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Crisi di Suez


Leviathan
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Vedo che non si è parlato molto di questo conflitto.

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_di_Suez

 

Calcolo politico errato e pasticcio internazionale?

Tenendo conto che francesi e inglesi usarono forze rilevanti nel conflitto.

Gli egiziani si preserò il merito di un conflitto che avevano perso in poche ore

Edited by Leviathan
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Guest intruder

Probabile, ma avrebbero dovuto capire che una potenza nata da una rivoluzione anticoloniale non avrebbe accettato il fait accompli di due Paesi colonialisti che andavano a riprendersi manu militari quello che gli era stato espropriato da una ex-colonia, visto anche l'impegno che gli USA avevano messo nel dopoguerra per smantellare le colonie europee. Col senno del poi è facile dire che gli americani sbagliarono.

Edited by intruder
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L'astio di de gaulle verso gli USA è molto precedente, il generale in quel periodo era ritirato a vita privata, per la precisione dai tempi dell'invasione di francia libera di san pierre e miquelon e del conseguente trattamento avuto per tutta la durata della guerra da parte di FDR

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Guest intruder

Credo che l'errore sia stato tutto europeo, invece, e americano. I primi a non capire chi era che tirava ormai le sorti del mondo, e gli altri a non capire che, forse, una lezione salutare a certi Paesi andava data.

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Guest galland

Riguardo la crisi di Suez credo opportuno riportare integralmente il III capitolo del libro di Hungh Thomas "La crisi di Suez" Rizzoli Milano 1969. A mio parere la vicenda è espressiva dell'incapacità, dopo la II guerra mondiale, di formulare una propria autonoma politica.

 

Inutile dire che la resistenza egiziana, seppur con perdite materiali ed umane esponenziali rispetto agli anglo-francesi, espresse – se ve ne fosse stato bisogno – la nuova stagione dei popoli coloniali. Facendo divenire Nasser una bandiera del terzomondismo.

 

Credo infine opportuno rilevare che, all'indomani della conferenza di Yalta gli USA si fossero assicurati l'essenziale: l'esclusiva della fornitura del petrolio saudita, Suez era – per evidenza – accessorio.

 

 

Un ulteriore apporto, in lingua italiana, viene fornito dal seguente articolo: Tullio Marcon "1956: la crisi di Suez" Storia Militare n.125 febbraio 2004

 

suez.jpg

 

LA GRANDE ALLEANZA

 

Guy Mollet era primo ministro della repubblica francese dal mese di gennaio, con un gabinetto comprendente socialisti, gollisti e radicali. Sindaco di Arras, eroe della Resistenza e segretario generale del partito socialista francese dal 1946, Mollet era un ex maestro di scuola anglofilo che aveva scritto libri di testo sulla lingua inglese. I rapporti tra Mollet e gli uomini politici conservatori inglesi risalivano al periodo, fra il ' 45 e il '50, in cui l'uno e gli altri erano stati simultaneamente fuori dal governo; così Kilmuir aveva incontrato Mollet a Strasburgo nel 1949, anche se prima della crisi di Suez Eden e Mollet non si conoscevano bene; in realtà non furono mai così lontani come Eden e Gaitskell [1]. Il governo di Mollet sembrava l'ultima combinazione naturale di partiti dello spettro politico francese. Se non si fosse dimostrato all'altezza della situazione, che fine avrebbe fatto la Quarta Repubblica? E infatti meno di due anni separavano l'amministrazione di Mollet dal crollo del regime.

 

Molti francesi videro nella nazionalizzazione della compagnia del Canale di Suez più che una catastrofe un'occasione inaspettatamente buona per giustificare l'uso della forza contro Nasser. Per Mollet, l'obiettivo supremo era vincere la guerra in Algeria. All'interno del partito socialista, i critici di una politica progressista in Algeria (come André Philip o Daniel Mayer) erano stati appena sconfitti da Mollet al congresso socialista di Lilla, in giugno. Mollet, come i suoi predecessori, Mendès-France e Edgar Faure, credeva ancora che il denaro, le armi e l'élan alle spalle dei ribelli algerini venissero dal Cairo (ipotesi falsa: molte delle armi destinate ai ribelli venivano rubate o addirittura comprate dall'esercito francese). Il 31 luglio l'ambasciatore americano, Dillon, riferì a Washington che secondo il governo francese Nasser stava lavorando a stretto contatto con la Russia per ottenere la pace in Algeria e garantire la neutralità della Francia: una frottola, senza dubbio, che - speravano i francesi - avrebbe influenzato gli Stati Uniti convincendoli ad aiutarli [2].

 

L'opinione pubblica francese rimase notevolmente scossa dalla crisi di Suez, e questo per vari motivi: il ruolo della Francia nella costruzione del Canale, il numero degli azionisti francesi nella compagnia (le azioni del Canale erano liberamente quotate alla Bourse ma non allo Stock Exchange), il fatto che la sede centrale della compagnia si trovasse a Parigi e quello che, tra il popolo, Nasser fosse già considerato il nemico pubblico numero uno; sembrava che i ribelli algerini non avessero capi che i francesi potessero riconoscere e, di conseguenza, odiare. In modo del tutto indipendente dalla Gran Bretagna, anche Mollet cominciò a parlare di Nasser come di un apprendista dittatore, un nuovo Hitler. La filosofia della rivoluzione di Nasser sembrava un nuovo Mein Kampf. In Mollet, come nella maggior parte dei membri del suo governo, il "riflesso anti-Monaco" era forte almeno come in seno al gabinetto britannico. Fin da principio, perciò, Mollet e Eden rafforzarono l'uno nell'altro queste efficaci considerazioni. Però il ministro degli esteri, Pineau, continuava a dissentire dall'identificazione di Nasser con Hitler compiuta da Mollet, nonostante i rapporti in senso contrario inviati a Eisenhower dall'ambasciatore americano Dillon [3].

