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lotus89

battaglia di leyte

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che opinioni avete sul più grande scontro aereonavale della storia? ad esempio come mai kurita, non affondò il colpo a samar? perchè i giapponesi a surigao si sono gettati dentro uno sbarramento a T? se halsey non fosse andato a nord, verso le porataerei civetta giapponesi, è possibile che nemmeno una nave nipponica sarebbe scampata alla distruzione?insomma tutte le considerazioni su questa battaglia

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Bah visto che non si fa avanti nissuno...

Leyte è un' isola delle Filippine dove a fine ottobre del '44 si svolse la più grande battaglia navale (aeronavale) di tutti i tempi, nell'ambito della riconquista americana del gigantesco arcipelago.

Per alcuni l'isola ha la forma di un dente molare, per altri somiglia a molte altre cose.

La battaglia si svolse nel Golfo di Leyte perchè i giapponesi tentarono di attaccare il traffico dei trasporti americani coinvolti negli sbarchi sulle isole Filippine.

Nella "Battaglia del Mar delle Filippine" o "Delle Filippine" per la prima volta aerei giapponesi con uomini a bordo si buttarono deliberatamente sulle navi americane, dando vita al mito dei "Kamikaze".

Secondo molti storici, complessivamente la riconquista americana delle Filippine, nonostante si sia conclusa con un successo statunitense, è stata in realtà un inutile spreco di soldi, di vite e di mezzi, in quanto le forze aeree strategiche e le forze navali americane, ragionando in termini di aerei e di navi, avrebbero potuto tagliare obliquamente a nordovest direttamente verso il Giappone e assaltando i giapponesi a Formosa (odierna Taiwan) e tagliando di fatto fuori tutti i giapponesi nelle Filippine senza scontri diretti su quelle isole (passando per l'ipotenusa di un triangolo retto anzichè per i due cateti), ma Mac Arthur aveva giurato ai filippini (e a sè stesso probabilmente) che sarebbe ritornato a scacciare i giapponesi (nel '41, dalla silurante con cui stava evacuando Corregidor, Mac Arthur aveva dichiarato: "Sono stato qui, ritornerò!") e il generale americano ormai gode di un prestigio tale che si disegna da sole le uniformi e perfino i comandi della flotta combinata statunitense davanti a lui devono chinare la capa (di malavoglia).

Nello scontro di Leyte entrarono in azione per la prima volta anche le due gigantesche supercorazzate da battaglia giapponesi Yamato e Musashi (gemelle) che per la prima volta aprirono il fuoco con i loro enormi cannoni dal calibro mostruoso di 460 mm (un proiettile dei quali, da solo, pesava più di sei tonnellate, come sei utilitarie). La Musashi venne affondata dopo essere stata centrata da almeno 12 siluri e da non so quante bombe e dopo essere andata alla deriva e aver bruciato per tutto il giorno il 24 ottobre 1944.

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Modificato da Hobo

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veramente i proiettili pesavano 1460kg... http://www.navweaps.com/Weapons/WNJAP_18-45_t94.htm

comunque...

 

a Samar non si è mai ben capito perchè Kurita non affondò il suo colpo, distruggendo la Taffy 3 e puntando sui mercantili: alcuni ritengono che temesse una trappola, altri che fosse troppo provato dai lunghi giorni di combattimenti e perdite, subite dalle sua squadra navale nelle manovre di avvicinamento a Leyte. c'è da dire che Kurita per molto tempo non capì di avere a che fare con delle semplici CVE e che subì forti perdite dovute all'azione degli aerei imbarcati, che fecero strage dei sui incrociatori, senza contare l'incredibile audacia dei DD e DE della Taffy3 che dettero molto filo da torcere.

indubbiamente, però, fu davvero una pessima figura.

 

a Surigao i giapponesi non sapevano di andarsi ad infilare in una trappola e peccarono molto nel settore C3, complice anche l'astio che correva tra i due ammiragli presenti alla battaglia, Nishimura e Shima.

presi tra il fuoco delle poderose forza di Oldenford e dei numerosi attacchi dei caccia, la piccola flotta nipponica fu spazzata via.

 

se Halsey non fosse caduto nel tranello tesogli da Ozawa, sicuramente nessuna nave giapponese sarebbe sopravvisuta e ci sarebbe stato un epico scontro col cannone, forse con qualche sorpresa. tuttavia, nonostante la riuscita del piano Sho-Go, le forze del sol levante non riuscirono ad ottenere alcun successo, quindi, non è che la cosa abbia influenzato molto la vittoria finale.

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Per capire cosa porta gli americani alle Filippine, meglio riassumere il loro percorso nel Pacifico dopo Midway.

