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Graziani

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Everything posted by Graziani

  1. Graziani

    Marine Nationale

    COSA NE PENSATE DELLA mARINA FRANCESE?
  2. Vorrei capire il motivo della scelta inglese di optare per la propulsione convenzionale per le future PORTAEREI anzichè quella nucleare che per navi di una certa categoria e stazza 65.000 t. è più idonea. Secondo ME poi la marina reale dovrebbe dotarsi di almeno due grandi LHD oltre alla classe Bay e Albion in modo tale da essere più incisiva nella proiezione della forza dal mare con i suoi oltre 7.000 ROYAL MARINES! DETTO ciò mi piacerebbe vedere una ROYAL NAVY più indipendente dagli STATI UNITI e più collaborativa con le marine del COMMONWEALTH
  3. Graziani

    Base Nazista In Antartide

    Gli U-Boot nazisti e la Neuschwabenland Secondo molte voci una base nazista in Antartide sarebbe sopravvissuta alla Seconda Guerra Mondiale e ospiterebbe, forse ancor oggi, i discendenti dei gerarchi e dei criminali di guerra tedeschi: ma è davvero esistita la "Neuschwabenland"? Nonostante la Seconda Guerra Mondiale sia finita da più di sessant'anni, i discorsi sul Nazismo e su Hitler non hanno mai perso d'interesse nell'opinione pubblica. Ancor oggi non esiste praticamente tv che non abbia nei suoi palinsesti documentari che trattano del tema della Seconda Guerra Mondiale e dei misteri ad essa connessi, dall'Olocausto alla salita al potere di Adolf Hitler nel 1933 e alla sua palese ossessione per l'esoterismo. E ancora i misteri della fine del regime nazista, dalle armi segrete che avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra fino alla presunta morte dello stesso Fürher, sono alla base di congetture assai variegate, da quelle di tipo politico a quelle più prettamente fantascientifiche. Sono molti infatti gli ufologi che parlano apertamente dei dischi volanti nazisti: velivoli a propulsione magnetica denominati Haunebu, o anche chiamati Vril o V-7, in grado di volare a migliaia di km orari e capaci perfino di volo spaziale. Ma sebbene affascinanti, purtroppo gli Haunebu non possono sostenere le prove storiche che gli ufologi, ignoranti di aviazione, dimenticano di addurre. La realtà cruda è che Hitler e i suoi seguaci, per quanto geniali nell'arte ingegneristica, non ebbero mai le capacità tecnologiche di costruire oggetti discoidali simili agli Ufo odierni. Gli studi scientifici invece puntavano su invenzioni attuali come il motore a reazione, i missili e l'ala a freccia, altro che dischi volanti! E a queste scoperte i nazisti diedero la massima importanza, come testimoniano i progetti reali scoperti dagli Alleati a guerra finita, nel 1945. Anzi, fu proprio il saccheggio di aerei, sommergibili, missili e relativi scienziati progettatori da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica (con i nomi in codice di Operazione Paperclip per gli americani e Ovaskim per i russi) a porre le basi tanto per il Programma Spaziale tanto per la Guerra Fredda e le invenzioni ad essa connesse, prima fra tutte Internet. Quindi, l'ipotesi che i Nazisti avessero avuto contatti con gli abitanti della Terra Cava oppure con extraterrestri, i mitici Foo-Fighters, è assolutamente inattendibile: nessun disco volante, nessun prototipo segreto di tecnologia aliena, nessun Ufo con le svastiche… Ma altri temi legati alle realizzazioni segrete naziste potrebbero essere veritieri. E' il caso della Bomba Atomica tedesca, che secondo alcuni testimoni sarebbe stata sperimentata in due occasioni, ma senza giungere allo stadio operativo; oppure, è il caso della Base Antartica 211, chiamata a volte Neuschwabenland, a volte Neuberlin. Perché, a nostro parere, tali scoperte possono essere verosimili? Sulla Bomba A tedesca si discute ancora; mentre per la base antartica, forse oggi disponiamo di sufficienti prove per capire quanto di vero ci può essere in questa teoria. Una teoria plausibile, per le prove che porteremo a sostegno. Ma innanzitutto, facciamo un salto nel 1938 quando, in un clima di tensione generalizzata per l'annessione tedesca della regione dei Sudeti, il governo nazista organizzò una spedizione scientifica in Antartide. La zona prescelta, per