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picpus

La carica di Isbuschenskij del "Savoia Cavalleria"

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Eccovi, al link che segue, cenni storici sul 3° Reggimento "Savoia Cavalleria" e sulla epica carica di Isbuschenskij del 24 agosto 1942:

 

http://guide.dada.net/modellismo_statico/i...04/207976.shtml

 

 

Sempre sul "Savoia Cavalleria", dal sito "Pagine di Difesa", http://www.paginedidifesa.it/ e dalla "Breve storia della Cavalleria italiana" di Francesco Apicella, http://www.paginedidifesa.it/libri/cavalleria07.pdf , date uno sguardo alle pagine 22 e 23, dedicate al Reggimento in argomento.

 

 

Dal sito ufficiale dell'Esercito Italiano, il link alla pagina del "Savoia":

 

http://www.esercito.difesa.it/root/unita_s...li_3_savoia.asp

 

 

Sempre dal sito "Pagine di Difesa", http://www.paginedidifesa.it/ , il link ad un bellisimo racconto di un protagonista della carica di Isbuschenskij del 24 agosto 1942:

 

http://www.paginedidifesa.it/2007/saccardi_070220.html

 

 

Dal sito http://www.storico.org/ , eccovi un altro coinvolgente articolo al link seguente:

 

http://www.storico.org/storia/node/60

 

sulla carica di Isbuscenskij, inquadrata negli eventi della campagna di Russia.

 

 

Infine dal sito Cavalleria Italiana, http://cavalleriaitaliana.dns1.us/ , eccovi il link a una memoria del Gen. Geri Honorati, ”Savoia Cavalleria (3°) Ottobre 1942 – Aprile 1943", quando era Capitano, comandante il 3° Squadrone di Savoia in Russia:

 

http://cavalleriaitaliana.dns1.us/images/pdf/honorati.pdf

 

Si tratta del periodo successivo, a quello della famosa carica di Isbuschenskij.

 

 

Ciao a tutti

Edited by picpus

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Solo un piccolo commento: qualcuno in passato, a corto di argomenti e di studi, ha cercato di dimostrare l’impreparazione italiana, nella seconda guerra mondiale, portando ad esempio episodi come la “carica di Isbuschenskij”, facendola passare come un tentativo di folle suicidio collettivo, sul tipo della “carica dei 600” a Balaclava. Nulla di più lontano dalla verità storica. L’azione fu un successo. La stessa presenza di reparti di cavalleria, visto il particolare settore di operazioni, era più che giustificata. E lo stesso esercito tedesco, definito erroneamente come estesamente meccanizzato, faceva ampio uso di cavalli per gli usi più disparati.

 

Grazie per aver ricordato l'episodio!

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Solo un piccolo commento: qualcuno in passato, a corto di argomenti e di studi, ha cercato di dimostrare l’impreparazione italiana, nella seconda guerra mondiale, portando ad esempio episodi come la “carica di Isbuschenskij”, facendola passare come un tentativo di folle suicidio collettivo, sul tipo della “carica dei 600” a Balaclava. Nulla di più lontano dalla verità storica. L’azione fu un successo. La stessa presenza di reparti di cavalleria, visto il particolare settore di operazioni, era più che giustificata. E lo stesso esercito tedesco, definito erroneamente come estesamente meccanizzato, faceva ampio uso di cavalli per gli usi più disparati.

 

Grazie per aver ricordato l'episodio!

Sono pienamente d'accordo con le tue considerazioni e ti invito a dare uno sguardo al topic al seguente link:

 

http://www.aereimilitari.org/forum/index.php?showtopic=5674

 

dove puoi rinvenire un altro esempio di mirabile utilizzo della Cavalleria nell'ambito della seconda guerra mondiale.

 

D'altronde, ai giorni nostri, molti contingenti alleati in Afghanistan si sono visti costretti all'utilizzo di reparti ippomontati.

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un conto è avere salmerie ed artigliere ippotrainate od anche muoversi in montagna usando dei muli, un altro è usare la cavalleria in una guerra moderna è meccanizzata. questo è anacronistico e fa quasi sorridere.

i nostri soldati fuorno sicuramente bravi e coraggiosi, ma ebbero anche una buona dose di fortuna a trovarsi difronte truppe sporvviste di mezzi corazzati e di dubbio valore... voglio vederle a caricare un contigente meccanizzato...

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un conto è avere salmerie ed artigliere ippotrainate od anche muoversi in montagna usando dei muli, un altro è usare la cavalleria in una guerra moderna è meccanizzata. questo è anacronistico e fa quasi sorridere.

i nostri soldati fuorno sicuramente bravi e coraggiosi, ma ebbero anche una buona dose di fortuna a trovarsi difronte truppe sporvviste di mezzi corazzati e di dubbio valore... voglio vederle a caricare un contigente meccanizzato...

Pur concordando su quanto da te affermato, ti ricordo che lo squadrone comandato dal tenente Renato Togni (caduto sul campo) del Gruppo Bande dell'Amhara, al cui comando era il tenente Amedeo Guillet ( http://www.cavalleriaitaliana.it/modules/n....php?storyid=45 ), in Africa Orientale Italiana, a Cherù, nel gennaio 1941, carico' i carri armati inglesi, sacrificandosi, ma ottenendo un successo tattico; da precisare che non fu quella, di certo, l'unica volta che in quella campagna di guerra, il Gruppo Bande dell'Amhara, carico' forze corazzate inglesi, cavandosela egregiamente.