 

Quando, la sera della nazionalizzazione, Eden cominciò a parlare per telefono di una conferenza, Pineau acconsentì a recarsi a Londra la domenica (29 luglio). Per quel giorno sarebbe forse arrivato dagli Stati Uniti anche Dulles, e così la sua collera, come speravano i francesi, sarebbe confluita nell'indignazione generale. Frattanto il ministro della difesa, Bourgès-Maunoury, come i capi di Stato maggiore britannici, disse che per un'azione militare aveva bisogno di tempo [4]. A causa della guerra algerina, i francesi disponevano di forze immediate ancora più esigue di quelle inglesi. La flotta del Mediterraneo era in tenue d'été: la De Grasse impreparata, la Georges-Leygues in carenaggio, l'Arromanches in riparazione, mentre la nave da guerra Vean Bari aveva solo una torretta [5]. La Francia comunque cominciò a prepararsi. Tutte le donne e i bambini francesi ricevettero l'ordine di lasciare l'Egitto: una disposizione più rigida della raccomandazione britannica ai civili di partire. La bellicosità della posizione francese potrebbe in parte spiegarsi col fatto che alla fine di luglio i suoi rappresentanti si stavano abboccando di nascosto in Jugoslavia con i rappresentanti algerini: battere Nasser in questo momento non avrebbe potuto indurre gli algerini a un compromesso [6]?

 

Un fatto dominò la reazione americana a Suez: il 1956 era un anno elettorale. Eisenhower, che a sessantasei anni si era ripreso dal brutto attacco cardiaco del 1955 e da un'operazione all'intestino subita in giugno [7], stava per ripresentarsi alle elezioni di novembre, e come principe della pace. Solo il quindici per cento delle importazioni di petrolio americane passava dal Canale di Suez. Mentre per l'Europa la rotta dal Golfo Persico via Capo di Buona Speranza era più lunga di due terzi, per gli Stati Uniti lo era solo di due quinti. Gli investimenti americani nella compagnia del Canale erano trascurabili. La decisione sulla diga di Assuan aveva soddisfatto i senatori, i quali temevano che il conseguente migliore sfruttamento delle acque del Nilo avrebbe reso più accanita la concorrenza del cotone egiziano: un argomento indegno di uomini ricchi di un paese ricco.

 

Quando arrivò la notizia della nazionalizzazione, Dulles si trovava nel Perù per assistere all'insediamento di un nuovo presidente. Tornò a Washington quattro giorni dopo, riflettendo tristemente che se doveva scoppiare la guerra l'appoggio dell'America Latina sarebbe stato essenziale [8]. In sua assenza, il dipartimento di Stato decise prontamente che non avrebbe considerato questo avvenimento come un'occasione per l'uso immediato della forza — veramente l'idea non si presentò mai nemmeno come una remota possibilità — e ne informò gli ambasciatori inglese e francese. Eisenhower inviò a Londra un esperto funzionario, Robert Murphy, vecchio collega di Harold Macmillan ad Algeri nel 1943, per « scoraggiare impulsive azioni armate [9] » e per « tenere il forte [...] vedere di che si tratta [10] ».

 

Murphy arrivò nella tarda serata del 28 luglio (sabato: Eden stava pronunciando un discorso nel Wiltshire). La domenica pomeriggio vide Selwyn Lloyd e Pineau, venuto da Parigi: l'impressione di Murphy fu che i suoi alleati non intendevano usare subito la forza e che volevano non il ripristino della vecchia compagnia ma un consorzio occidentale preposto al funzionamento del Canale, da imporsi con la forza in caso di necessità [11]. D'altro canto, essi capirono che Murphy era un osservatore, non un uomo politico con poteri decisionali, e non gli dissero gran che d'importante.

 

Quella sera Murphy cenò al numero 11 di Downing Street con Macmillan, il quale disse che se l'Inghilterra non avesse raccolto « la sfida dell'Egitto » sarebbe « precipitata » al livello di « nuovi Paesi Bassi ». « Suez era una prova che si poteva affrontare solo con l'uso della forza. » A cena c'era anche il maresciallo Lord Alexander, ovviamente [...] a stretto contatto con i piani della campagna che approvava [...] le mosse militari sarebbero potute cominciare in agosto e «non ci sarebbe voluto molto »: forse una divisione, o due al massimo [...] Sarebbe tutto finito in dieci giorni, col Canale di Suez di nuovo sotto controllo internazionale [...] Agli inglesi non garbavano né il rischio né la spesa [...] avevano messo da parte cinque milioni di sterline [...] ma « Nasser dev'essere cacciato fuori dall'Egitto » [...] Macmillan e Alexander davano l'impressione di uomini che hanno preso una grande decisione e sono sereni nella convinzione di avere deciso saggiamente [12].

 

Eisenhower ci dice, nelle sue memorie, che allora Murphy parlò in modo specifico, « su base segretissima », della decisione anglo-francese « di usare la forza senza indugio o senza tentare misure intermedie o meno drastiche [13] ». Ma in realtà sembrerebbe che Macmillan fingesse, allo scopo di mostrare agli Stati Uniti con quanta serietà gli inglesi prendevano la situazione, in modo da persuadere Eisenhower e Dulles a esercitare forti pressioni ,su Nasser unitamente alla Gran Bretagna e alla Francia [14]. Murphy, perciò, fraintese il vecchio amico, così come falli il piano di Macmillan di trascinare gli americani al fianco degli inglesi. A una particolare ironia si presta il fatto che al brandy Murphy, favorevolissimo alle misure forti, pensò a quello che gli aveva detto Macmillan come alla voce del "buonsenso" [15].