scopi geografici ma prima ancora militari, fu la Terra della Regina Maud, un'area scoperta nel 1931 dai norvegesi ma mai occupata o studiata a fondo. Una buona occasione per rivendicare politicamente quel territorio e, a nostro parere utilizzarlo per scopi militari. Comunque sia, per non acuire le tensioni internazionali i tedeschi prepararono una spedizione civile: a bordo del mercantile modificato Schwabenland, comandato dal capitano Alfred Ritscher e con la collaborazione della compagnia di bandiera Lufthansa, centinaia di uomini tra biologi, cartografi, geologi, ingegneri e idrologi della Società Tedesca per la Ricerca Polare, con l'ausilio di due idrovolanti, partirono alla volta del continente antartico. In teoria a bordo avrebbe dovuto esserci anche l'esploratore e conquistatore del Polo Sud Richard Byrd, ma poco prima della partenza l'americano aveva declinato l'offerta. Il via si ebbe il 17 dicembre 1938: i tedeschi toccarono la banchisa polare il 20 gennaio 1939. I due idrovolanti della missione effettuarono missioni di esplorazione, coprendo tra i 300mila e i 600mila kmq, scattando 11mila fotografie; ci fu un generale beneficio, in quanto la missione consentì un notevole salto di qualità nella precisione delle mappe geografiche e delle misurazioni magnetiche del polo sud. I tedeschi effettuarono poi scoperte sorprendenti: aree libere dai ghiacci per la presenza di sorgenti calde e attività idrogeologica, scoperta dei venti antartici ad alta quota, analisi degli uccelli marini che si spingevano, inspiegabilmente, per oltre cento km all'interno del continente per nidificare. Il tutto in una regione che, come abbiamo visto qui, viene considerata dagli antichi la vera sede della mitica Atlantide… insomma, c'era di che stupirsi dalle scoperte tedesche, quasi che il Polo Sud non fosse stato quell'inferno di freddo e di ghiaccio che tutti si aspettavano. La missione della Schwabenland terminò a metà febbraio '39, quando l'estate antartica stava finendo. Ma l'interesse nazista verso quel territorio che in onore della nave venne ribattezzato Neuschwabenland non cessò, anzi crebbe a dismisura. Hitler ordinò nel 1940 la costruzione di installazioni di appoggio per le operazioni dei sottomarini da guerra U-Boot nella regione delle Montagne di Muhlig-Hoffman, sempre nella Neuschwabenland. Queste installazioni di supporto forse erano dei semplici bacini di rifornimento di carburante e siluri: comunque sia, denota una crescente colonizzazione nazista dell'area. Voci sostengono che i tedeschi scoprirono sotto i ghiacci un canale sottomarino, una vera spaccatura che tagliava in due il continente antartico consentendo ai sommergibili di utilizzare rotte alternative in grado di collegare il Sudamerica alla Nuova Zelanda e quindi di raggiungere il Giappone senza incappare nelle cacciatorpediniere alleate. Il fatto potrebbe essere plausibile, perché per tutta la guerra vi fu un collegamento stabile via sottomarini tra la Germania e il Giappone, mai interrotto nonostante gli sforzi di americani e inglesi. Sempre le voci ben informate, ma qua siamo nel campo delle ipotesi, sostengono che questo canale, che taglia in due il continente antartico, in più punti emerge oltre a superficie del mare, costituendo in pratica un gigantesco sistema di grotte sotto la crosta ghiacciata. Qualcuno azzarda persino le dimensioni della più grande, che si estenderebbe per 50 km al di sotto della calotta polare e che al suo interno custodirebbe un lago di acqua allo stato liquido. Qui i nazisti avrebero costruito la più impenetrabile base in loro possesso, la straordinaria Base 211 o "Nuova Berlino". Una vera città sotto il ghiaccio, alimentata in parte con l'energia geotermica, avrebbe costituito l'ultimo, estremo baluardo nazista contro l'invasione alleata… Le testimonianze indicano che la Base 211 sarebbe stata iniziata nel 1942 mediante il trasporto di viveri e materiali ad opera di speciali U-Boot capitanati da ufficiali avvezzi alla navigazione polare, come quelli che prestarono servizio al largo della Norvegia. Questi uomini, utilizzando come punto di appoggio l'Argentina, avrebbero costruito la base in due anni, al punto che nel 1944 era in atto un graduale invio di materiale