 

L'episodio da me ricordato è descritto nei dettagli, alle pagine 198 - 199 e 200 dell'opera di Sebastian O'Kelly - Amedeo Vita, avventure e amori di Amedeo Guillet, un eroe italiano in Africa Orientale - Rizzoli.

 

Puoi dare uno sguardo anche al topic dedicato al tenente Amedeo Guillet: http://www.aereimilitari.org/forum/index.php?showtopic=5674 .

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Guest galland

l'anniversario della carica del Savoia Cavalleria è ormai prossimo, rinverdisco questo topic con alcuni materiali spero non privi di interesse.

 

L’utilizzo in guerra del cavallo ha radici antichissime che arrivano all’antico Egitto. I popoli delle steppe ne fecero perno delle loro scorrerie e conquiste [1]. Per secoli la cavalleria fu regina delle battaglie; l’avvento delle armi a canna rigata, di maggiore portata e celerità di tiro, cambiò tale preminenza. L’insigne storico e americanista Raimondo Luraghi così si esprime in ordine all’impiego di tale specialità nel corso della Guerra civile americana:

 

“Quanto alla cavalleria, anche per essa l’avvento del fucile rigato avrebbe significato la fine delle grandi “cariche” di stile murattiano, a sciabola sguainata o lancia in resta: ma qui, in verità, gli americani si trovarono senza saperlo già avanti di decenni in rapporto agli europei. Il modo con cui essi (e specialmente i sudisti) usarono la cavalleria, fu mirabile. I settentrionali non mancarono di abbozzare qualche carica vecchio stile; ma in generale la cavalleria fu usata in maniera veramente nuova, e nulla si sarebbe visto in America dei folli massacri cui fu votata, per esempio, l’arma a cavallo francese nella guerra del 1870 sui campi di Froeschviller, di Vionville-Mars-la-Tour o di Floing. I confederati furono i primi a raggruppare la cavalleria in Grandi Unità alleggerendola di molti compiti faticosi come quello degli avamposti; la cavalleria fu così usata con straordinaria abilità sia per la sicurezza in marcia che per stendere un velo impenetrabile agli esploratori nemici attorno alle proprie Grandi Unità di fanteria in movimento; per l’esplorazione vicina e lontana; e addirittura per colpire con audacia straordinaria le retrovie del nemico spingendosi fin addentro il territorio avversario ed operando sulle comunicazioni, i centri di rifornimento, sulle più distanti basi. Ad un tempo scudo ed occhio dell’esercito, la cavalleria, sotto la guida di leaders prestigiosi e geniali quali i generali Stuart, Ashby, Sheridan, Grierson, Morgan e soprattutto Forrest, anticipò addirittura le imprese fulminee e audaci delle grandi colonne celeri della seconda Guerra mondiale, fino a trasformarsi in una vera e propria truppa trasportata, capace di spostarsi con sorprendente celerità e quindi combattere sia a piedi che a cavallo.” [2]

 

Il mancato assorbimento delle lezioni del conflitto americano da parte degli stati maggiori delle potenze europee fu una delle ragioni delle ragioni dei massacri sui campi di battaglia della prima Guerra mondiale, che vide l’apparire di una nuova cavalleria, quella corrazzata.

All’inizio delle sue memorie sulla seconda Guerra mondiale un grande generale tedesco, Frido von Senger und Etterlin affermava recisamente:

 

“Mi rendevo conto che la cavalleria era un anacronismo nell’epoca delle guerre moderne. Ciò nonostante ero rimasto fedele a quest’arma alla quale mi ero fatto trasferire dopo la prima guerra mondiale.” [3]

 

Durante la breve campagna di Polonia (1939) i biplani d’assalto Henscel Hs.123 dispersero le colonne ippotrainate avversarie con la seguente modalità:

 

“I piloti si scagliano all’attacco. Dopo dieci giorni di esperienze belliche sanno benissimo che l’arma principale del biplano Hs-123: in nessun caso le due bombe da cinquanta chili piazzate sotto le ali. Così neppure le due mitragliatrici montate sulla parte superiore del motore. L’arma più potente è l’effetto puramente acustico: il terribile rombo dell’elica, a partire da una certa frequenza di giri.

Una breve occhiata agli strumenti: il punto critico è raggiunto a milleottocento giri. Davanti al motore si forma una cappa acustica. Si ha all’improvviso l’effetto del crepitio di una mitragliatrice pesante.

I “macellai” spazzano via a questo modo a dieci metri sul nemico, seminando terrore e panico. Uomini e cavalli schizzano via in tutte le direzioni, gli automezzi s’incastrano creando grovigli inestricabili. E’ raro che una colonna non venga dispersa da un simile attacco radente.” [4]

 

Esiliata dai campi di battaglia la cavalleria ebbe nell’immane conflitto un importante ruolo logistico, a tal proposito basti considerare quanto detto da Adolf Hitler in persona, nel rapporto sulla situazione al mezzogiorno del 12 dicembre 1942 trattando la situazionenella sacca di Stalingrado:

 

“I cavali sono esausti, non hanno più forza di tirare. E non posso dare un cavallo in pasto a un altro. Se si trattasse di russi, direi: Che un russo divori l’altro. Ma non posso far divorare un cavallo dall’altro. E’ inutile, e quindi si tratta di perdite inevitabili. E nemmeno si può dire: Fra un paio di giorni andrà meglio, diamo una razione in più di biada. Fra due giorni i cavalli non staranno per niente meglio. Tutto ciò che non può essere portato via con gli automezzi dovrà rimanere qui. Ci sono tanti mortai pesanti là dentro, e sono perduti.” [5]

 

Sulla scorta di tali sintetiche considerazioni la carica del Savoia Cavalleria assume il sapore di un commiato, quello di un modo di combattere durato secoli, con un suo codice etico e un pathos che rimarrà nei cuori e nelle menti di tanti, seppur estranei alle cose militari e guerresche.

