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dread

El Alamein

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visto che dominus ne ha parlato su una discussione dei carri, mi sono incuriosito

 

chi mi risponde?

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Io la sposterei nella sezione discussioni a tema, in ogni caso se aspetti un quarto d'ora ti rispondo come si deve.

aspetto aspetto

 

infatti ero indeciso tra le due...

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Allora la battaglia si svolge circa dal 23 ottobre al 4 novembre del '42 ad El Alamein, un vasto altopiano a circa 100 km da Alessandria.

Prima di passare alla descrizione della battaglia vi descrivo la situazione strategica generale sul fronte africano: le truppe Italiane, inizialmente respinte dai pur più deboli Inglesi in Libia adesso hanno conseguito una serie di vittorie grazie all'invio degli Afrika Korps di Rommel, ancora generale, e si trovavano in una posizione favorevole, infatti la fortezza della Gran Bretagna nel Mediterraneo, Malta, era stata messa a tacere a suon di bombe Luftwaffe e le truppe Italo-Tedesche avevano espugnato la fortezza Inglese di Tobruk, grazie ad una eroica azione del 31 guastatori, provocando la resa di 30.000 Inglesi e 6 generali, e acquisendo, inoltre, materiali in quantità. A questo punto il Cairo e, di conseguenza, il canale di Suez, parevano a portata di mano per Rommel che era tanto sicuro di riuscire a battere Auchinleck con le sue sole forze, questo gli fece compiere un errore molto grave: non aspettò che si completasse la, poi abortita, operazione C3 per conquistare Malta. Daltronde chi poteva contraddire il, recentemente nominato, Federmaresciallo sempre vittorioso?

Quindi il destino è fatalmente deciso il 22 giugno, il pomeriggio del giorno successivo alla caduta di Tobruk, quando Rommel decise, dopo un colloquio con il gen. Bastisco, di continuare l'offensiva fin dentro l'Egitto non dando tempo agli Inglesi.

Rommel era sicuro di queste sue decisioni visto anche la condotta tenuta dai mediocri comandanti Britannici sino a quel momento, ma il 7 agosto ci fu un' importante avvicendamento voluto dallo stesso Churcill: Auchinleck fu sostituito da Harold Alexander quale comandante dello scacchiere meridionale e al comando dell'ottava armata, gen. Ritchie, viene designato il generale Gott. Per una fatalità del destino Gott fu abbattuto lo stesso giorno da un caccia Tedesco quindi al comando dell'armata fu scelto in fretta e furia il Gen. Montgomery. Questa scelta si dimostrò vincente perchè Montgomery, un generale modesto e pacato ma con delle eccezzionali capacità belliche, seppe dare nuovo impulso alle demoralizzate truppe Britaniche dell'Africa Settentrionale.

Infatti Rommel, ai primi di luglio, si trova bloccato ad El Alamein, una stazioncina ferroviaria semidiroccata ad un centinaio di Km dal Cairo. A questo punto subentra una situazione di stallo tale che Rommel potè darsi un giorno di licenza per tornare dalla sua famiglia attendendo che le linee si consolidassero prima dello scontro finale.

A questo punto è bene analizzare le forze contrapposte:

Rommel dispone di 80.000 uomini, di cui 27 mila Tedeschi, 200 carri (circa la metà italiani) e 345 aerei, 129 tedeschi e 216 Italiani.

Montgomery, dal canto suo, poteva schierare la bellezza di Duecentotrentamila uomini, oltre mille carri e un migliaio di aerei. A questo punto si può comprendere appieno l'errore di Rommel, infatti rifiutando la richiesta di concentrare le forze per conquistare Malta permise al nemico di rafforzarsi, invece di farlo morire d'inedia, con il risultato di ritrovarsi con un nemico più forte nella misura di 3 a 1.

Lo schieramento dell'Asse da sud a nord era questo: all'estremità sud la divisione paracadutisti Folgore appena giunta in Africa, con alle spalle la divisione Pavia, a Nord le divisioni Brescia, Bologna e Trento. In prima linea, a sostegno delle nostre divisioni, era schierata la 164 Tedesca e la brigata Parà del gen. Ramke.