All’epoca e fino al 1942, i giapponesi hanno conquistato in estremo oriente un impero immenso (“Il Nuovo Ordine Mondiale”, o “Sfera di co-prosperità”) che si estende comprendendo un immenso quadrilatero di superficie terrestre. Questo “quadrilatero” sconfinato va, in senso antiorario, dal Giappone alla Manciuria attraverso le due Coree, passa per Hong Kong, Indocina, Thailandia e Birmania, arrivando fino a sfiorare il delta del Gange in India; si dirige poi a sud, fino a Sumatra, Giava e Timor, costeggiando l’Australia, passa per la Nuova Guinea e le Salomone e, a livello dell’arcipelago delle Gilbert (in pieno Pacifico), piega bruscamente a nord lungo una linea retta che taglia a metà l’oceano subito ad ovest della Linea di cambiamento di data, fino ad arrivare alle Aleutine (Kiska e Attu), per poi ritornare in Giappone dopo aver attraversato Sahalin (strappata ai russi).

 

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E’ un impero marittimo gigantesco che minaccia di espandersi ancora verso l’India e l’Australia ed in cui il Giappone basa la sua potenza su una fittissima rete di rotte commerciali attraverso le quali dalla periferia dell’impero le navi nipponiche trasportano verso la madrepatria le materie prime e le ricchezze delle terre occupate. Su tutto e su tutti vegliano la Marina imperiale e la Kido Butai, la strapotente flotta combinata giapponese, che, spazzati via inglesi e olandesi, mira ora a cancellare la presenza americana da tutto il Pacifico occidentale.

Lo scontro aeronavale di Midway (4-6 giugno 1942) rappresenta simbolicamente il punto d’inversione in tutto questo: i giapponesi rinunciano a scacciare gli americani dal Pacifico, perché semplicemente non possono più farlo e si irrigidiscono sulle loro posizioni in una strategia di logoramento.

Dopo Midway, gli americani passano dalla difensiva all’offensiva. Le forze marittime e terrestri statunitensi lavorano in strettissima collaborazione tra loro, anche se con qualche attrito. Gli ammiragli King e Nimitz si occupano delle operazioni aeronavali, il generale Mac Arthur risponde delle operazioni terrestri: il Pacifico diventa (purtroppo per loro) il “tempio” dei Marines.

La strategia è scacciare i giapponesi da alcune isole-chiave e costruirci delle piste per gli aerei, per appoggiare il balzo successivo. In questo modo, di isola in isola, gli americani cominciano a scalzare gli avamposti dell’impero giapponese; contemporaneamente sul mare, anzi, sotto, i sommergibili americani cominciano a fare con le navi giapponesi quello che gli U-boot tedeschi fanno con i convogli alleati nell’Atlantico settentrionale, strangolando i rifornimenti marittimi del Giappone.

Gli americani hanno capito che l’impero nipponico si basa sui traffici marittimi e li colpiscono, inoltre evitano se possibile di attaccare i capisaldi nemici dove sono più forti, ma li aggirano tagliandoli fuori e lasciandoli a “seccare sul ramo”; è la classica tattica aggirante a tenaglia, ma applicata in una guerra che “…ora abbraccia terra e mare in proporzioni mai viste prima”.

La prima azione offensiva dell’ammiraglio King, dopo Midway, è la conquista delle isole Salomone, a est della Nuova Guinea. Inizia la terribile battaglia di Guadalcanal, tra la fine del ’42 e gli inizi del ’43 e che per i giapponesi si risolverà nella “Stalingrado del Pacifico”.

 

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Successivamente e dopo aver occupato insieme con gli australiani Papua, Gona, Buna e Sanananda, in Nuova Guinea, gli americani mirano a Rabaul e all’arcipelago delle Bismarck.

Il secondo passo muta direzione e King stabilisce per prima cosa la conquista delle isole Gilbert, poi delle Marshall (Majuro, Eniwetok, Kwajalein), delle Caroline (base giapponese di Truk) e infine, nel luglio 1944, delle Marianne (battaglie di Guam, Saipan e Tinian, da dove partirà l’”Enola Gay”), nel mezzo delle distese sconfinate del Pacifico centrale, questo per dare mano libera all’US Navy attraverso l’oceano e per avere piste per i B-29. Le Marianne sono considerate da King il presupposto al balzo diretto verso il territorio giapponese.

I giapponesi lo sanno e predispongono uno sforzo gigantesco per difendere le Marianne (ed indirettamente il Giappone) lungo un enorme “anello” di difesa esterna che va da Sumatra-Giava-Timor-Nuova Guinea occidentale-Palau-Marianne.

Nella battaglia per le isole Marianne, i giapponesi gettano quasi tutta la loro forza aeronavale, di cui gli americani faranno strage (“tiro al piccione delle Marianne”), perché ormai i piloti giapponesi esperti sono tutti morti e quelli nuovi non sono abbastanza addestrati. Le Marianne vedono tra l’altro il trionfo del caccia americano F-6F Hellcat, che fa tramontare il mito dello Zero.