Per ricordare nuovamente e degnamente questa data propongo i seguenti materiali:

 

 

L’ultima carica nella steppa russa

IL GRIDO DI ISBUSCENSKJ “SAVOIA A CAVALLO!” [6]

L’episodio già leggendario nel misurato racconto di un ufficiale superstite: come una catapulta urlante, il glorioso Reggimento scaraventato all’attacco della fanteria siberiana.

 

Nel luglio del 1941 il Reggimento “Savoia Cavalleria” fu rimpatriato dalla Jugoslavia per essere trasferito sul fronte russo. Trasportato in treno sino in Romania, esso iniziò il movimento a cavallo attraverso i Carpazi, lungo le strade di Moldavia, Bessarabia e Ucraina. In 35 giorni percorse più di 1200 chilometri ed ai primi di settembre si attestò alle rive del Dnieper. Dopo aver preso parte alla battaglia di forzamento del fiume, il Reggimento riprese le marce verso est ed il 28 ottobre concorse con il III Bersaglieri e le truppe tedesche alla conquista di Stalino.

Trascorso l’inverno in riposo, riprese le operazioni l’11 luglio 1942 occupando Krasnij Luc e raggiungendo il 15 agosto, dopo una marcia di oltre 400 chilometri, le rive del Don. Qui, con il Reggimento “Lancieri di Novara”, contribuì a frenare l’attacco che le truppe sovietiche sferrarono il 20 agosto contro le nostre linee con l’intento di aprire un varco alle spalle dei soldati tedeschi operanti a Stalingrado.

Dopo giorni di duri combattimenti, il Reggimento si trovava la notte sul 24 agosto 1942 a quota 213,5 nei pressi di Isbuscenskj. In attesa dell’alba per riprendere il movimento verso il fiume, il “Savoia” aveva assunto una formazione di sicurezza, chiudendosi in un quadrato di armi automatiche, artiglierie e pezzi controcarro a protezione degli uomini e dei cavalli che, al centro, riposavano all’addiaccio.

Alle 3,30 il Colonnello Comandante fece uscire una pattuglia con compiti esplorativi. Dopo poche centinaia di metri essa i scontrò con elementi nemici sistemati a difesa. Immediatamente tutto lo schieramento avversario divampò tenendo sotto tiro il Reggimento che aveva appena iniziato le operazioni per riprendere il movimento. Vi furono attimi di incertezza. Poi le nostre armi automatiche presero a rispondere al nemico. Infine si udì un ordine: “Secondo squadrone a cavallo!”. “Savoia Cavalleria”, per l’ultima volta nella storia dell’Arma, si apprestava alla carica.

Mi svegliai di soprassalto e cacciai la testa fuori dal sacco a pelo, dentro il quale mi ero allungato per terra, le briglie di Palù legate al polso destro. Adesso i colpi che mi avevano strappato al sonno si erano fatti più intensi. Cercai di volgere lo sguardo verso la zona da cui provenivano e vidi la notte punteggiata di fiammelle azzurre delle mitragliatrici. “Ci siamo”, pensai. E appena un attimo dopo udii da qualche parte il comando: “Secondo squadrone, a cavallo!”.

Ero in piedi prima ancora che il cervello cominciasse a pensare. Gettai il sacco a pelo a Balsamo, il mio attendente, e montai a cavallo. Mentre raggiungevo la testa dello squadrone, sentii pesarmi addosso la vastità di quel cielo notturno, che da un momento all’altro si sarebbe illuminato a giorno.

“Ma che succede? Ci risiamo?”: questa fu la mia prima reazione cosciente, quando mi resi conto che ci stavamo allontanando dai fuochi azzurri. E non fu un pensiero piacevole, perché a ridosso della linea di combattimento c’era un grande vuoto, uno spazio enorme senza alcun punto d’appoggio.

Erano quattro giorni che non toglievamo le selle ai cavalli. Dormivamo quando e come era possibile. La situazione precisa del fronte ci era ignota. Sapevamo unicamente che i russi si erano infiltrati nelle nostre linee e che cercavano di sfruttare i loro success iniziali. Il nostro compito consisteva soprattutto nell’accorre a turare le falle più preoccupanti, nel dare al nemico la sensazione di non poter sentirsi sicuro in nessun posto.

La sera del 23 avevamo ricevuto l’ordine una certa quota difficilmente identificabile in quella zona piatta, movimentata da lievi ondulazioni del terreno e costellata da campi di girasoli. A un certo punto del cammino ci eravamo fermati per dare un po’ di riposo agli uomini e ai cavalli e anche perché era pericoloso e inutile proseguire nella fitta oscurità.

In attesa dell’alba, il Reggimento si sistemò a difesa: noi del secondo squadrone ci collocammo all’interno del quadrato, disposti in gruppi, pronti a balzare su al minimo allarme. La notte era fredda il silenzio intenso. Uomini e cavalli (i primi sdraiati, i secondi in piedi) ci addormentammo di colpo.