Le pedine di movimento corazzate erano tenute in seconda linea, a Nord la divisione corazzata Littorio e la 15ma Panzerdivision, a sud la Brigata Ariete e la 21 Panzerdivision. Di riserva c'erano la divisione Trieste e la 90ma Tedesca.

 

To be continued....

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Montgomery, invece, schierò le sue truppe così: a nord il 30mo CA, a sud il 13mo, alle loro spalle, come unità di manovra, il migliore: il decimo CA corazzato, totalmente inglese, di cui facevano parte anche i famosi desert rats. Gli altri corpi d'armata erano, invece, eterogenei e comprendevano una divisione Neozelandese, una Australiana, due Francesi, una Greca e altre che non ricordo -_-

Il piano di montgomery prevedeva di sfondare al centro, dove erano schierate la "Trento" e la 184ma Tedesca, puntando sulla prima perchè gli Italiani erano considerati, a ragione, meno armati e addestrati delle controparti Teutoniche. Quindi, aperti due varchi nei campi minati, fece avanzare i suoi carri in due colonne a protezione della fanteria che avrebbe spazzato via il nemico. Il piano prevedeva la distruzione completa delle truppe dell'asse, comprese le riserve, e consisteva in una diversione a sud per coprire l'attacco massiccio a Nord che avrebbe dovuto sfondare, tagliando fuori le truppe disposte sul fianco meridionale.

Addirittura per mimetizzare l'attacco al nord montgomery aveva assoldato uno sceneggiatore cinematografico e, udite udite, un illusionista :lol:

La preparazione fu talmente ben fatta che Rommel ci cascò in pieno, credendo più forte il fianco meridionale, mentre a Nord si erano ammassati 86 battaglioni di fanteria con 150.000 uomini, 3200 cannoni d'artiglieria e 1300 carri, con il supporto di 1200 aerei.

Come abbiamo detto Rommel era in licenza in germania il 23 ottobre, pensando che la situazione di stallo fosse sotto controllo, visto anche il perfetto mascheramento della concentrazione di truppe a nord. Purtroppo sembra destino del Maresciallo Tedesco di farsi rovinare le vacanze, infatti si trova in licenza sempre prima di un avvenimento importante :lol:

Infatti alle 21 e 40 le truppe Britanniche si muovono, coperte da un violento tiro di controbatteria che sorprende le controparti dell'asse. Alle 22 inizia l'attacco di fanteria, che si trova davanti una strenua resistenza dei tedeschi e degli italiani ma che procede, vista anche la superiorità numerica schiacciante. Il 24 il 30mo CA ha raggiunto gli obbiettivi previsti, ma i soldati sono provati da quasi un giorno di combattimento e si devono attestare.

Nel frattempo il gen Stumme, lasciato al comando da Rommel, non trova niente di meglio da fare che spararsi una rivoltellata in testa. Il maresciallo, intanto, viene messo al corrente e arriva al posto di comando il 26, trovandosi davanti ad una situazione critica.

Nonostante questo Rommel non è totalmente pessimista, come dimostra questa lettera di cui inserisco un estratto:

"La battaglia infuria e probabilmente sfonderemo ad onta di tutte le gravi difficoltà."

Infatti, alla ripresa dell'avanzata Inglese, la situazione migliora per l'asse, infatti, non avendo calcolato la doppia funzione antiaerea e anticarro del cannone flank da 88 tedesco, i Britannici si trovarono di fronte ad una concentrazione di fuoco maggiore del previsto, perdendo nelle prime ore oltre 300 carri. A questo la prima divisione corazzata Inglese, rimasta imbottigliata al di là del corridoio, rischia di venire imbottigliata e distrutta dalla 21 panzer, quindi Montgomery ordina un' azione disimpegno condotta dalla 7ma corazzata e dalla 9na australiana. L'azione riesce ma la situazione rimane pericolosa per gli Alleati in quanto si prevedeva uno sfondamento in una decina di ore, previsione terribilmente errata.

