dunque, spetterà il compito di studiare e portare a termine il piano.

Ha soltanto quattro giorni di tempo.

Oltre che a Pearl Harbor, anche a Washington si è a conoscenza dell'imminente viaggio di Yamamoto.

Il messaggio giapponese è stato intercettato da un anonimo radiotelegrafista di una sperduta base dell' Alaska, inviato nella capitale e qui decifrato nel giro di poche ore dagli esperti del servizio informazioni.

La mattina del giorno 15, il testo del documento, che collima perfettamente con quello decifrato alle Hawaii, viene presentato a Frank Knox, ministro della Marina.

L'idea di approfittare di quelle preziose notizie per eliminare Yamamoto viene anche a Knox, ma il ministro, a differenza di Nimitz, si mostra esitante: gli sembra, tutto sommato, che si tratterebbe più di un'azione da killer che di una vera e propria impresa di guerra.

In ogni caso, sottopone il problema a Roosevelt e il presidente esprime chiaramente il proprio parere favorevole alla missione.

Il piano per uccidere Yamamoto ha ricevuto il benestare della massima autorità statunitense; non rimane che agire, e il tempo stringe.

Nella zona d'operazione, frattanto, le cose sono andate avanti, procedendo nel tipico stile militare: dal superiore all'inferiore.

Nimitz ha incaricato della missione l'ammiraglio Halsey; Halsey l'ha passata al contrammiraglio Marc Mitscher, comandante delle forze aeree delle isole Salomone con centro operativo nell'isola di Guadalcanal; Mitscher si consulta con un suo collaboratore, Henry Vicellio, comandante della 70° squadriglia da caccia dell'aviazione dell'Esercito, e i due concludono che il capo ideale dell'operazione non può essere che John Mitchell, della 339° squadriglia.

Mitchell e i suoi «ragazzi » sono tutti espertissimi piloti, veri assi dell'aviazione, ma forse questa volta si pretende un po' troppo da loro.

Fra ordini, precisazioni, proposte e controproposte, alla sede di comando del contrammiraglio Mitscher si sono persi quasi tre giorni e si è giunti a sabato 17 aprile, vigilia della Domenica delle Palme e vigilia del viaggio di Yamamoto.

 

Appuntamento in cielo sull'isola di Bougainville

 

Dei veri piani presentati per compiere la missione, Mitchell sceglie quello più semplice e più difficile allo stesso tempo: intercettare il volo di Yamamoto e abbattere il suo aereo.

Solo così, invece di attaccare l'ammiraglio giapponese durante i suoi spostamenti in cacciasommergibili, si avrà la certezza del risultato.

Mitragliare e bombardare una nave, infatti, sarebbe forse più semplice, ma chi potrebbe garantire che Yamamoto morirà nell'affondamento?

Invece, una volta abbattuto il suo aereo...

Tuttavia, non ci si può nascondere che questo secondo piano è legato ad un filo.

Un piccolo errore nella rotta di volo porterebbe i caccia molte miglia lontano dall'obiettivo; e poi, chi assicura che Yamamoto rispetterà cronometricamente il programma di viaggio?

Uno scarto di pochi minuti basterebbe per far sfumare l'appuntamento in cielo.

Obiezioni più che fondate, certamente, ma nessuna possibilità di scelta: o così o niente.

Per il primo problema, Mitchell assi¬curache con una buona bussola, di quelle impiegate dalla Marina, ce la farà.

Quanto al secondo problema, il comandante della spedizione non può far altro che affidarsi alle assicurazioni degli informatori «psicologi »: Yamamoto ha l'ossessione della puntualità; se quello è il programma, si può giurare che l'ammiraglio spaccherà il secondo.

Salvo imprevisti, naturalmente.

Per il maggiore Mitchell, quel sabato sera è più lungo del solito.

In poche ore si tratta di stabilire con esattezza tutti i particolari del piano.

Prima di tutto, il punto d'intercettamento.

Si decide di colpire l'obiettivo a ovest di Kahili, sull'isola di Bougainville, poco prima dell'atterraggio di Yamamoto.

Calcoli complicati portano Mitchell a concludere che l'aereo dell'ammiraglio giapponese dovrebbe trovarsi nel punto prescelto per l'intercettamento alle 9,35 del mattino di domenica, tenuto conto del diverso fuso orario.