Quella notte, qualcuno forse si domandò se per caso non avessimo sbagliato direzione, andandoci ad attestare lontano dall’obiettivo fissato alla nostra incursione: una strada attraverso la quale i russi, dopo aver superato il Don, ricevevano munizioni e rifornimenti. Nella steppa tutto è possibile, data la mancanza di riferimenti topografici precisi.

Invece noi e i russi, gli uni all’insaputa degli altri, ci eravamo accampati a meno di un chilometro di distanza. Anche gli scopi della manovra erano gli stessi: noi volevamo sorprendere il nemico sul fianco e interrompere i suoi rifornimenti; loro cercavano di tagliare la ritirata ai nostri reparti attestati lungo il fiume.

Ma in quell’alba sul Don, cavalcando alla testa dei miei cavalieri, io non potevo avere la coscienza che del brusco risveglio e dei fuochi azzurri che ci lasciavamo alle spalle. Sentivo alla nuca il respiro degli uomini del mio plotone e sapevo che non avrebbero indietreggiato di fronte a nessun pericolo.

Ed ecco a un tratto, mentre i cavalli acceleravano l’andatura, improvvisamente i fuochi azzurri apparvero sulla sinistra. Dunque la nostra non era una ritirata! Avevamo semplicemente fato una conversione al largo per poter piombare sul fianco del nemico con la massima potenza d’urto.

Il cuore mi diede una scossa nel petto e mi strinsi a Palù, trasmettendogli il mio entusiasmo e la mia esaltazione. Sentii il cavallo vibrare, tendersi in avanti come se a un tratto avesse capito che qualcosa di meraviglioso stava per compiersi, che la vecchia cavalleria tornava ad essere una catapulta che piomba sul nemico, consumando in pochi minuti i frutti di una lunghissima preparazione.

Ma era ancora possibile, nell’epoca dei carri armati e delle armi automatiche condurre vittoriosamente a termine questo compito classico? Il quesito mi balenò nella mente solo per rendermi avvertito che la risposta l’avremmo avuta tre poco e che, comunque fosse andata la carica, ormai per noi non esistevano alternative di sorta: bisognava andare avanti e tenersi stretti, serrare le file al massimo, formare un corpo unico di uomini e cavalli; perché questi animali così sensibili, così ombrosi, così facili a impressionarsi e a cambiare rotta, avanzavano ora con un galoppo terribile, gli occhi miopi – dilatati dall’esaltazione della carica – puntate sulle fiammelle azzurre delle mitragliatrici.

Fu nel momento preciso che la carica si scatenava che un cavaliere apparve al fianco del comandante dello squadrone. Era il maggiore Manusardi, che qualche mese prima aveva lasciato il comando del reparto perché promosso di grado. “Da Leone”, gridò, ”sono un tuo gregario. Voglio caricare anch’io col mio vecchio squadrone!” L’interpellato fece cenno di assenso, mentre le fiammelle azzurre erano diventate paurosamente vicine e le palle fischiavano da ogni parte, tagliando l’aria come staffilate, e i cavalieri cominciavano a urlare il loro grido di guerra: “Savoia!”.

Palù, il mio fido, scorbutico cavallo dal manto grigio non regolamentare, che a suo tempo avevo ricevuto in eredità dal comandante di “Savoia Cavalleria”, Raffaele Cadorna, diede allora uno strappo alle redini e partì, prima affiancando e poi superando il cavallo del comandante, capitano De Leone, che mi gridò arrabbiato per l’atto di indisciplina: “Dove vai con quel brocco?”. Ribattei sullo stesso tono: “Tienilo tu, se ne sei capace! Io non ci riesco!”.

E poi vidi De Leone cadere dal cavallo che era stato falciato dalla mitraglia. Allora Manusardi assunse il comando dello squadrone, brandendo come arma il frustino di cui non si separava mai. Ed eravamo ormai sui russi, che ci balzavano incontro, chi cercando di colpirci, chi sollevando le braccia in segno di resa, chi correndo alla cieca nell’illusione di sottrarsi all’urto dei cavalli. Dietro di me, intanto, il trombettiere Carenzi, detto “Facciun”, si affannava invano a tirar fuori la pistola “Very” per segnalare ai nostri che cessassero il fuoco. Ci riuscì infine, ma quando ormai eravamo passati e il quarto squadrone, che attaccava frontalmente, a piedi, si era reso conto della situazione.

“Signor tenente il suo cavallo muore!” Questo grido mi meravigliò. Non mi ero accorto che Palù fosse ferito, e tanto meno ferito a morte. Avevo soltanto avvertito, a un certo momento, che non riuscivo più a tenerlo e le redini mi avevano tagliato le mani nello sforzo di mantenerne il comando. Comunque mi volsi alla voce, che era quella del mio attendente, e constatai che aveva ragione. Il cavallo perdeva sangue da innumerevoli ferite e mi bastò un’occhiata per capire che stava per crollare. Smontai di sella e mi cercai un’altra cavalcatura.

Parecchi cavalli, anche dopo aver perso i loro cavalieri, avevano continuato la carica, superando con lo squadrone le linee russe. Alcuni si abbattevano al suolo adesso, dissanguati. No aveva addirittura una delle gambe anteriori troncata; eppure non si era arrestato, perché soltanto la morte può fermare un cavallo quando carica.

Il maggiore Manusardi, intanto, riordinava le file dello squadrone. Dal canto loro i russi, passato lo spavento e l’orgasmo, riprendevano coraggio e cominciavano a bersagliarci di colpi. Sostare era pericoloso. Saltai sul primo cavallo illeso che mi venne sottomano e mi accinsi a partire per la seconda carica, seguito dal mio attendente.