Allora Mongomery prepara l'operazione "Supercharge", da noi tradotta come colpo d'ariete, nel frattempo Rommel prevede di arretrare sino a Fuka, una ventina di km dietro il fronte, per ricompattare le linee ma scarta questa scelta che forse sarebbe stata decisiva, visto un perentorio ordine di Hitler, farsi uccidere sul posto piuttosto che cedere, rendendo certa la disfatta. La sera del 2 novembre rimangono, infatti, solo 30 carri funzionanti sul fronte, la situazione è sempre più critica e Rommel chiede, una volta di più, di ripiegare, ma gli ordini non mutano, infatti il ripiegamento era visto da Hitler come un atto di codardia, quando invece si trattava di un abile mossa strategica che avrebbe permesso di stanare gli Inglesi e condurre una vera guerra di movimento. Rimanendo fermo Rommel dovette assistere alla distruzione dei suoi carri inchiodati sulle posizioni, senza possibilità di eseguire manovre aggiranti o di disimpegno.

Il 4 novembre Mongomery sfonda lo sbarramento anticarro, a sud, nel frattempo, l'Ariete viene completamente distrutta nel tentativo di tenere le posizioni. I Carri Italiani, pur essendo inutili contro le controparti Inglesi, si sono rifiutati di cedere terreno e sono stati distrutti sul posto. Alle 15.30 la divisione non esiste più.

Nel pomeriggio gli Inglesi hanno sfondato su un fronte di 20 km e marciano verso la litoranea, il generale Von Thule si consegna con la sua divisione, non volendo uccidere tutti i suoi uomini per obbedire agli assurdi ordini di Hitler. Alle 20 finalmente Rommel decide per la ritirata. Questa è un vero capolavoro strategico del Maresciallo Tedesco, infatti Montgomery non riuscì, come sperato, a circondare e distruggere l'Afrika Corp che si ritirò in Tunisia incalzato dagli Inglesi. A sud, nella depressione di Al Quattara, la Folgore resistette per ben 13 giorni senza lasciare un metro bloccando la strada al 30 corpo d'armata Alleato.

Erano partiti dall'Italia in cinquemila, erano rimasti, tra ufficiali e truppa, in trecentoquattro. Alla resa, ebbero l'onore delle armi e il nome della loro divisione restò da allora leggendario.

La BBC inglese a battaglia conclusa, l'11 novembre così commentò: " I "resti della divisione Folgore hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane".

Così si concluse la battaglia di El Alamein, che provocò la morte di tredicimilacinquecento inglesi, di diciassettemila italiani e di novemila tedeschi.

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Peccato che questi episodi non siano vivi nella memoria collettiva, come l'eroica resistenza dei carabinieri sulla sella di Culquabert

Edited by Dominus

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Peccato che questi episodi non siano vivi nella memoria collettiva, come l'eroica resistenza dei carabinieri sulla sella di Coqualbert

infatti non la conosco, puoi illuminarmi?

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A Culquabert i Carabinieri scrissero un glorioso pezzo di storia. "Sprezzante del pericolo", andava dove i suoi uomini non osavano. Sette baionette gridarono "Avanti Savoia!" contro

migliaia di inglesi. Solo sette i superstiti, uno era di Viano...

Ferrari rifiutò la medaglia d'oro lasciandola a un compagno rimasto cieco: "Datela a lui, la merita più di me".

 

di Giovanna Caroli

 

 

Hanno spesso denominazioni sconosciute e lontane, qualche volta anche incerta grafia, le località che poi diventano i luoghi della storia; nomi comuni gli uomini che la forza di un gesto e di un’idea trasforma in eroi. Culqualber (Cuqualber, Culquabert, Culqualbert) era solo un’altura sulla strada che porta a Gondar, in Etiopia, prima che il 21 novembre 1941 i carabinieri vi scrivessero una delle loro pagine più belle, tanto da fare di quella data la ricorrenza principale dell’Arma, il giorno della santa patrona, la virgo fidelis. Daniele Ferrari era un giovane di Viano fiero e forte che, alla tranquilla vita di paese con la madre e i fratelli cascinai, aveva preferito nel 1932, a 19 anni, l’arruolamento volontario nei carabinieri e nel 1935 la partenza per l’Africa, dove nel giugno del '40 lo aveva raggiunto la mobilitazione. Poi... Tra la primavera e l’autunno del 1941, come il Duca d’Aosta a l’Amba Alagi, il 1° Gruppo Carabinieri di cui Daniele Ferrari fa parte è protagonista a Culqualber di una resistenza estrema che vale ai molti caduti e ai pochissimi feriti superstiti l’onore delle armi e l’incontro con la Storia. Ricostruzione storica e testimonianza privata intrecciano ancora una volta le loro voci per mostrarci di quale grandezza sono capaci talvolta alcuni uomini. A parlare non è tuttavia il nostro protagonista, portato via da una malattia nel 1975 a soli 62 anni; il racconto ci viene dai libri di storia, dai giornali, da un foglio matricolare per una volta non avaro di particolari, dalla voce commossa e tuttavia ferma della signora Cordelia Campani, che non esitò a riconoscerlo al primo incontro come il compagno di una vita.