 

In realtà, come si è visto, almeno fin dal sabato, all'ora di pranzo, il governo britannico sapeva di non poter usare subito la forza.

 

Harold Macmillan era l'uomo politico più abile del gabinetto, e il più deciso. Aveva raggiunto il successo politico molto tardi nella vita, avendo quasi cinquant'anni quando ottenne il suo primo incarico importante, nel gabinetto di Churchill durante la guerra, come ministro residente ad Algeri. Era di tre anni più anziano di Eden, per il quale aveva sempre nutrito una forte avversione: Macmillan il frequentatore di circoli, amante della buona conversazione e del tiro a segno, trovava Eden troppo femminile nelle sue reazioni e troppo arrendevole per essere un buon leader del suo paese. Macmillan, benché ambizioso, sapeva che se Eden fosse rimasto al governo fino alla naturale conclusione della sua parabola lui, Macmillan, sarebbe stato considerato troppo vecchio per essere un possibile successore. Butler, dopo tutto, aveva dieci anni meno di lui. Eppure non sembra che Macmillan fosse tormentato dai dubbi. Eden lo aveva nominato ministro degli esteri nell'aprile 1955, decisione che non si dimostrò molto azzeccata perché Eden, naturalmente, voleva occuparsi direttamente di gran parte della politica estera, e Macmillan era l'ultima persona al mondo che potesse tollerare delle interferenze nel suo dicastero. Quando in dicembre passò al tesoro, Macmillan accettò a condizione che fosse ben chiaro che il trasferimento non andava interpretato come un passo nella direzione opposta alla carica di primo ministro [16].

 

Macmillan era stato influenzato da Churchill assai più di Eden. Odiava con tutta l'anima il declino della Gran Bretagna come grande potenza. Come dimostrò il suo governo, era pronto a essere realista per quanto riguardava le "arie di cambiamento", ma il realismo è più facile quando si è al potere. Nell'estate del 1956 Macmillan divenne molto in fretta il numero due del gabinetto, l'uomo più vecchio ed esperto al quale Eden poteva rivolgersi per incoraggiamento. Come per la maggior parte dei conservatori, e come per Churchill, non c'era nessuna insincerità nella convinzione di Macmillan che la nazionalizzazione della compagnia del Canale fosse una sfida cui la Gran Bretagna poteva rispondere solo con l'umiliazione di Nasser, dovesse o non dovesse ricorrere alla forza. Macmillan assaporava l'atmosfera di crisi, sapeva, in una situazione del genere, di poter mantenere la calma più facilmente, forse, di qualunque altro ministro, e lo divertivano gli intrighi da romanzo di cappa e spada che cominciavano a delinearsi. Se da un lato la ragione (e il suo segretario economico, Sir Edward Boyle) gli suggeriva, come cancelliere, che la forza poteva costargli cara ed essere pericolosa, dall'altro il sentimento lo spingeva a tentar di dimostrare che il vecchio leone era ancora vivo e che i successori di Churchill erano degni del loro immortale predecessore. Non era forse l'Egitto facilmente conquistabile, e perciò atto a consentire un trionfo anche a una Gran Bretagna dalla potenza ridotta [17] ?

 

Macmillan non nutriva, verso gli Stati Uniti, il rancore che contraddistinse e, alla fine, dominò Eden. Sembra ancora che credesse che la Gran Bretagna dovesse fare la parte dei greci in un nuovo impero romano retto dal presidente degli Stati Uniti [18]; non agognava una politica estera separata. Sperava, ed era convinto che, a lungo andare, gli Stati Uniti avrebbero sempre appoggiato la Gran Bretagna, qualunque cosa essa facesse.

 

Già Nasser pareva assumere, di fronte all'opinione pubblica britannica, come a quella francese, le proporzioni di un nemico familiare. Fu un parlamentare laburista, R. T. Paget, il primo a paragonare l'atto di Nasser alla "tecnica del week-end" di Hitler (successivamente si rimangiò il paragone [19]). Molta gente, in particolar modo i vecchi, gli stanchi della guerra, i veterani della Somme quanto (se non di più) quelli del deserto occidentale, cominciarono come Eden e Mollet a vedere nella nazionalizzazione della compagnia del Canale un'altra occupazione della Renania, preludio di quell'impero, da Agadir a Karachi, di cui Nasser aveva già fantasticato, così come la Renania aveva fatto presagire la costituzione armata di un Reich più grande.

 

Il lato più curioso di questa identificazione di una minaccia presente con uno spauracchio passato fu che essa seguì, come si è visto, un lungo periodo di vano appeasement sia da parte della Gran Bretagna e della Francia che da parte degli Stati Uniti. Una complicazione fu data dal fatto, però, che gli scritti di Nasser, come La filosofia della rivoluzione, suonavano realmente minacciosi; e molti lessero quell'opera, perché era breve. Mein Kampf, ai suoi tempi, era più lunga, verbosa e avrebbe potuto significare qualunque cosa. Nessuno la lesse.