E ancora una volta, a ranghi serrati, ci lanciammo sulle linee russe, seguendo il frustino del maggiore Manusardi. L’urlo dei cavalieri coprì il fischio delle pallottole, l’impeto della carica ci impedì di vedere chi cadeva e chi proseguiva. Io avvertii a un tratto che il mio nuovo cavallo allentava il suo galoppo, ma non me ne diedi pensiero perché mi era bastata un’occhiata per capire che si trattava di un animale che valeva poco. Cercai comunque di spingerlo a dare il massimo di se stesso e il cavallo riprese tendendosi in uno sforzo supremo. Non durò a lungo, però: con una grande spruzzata di sangue – era stato anche lui colpito a morte – si afflosciò al suolo.

La carica era ormai finita. Mi rialzai e raggiunsi le linee italiane mentre il terzo squadrone, guidato dal capitano Marchio, puntava a sua volta contro i russi, per la terza carica. Nel frattempo il quarto squadrone, che per primo aveva impegnato il nemico con un attacco frontale, a piedi, guadagnava terreno, attestandosi in vista dell’assalto risolutivo.

Una delle prime notizie che appresi fu la morte del capitano Silvano Abba, comandante del quarto squadrone. Costretto dalle necessità tattiche ad operare come un fante, la vista dei compagni che andavano alla carica lo aveva riempito di amarezza. Avrebbe voluto anche lui saltare in sella al suo cavallo e partire al galoppo, ma dovette contenersi. E allora pensò che se non gli era concesso di partecipare alla carica, nessuno gli poteva impedire di fotografare “Savoia Cavalleria” mentre irrompeva sui russi.

Ma le fotografie scattate da Silvano Abba, le fotografie che dovevano consegnare alla storia il documento della carica eroica dei cavalieri italiani fra i girasoli del Don, si persero nel turbine della battaglia [7]. Silvano Abba cadde fulminato da una raffica di mitraglia, che mandò in frantumi la macchina fotografica. Egli perciò non vide gli uomini del quarto squadrone compiere l’ultimo balzo e snidare i russi dalle loro posizioni, dopo che la terza carica li aveva letteralmente sconvolti.

Quando io rientrai, a ogni modo, la battaglia era ancora in pieno svolgimento e l’esito finale appariva incerto, tanto più che i russi avevano rivelato di essere nettamente superiori, sia per quantità di uomini che per mezzi. Tuttavia qualsiasi considerazione di ordine generale passò in secondo piano, ai miei occhi, di fronte al fatto che il mio attendente era scomparso nel tratto più tremendo della carica.

Passò del tempo. Il sole saliva nel cielo e l’aria si faceva calda. Sulle posizioni nemiche, la lotta si andava frazionando in cento episodi singoli allorché mi vidi sbucare dinanzi tre uomini con le mani alzate, sospinti in avanti da un soldato italiano armato in modo inverosimile e quasi curvo sotto il peso di certe grosse borse che si era appeso al collo.

“Signor tenente, le ho portato questi!”, gridò lo strano soldato. Era il mio attendente. Appena si fu liberato dei prigionieri, m i agitò sotto gli occhi il sacco a pelo. “Non l’ho lasciato indietro!”, disse con orgoglio.

Come si sia svolta l’avventura del mio attendente, non l’ho mai saputo di preciso; ma forse neppure il protagonista dell’incredibile vicenda sa con esattezza come fece a catturare un ufficiale e due soldati armatissimi, lui provvisto soltanto di una modestissima bomba a mano O.T.O., una bombetta di quelle che i bersaglieri ritenevano adatte alle signorine.

Una spiegazione dell’episodio c’è, tuttavia, e me la diede lui stesso con semplicità: “Che vuole, signor tenente”, disse, “la carica li aveva storditi, non capivano più nulla”. E per lui il discorso fu concluso, né lo si riaprì quando gli comunicai che nella borsa appartenente all’ufficiale c’erano documenti importantissimi, che contenevano piani dettagliati delle azioni che il nemico si proponeva di svolgere per annientare la nostra resistenza.

Il resto, almeno per me, non ha storia. Molto prima di mezzogiorno la battaglia era finita e il “Savoia Cavalleria” si trovava ad essere padrone assoluto del campo, con un numero di prigionieri superiore ai suoi effettivi. Nel posto di soccorso, dove avevamo concentrato i feriti, italiani e russi, trovai un soldato del mio plotone che aveva perso una gamba. Era Sulas, un sardo dal carattere ombroso e difficile, un tipo molto difficile da trattare. Mi chinai su di lui ed egli mi strinse la mano. Disse: “Ne valeva la pena, signor tenente”.

Mi allontanai, e col mio attendente andai alla ricerca di Palù, il vecchio cavallo bizzoso col quale mi pareva di formare, quando ero in sella, una cosa sola.

Palù soffriva di reumatismi, non aveva più molti anni da vivere, era proprio un vecchio cavallo: ma quando finalmente lo trovai steso al suolo, con gli squarci delle ferite nel petto e sulla testa, provai una commozione così intensa che fui costretto ad appoggiarmi al soldato che mi accompagnava. Poi mi chinai al suolo e, in silenzio, cominciai a sciogliere la sella bagnata dal sangue di Palù, letteralmente crivellata di schegge.