 

I Carabinieri durante l'epica battaglia di Culquabert (quadro conservato presso il Museo Nazionale dell'Arma a Roma)

 

CONTRO LA MORTE, PER UN PO' DI VIVERI

L’Africa Orientale fu fin dall’inizio il fronte italiano più isolato e lontano della II Guerra Mondiale, condizione che aggravava la generale povertà di mezzi e le difficoltà di rifornimento che accomunava i soldati delle diverse aree, rendendo ovunque più evidente la capacità di adattamento, il coraggio e la grandezza degli uomini. Nel 1941, dopo la caduta di Cheren e dell’Amba Alagi, in Etiopia restavano in mani italiane la città di Gondar e i capisaldi circostanti, tra cui la Sella di Culqualber che controllava l’unica via attraverso la quale gli inglesi potevano transitare con i loro mezzi corazzati e le loro artiglierie per puntare su Gondar, dov’era arroccato l’ultimo nucleo di resistenza comandato dal generale Guglielmo Nasi. I carabinieri provvidero a fortificare la postazione con tronchi d’albero e scavando nella roccia “posti a scoglio a feritoie multiple, in modo da assicurare continuità di fuoco in tutte le direzioni”, ma non c’era alcuna proporzione tra le forze in campo. Nel mese di settembre gli avversari riuscirono a isolare e assediare Culqualber, interrompendo non solo i rifornimenti di viveri ma anche la possibilità di approvvigionarsi d’acqua. I libri di storia parlano esplicitamente di periodo di stenti. La signora Cordelia ricorda: "Qualche ascaro riusciva a passare le linee e a trovare qualcosa. Mio marito diede il suo orologio per una scatola di ceci. Qualche volta usciva anche lui per procurare qualcosa su quella montagna su cui non c’era nulla, nulla. Quando moriva un mulo, facevano bollire la pelle giorni e giorni per potere mangiare anche quella".

Il racconto dei compagni d’armi e di prigionia sul giornale della loro associazione svela la modestia e la riservatezza della signora Cordelia: "Viveri ed acqua scarseggiavano e naturalmente per sopravvivere e resistere bisognava che spesso qualche pattuglia tentasse una sortita per cercare di procurarsi qualcosa onde sfamarsi. Di ogni pattuglia, che furtivamente usciva, il carabiniere Ferrari ne faceva parte volontariamente e con spirito encomiabile trascinava lo sparuto reparto in aggressivi attacchi e dopo aver afferrato qualcosa da mettere sotto i denti si ritirava nel fortino lasciando purtroppo qualche commilitone sul terreno. Quante volte fu ferito il carabiniere Ferrari Daniele? Tante! Ma se le gambe gli permettevano di camminare, egli era pronto, sempre volontario per la prossima partita".

 

OLTRE LA PAURA C'ERA DANIELE

Un ardimento che aveva mostrato sempre e che già nel primo anno di guerra gli era valso la Croce al valor militare con la seguente motivazione: "Carabiniere addetto ad un comando di settore, si offriva più volte per partecipare ad azioni belliche con reparti coloniali, dimostrando sempre audacia e sprezzo del pericolo. Durante un furioso combattimento, con grave rischio personale, si spingeva profondamente, con pochi militari coloniali, nella zona occupata dal nemico, riportando preziose informazioni sulla dislocazione dei reparti avversari contribuendo all’esito brillante della successiva azione dei nostri reparti. Esempio di alto spirito di sacrificio, sprezzo del pericolo ed elevato amor patrio. Matemma Gallabat Gondar A.O. 6 - 9 novembre 1940".