 

Lunedì 30 luglio apparve chiaro che gli Stati Uniti non si sarebbero preparati alla forza, non prima, come minimo, di una conferenza tra le potenze marittime. Quel giorno, perciò, e il successivo, i preparatori dei piani inglesi dovettero parlare dei mezzi militari disponibili per un'azione che non prevedesse l'intervento degli Stati Uniti. Il 31 luglio arrivò a Londra, da Parigi, il colonnello Prieur, per informare coloro che stavano preparando i piani necessari che la Francia poteva contribuire con la decima divisione paracadutisti, comandata dal generale Massu, e la settima divisione meccanizzata leggera oltre, si capisce, alla flotta del Mediterraneo. Questo sarebbe bastato per la zona del Canale, ma non per il Cairo: e proprio il Cairo avrebbe potuto essere l'obiettivo. Ma non sembra che la questione della scelta definitiva dell'obiettivo sia stata decisa immediatamente a quanto mi risulta.

 

Gran Bretagna e Francia, però, speravano ancora che gli Stati Uniti tenessero il piede in due staffe: il 31 luglio (martedì), a pranzo, Eden disse a Murphy di sperare che, se Gran Bretagna e Francia avessero regolato i conti con l'Egitto, « all'Orso baderete voi »: di sperare, cioè, che in caso di bisogno essi avrebbero fornito un ombrello nucleare [20]. Il ministro degli esteri francese, Pineau, negli intervalli della discussione su chi fosse responsabile delle fughe di notizie, aveva insistito con Murphy che, sul fatto essendosi gli Stati Uniti resi « responsabili della decisione di Assuan non dovrebbero disinteressarsi delle conseguenze [21] ». Entrambi i paesi continuarono inoltre per tutta la durata della crisi non solo a sperare ma a presumere di poter contare sugli Stati Uniti per il petrolio se le cose si fossero messe al peggio; perciò

 

i piani di « procedere da soli » presentarono sempre un certo grado di irrealtà.

 

In realtà, invece, gli Stati Uniti cominciavano a irrigidirsi contro le idee anglo-francesi. Eisenhower pensava che gli inglesi non avessero valide ragioni per ricorrere alla forza. Una volta si era occupato personalmente del funzionamento quotidiano del più complesso Canale di Panama, e non credeva che solo i tecnici europei potessero far funzionare quello di Suez. L'ammiraglio Burke, capo di Stato maggiore della marina americana, uomo tutt'altro che lento a mettersi in azione (mi confidò alcuni anni dopo che secondo lui la politica estera russa sarebbe stata dominata dall'obiettivo di impadronirsi delle grandi vie di comunicazione navale della terra: Cuba, Egitto, Indonesia [22]), disse la stessa cosa. Che cosa sarebbe successo se la zona del Canale fosse stata rioccupata? Vi si sarebbero mantenute delle truppe a tempo indefinito? Questo non avrebbe semplicemente significato un ritorno allo spargimento di sangue e alla violenza che avevano caratterizzato gli ultimi anni dell'occupazione britannica della zona, che, dopo tutto, era cessata appena il mese prima [23]?

 

Questi argomenti furono esposti da Eisenhower a Eden in una lettera del 31 luglio ; egli parlava della sua « personale convinzione, oltre a quella dei miei collaboratori, dell'imprudenza anche solo di contemplare l'uso della [...] forza in questo momento [...] Mi rendo conto che i vostri messaggi, sia il tuo che quello di Harold, sottolineavano che la decisione [...] era ferma e irrevocabile. Ma [...] spero che acconsentirai a riesaminare ancora una volta questa faccenda nei suoi aspetti più vasti ... [Perciò] ho chiesto a Foster [Dulles] di partire oggi pomeriggio per incontrarsi con i tuoi rappresentanti [...] a Londra ». Nello stesso tempo Eisenhower diceva pubblicamente: « Dobbiamo assicurarci che i diritti del mondo non siano violati [24] ».

 

Dulles arrivò a Londra il 10 agosto con queste istruzioni: impedire l'intervento militare. Nelle settimane successive si dedicò all'impresa. Sessantottenne, di dieci anni più vecchio di Eden e Mollet, forse già, senza saperlo, malato di cancro, Dulles era, con l'approvazione del presidente, il capo indiscusso della politica estera americana. Pensava che « il pericolo di un'azione bellica sarebbe scomparso se si fossero tirati in lungo i negoziati [25] ». Ma in questo Dulles si sbagliava.

 

Per raggiungere il proprio scopo, Dulles diede a Eden l'impressione di pensare veramente che « bisognava trovare il modo di far vomitare a Nasser quello che sta cercando di ingoiare [26] ». Eden trovò consolante questa battuta. In seguito Murphy spiegò che « bisognava prenderla con un vagone di sale [27] ». Pineau, tuttavia, non pensò mai che Dulles cercasse di proposito di ingannare gli alleati: « La sua posizione è sempre stata abbastanza chiara [28] ».

 