A mezzogiorno, il rombo di una macchina che si avvicinava ci mise in allarme, ma l’insicurezza durò pochissimo: era una camionetta del comando che ci raggiungeva. Ne scese Bianchi, l’uomo della mensa, in giacca bianca, impeccabile, che cominciò a distribuire panini imbottiti, scusandosi di non aver potuto preparare di meglio. Aveva percorso venti chilometri nella steppa per ritrovarci.

Massimo Gotta

 

Lettera del comandante del “Savoia Cavalleria” , Sandro Bettoni.

E’ oggi il 12° giorno che non togliamo la sella ai nostri cavalli; dal 20 non abbiamo avuto un giorno di riposo. In questo momento siamo in linea coi cavalli sellati dietro le mitragliatrici e i fucili mitragliatori. Dirvi che cosa sono state queste giornate è un po’ difficile. Vi dirò in sintesi che dal 20 al 23 non ho fatto che accorrere con la mia colonna (composta da “Savoia”, un Gruppo Batterie a Cavallo e una Compagnia Cannoni anticarro)a ricacciare i russi imbaldanziti, costituendo linee provvisorie e minacciandoli sui fianchi. La mia colonna era un castigo di Dio e i Russi ci hanno visto capitar loro addosso da tutte le parti.

Il 23 sera ebbi l’ordine di muovere, puntando in mezzo ai russi. Dovevo, all’alba, spingermi a … per minacciare il rovescio proteggendo il fianco destro italiano. La notte arrivai nei pressi di quota 213,5. Raccolsi la colonna e mi disposi in quadrato – cavalli al centro – cintura di armi automatiche, mitragliatrici e fucili mitragliatori in giro.

E così i pezzi anticarro ai miei ordini. Notte fredda e luna. Steppa alta. In giro il silenzio assoluto. Però non ero tranquillo. I russi sono maestri nella sorpresa. E la notte la passai ad orecchie tese. Verso le 3,30 – poiché avevo ordinato di riprendere il movimento della mia colonna alle 4 – mandai una pattugli esplorante sulla mia sinistra, 7-800 metri da me. Nessuna traccia del nemico.

I cavalieri entrarono in un campo di girasoli. Spararono qualche colpo di moschetto senza avere reazione. Il sottufficiale capo pattuglia fece allora da cavallo una raffica di parabellum. Fu come se una polveriera avesse preso fuoco. La pattuglia rientrò con tre feriti, ma un coro rabbioso di mitragliatrici (ne abbiamo rinvenute più di 60), di mortai e di artiglieria si rovesciò a tenaglia sulla mia colonna che stava per muoversi. La situazione mi appariva subito gravissima. In meno di 20 secondi le mie mitragliatrici risposero con eguale furore. Feci aprire il fuoco alle batterie dei cannoni anticarro; ma erano in molti troppi per fermarli; a battaglia finita seppi la situazione esatta: due battaglioni siberiani ci avevano attaccati. Le mitragliatrici battevano inesorabili.

Fra i primi feriti il vice Comandante Pino Cacciandra; il Capitano Aragone, altro ufficiale del mio comando; un cavaliere sull’apparecchio radio; molti cavalli. Anch’io ebbi il pastrano passato da una palla di mitragliatrice. Non c’era da perdere un attimo. Decisi di dare l’impressione al nemico di contrattaccarlo frontalmente. E il 4° Squadrone (Capitano Abba) inizia la manovra: Abba cade tra i primi, il Sottotenente Rubino è ferito mortalmente. Bisognava creare la sorpresa. Lancia il 2° Squadrone (Capitano De Leone) a cavallo sul fianco. La carica si rovesciò furiosa dalla sinistra alla destra dello schieramento nemico. De Leone ebbe il cavallo ucciso. Il Maggiore Manusardi, ex Comandante del 2° Squadrone, che aveva voluto caricare con i suoi vecchi soldati, riporta lo Squadrone alla seconda carica da destra a sinistra, galoppando sulle mitragliatrici, sui mortai, sui cannoni. Il nemico ha la prima battuta di arresto. Io proseguo l’attacco frontale e il nemico riprende a reagire: erano sopraggiunti rinforzi.

E’ la volta del 3° Squadrone (Capitano Marchio)che carica di nuovo lanciando bombe a mano da cavallo. Due plotoni mitraglieri che avrebbero dovuto mettere le armi a terra non fanno in tempo e caricano con le mitragliatrici sui basti e i cavalli sottomano. Ma il nemico era aumentato. Seicentocinquanta cavalieri (a piedi e a cavallo) avevano avuto ragione di due battaglioni (quasi tremila uomini).

In quest’ultima carica cadono feriti gravemente Marchio e il Tenente Bussolera. Marchio ebbe amputato il braccio destro l’indomani. E cade l’eroico Alberto Litta che aveva avuto ucciso il cavallo ed era stato ferito una prima volta. Cercò di rimontarne un altro ma dovette arrestarsi vicino a una mitragliatrice. Mentre additava nella mischia una direttrice d’attacco a uno dei suoi plotoni, una palla al cuore lo finiva. Con lui cadeva il suo aiutante maggiore Tenente Ragazzi e tutto il personale del comando di Gruppo. “Savoia” si è ricoperto di sangue e di gloria, ma ha salvato una situazione molto grave per le armi italiane. Il secolare sacrificio della Cavalleria si è rinnovato nelle steppe del Don.