E' possibile una tolleranza di una decina di minuti intorno all'ora prefissata: al di là di questo «tempo massimo» i caccia Lightning destinati all'impresa non potrebbero più trattenersi nella zona ;pena l'impossibilità del ritorno per mancanza di carburante , e la missione fallirebbe.

Per raggiungere l'obiettivo e tornare alla base, infatti, bisognerà già ricorrere all'ausilio di serbatoi supplementari, e anche questa « aggiunta» è da considerarsi appena sufficiente.

Non resta quindi che confidare nella puntualità di Yamamoto.

Sistemati i particolari, Mitchell passa a un' altra fase delicata della preparazione: la scelta dei piloti.

Alla base, malgrado le raccomandazioni di assoluta segretezza, la notizia è trapelata e il capo della missione è tempestato di «raccomandazioni».

Tutti vorrebbero « vendicare Pearl Harbor ».

Ma Mitchell ha già deciso: diciotto Uomini in tutto, e salo quattro destinati al gruppo d'assalto vero e proprio: Lanphier, Barber, McLanahan e Moore.

Gli altri faranno da «copertura ».

Venogno illustrati i piani di volo, dissipando alcuni dubbi e risolvendo altri problemi spiccioli.

La riunione dura fin oltre la mezzanotte: si entra nella Domenica delle Palme, l'ultimo giorno per Yamamoto.

Alle 7,10 del mattina diciotto Lightning sono pronti per il decollo.

Partono prima quattro aerei, guidati da Mitchell.

Poi, è la volta del gruppo d'assalto.

McLanahan, prima di sollevarsi, ha un pauroso scarto ed esce di pista: gli si è forata una gomma del carrello e per lui la missione finisce prima di cominciare.

Non c'è tempo per aspettare riparazioni o la sostituzione dell'aereo: la pattuglia d'assalto si è ridotta a tre uomini.

Alle 7,25 i diciassette caccia sono in formazione, ma dopo pochi minuti di volo anche Moore ha delle difficoltà.

Il suo apparecchio perde colpi.

Si avvicina all'aereo di Lanphier e gli fa capire di essere nei guai.

I piloti hanno l'ordine di comunicare fra loro solo a vista e a gesti, mantenendo il più assoluto silenzio radio per non essere captati dalle riceventi giapponesi.

Lanphier fa intendere a Moore di tornare indietro e così anche un secondo « assaltatore »esce di scena.

Secondo i preventivi accordi, McLanahan e Moore saranno sostituiti dalle due riserve, Holms e Hine.

I sedici caccia si avvicinano all'obiettivo volando a pelo d'acqua, fuori dalla portata dei radar nipponici.

La loro velocità è di 320 chilometri all'ora.

Poco prima delle 9,30 cominciano a salire di quota: tra cinque-dieci minuti dovrebbero scorgere il gruppo di Yamamoto in qualche punto del cielo.

Ore 9,34: i caccia americani sono sul luogo dell'appuntamento.

Pochi secondi e la cuffia di Mitchell gracchia: « Nemico avvistato ».

E' Canning, uno della « copertura », a dare per primo la notizia.

Ora i japs si vedono chiaramente: una puntualità sbalorditiva.

Sono otto aerei, sei caccia Zero e due bombardieri.

Due bombardieri, non uno.

Questo non era previsto.

Su quale viaggia Yamamoto?

Impossibile saperlo. Bisogna abbatterli entrambi.

La battaglia è breve, ma violentissima.

Gli Zero si avventano sugli americani mentre i due bombardieri si sganciano dalla formazione tentando la fuga.

Sulla loro scia si buttano Tom Lanphier e Rex Barber, sparando all'impazzata.

E' questione di attimi.

Uno dei due bombardieri precipita in fiamme. nella giungla, l'altro sembra disintegrarsi in mare.

Sul primo viaggiava lo ammiraglio Yamamoto: nessun superstite.

Sull'altro c'era l'ammiraglio Ugaki, che miracolosamente si salverà con alcuni ufficiali del seguito.

Yamamoto verrà ritrovato dopo faticose ricerche: il suo volto era ancora riconoscibile e fra le mani, guantate di bianco, stringeva la sciabola da samurai.