Conclusa vittoriosamente la battaglia delle Marianne, gli americani si predispongono alla riconquista delle Filippine, ma non prima di aver durissimamente colpito per indebolirla, con una grande offensiva aerea (task force 38, ben 17 portaerei, scortate da corazzate e incrociatori), l’aviazione terrestre giapponese basata a Formosa (Taiwan) e nelle isole Ryukyu, che sono ormai territorio metropolitano giapponese (10-13 ottobre 1944), in modo che i nipponici non possano inviare rinforzi aerei nelle Filippine: è questo il preludio al grande scontro aeronavale di Leyte (20-24 ottobre 1944).

Modificato da Hobo

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Si può pensare che le Filippine, con le loro tantissime isole, le numerose piste -anche "di fortuna- e le risorse alimentari e minerali potevano costituire, se non strappate ai Giapponesi, una possibile base di partenza per iniziative volte a minacciare le linee di comunicazione fra Formosa (altra possibile meta di invasione dell'US Navy) e il resto del pacifico. In più forse Mc arthur riteneva di avere un certo aiuto da parte della popolazione locale, tanto è vero che nonostante le dimensioni dell'arcipelago e l'abbondanza numerica della guarnigione nipponica la riconquista di gran parte delle isole fu tutto sommato "rapida", anche se non indolore; c'era poi la possibilità di riorganizzare l'organizzazione "coloniale" Filippina con tanto di servizio di leva per i numerosissimi giovani del luogo (lì le risorse umane non mancavano, nè mancano, di certo), magari per impiegarli cinicamente come carne da cannone in vista dello "scontro finale" del 1945 e permettere di far rifiatare Esercito e Marina americani, che nonostante le vittorie non erano proprio freschissimi. ancora, dalle Filippine era possibile produrre beni alimentari sufficienti per buona parte delle necessità delle forze armate, dando così qualche vantaggio in più

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Mari del Sud.

Le Filippine sono un grande arcipelago montuoso e ricoperto di fitta foresta tropicale e composto da ben 7.107 tra isole ed isolotti.

Per chi guarda la carta della Filippine, si vede subito che ci sono solo due grandi isole principali: Luzon a nord e Mindanao a sud, che comprendono al centro una gigantesca miriade di isole più piccole (come Palawan, Mindoro, Sibuyan, Masbate, Panay, Negros, Cebu, Bohol, Leyte, Samar, Dinagat, Sarigao, Sulu) che individuano tra loro golfi, stretti e canali che conferiscono alle Filippine la più lunga linea costiera del mondo: 36.289 chilometri, assolutamente impossibile da difendere nella sua interezza.

Le Filippine sono bagnate sostanzialmente solo da due grandi mari, uno a est dell’arcipelago, che è il Mar delle Filippine (Pacifico) e uno a ovest, che è il Mar Cinese Meridionale.

A nord dell’arcipelago c’è lo stretto di Luzon che separa le Filippine da Taiwan, a sud c’è il Mar di Celebes, compreso tra Mindanao, Borneo e Celebes (Sulawesi).

Infine, L’arcipelago delle Filippine ha un suo “mare interno” che è il Mar delle Sulu, un quadrilatero di oceano compreso tra Filippine e Borneo, separato dal Mar Cinese Meridionale (a nord) dall’isola di Palawan e a sud è separato dal Mar di Celebes dall’arcipelago delle Sulu.

 

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A fine ’44, il generale Mac Arthur decide (senza avere tutti i torti) che le Filippine non possono essere abbandonate a sé stesse e vanno liberate prima di dirigersi direttamente su Taiwan e il Giappone.

Inoltre, è dal dicembre del 1941 che il contingente americano e inglese del generale Wainwright, rimasto a morire di fame nei campi di prigionia giapponesi nelle Filippine, attende di essere liberato: bisogna fare qualcosa e Mac Arthur e Nimitz fanno qualcosa.

A metà giugno si combatte la battaglia aeronavale del Mar delle Filippine, che si conclude con la sanguinosa sconfitta della 3° Flotta Imperiale giapponese.

A fine estate 1944 gli ammiragli Halsey e Mitscher ricevono ordine di trasferire nel Pacifico centrale la task force 38, un gigantesco gruppo da battaglia comprendente 17 portaerei, sei corazzate, tredici incrociatori e una sessantina di cacciatorpediniere.

Una dopo l’altra le posizioni giapponesi iniziano ad essere martellate senza pietà, i loro aerei distrutti in aria, o al suolo.

E’ una pioggia di fuoco che si abbatte sui soldati del Sol Levante, i quali possono ben poco.