Oggi, come vi dissi, sono in linea, pronto ad attaccare domani mattina. Sono sereno. Dio protegga “Savoia” e il suo comandante. Non state in pena. Non ho ancora scritto ai Litta perché non so se sono stati avvertiti. Alberto sarà la fiamma di “Savoia”! se lo merita. Per dirvi che cosa sia stata questa azione che S. E. Messe ha definito “la più bella azione di Cavalleria che Egli conosca”, vi dirò che si è verificato quello che maai è successo al mondo: tutti gli ufficiali e molti cavalieri furono decorati sul campo. Vi stringo al cuore con tenerezza.

 

Estratti dal libro di Lucio Lami[8]:

A mano a mano che gli uomini ritornavano , Bettoni li abbracciava commosso: “Savoia ha caricato!” dicevano gli ufficiali; “Savoia ha caricato!” rispondeva Bettoni, ma era ansioso di conoscere con esattezza le sue perdite. Sul campo di battaglia, infatti, era cominciata la raccolta dei feriti e dei caduti. Erano le nove e trenta. […]

Si seppe così, finalmente la situazione; seicentocinquanta cavalieri avevano combattuto contro duemila siberiani. Le perdite per il “Savoia” ammontavano a 32 morti (3 ufficiali), 52 feriti (5 ufficiali) e più di 100 cavalli fuori combattimento. I russi avevano lasciato sul campo 150 morti, 300 feriti, 500 prigionieri, quattro cannoni, dieci mortai, cinquanta mitragliatori e centinaia di fucili. Tra i prigionieri c’era un intero comando di battaglione. C’erano anche alcuni plotoni di mongoli interamente equipaggiati con uniformi italiane preda dell’attacco alla “Sforzesca”. […]

Poco dopo arrivarono alcuni ufficiali di cavalleria tedesca che erano di collegamento con il reparto operante alla sinistra del Reggimento: dalle alture vicine avevano visto tutto e per la prima volta manifestavano una ammirazione mista ad incredulità nei confronti degli italiani. Si avvicinarono a Bettoni e scattando sull’attenti espressero la loro ammirazione: “Herr Colonel, noi queste cose non le sappiamo più fare”.

 

 

Note

 

[1] Su tale argomento: John Keegan “La grande storia della guerra” Mondadori Milano 1996.

[2] Raimondo Luraghi “Storia della guerra civile americana” Einaudi Torino 1966, p. 276.

[3] Frido von Senger und Etterlin “Combattere senza paura e senza speranza” Longanesi Milano 1968, p. 11.

[4] Cajus Bekker “Luftwaffe” Longanesi Milano 1971, p. 71/72.

[5] Helmut Heiber a cura “Hitler stratega” Mondadori Milano 1966, p.65/66.

Il prezioso volume, mai ristampato dopo la prima edizione, raccoglie una selezione dei “rapporti giornalieri sulla situazione” ed altre conferenze e riunioni tenute al Quartier Generale del Reich tra il 1942 ed il 1945. Da notare come gli stereotipi del “discorso” politico di Hitler: i russi sono antropofagi, pronti a divorarsi l’un l’altro, i contadini americani “sono ridotti alla miseria. Ne ho visto delle fotografie. I loro agricoltori sono malandati e penosi, esseri sradicati che vagabondano senza meta” e così via.

[6] Storia Illustrata anno II n.3 marzo 1958, p. 52/58.

[7] Le foto scattate da Abba non sono andate perdute, due di esse sono pubblicate sul libro di Lami.

[8] Lucio Lami “Isbuscenskij L’ultima carica” Mursia Milano 1970, p. 239/240

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L' accostamento di Savoia Cavalleria alle formazioni a cavallo confederate e' estremamente pertinente. Savoia Cavalleria è universalmente ricordato per la carica di Isbuschenskij , ma non meno notevole fu quanto fece nell' inverno '41-'42. Con mezzi meccanici bloccati o fortemente penalizzati dalla neve riuscirono ad assicurare continui pattugliamenti oltre le linee impedendo il reciproco da parte russa con grande efficacia.

In questo furono molto simili alla cavalleria confederata , soprattutto ai reparti di Jeb Stuart ( gli occhi e la copertura di Lee) .

Morgan , Mosby, e il grande Bedford-Forrest erano piu' votati alle incursioni in profondità.

Last but non list, sara' anche O.T. , ma Savoia era il reggimento di famiglia! :adorazione:

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No, il "Savoia Cavalleria", attuale sede Grosseto, non corre alcun rischio: è una delle unità di punta del nostro Esercito!!!

 

I reggimenti di Cavalleria " a rischio" erano/sono il "Nizza Cavalleria" ed il "Piemonte Cavalleria": ma, ritengo, che unità con una storia come quella di questi reparti, riusciranno a salvarsi!

 

Comunque un grande, grandissimo plauso a galland, per il suo intensissimo e splendido post!!!

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Woohu !!

Una curiosita' , tradizione vuole che in arma di cavalleria per i reggimenti non si usi l' articolo , es. "la carica di Savoia Cavalleria".

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Guest iscandar
...Last but non list...

 

Credo che la frase estatta sia:

 

The last but not the least

 

non traducibile letteralmente in italiano, suona come "L'ultimo ma non l'ultimo", si intende come

 

L'ultimo ma non il meno importante/L'ultimo ma non l'ultimo della lista

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Credo che la frase estatta sia:

 

The last but not the least

 

non traducibile letteralmente in italiano, suona come "L'ultimo ma non l'ultimo", si intende come

 

L'ultimo ma non il meno importante/L'ultimo ma non l'ultimo della lista

Forse, la traduzione più corretta in italiano, potrebbe essere: in ultimo, ma non per ultimo!