Se Eden e Dulles fossero andati d'accordo, forse si sarebbe potuto evitare l'incomprensione reciproca che gravava spesso su di loro come una nuvola nera. Ma i due uomini politici avevano alle spalle anni e anni di animosità. Eden aveva invitato Eisenhower a non nominare Dulles segretario di Stato [29]. Le discussioni sul Vietnam, su Quemoy e Matsu, e finalmente il brillante successo di Eden a Ginevra nel 1954, avevano attizzato le fiamme. Dulles preferiva cercare il fondamento intellettuale delle sue azioni; Eden fidava nell'intuizione e si stancava delle lunghe analisi di Dulles. Entrambi si criticavano apertamente alle spalle, ma erano di una scrupolosa cortesia quando si trovavano faccia a faccia. Dulles, come Eisenhower, non poteva soffrire i « miei cari » di cui Eden infiorava la sua conversazione privata (in contrasto con gli « amici miei » che riservava ai discorsi in pubblico). Nel 1956 i rapporti tra questi due statisti somigliavano a quelli tra Lucan e Cardigan a Balaclava. Poi ci fu un'inversione delle parti: Eden, fino a quel momento l'intuitivo negoziatore, divenne moralmente insistente; Dulles, il moralista intellettuale, divenne il diplomatico dell'improvvisazione. L'incomprensione doveva continuare per tutta la durata della crisi; quando era con gli inglesi, Dulles sembrava condividere il loro odio per Nasser; negli Stati Uniti parlava in pubblico contro l'antiquato colonialismo. Dulles vedeva in se stesso il difensore dell'Occidente dal comunismo; una carriera legale opportunamente coronata dal patrocinio del mondo libero in una causa permanente; diffidava dell'indipendenza di Eden; convinto che un giorno l'influenza britannica nel Medio Oriente sarebbe sicuramente scomparsa, Dulles voleva che gli Stati Uniti mantenessero buoni rapporti con quelli che sarebbero stati, in base alle sue supposizioni, gli inevitabili paesi successori. Uomo di formidabili e per tanti versi ammirevoli qualità, la sua visione del mondo era manichea: egli rappresentava la forza morale della libertà, la Russia quella amorale della tirannia; e l'Europa, vecchia e corrotta, non doveva frapporgli ostacoli, come aveva fatto col suo vecchio capo, il presidente Wilson, che Dulles aveva accompagnato, trentasette anni prima, a Parigi.

 

Il 1° agosto e il giorno seguente i francesi parvero ansiosi di usare la forza il più presto possibile. Dulles era altrettanto deciso a opporvisi, anche se non aveva mostrato le sue carte, e gli alleati credevano che egli pensasse con loro che se Nasser "l'avesse fatta franca", azioni analoghe si sarebbero susseguite in tutta l'Africa: un anticipo della teoria del dominio degli anni sessanta in Asia. Eden, alla mercé di pressioni contrastanti, si trovava più o meno a metà strada tra i francesi e Dulles, benché propenso a una conferenza. Allora i capi di Stato maggiore britannici presero per loro tutte le decisioni degli uomini politici [30]. Essi riferirono che, in mancanza dell'aiuto americano, una forza militare anglo-francese capace di ripristinare il controllo internazionale sulla zona del Canale non avrebbe potuto essere creata in meno di sei settimane. Per esempio, i nuovi MiG di Nasser erano troppo potenti anche per i jet dell'unica portaerei disponibile. Inoltre, in qualunque situazione di guerra circoscritta, si sarebbero dovuti richiamare i riservisti. L'occupazione della zona del Canale (come si era scoperto negli anni tra il 1952 e il 1954) non avrebbe risolto nulla con un Cairo ostile: avremmo dovuto tenerci pronti a occupare gran parte dell'Egitto anche se a questo punto i preparatori del piano prevedevano che forze alleate prendessero terra a Porto Said [31]. Questi consigli facilitarono a Eden e, con più riluttanza, a Mollet, l'accettazione di una conferenza. A tutti questi indugi l'opinione pubblica inglese e francese reagiva con critiche severe. Michel Debré parlò alla Camera di « impotenza criminale », Paul Reynaud di « questi uomini che hanno chiacchierato per sei giorni, invece di agire ».

 

Intanto, a quanto pare, il 2 agosto il governo britannico prese, con tutti i suoi membri presenti (Butier compreso, che agiva all'ombra di Disraeli più che a quella di Hitler), la decisione più importante dell'intera crisi di Suez: che mentre si sarebbe cercata una soluzione negoziata, si sarebbe fatto uso della forza qualora i negoziati fossero falliti in un ragionevole lasso di tempo. La decisione così presa coprì tutte le azioni successive del governo britannico. A essa si potevano rimandare i ministri troppo pavidi o scettici, facendo loro notare che essi proponevano di tornare su una decisione già presa dal supremo organo esecutivo del paese. Ma allora, con la possibile eccezione di Monckton, nessuno ebbe critiche da fare. La decisione vera e propria fu presa, evidentemente, senza pensarci troppo, senza troppe discussioni, verso l'una, « mentre alcuni membri se la svignavano per andare a pranzo [32] ». Ad alcuni sembrò che nell'eccitazione del momento importanti decisioni sulla pace e sulla guerra fossero così prese in un modo piuttosto affrettato [33] ; ma si potrebbe muovere un'accusa analoga al gabinetto liberale del 1914.

 

Il 2 e il 3 agosto ebbero luogo due dibattiti, rispettivamente alla Camera dei comuni e all'Assemblea nazionale. Il tono fu lo stesso in entrambe le sedi, con differenze secondarie ma significative. Pineau fece la gioia della destra francese (che in precedenza lo aveva considerato quasi un agente di Nasser) asserendo che il governo « avrebbe continuato sulla strada che ha imboccato senza perdere né il sangue freddo né la decisione ». Il governo francese prevalse con una schiacciante maggioranza di 422 voti contro 150. All'opposizione rimasero solo i comunisti. Con le parole di un successivo commentatore francese, « la borghesia francese si è così liberata dalla tutela americana alla quale era stata soggetta [...] dal 1946 [34] ». (Poco tempo dopo il vice presidente Nixon avrebbe fatto un'analoga asserzione: che la politica estera di Dulles verso l'Europa costituiva « una nuova dichiarazione di indipendenza [35] »).