Pearl Harbor è vendicata.

La pattuglia di Mitchell, compiuta la missione, si allontana a tutta velocità prima che dalla base di Bougainville si alzino altri Zero.

Soltanto Ray Hine non fa ritorno: lo hanno visto precipitare in mare, colpito da un caccia nipponico.

Per quanto possa apparire strano, le versioni dei piloti americani, una volta tornati alla base, non coincidono.

Lanphier è sicuro di avere abbattuto un bombardiere sulla giungla; Barber è convinto di averne abbattuti due, uno in mare e l'altro sulla foresta.

La polemica è destinata a durare a lungo; una commissione d'inchiesta appositamente costituita giungerà a ipotizzare la presenza di un terzo bombardiere, alzatosi in volo durante lo scontro.

Secondo il ministro della Guerra americano, l’ abbattimento dell'aereo di Yamamoto sarebbe da attribuirsi a Lanphier, ma molti storici dell' Aviazione avanzano dubbi su questa versione. Sebbene oziosa, rimane dunque aperta ancora oggi la domanda: chi ha ucciso Yamamoto?

 

Attacco a Pearl Harbor Mondatori 1972

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Molti anni fa lessi il libro scritto da uno dei piloti che parteciparono all'abbattimento.

 

Lo scontro era ricostruito con estrema precisione, raccontato con parole vive, e senza polemiche. Non ho avuto l'impressione che ci fosse alcun dubbio sulla dinamica dello scontro.

 

Se riesco a ritrovarlo lo riporto, ma non sarà semplice. Non sono molto ordinato con i libri...

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Anche qui sollevano lo stesso dilemma.

Yamamoto

 

Il testo è stato scritto nel 1972, quindi se riesci ad aggiungere altre informazioni, ben vengano!! :)

 

Se riesco a ritrovarlo lo riporto, ma non sarà semplice. Non sono molto ordinato con i libri...

Sarebbe bello, anche perchè i particolari del duello aereo ,nell'articolo da me postato, sono alquanto scarsini!!!

Beh anche io ho messo a soqquadro la cantina per rispolverare vecchi testi.

Edited by Dave97

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credevo che gli usanon potessero decrifrare i codici giapponesi se non dopo la guerra ... i giapponesi trasmisero l viaggio di Yamamoto con un codice obsoleto?

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Qualche particolare sul duello aereo dovrebbe esserci anche ne "La guerra del Pacifico" di Millot ...

Io però non possiedo quel libro.... <_<

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Io però non possiedo quel libro.... <_<

 

Pensa te, ho controllato ora...quel libro me lo ha regalato la mia fidanzata settimane fa...+ che regalato me lo ha sbolognato... :D Lei lo ha usato per un esame all'univ e non lo voleva + in casa...io ho iniziato a leggerlo ma poi l'ho lasciato...lo farò in futuro...per ora è troppo didascalico ed un poco noiosetto... :)

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gran parte delle battaglie navali sono complicate a livello di mappa... se poi consideri che il 90% di quelle combattute nel pacifico (ovviamente parlo di battaglie navali non aereo-navali) erano di notte ed a breve distanza tra isole e ed isolotti puoi capire il caos che si scateneva

Edited by vorthex

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Confermo che i codici cifrati giapponesi sono stati decifrati solo DOPO la guerra.

 

Durante e prima, gli americani avevano la capacità di decrittare solo una piccola percentuale di alcuni codici.

Traducevano solo una parte della parole, per intenderci.

 

Immagino che messaggi semplici e schematici, con parole comuni come descritte nel testo (in pratica una tabella di orari di arrivi e partenze) fossero tra quelli più facilmente decrittabili.

Ma rammento che c'era qualche particolarità in ordine al messaggio sul programma di viaggio di Yamamoto, al punto che gli americani si meravigliarono della superficialità giapponese da un lato, della loro precisione maniacale dall'altro.

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grazie per la risposta gianni :)

 

a me però viene un dubbio Yamamoto era un elemento quantomeno scomodo se non pericoloso per quella fazione di militari che voleva la guerra é possibile che sia stato '' offerto'' come bersaglio ai ''gai gin '' ( stranieri e il termine non è un complimento) americani per toglierselo di torno .

 

gli storici hanno indagato in questa direzione?

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