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E lo stesso esercito tedesco, definito erroneamente come estesamente meccanizzato, faceva ampio uso di cavalli per gli usi più disparati.

 

Infatti non ricordo più quale generale tedesco disse che, in caso di necessità, da un cavallo potevi sempre cavarci una bistecca, cosa ben difficile da fare invece con uno Studebaker!

 

Comunque complimenti a tutti per la costruzione di questo ricco post "storico", cui vorrei dare la mia personale aggiunta, sotto due punti di vista:

 

a) nella guerra di secessione americana si vide una strana mescolanza di modernità e di innovazione. Tra le innovazioni va di sicuro visto l'utilizzo della cavalleria come reparto esplorante e come una "fanteria meccanizzata" ante litteram. D'altronde nella storia non sono mancati anche altri esempi di clamorose vittorie riportate da reparti di cavalleria leggera su fanterie ben equipaggiate e preparate. Un esempio su tutti la battaglia di Rocroi (1643), che mise di fatto fine alla guerra dei Trent'anni e che vide la cavalleria leggera francese sulla, di fatto fino ad allora imbattibile, fanteria spagnola (tercio, una combinazione mista di picchieri ed archibugieri della consistenza di circa 3.000 unità).

 

b) il Savoia Cavalleria è un reggimento di antichissime tradizione che, oltre alla meritatissima medaglia d'oro per la carica nelle steppe russe, era già noto dai tempi delle guerra che insanguinarono l'Europa nel corso del '600 e del '700.

 

Infatti (da wikipedia) "la mattina del 7 settembre 1706, dopo che il tiro delle artiglierie e lo scontro delle fanterie avevano fiaccato la resistenza nei trinceramenti avversari, l'azione decisiva avveniva con lo sfondamento frontale e l'aggiramento parziale delle forze nemiche da parte della cavalleria sabauda. Durante questa azione vittoriosa i dragoni di sua altezza reale caricavano al richiamo del duca "a moi mes dragons!" sul più minaccioso reggimento di cavalleria francese presso Madonna di Campagna e lo costringevano ad una fuga precipitosa, catturando anche i timpani (tamburi da sella) del reggimento avversario, che costituirono simboli di altissimo valore per oltre un secolo.

 

Grazie a questo successo, Vittorio Amedeo II poteva piombare direttamente alle spalle dei francesi che ancora resistevano validamente nei pressi di Lucento, determinandone la fuga precipitosa verso il fiume Dora. Sempre nella stessa battaglia avvenne un altro fatto singolare. Secondo la tradizione, un portaordini di Savoia Cavalleria, incaricato di recare informazioni sull'esito vittorioso dello scontro, pur gravemente ferito alla gola da un drappello avversario, riuscì a raggiungere Vittorio Amedeo dandogli la notizia prima di spirare. L'esclamazione del duca "Savoye, bonnes nouvelles" divenne da allora il motto del reggimento, così come si vuole che il filetto rosso che borda il bavero nero dello stesso reggimento, o per talune epoche, come l'attuale, la cravatta rossa, non sia altro che il simbolo del sangue che ha arrossato il colletto dell’ignoto portaordini".

Perdonatemi la lunga digressione storica, ma penso che lo spirito che animò il Savoia sul suolo di Russia venne sia dagli uomini che lo formavano al momento sia da una tradizione in cui l'onore ed il sentimento di appartenere ad un reparto speciale siano sempre stati vissuti come una sorta di obbligo morale.

Edited by gobbomaledetto

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Guest galland

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"Savoia" verso il Donez. Questa foto e le seguenti sono state scattate dal Maggore di Cavalleria Pietro De Vito Piscitelli di Collesano

 

 

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Awdiewka: sentinella davanti il comando del Savoia Cavalleria: i tradizionali "valenki" di feltro proteggono il soldato dai rischi del congelamento

 

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Awdiewka: in un paesaggio da fiaba, che fa dimenticare gli orrori della guerra l'isba che ospita l'ufficiale italiano

 

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E' arrivata l'estate, il Don si avvicina. Cavalleggeri in linea di fila; i girasoli rendono idilliaco il paesaggio, il destino è in attesa ad Isbuscenski.

cci2909200800016rk5.png

 

Lungo le piste polverose del bacino minerario del Donez

Edited by galland

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Guest galland

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L'alloggio dell'ufficiale nell'isba.

 

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Interrogatorio di contadini.

 

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Operazione di sminamento, nelle retrovie.

 

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La piazza di Stalino dopo l'occupazione da parte dei tedeschi, in primo piano carriarmati sovietici distrutti.

 

Nei prossimi giorni, l'articolo di Lucio Lami cui le foto erano di corredo, ed ancora altre testimonianze dei sopravvissuti alla carica.

Edited by galland

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Guest galland

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La copertina di Storia Illustrata del marzo 1958.

Il Capitano De Leone è stato falciato dalla mitraglia, il maggiore Manusardi, frustino in pugno, assume il comando dello Squadrone.

 

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Il lungo cammino del Savoia dalla Romania al Don.

 

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savcavriske5.pngsavcav1913ur5.pngsavcavisbdd6.png

Le uniformi del Savoia attraverso i secoli.

 

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Il Comandante del Savoia, Colonnello Sandro Bettoni, preceduto dallo stendardo del Reparto.

"Savoia, bonnes nouvelles!"

 

Dedicato a tutti quelli che... il Savoia fa inumidire gli occhi.

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