Per mantenere sicure ed agevoli le linee di comunicazione che collegano le Filippine (ancora giapponesi) verso nord con Saipan e Guam nelle Marianne e verso sud con la Nuova Guinea, il 15 settembre i Marines vengono fatti sbarcare a Morotai (nelle Molucche) e a Pelelieu, nelle Palau, che cadranno definitivamente in mano americana l’11 ottobre.

Se Morotai cade in mani statunitensi in modo relativamente “facile”, la battaglia per le Palau è invece terribile, si calcolano 1589 colpi di arma leggera e pesante sparati per ogni giapponese ucciso; sullo sperduto arcipelago cadono 1121 Marines, i quali, assurdamente, si trovano addirittura al centro di un’incredibile polemica con la Marina e l’Esercito che li accusano di essere troppo “cauti” e di metterci troppo a spazzare via i nipponici!

I Marines non possono credere alle loro orecchie: da due anni muoiono a migliaia su scogli dimenticati da Dio in mezzo al Pacifico, falcidiati dai giapponesi, ma anche da un clima tropicale infernale, dai serpenti, dalla malaria e dal morso di insetti letali e ora gli si dà anche dei vigliacchi!

Si apre una vera frattura quasi insanabile tra i Marines e la Marina, devono intervenire gli alti comandi per rimettere insieme i cocci, ma ormai il vaso si è rotto e non sarà più come prima. Iniziano addirittura incredibili e misteriosi atti si sabotaggio.

Sulla bacheca delle operazioni, nella mensa ufficiali dell’ USS Repulsive, compare un messaggio di auguri che la dice lunga sullo stato delle cose: “Maledetti disgraziati fottuti! Spero che la nave si becchi nella pancia un bel siluro giapponese!”, firmato USMC.

Pochi giorni dopo, Mitscher porta le sue portaerei a soli 80 Km da Luzon e lancia quattro potenti attacchi aerei su Manila e sui suoi aeroporti, distruggendo le piste a Nichol Field e a Clark Field e annientando un paio di centinaia di aerei nemici: l’ammiraglio Halsey a questo punto sottopone la questione dell’invasione filippina a Roosevelt e Churchill, riuniti a Quebec, i quali danno semaforo verde a tutta l’operazione.

Gli americani, consci della loro enorme superiorità, iniziano ad impegnare i giapponesi in una serie di attacchi continui che non danno più tregua, in modo da attaccare in più punti e senza interruzione, cosicchè il nemico non abbia più la forza di riorganizzarsi, ma si dissangui irrimediabilmente.

Il 21 settembre Halsey e Mitscher attaccano la baia di Manila, abbattendo 110 aerei nemici, distruggendone altri 95 al suolo e affondando o danneggiando 12 navi.

Il 23 settembre, altri 36 aerei giapponesi vengono distrutti e 22 navi affondate o danneggiate nella battaglia delle isole Visayan, al largo di Panay.

Il 24 e il 25 settembre gli americani ritornano su Manila: il Sol Levante perde ben 400 aerei e 105 imbarcazioni.

Il 10 ottobre l’US Navy attacca a nord, lungo l’arcipelago delle Ryukyu e altri 89 aerei nipponici e 58 navi giapponesi vengono distrutti. Ma non basta, per assicurare una maggior tranquillità ai convogli diretti sulle spiagge di sbarco filippine, tra le Filippine e la Cina orientale gli americani procedono all’impegno e distruzione del maggior numero di aerei nemici che possono, provocandoli a levarsi in volo e annientandoli in aria, in modo che non possano più essere usati contro lo sbarco ormai imminente. Tra il 10 e il 12 ottobre, almeno quattro portaerei americane lanciano i loro aerei conro le basi dell’aviazione nemica a Okinawa e a Taiwan. Su quest’ultima isola, i piloti americani incontrano la resistenza più dura che abbiano trovato da più di due mesi a questa parte: contro di loro si alzano in volo i 200 caccia giapponesi della 6° forza aerea dell’ammiraglio Fukudome; ha luogo la grande battaglia aerea di Formosa (Taiwan) in cui i giapponesi si sacrificano come samurai.

Modificato da vorthex

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gli americani pagarono un prezzo tutto sommato molto modesto.

secondo Millot persero 89 aerei ed ebbero 64 vittime tra gli aviatori ed i mariani del CA-70 Canberra e del CL-81 Houston., i due incrociatori fuorono colpiti dai Ki-67 Hiryu (Peggy) a largo di Fromosa: il primo fu il Canberra a centro nave da un siluro, sotto la cintura corazzata, poi lo Houston, colpito prima da un siluro, poi da un altro, a poppa, mentre era sotto rimorichio (operazione tutt'altro che facile e molto rischiosa, per la quale si mosse a difesa l'intero schieramento americano).

http://www.navsource.org/archives/04/081/04081.htm

http://www.navsource.org/archives/04/070/04070.htm

http://www.aviastar.org/air/japan/mitsubishi_ki-67.php

inoltre, si ebbe il lieve danneggiamento della CV-13 Franklin, colpita di striscio da una bomba che causò 3 morte e 22 feriti.