 

Eden fu più taciturno. Si sarebbero richiamate le riserve, nel quadro di « certe misure precauzionali a carattere militare », perché « al governo di Sua Maestà non potrebbe riuscire accettabile alcuna disposizione per il futuro di questa grande via d'acqua internazionale che la lasciasse al controllo indisturbato di una singola potenza la quale potrebbe [...J sfruttarla esclusivamente a scopi di politica nazionale ».

 

La posizione di Gaitskell sembrava ancora più vicina a Eden che a Eisenhower. La sua opposizione a Nasser si basava in parte sul divieto imposto al naviglio israeliano di passare per il Canale. Egli fece anche notare che Nasser non avrebbe potuto mantenere il Canale in efficienza e svilupparlo, compensare gli azionisti e finanziare la diga con i diritti del Canale se questi non fossero stati alzati (quantunque Denis Healey sostenesse che anche se i pedaggi fossero aumentati di cinque volte, in Inghilterra il prezzo della benzina sarebbe salito solo di un penny per gallone). Inoltre, alludendo alle ambizioni panarabe di Nasser, Gaitskell disse: « È tutto molto familiare. È esattamente lo stesso scherzo che ci hanno fatto Mussolini e Hitler in quegli anni prima della guerra [36] ». Questa frase rallegrò Churchill, il quale osservò che in passato doveva essersi fatto, di Gaitskell, un'opinione assolutamente sbagliata [37]. Fu una battuta pericolosa, che identificò Gaitskell con Mollet, come pure con la marea di xenofobia che montava in Gran Bretagna, e una battuta che non fu dimenticata.

 

D'altra parte, in una lunga conclusione (abbozzata da Kenneth Younger [38]) Gaitskell appoggiava l'idea di una conferenza ed esprimeva la speranza che alla fine il Canale potesse essere affidato a uno speciale organismo delle Nazioni Unite. (Nel gabinetto ombra, in quel momento, solo Younger e Philip Noel-Baker sembravano interessati ai riflessi di questa crisi sulle Nazioni Unite.) Pur essendo d'accordo col richiamo preliminare delle riserve chiesto da Eden, e pur ammettendo che « vi sono delle circostanze in cui potremmo trovarci nella necessità di usare la forza », Gaitskell disse: « Sarebbe difficile trovare [...] in qualunque cosa egli abbia fatto una qualsiasi giustificazione legale all'uso della forza ». Qualunque forza si usasse, avrebbe dovuto essere conforme alla Carta delle Nazioni Unite. Successivamente i conservatori tennero a mente solo le parti del discorso che avevano applaudito. Ma, anche stampato, la prima parte del discorso di Gaitskell fa un'impressione più forte della seconda.

 

Herbert Morrison, ministro degli esteri al tempo di Abadan, andò più in là di Gaitskell e disse: « Se gli Stati Uniti non si schiereranno al nostro fianco, forse dovremo fare a meno di loro [...] Chiedo al governo di non essere troppo nervoso ». Un gran numero di altri oratori rivangarono Hitler e gli anni trenta, ed è difficile, leggendo i resoconti parlamentari senza conoscere l'identità degli oratori, indovinare da che parte della Camera molti stessero. Forse solo Julian Amery vide nella situazione una « splendida occasione » per riscattare ciò che la Gran Bretagna aveva perduto nel Medio Oriente. Ma i conservatori sopravvalutarono la portata dell'appoggio laburista. In effetti, ancora una volta, non fu chiamato alcun socialista di sinistra (tranne William Warbey) e Morrison fu da essi alquanto screditato.

 

Con un simile appoggio, in apparenza generale, Eden dovette pensare di aver « ritrovato l'equilibrio », come scrisse il Times il 4 agosto, e di avere in pugno le redini del partito per la prima volta dopo molti mesi. Il mattino dopo, 3 agosto, ebbe luogo un'altra breve riunione (durò un'ora) dei membri del governo. Ma, evidentemente, ai ministri non fu detto che, dopo il dibattito del 2, Gaitskell aveva scritto a Eden spiegando che il primo ministro lo aveva capito male: non poteva appoggiare l'uso della forza senza l'approvazione delle Nazioni Unite; e questa, aveva dichiarato alla stampa William Clark, addetto stampa di Eden, d'accordo con lo stesso Eden, sarebbe stata la nostra posizione se la conferenza non avesse avuto esito positivo. Clark (un ex giornalista dell'Observer, la cui nomina era stata una dimostrazione della consueta moderazione di Eden) non fece mai misteri del fatto che il governo intendesse usare la forza « in caso di necessità i. Alcuni giornalisti (come i King del Mirror) gli credettero, altri (come i suoi ex colleghi dell'Observer) no. Alcuni pensarono che Clark andasse più in là di Eden, e Richard Crossman (che allora teneva una rubrica per il Daily Mirror) parlò della « guerra di Clark [39] ». Gaitskell, inoltre, vide personalmente Eden due volte e disse che l'opposizione non avrebbe appoggiato l'uso della forza se non attraverso le Nazioni Unite [40]. Sembra che Eden considerasse queste azioni come una semplice disassociazione dell'opposizione dalla sua politica, che d'ora innanzi gli dava il diritto di ignorarla [41].