"Era stato sempre un fegataccio, davanti a tutti - riassume la signora Cordelia - dove non andavano i compagni andava lui".

A Culqualber le puntate offensive erano necessarie non solo per allentare la pressione del nemico, ma soprattutto per sottrargli provviste e rifornimenti. In queste condizioni, sotto bombardamenti aerei pressoché continui e attacchi d’artiglieria di forze decine di volte superiori, il 1° Gruppo Carabinieri resistette mesi, respingendo con uguale impeto gli insinuanti inviti alla resa come i violenti attacchi. L’eroicità e le continue resurrezioni dei soldati "con la bandoliera bianca" viene sottolineata oltre che dai bollettini di guerra italiani anche da quelli inglesi.

 

LE BAIONETTE CONTRO I FUCILI

Il 21 novembre gli ultimi combattimenti all’arma bianca, l’unica rimasta. Come i commilitoni sulle pagine del loro giornale, anche noi ne affidiamo la ricostruzione a un brano del racconto Culquaber di Harold Clarke, pubblicato nella collana I più famosi libri di guerra. Il narratore è il cap. Leonard Mallory, che comandava i soldati inglesi durante l’ultimo attacco: "... Erano rimasti in sei o sette, erano laceri e sanguinanti e si erano raggruppati uno contro le spalle dell’altro e con le loro baionette avevano creato una specie di cerchio d’acciaio. 'Arrendetevi!', urlai con quanta voce avevo in corpo, sovrastando per un attimo il rumore del combattimento. 'Arrendetevi!!!'. Le mie parole, che speravo fossero seguite da un segno di resa da parte di quei carabinieri che si stavano battendo così eroicamente fino allo spasimo, ebbero invece come risposta il loro grido di guerra: 'Savoia!'. E ancora una volta inconcepibile a pensarsi e meraviglioso a vedersi, quei sei uomini rimasti soli, senza alcuna speranza e possibilità si slanciarono contro di noi... 'Arrendetevi!', gridai ancora una volta. Ma tutto fu inutile, continuarono a venire avanti... Esitai ancora qualche attimo; non volevo dare l’ordine che avrei dovuto... I miei soldati avevano messo il ginocchio a terra ed avevano puntato i fucili. Anche a loro tremavano le mani in attesa dell’ordine che sarebbe venuto. 'Arrendetevi!', gridai ancora una volta. Ma tutto fu inutile; continuavano a venire avanti e forse non ci vedevano nemmeno. 'Fuoco!'. Appena la nuvola di polvere causata dagli spari si levò, davanti a noi non c’era più nessuno. Tutti morti...".

 

SUPERSTITE E FERITO: TORNA A CASA

Sotto il cumulo dei cadaveri Daniele Ferrari ha un fianco squarciato da un bombardamento, una scheggia gli ha portato via un frammento dell’osso iliaco, una baionetta gli ha trafitto polmone e fegato, il calcio di un fucile gli ha fratturato setto nasale e costole; ferite minori si contano su tutto il corpo, ma è uno dei sette superstiti, gli unici di tutto il gruppo. Le pattuglie inglesi tornate sul terreno di battaglia per seppellire i morti lo raccolgono tre giorni dopo in condizioni disperate. Una settimana nell’ospedale da campo inglese di Culqualber, quindi il calvario dei campi di concentramento, con l’unico privilegio di un materassino che lo segue ovunque e che lui, ingessato in tutto il corpo, usa appoggiandosi sul lato più corto per poterlo condividere con i compagni di prigionia che hanno così "dove posare il capo". Da Erba in Sudan a Durban nel Transvaal, da Decameré a Zonter Water, poi nel marzo '43, uno scambio di prigionieri mutilati gli consente il rientro in patria e il ricovero all’ospedale di Bari, da dove può riprendere contatto con la famiglia, che dal novembre '41 lo piange insieme al fratello Marino, caduto negli stessi giorni sul fronte libico. Per la mamma Emma Venturelli l’eroismo è un tratto familiare: il marito Claudio era infatti morto nel 1921 per una polmonite sopraggiunta dopo il tuffo in pieno inverno nelle acque gelide di un torrente per salvare un bimbo che vi era caduto. Questa volta il prezzo non è così alto: a maggio Daniele rientra a casa, progredisce rapidamente e altrettanto rapidamente riprende entusiasmo per la vita. In poco tempo accadono molte cose...