Modificato da vorthex

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Ho cercato qua e là cercando di dare un'idea delle forze in campo cominciando dalla flotta giapponese a Leyte.

La battaglia aerea di Formosa, preludio alla conquista delle Filippine, si conclude con uno schiacciante successo americano. I giapponesi però incredibilmente la dipingono in patria come una vittoria e addirittura l’ammiraglio Toyoda ordina a un attonito Fukudome di usare i caccia e i bombardieri rimanenti per inseguire le portaerei americane. Fukudome è allibito: semplicemente la sua 6° forza aerea non ha più aerei da mandare contro gli americani! Il Sol levante ha perso 500 velivoli che non potrà rimpiazzare in alcun modo e che non potranno ora essere mandati a combattere nelle Filippine.

All’alba del 17 ottobre, al sorgere del sole, nel Mar delle Filippine fa la sua comparsa il più grande convoglio da sbarco di tutta la guerra nel Pacifico: 420 navi da trasporto e 157 navi da guerra, con più di 250.000 uomini a bordo, si dirigono verso il golfo di Leyte sparpagliate su una superficie di migliaia di miglia quadrate.

Solo la forza della natura riesce a fermare lo sbarco. Una settimana circa di cattivo tempo, che in quella stagione e in quella regione del mondo significa una sola cosa: tifone, fa rimanere i Marines a bordo delle loro navi e così solo alle prime luci del 20 ottobre 1944 inizia l’invasione terrestre delle Filippine.

Le Filippine emergono dall’oceano 400 miglia al largo del continente asiatico e 200 miglia a sud di Taiwan. Diverse isole dell’arcipelago, soprattutto Luzon, Mindanao e Leyte, rappresentano approdi ideali in acqua riparate e altrettanto ideali basi per aerei.

Leyte soprattutto è particolarmente importante per il suo golfo che è un porto naturale e per la sua posizione nel cuore dell’arcipelago. Le Filippine sono lontane dal Giappone e l’oceano ormai non parla più giapponese, ma americano.

E’ umanamente impossibile difendere tutte le coste e le isole filippine.

La dura realtà per i giapponesi è che essi non hanno più una Marina in grado di ottenere la superiorità aeronavale e soprattutto il Sol Levante non è riuscito a rimpiazzare le preziose portaerei distrutte dagli americani.

Per cercare di metterci una pezza (insufficiente), si ripara in grande fretta la portaerei Zuikaku (veterana di Pearl Harbour) e addirittura si modificano le vecchie corazzate Ise e Hyuga, rimuovendo le due grandi torri poppiere e sostituendole con un ponte di volo e trasformandole a tempo di record in bizzarre corazzate-portaerei. Questo la dice lunga sulla criticità in cui si ritrova la Marina imperiale.

Insieme con la Ise, la Hyuga e la Zuikaku, anche le portaerei leggere Chyoda, Chytose, Junyo e Ryujo e la loro scorta vanno a ricostituire la famosa 3° Flotta imperiale. L’ammiraglio Tokyzaburo Ozawa, che ha conquistato le Indie Olandesi, ne assume il comando; ha 58 anni.

Le Filippine vanno difese fino all’ultimo uomo: in esse si giocano i destini stessi del Giappone e ogni marinaio e ogni soldato giapponese lo sanno.

Così, mentre a terra inizia un’accanita battaglia per le Filippine che si protrarrà per mesi, il 20 ottobre anche sul mare si scatena un gigantesco scontro aeronavale.

L’obbiettivo primario della Marina imperiale è di distruggere i trasporti e i mezzi da sbarco nel golfo di Leyte. L’obbiettivo degli americani è di impedirglielo e di attirare la Flotta imperiale in uno scontro aperto, per distruggerla.

A causa degli aerei americani e della complessità dell’arcipelago che si vuole difendere, il piano giapponese è abbastanza complesso.

 

Composizione della Flotta giapponese alla battaglia di Leyte:

 

I) Gruppo Nord, Ozawa:

 

Navi portaerei d’attacco: Zuikaku

Navi portaerei leggere: Zuiho, Chytose, Chyoda

Navi da battaglia: Ise e Hyuga (parzialmente convertite in portaerei)

Incrociatori leggeri: Tama, Isuzu, Oyodo.

Caccia di scorta : 10

Aerei imbarcati: 106, di cui 80 caccia e 32 bombardieri.