 

Anche la discussione fra i rappresentanti delle tre potenze era finita alle otto pomeridiane di quel critico 2 agosto. Per il 16 agosto, a Londra, essi indissero una conferenza di ventiquattro potenze marittime. Gran Bretagna e Francia avevano deciso di comune accordo, con l'approvazione di Dulles, di procrastinare gli ordini della compagnia del Canale che sospendevano il lavoro dei dipendenti in Egitto, poiché la probabile interruzione avrebbe senza dubbio distrutto l'incentivo americano a fare sacrifici per ovviare a carenze di petrolio in Europa [42]. Anche se Gran Bretagna e Francia, con gli Stati Uniti, rappresentavano indubbiamente una maggioranza delle navi che usavano il Canale di Suez, la loro azione nell'indire questa conferenza fu alquanto arbitraria: gli altri firmatari dello statuto del 1888 non furono consultati. E gli inviti non furono estesi a tutte le potenze interessate, ma solo ad alcune di esse, accuratamente selezionate. Israele non fu invitata. Ciò nonostante Dulles fece ritorno a Washington, dopo essere rimasto un giorno e mezzo a Londra, per dire ai capi del Congresso che soltanto lui aveva impedito a Gran Bretagna e Francia di dare subito inizio alle ostilità: il che era un abbaglio [43]. Poiché egli disse di essere stato informato da inglesi e francesi che « permettere a Nasser (un selvaggio che brandisce un'ascia) di farla franca vorrebbe dire rischiare una guerra mondiale e costringere la Gran Bretagna ad abbassarsi al livello di una potenza di terz'ordine [44] ». Anche Macmillan faceva il muso duro: « Questa è in tutto e per tutto un'altra Monaco » disse a Dulles [45]. Gran Bretagna e Francia, in realtà, videro nella conferenza qualcosa con cui ammazzare il tempo fino a quando non fossero ultimati i preparativi militari. Dulles la vide come la fine della strada.

 

Senza dubbio, con l'aprirsi della campagna elettorale, sia Eisenhower che Dulles avevano deciso, almeno in cuor loro, che gli Stati Uniti non avrebbero mai usato la forza a Suez a meno che il Canale non diventasse impraticabile [46] ; se questo è vero, la decisione non fu comunicata a Eden, che ricordò sempre la battuta di Dulles su quello che si sarebbe dovuto far "vomitare" a Nasser [47].

 

 

Note al testo

 

1 Testimonianza di un ministro coinvolto nella crisi.

 

2 Dillon a Dulles, 31 luglio.

 

3 Dillon a Dulles (Eisenhower, op. cit. p. 36). Il commento di Eisenhower è stato corretto dopo una discussione con un ministro francese.

 

4 Robertson, op. cit. p. 75.

 

6 Tournoux, Secrets d'Etat, p. 152.

 

6 « Le Monde », 26 giugno 1960, p. 2.

 

7 Emmet Hughes, Ordeal of Power, p. 176.

 

8 Finer, Dulles over Suez, p. 58.

 

9 Eisenhower, op. cit. p. 37.

 

10 Murphy, op. cit. p. 464.

 

11 Murphy a Eisenhower; cfr. Eisenhower, op. cit. p. 38, e Murphy, op. cit. p. 462.

 

12 Murphy, op. cit. pp. 462-63. Questa cifra di cinque milioni di sterline non è reperibile altrove.

 

13 Eisenhower, op. cit. p. 664.

 

14 Testimonianza di un ministro del gabinetto.

 

15 Murphy, op. cit. p. 463.

 

16 Testimonianza di un consigliere.

 

17 Vedi l'articolo di Hugh Massingham sul « Sunday Telegraph del 28 agosto 1966; vedi anche la biografia di Harold Macmillan scritta da Anthony Sampson, di prossima pubblicazione.

 

18 Richard Crossman, « Sunday Telegraph n, 8 febbraio 1964, riporta un brano delle conversazioni familiari di Macmillan ad Algeri. Ma egli disse sovente la stessa cosa ad altri (es. Murphy, op. cit. p. 206).

 

19 « Hansard », vol. 557, col. 779, 28 luglio; vol. 557, col. 1894-95, 3 novembre.

 

20 Murphy, op. cit. p. 465.

 

21 Murphy, op. cit. p. 466.

 

22 Durante una conversazione, 27 dicembre 1962.

 

23 Cfr. Eisenhower, op. cit. pp. 39-40.

 

24 Eisenhower, op. cit. pp. 664-65.

 

25 Murphy, op. cit. p. 468.

 

26 Eden, op. cit. p. 437.

 

27 Murphy, op. cit. p. 470.

 

28 Testimonianza di un ministro francese.

 

29 Eisenhower, op. cit. p. 142.

 

30 Testimonianza di un ministro.

 

31 «Times », 4 agosto 1956; generale Stockwell, « Sunday Telegraph », 30 ottobre 1966.

 

32 Testimonianza di un consigliere. Un membro del gabinetto contesta l'importanza di questa seduta: « Le cose cambiavano radicalmente di minuto in minuto ».

 

33 Testimonianza di un consigliere.

 

34 Azeau, op. cit. p. 147.

 

35 Emmet Hughes, op. cit. p. 184.

 

36 " Hansard ", 3 agosto 1956.

 

37 Kilmuir, op. cit. p. 269.

 

38 Testimonianza di Kenneth Younger.

 

39 Testimonianza di un giornalista.

 

40 Gaitskell in settembre alla Camera dei comuni, « Hansard », vol. 558, col. 177.

 

41 Testimonianza di un ministro del gabinetto.

 

42 Dulles a Eisenhower.

 

43 Sherman Adams, First Hand Report, p. 200.

 

44 Robertson op. cit. (p. 81) equivoca; scrive che Dulles riferì a Menzies che Eden e Lloyd avevano detto che avrebbero corso il rischio di una guerra mondiale piuttosto che abbassarsi al livello di una potenza di terz'ordine.

 

45Murphy, op. cit. pp. 469-70.