 

Una rara immagine di Ferrari (al centro) in Africa.

Lui portò a casa "solo" la pelle

 

IL TEMPO DELL'AMORE

"Aveva fretta di vivere, era un uomo che amava molto la vita - si fa sereno ora il racconto della signora Cordelia -. Io ero un po’ più giovane, non lo conoscevo prima... Lo vidi poco dopo il suo ritorno, un giorno che era venuto a salutare i miei, era di spalle, mi sembrò bellissimo, si girò e... mi rimase in mente... Mi dicevo: 'Che non lo debba mai incontrare?'. Il 29 giugno scendevo in bicicletta verso Scandiano, lui saliva a piedi, era già senza bastone. Mi sorrise: mi fermai! Allora per andare a Scandiano ci si metteva in ghingheri, mi guardò - lo ricordo come fosse adesso, con una blusina blu, in maniche di camicia - 'Eh, lei non si ferma con me...', mi disse, come a dire: 'Lei non si adatta'. Poi continuò: 'Lei non accetterebbe di tornare indietro...'. 'No, no, io accetto!'. Risalimmo un po’... ci fermammo seduti sulla bicicletta presso un ponte, poco fuori il paese: abbiamo parlato, parlato... Mi ha detto: 'Vengo anche stasera a trovarla?'. Non ci siamo più lasciati. In sette mesi ci siamo sposati. Era stato tanto lontano, tanto ferito, tanto sofferente in prigionia: aveva voglia di famiglia e di vita. Io ero impiegata in municipio, lui trovò un impiego nella distribuzione delle tessere annonarie".

 

Daniele e Cordelia nel 1944,

qualche giorno dopo il matrimonio

 

IL TEMPO DELLA GLORIA

Quando la guerra finisce, l’amore per l’Arma ritorna più forte di prima: vuole essere nuovamente carabiniere in servizio attivo e, nonostante le ferite, ci riesce. Promosso sul campo vicebrigadiere, quindi brigadiere, è presto maresciallo in diverse caserme di Bologna e della provincia.

"Preferiva che facessi la moglie e io feci così. Non avevamo pretese, le ragazze allora erano modeste. Quando era fuori per servizio, gli scrivevo e al ritorno gli facevo trovare una lettera sul tavolo, ogni sera; anche lui mi scriveva quasi ogni giorno".

Così fino al pensionamento, al rientro a Viano, dove pochi anni più tardi lo raggiungono la malattia e in breve tempo la morte, ricordando e parlando dell’Africa, del paesaggio, del clima, delle bellezze naturali fino all’ultimo giorno.

A ricordare la guerra e il suo eroismo sono, allora come oggi, i libri, gli articoli di giornale, le dichiarazioni degli amici, i discorsi celebrativi, le tredici decorazioni ricevute, tra le quali la Medaglia d’argento al valor militare perché: "Per oltre otto mesi in linea, in un caposaldo assediato, estremo baluardo di un sistema difensivo, affrontava con morale altissimo le prove più dure imposte dalla difficile situazione. Particolarmente si distingueva nel corso di asprissimi (sic) combattimenti sempre pronto a partecipare alle imprese più rischiose. Durante lunghe ore di dura lotta contendeva palmo a palmo il terreno all’attaccante, continuando a combattere imperterrito fino a quando cadeva gravemente ferito. Bell’esempio di fiero sprezzo del pericolo". Africa Or., 21 novembre 1941.

Una medaglia che doveva essere d'oro, ma... Dato per morto, gli venne conferita in un primo tempo quella d'argento, mentre a un altro sopravvissuto, rimasto cieco, venne riservato il riconoscimento più alto per un militare. Quando si scoprì che Daniele era vivo, i generali Nasi, Ugolini e Cerica si attivarono perché le onorificenze fossero invertite nel rispetto dei meriti acquisiti, ma fu lo stesso Ferrari a opporsi: "Il mio compagno rimasto cieco la merita più di me". Daniele Ferrari era fatto così.