 

II) Gruppo-2 (Gruppo sud), Shima:

 

Incrociatori pesanti: Nachi e Hashigara

Incrociatori leggeri: Abukuma

Caccia di scorta: 7

 

 

III) Prima Forza d’Attacco (Kurita):

 

III-A) gruppo-A, Kurita:

 

Navi da battaglia: Yamato, Musashi, Nagato

 

Incrociatori pesanti:

Atago

Chokai

Takao

Maya

Myoko

Haguro

 

Incrociatori leggeri:

Noshiro

 

Caccia di scorta: 9

 

 

III-B) gruppo-B, Suzuki:

 

Navi da battaglia: Kongo e Haruna

 

Incrociatori pesanti:

Kumano

Suzuja

Tone

Chikuma

 

Caccia di scorta: 6

 

 

III-C) gruppo-C (gruppo sud della prima forza d’attacco), Nishimura:

 

Navi da battaglia: Fuso e Yamashiro

Incrociatori pesanti: Mogami

Caccia di scorta: 4

 

Salta agli occhi la carenza di portaerei, soprattutto di grandi portaerei (c'è solo la Zuikaku).

 

 

Gli incrociatori pesanti classe Nachi (Nachi, Ashigara, Haguro, Myoko): 15.700 tonnellate per 32 nodi; 10 pezzi da 203/50 in 5 torri, tre aerei.

 

Gli incrociatori pesanti classe Mogami (Mogami, Suzuya, Kumano, Mikuma): 14.800 tonnellate, 35 nodi, 10 pezzi da 203 mm (iniziale 15 da 155!) e tre aerei.

 

Gli incrociatori pesanti classe Chokai (Chokai, Atago, Takao e Maya) dislocavano 15.000 tonnellate e facevano i 36 nodi. Avevano un poderoso armamento principale basato su ben 10 pezzi da 203 mm in cinque torri, di cui tre a prora. La componente aerea era ottima, con posto per tre aerei più un quarto smontato a centro nave. Potente, come su tutte le navi giapponesi, la componente silurante, con ben 8 tubi per siluri da 610 mm (i famosi siluri a lunghissima autonomia).

 

Gli incrociatori pesanti classe Tone (Tone e Chikuma) erano navi eccellenti caratterizzate da un’isolita disposizione “tutto avanti” dell’armamento principale (8 pezzi da 203 mm) in quattro torri binate tutte messe a prua del torrione. Il motivo era che a poppa questi incrociatori avevano una notevole componente aerea da ricognizione e un hangar, con due catapulte e 5 idrovolanti a lungo raggio. I Tone dislocavano 14.000 tonnellate e facevano ben 35 nodi.

 

Un incrociatore classe Tone, notare la disposizione dell'armamento principale e degli aerei:

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Le navi da battaglia classe Yamato rappresentano ancora oggi il punto di massima espressione della corazzata moderna subito prima che la guerra aeronavale e l’aereo decretassero la fine della nave di linea.

La classe avrebbe dovuto comporsi di almeno quattro unità gemelle: ne vennero impostate tre e completate due (Yamato e Musashi), mentre la terza unità venne convertita in portaerei (la Shinano: una portaerei dotata di una corazzatura mai vista prima) mentre ancora era sullo scalo. I materiali della quarta unità, impostata, ma mai completata, vennero destinati ad altri scopi.

Tutto sulle Yamato era eccessivo ed era il meglio che la tecnologia navale moderna potesse esprimere. Le dimensioni e le caratteristiche di queste navi comportarono una sfida per la stessa industria giapponese. Si dovette costruire apposta una nave speciale, la Kashino, che trasportasse le tre gigantesche torri principali e le artiglierie dei massimi calibri delle Yamato dalla fabbrica fino agli scali di costruzione delle tre navi, negli arsenali di Kure (Yamato e Shinano) e Nagasaki (Musashi).

Si dovettero poi allungare e riprogettare i bacini di carenaggio e le gru, per adattarli alle dimensioni delle nuove corazzate in costruzione.

Le Yamato erano lunghe 263 metri (il Titanic arrivava a 268), larghe 39 metri e dislocavano ben 73.000 tonnellate a pieno carico (il triplo delle precedenti navi di linea).

Imbarcavano nove enormi pezzi da 460/45 in tre torri trinate e facevano più di 27 nodi (tanto per navi così pesanti).

Lo spessore della cintura corazzata verticale superava i 400 mm, mentre la protezione delle torri principali superava i 600 mm di spessore nel frontale. La cintura corazzata delle Yamato correva a centronave per 140 metri, sporgeva 5 metri fuori dall’acqua ed era inclinata all’esterno di 20°.

Il cannone navale 460/45 sparava un proiettile perforante-esplosivo da una tonnellata a 41.400 metri.