 

46 Questa è la precisa implicazione delle memorie di Eisenhower, anche se Eisenhower, a quanto pare, usò a volte un linguaggio diverso; con Menzies, per esempio, col quale aveva adoperato parole come « tirannia della debolezza a e « per quanto tempo ancora dovremo tollerarlo? ». (Testimonianza di un funzionario con cui Menzies parlò.) Nelle sue memorie Eisenhower scrive: « Se Nasser si fosse mostrato assai arrogante gli Stati Uniti avrebbero dovuto appoggiare [...] contromisure [comprendenti] [...] l'uso della forza in circostanze estreme n e, implicitamente, se questo avesse portato a un'interruzione (a) del funzionamento del Canale e (b) all'impossibilità di rispettare la convenzione del 1888.

 

47 Eden, op. cit. p. 437.

Edited by galland
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La crisi di Suez porto alla luce alcuni problemi inglesi

aeri antiquati tipo hasting valletta con portelloni laterali

veicoli austin camp progettati per aeri tipo beverley e argosy

i veicoli già in sevizio gli aeri no

si dovette cercare jeep e rimorchi un po dovunque

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Guest iscandar
La crisi di Suez porto alla luce alcuni problemi inglesi

aeri antiquati tipo hasting valletta con portelloni laterali

veicoli austin camp progettati per aeri tipo beverley e argosy

i veicoli già in sevizio gli aeri no

si dovette cercare jeep e rimorchi un po dovunque

 

d'accordo che il tuo nick esprime sintesi e velocità ma potresti scriverlo in maniera che io possa comprenderlo

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indicami le tue perplessità

 

doppio post, +10%

 

inoltre, ti avevo già pregato di scrivere in italiano corretto. condiserdando che scrivere in italiano non corretto è una violazione del regolamento, è l'ultima volta che sarai avviasto su questo tema... dalla prossima volta scatterrano le sanzioni.

Edited by vorthex
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Posso pensare che se la Gran Bretagna non schierò mezzi così "al top" rispetto a come era avvenuto nella II guerra Mondiale è nche perchè purtroppo era già cominciato il periodo della "folle corsa del prezzo degli armamenti" e restare sempre "sul podio" stava cominciando a diventare economicamente insostenibile anche per l'ex impero britannico (che, se non sbaglio, uscì nel 1945 con un debito pubblico stratosferico...)

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Posso pensare che se la Gran Bretagna non schierò mezzi così "al top" rispetto a come era avvenuto nella II guerra Mondiale è nche perchè purtroppo era già cominciato il periodo della "folle corsa del prezzo degli armamenti" e restare sempre "sul podio" stava cominciando a diventare economicamente insostenibile anche per l'ex impero britannico (che, se non sbaglio, uscì nel 1945 con un debito pubblico stratosferico...)

 

 

 

concordo pienamente

intendevo solo far notare un incongruenza

nel mettere in servizio un mezzo come austin camp prima del velivolo in grado di trasportarlo

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ma il Beverley, se non erro, entrò in servizio un anno prima della crisi di Suez...

 

inoltre, mi sembra un argomento alcquanto deboluccio far passare l'impossibilità di caricare una jeep su di un aereo, come un esempio del non essere al top...

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Il primo aereo è stato reso operativo a 47 Squadron Royal Air Force a Abingdon RAF in data 12 marzo 1956.

e la crisi è di Ottobre... ma se il libro dice che non c'erano, possiamo fidarci... spero.

 

tuttavia, mi preme sapere come mai un esercito che non può caricare una Champ su di un cargo è un esercito che opera in maniera incongruente o, addirittura, con mezzi antiquati... sia perchè la Champ è una Jeep un pò più grande e non un assetto cardine delle operazioni, sia perchè gli aerei da te citati non penso fossero stati creati attorno a tale mezzo.

Edited by vorthex
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in una operazione aviotrasportata il fatto di non poter caricare mezzi mi sembra importante

quando i para dispongono di 106 senza rinculo

il fatto di avere mezzi di trasporto mi sembra molto importante

 

 

io trovavo in congruo i tempi di adozione dei materiali

 

se tu la pensi in maniera diversa

libero di farlo

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Guest intruder
Posso pensare che se la Gran Bretagna non schierò mezzi così "al top" rispetto a come era avvenuto nella II guerra Mondiale è nche perchè purtroppo era già cominciato il periodo della "folle corsa del prezzo degli armamenti" e restare sempre "sul podio" stava cominciando a diventare economicamente insostenibile anche per l'ex impero britannico (che, se non sbaglio, uscì nel 1945 con un debito pubblico stratosferico...)

 

Un B17, nel 1944, costava 250 mila dollari. Ti sei mai chiesto quanto guadagnava un esponente della middle class nel medesimo periodo?

 

Più sensato è il ragionamento delle condizioni dell'economia inglese, l'unico Paese che uscì bene dalla guerra furono gli USA, che si poterono permettere il Marshall e altre cosucce, mentre in Inghilterra le tessere di razionamento furono eliminate solo negli anni Cinquanta, mi pare poco dopo l'incoronazione di Elisabetta.

 

Infine, non è affatto vero che Londra non schierò il top del suo arsenale: nel corso di Musketeer, gli inglesi impiegarono tre portaerei di squadra, Eagle, Albion e Bulwark (due i francesi, Arromanches e La Fayette), oltre alle portaelicotteri Ocean e Theseus, usate per la prima volta al mondo come unità da assalto anfibio. Inoltre, bombardieri Virckers Valiant dell'RAF, decollati da Malta e da Cipro, scaricarono quasi mille tonnellate di bombe sugli aeroporti e sulle truppe egiziane. Il Valiant era da poco entrato in servizio, sarebbe come se oggi gli USA mandassero i B2...

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