 

La decorazione con la Medaglia

d'argento al valor militare

 

Anche la motivazione della promozione a vice brigadiere per merito di guerra ne evidenzia la personalità e l’eroismo: "Carabiniere pluridecorato, animoso e provato a duri cimenti, aveva creato attorno a sé un fascino leggendario che suscitava portentose emulazioni. Durante tre mesi di stretto assedio, di stremante penuria e disperati combattimenti, offrendosi volontario in aggressive sortite, recava un personale contributo a conseguire vittorie difensive imponendosi anche per capacità di comando a capo di ardimentosi e delicati pattugliamenti. Nell’epilogo della lotta, ridotto con pochi superstiti attorno al comandante di battaglione, mortalmente ferito ne guidava le ultime gesta, deciso a far della vita cruento olocausto alla patria. Più volte ferito d’arma da fuoco, trafitto da baionetta e dato per morto, restava tre giorni esanime nel campo, salvato alfine da pattuglie avversarie inviate alla ricerca dei sopravvissuti su ascoltata richiesta dello stesso comandante del travolto caposaldo. Figura luminosa in cui trovano nuovo splendore le virtù eroiche dell’Arma". Culquabert (Africa Or.) Agosto - 21 novembre 1941.

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In effetti in Italia manca proprio la cultura di valorizzare le gesta eroiche dei propri combattenti, cosa che in altri paesi è l'opposto.

 

Gli italiani hanno scritto pagine di eroismo e di sofferenza, di sacrificio e di abnegazione, eppure sono raramente ricordati, quasi che l'esito delle guerre abbia tolto valore a quei soldati che hanno perso la vita combattendo.

 

Un vero peccato, perchè quelle gesta costituiscono un patrimonio prezioso che dovrebbe servire a far riflettere le giovani generazioni sul valore di ciò che hanno, e sul valore della propria vita.

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Guest Folgore

più che altro avevano impedito a Rommel di potere aggirare le forza inglesi. gli inglesi si erano appostati a Nord della depressione di AL Quattara, un posto che i corazzati non potevano attraversare, quindi addio aggiramento. -_-

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http://www.esercito.difesa.it/root/storia/elal_game.asp

qui c'è una bella mappa interattiva

 

ma è vero che quando il generale Montgomery chiese la resa della Fologre, essi risposero: "Noi siano la Folgore"?

Il generale Montgomery non era presente, quindi non poteva intimare la resa...

Vero è che nel corso dei combattimenti sempre più frammentati, in pratica tutti i folgorini, nel momento supremo del contr'assalto, lanciando bombe a mano e quant'altro, urlavano Folgore! E poi si lanciavano contro il nemico...

La resa comunque ci fu, 250 circa folgorini, quasi tutti feriti e senza munizioni, laceri ed assetati, si arresero, ma con dignità (alcuni piangevano, ma perché

non erano più in grado di opporsi al nemico)...

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Guest Folgore

SI! i paracadustisti e la Folgore, vanno MOOOOLTO fieri di El Alamein.

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Secondo me John il fatto non è che la guerra sia stata persa che ha fatto dimenticare i gesti eroici ma la percezione che si ha della guerra in Italia.

Per esempio molto spesso alla notizia di qualche attentato nelle nostre attuali missioni ho sentito commenti come "se la sono andati a cercare" oppure "tanto erano guerrafondai e assassini" e via dicendo.

Quindi le gesta di questi eroi non vengono ricordate in quanto sono considerate sconvenienti o opera di persone comunque giudicate in maniera negativa dalla parte intellettuale della società.

Questo ci tengo a sottolinearlo perchè penso che la maggior parte della popolazione non abbia questi sentimenti, ma gli intellettuali Italiani, che hanno forte impatto nel mondo dell'informazione, sono tutti, per un verso o per un altro, schierati a sinistra, nella maggior parte dei casi movimentista, e per questo sono portati a giudicare in maniera negativa questi atti

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poi con una costituzione che ripudia la guerra e tutto cio che la ricorda è dura ecclamare gli eroi

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A proposito di coqualbert sono riuscito a leggere una monografia correlata da foto sulla rivista "il carabiniere" che ho dovuto, purtroppo, leggere in una sala d'attesa in caserma :furioso:

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o raga su emule si trovano interesanti documenti in PDF sulla battaglia :P

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Guest walter

EL ALAMEIN

novembre 2006

 

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Edited by walter

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