Nonostante la loro unicità e le insuperate caratteristiche di protezione e armamento, anche le Yamato alla fine chinarono il capo dinnanzi all’aereo.

 

La Yamato in allestimento a Kure:

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Una classe Yamato in navigazione di guerra:

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La nave portaerei Zuikaku era, con la gemella capoclasse Shokaku, la migliore portaerei giapponese al momento dell’attacco a Pearl Harbour.

Le Shokaku erano lunghe 257 metri e dislocavano 31.325 tonnellate a pieno carico. La velocità era ottima, superando i 34 nodi. Le navi disponevano di un’officina e di un hangar disposti uno sopra all’altro sotto il ponte di volo. Caratteristica comune erano i due fumaioli sul lato dritto, che tipicamente erano inclinati sul piano orizzontale. Questo rendeva il ponte di volo più sgombro senza i due fumaioli verticali, però aveva il difetto di mandare i fumi sulla coperta se il vento tirava di lato e non si vedeva più nulla finchè la nave non virava. Le Shokaku imbarcavano in ordine di battaglia 72 aerei. La cosa grave che si rivelò fatale era che il ponte di volo non era corazzato.

 

La Zuikaku nel 1941:

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La fine della Zuikaku, battaglia di Capo Engano, 25 ottobre 1944; la grande nave si capovolge:

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La portaerei leggera Zuiho deriva dalla traformazione della nave appoggio sommergibili Takasagi, trasformata sullo scalo in portaerei (Zuiho). Anch’essa aveva il tipico fumaiolo orizzontale sul lato dritto. La nave era una portaerei leggera da 15.300 tonnellate lorde per 28 nodi di velocità. La protezione era praticamente nulla. Portava 30 aerei.

 

Una famosa immagine della Zuhio: la portaerei accosta sulla dritta in velocità nel tentativo di sottrarsi agli attacchi aerei americani, il 25 ottobre 1944. Notare i fumaioli orizzontali sulla dritta.

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La corazzata Ise (e la gemella Hyuga).

La Ise fu impostata nel 1915 come capoclasse di una nuova serie di corazzate monocalibre giapponesi.

Era una grande nave, lunga 208,2 metri e di ben 32.063 tonnellate di stazza lorda.

Originariamente imbarcava ben 12 pezzi da 356/45 in sei grandi torri, due delle quali disposte a centronave, dopo il fumaiolo poppiero e prima dell’albero di poppa.

Ise e Hyuga parteciparono alla Grande Guerra e furono rammodernate due volte, nel ’34 e nel ’42, con cambiamenti anche nell’apetto generale. Nel ’42 vennero parzialmente convertite in portaerei, con la rimozione delle torri di poppa.

 

La Hyuga convertita a metà in corazzata-portaerei, notare che ha mantenuto le due torri centrali:

800px-Battleship-carrier_Hyuga.jpg

 

Fonti: Wikipedia.

"La Seconda guerra Mondiale- Una Storia di Uomini". E. Biagi. 1980-86.

"Storia della Marina". Fabbri. 1978.

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Composizione della task force 38 a Leyte.

La tf-38 si articolava su quattro gruppi (task group) da battaglia numerati dall’ 1 al 4.

 

Task group 38.1 (MacCain):

 

portaerei d’attacco: Wasp, Hornet, Hancock

 

portaerei leggere: Monterey e Cowpens

 

incrociatori pesanti: Boston, Chester, Pensacola, Salt Lake City

 

i.leggeri a.a. (doppio scopo: antinave e a.a.): San Diego e Oakland

 

caccia di scorta: 14

 

 

Task group 38.2 (Bogan):

 

portaerei d’attacco: Intrepid

 

portaerei leggere: Indipendence e Cabot

 

navi da battaglia: Iowa e New Jersey (sulla quale alza la sua bandiera Halsey)

 

i.l.: Biloxi, Vincennes e Miami

 

caccia di scorta: 16

 

 

Task group 38.3 (Sherman):

 

portaerei d’attacco: Essex e Lexington (sulla quale alza la sua bandiera Mitscher)

 

portaerei leggere: Langley e Princeton

 

navi da battaglia: Massachussets e South Dakota

 

i.l.: Birmingham, Santa Fe e Mobile

 

i.l.a.a.: USS Reno

 

caccia di scorta: 13

 

 

Task group 38.4:

 

portaerei d’attacco: Enterprise e Franklin

 

portaerei leggere: San Jacinto e Bellau Wood

 

navi da battaglia: Alabama e Washington

i.p.: Wichita e New Orleans

 

caccia di scorta: 15

 

 

La presenza delle navi americane della 7° flotta di Kinkaid davanti al golfo di Leyte viene subito segnalata il 17 ottobre all’ammiraglio Toyoda, che dà il via al già predisposto piano Sho-1, concepito proprio in caso di invasione delle Filippine. La flotta imperiale (o ciò che ne rimane dopo la battaglia del Mar delle Filippine) dovrà attaccare i mezzi da sbarco e i trasporti, nonché le truppe nemiche sbarcate sulle spiagge, mentre un altro gruppo da battaglia, la Flotta Combinata, cercherà di distrarre le portaerei americane, attirandole lontano da Leyte e privando in questo modo le truppe sbarcate del necessario appoggio aereo.

Tutte le unità della flotta imperiale vengono messe sul massimo grado di allarme e ad una ad una lasciano i loro ancoraggi.

Il primo a salpare è il nucleo principale della Prima Forza d’attacco del vice ammiraglio Kurita (sull’incrociatore Atago), che da Linga, nei pressi di Singapore, fa rotta su Brunei, nel Borneo settentrionale, dove effettua rifornimento di combustibile.

Nella prima mattinata del 22 ottobre, Kurita lascia Brunei, deve costeggiare da ovest Palawan e le Calamian, virare a est, passare nello stretto di Mindoro, entrare nell’arcipelago filippino e nel Mare di Sibujan, attraversarlo e uscire nel Mar delle Filippine a livello dello stretto di San Bernardino (tra Luzon e Samar), dove dovrà ingaggiare gli americani.

Contemporaneamente, la sera del 22 ottobre anche Nishimura abbandona Brunei. L’ammiraglio Nishimura attraverserà l’arcipelago filippino molto più a sud di Kurita, partendo da Brunei, attraversando lo stretto di Balabac a sud di Palawan, superando il Mar delle Sulu e uscendo nel Mar delle Filippine a livello dello stretto di Surigao (tra Leyte e Mindanao).

 

Le supercorazzate Yamato e Musashi alla fonda nelle acque di Brunei (notare i tendoni parasole stesi in coperta):

JAPbb08_Yamato_Musachi.jpg

 

Yamato, Musashi e Nagato con gli incrociatori pesanti lasciano brunei in linea di fila il 22 ottobre 1944:

brunei_yamato_2.jpg

 

Nello stesso tempo, Ozawa, provenendo da nordest con la Kido Butai, cercherà in tutti i modi di attirare su di sé le portaerei americane di Mitscher, in modo che Kurita e Nishimura possano operare indisturbati.

Infine, il vice ammiraglio Shima, provenendo da nord, dalle isole Pescadores, dovrà dare man forte a Nishimura.

In tutto questo, l’anello debole è l’aviazione della marina imperiale, che può contare solo sulla 1° flotta aerea del vice ammiraglio Onishi, che ormai non ha che 35 aerei ancora in grado di volare e sulla 2° flotta aerea comandata dal vice ammiraglio Fukudome (206 velivoli).

 

Leytem.jpg

 

Le cose vanno subito male per i giapponesi. E’ da poco scoccata la mezzanotte del 23 ottobre. Con le sue navi completamente oscurate, il vice ammiraglio Kurita costeggia la costa ovest di Palawan in un tratto di mare infido, poco profondo e irto di scogli e isolotti, quando viene avvistato dal radar dai sommergibili americani Darter e Dace, che, dopo aver dato subito l’allarme generale via radio, partono all’attacco col siluro. I primi ad affondare sono gli incrociatori pesanti Maya e Atago. Un terzo incrociatore, il Takao, riceve tali danni che deve abbandonare la squadra e ritornare verso Singapore scortato da due cacciatorpediniere. Affondata la sua ammiraglia (l’Atago), Kurita alza la sua insegna sulla vicina Yamato. A quell’ora, tutto il mondo ha già captato l’allarme dato dai due sommergibili americani: Halsey, Mitscher e Kinkaid sanno che i giapponesi sono in arrivo e si preparano ad accoglierli con le portaerei, dalle quali iniziano a decollare ricognitori a lungo raggio e la ricognizione dà i suoi frutti.

Alle prime luci del 24 ottobre le navi di Kurita (Yamato, Musashi, Nagato con gli incrociatori e la loro scorta) vengono avvistate dagli aerei mentre incrociano nel Mare di Sibujan a livello dello stretto di Tablas, a est di Mindoro, dirette verso est.

Poco prima, anche le navi di Nishimura sono state avvistate molto più a sud, nel Mar delle Sulu, dirette con tutta probabilità verso Mindanao e lo stretto di Surigao.

Halsey, correttamente, giudica la formazione di Kurita come quella più pericolosa, inoltre le navi di Mitscher sono nella posizione più idonea per attaccare Kurita e quindi Halsey invia il suo messaggio: “Colpite! Ripeto: “Colpite! Buona fortuna”.

 

Wikipedia

"Una storia di uomini-La Seconda Guerra Mondiale". E.Biagi. Vol. VI.

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