riservato tramite finanziamenti (effettivamente stanziati) da parte delle potenti SS. Perché Himmler e i suoi scagnozzi avrebbero sprecato tanto denaro per inviare materiale nel nulla antartico? Evidentemente, qualcosa ci doveva essere… Secondo alcuni studiosi di misteri, tra gli oggetti che Himmler fece trasportare a Neuberlin ci fu l'originale della Heilige Lance, la Lancia di Longino. E tra gli oggetti che dovrebbero essere ancora presenti, vi sono i tanti tesori d'arte trafugati dai soldati tedeschi durante l'invasione di mezza Europa, tra cui la celebre Sala d'Ambra di San Pietroburgo, mai ritrovata. Ma perché darsi tanta pena per questo trasferimento? Cosa nasconde in realtà il ghiaccio antartico? In teoria, Nuova Berlino rappresenterebbe il senso di quel Reich millenario teorizzato da Hitler e mai realizzato. Un regno tra fuoco e ghiaccio, molto wagneriano e valchiriesco, che avrebbe ospitato i veri rappresentanti della razza ariana, protetti dal mondo in attesa di riconquistarlo. Un'idea in linea con le folli teorie hitleriane e perfettamente in linea con il nichilismo nazista, a metà tra il sadismo più atroce e il masochismo più deleterio. La Base 211 nella Neuschwabenland avrebbe potuto essere anche l'ultimo rifugio per tanti gerarchi nazisti sfuggiti alla cattura al termine della guerra e tra questi il loro capo, Adolf Hitler. Le teorie sulla sua morte sono almeno tre e nessuna di esse è convincente: la probabilità che l'ideatore del nazismo (e di tanti suoi maestri occulti che non compaiono nei libri di storia) possa essere sopravvissuto all'assalto sovietico al suo bunker a Berlino sono molte, basti pensare quanti sono i gerarchi scappati in Argentina con in beneplacito degli Alleati. Ma il concetto di una base nazista che abbia ospitato un Hitler redivivo e che sia ancor oggi esistente in Antartide contrasta con l'idea che abbiamo oggi del mondo completamente esplorato: e se così non fosse, verrebbe da chiedersi perché nessuno si sia preso la briga di stanare questi nazisti superstiti, ammesso che siano esistiti. Ma la realtà è che forse tale operazione sia avvenuta realmente sotto mentite spoglie… Ma prima di narrare le gesta dell'Operazione High Jump, dobbiamo menzionare il caso del centinaio di U-Boot scomparsi senza lasciare traccia e di quanto raccontano nel loro libro "Oltremare Sud" gli storici Juan Salinas e Carlos De Napoli. Pubblicato lo scorso ottobre, il libro dei due argentini squarcia il velo su un convoglio di sottomarini partito il 3 maggio 1945 dalla Norvegia e diretto in Argentina. Con a bordo oltre cinquanta gerarchi nazisti, il convoglio, con il tacito consenso dell'Ammiragliato britannico, avrebbe raggiunto l'Argentina con l'appoggio della locale marina, dopo una battaglia che costò la perdita di cinque navi e 400 marinai. Perché però gli interrogatori dei marinai tedeschi furono falsificati dall'intelligence americana e messi sotto la dicitura Top Secret? Qualcosa di strano successe davvero, nelle acque dell'Atlantico meridionale, in quel maggio 1945. Se Hitler si era suicidato il 30 aprile, se il 3 maggio il convoglio con a bordo i 50 gerarchi si era imbarcato per la Norvegia e se la guerra era finita l'8 maggio con la resa dei tedeschi, perché il sottomarino U-Boot Type VII C denominato U-977, al comando del capitano Heinz Schaeffer, si immerse l'alba del 10 maggio da Kristiansand, in Norvegia, per riemergere in Argentina il 17 agosto? Una navigazione tanto lunga, di 104 giorni di cui 66 in immersione, per consegnarsi in pieno giorno nel porto di Buenos Aires ai militari argentini era plausibile? I marinai dell'U-977 erano pazzi, oppure…? Il 10 luglio precedente, sempre in Argentina, si era arreso il sommergibile Type IX C/40 denominato U-530, capitanato dal cmd. Otto Wermuth. Un bel po' di tempo, per un mezzo che ufficialmente era in navigazione al largo di Long Island, dunque nei pressi di New York… Sempre ufficialmente, l'ultimo sommergibile tedesco ad arrendersi fu l'U-307, alle isole Spitzbergen, il 4 settembre. Perché tanto ritardo? Come detto, il numero di sottomarini scomparsi senza lasciare traccia, senza essere stati distrutti dagli Alleati, affondati o demoliti, è di circa cento. Ricordiamo inoltre che la Kriegsmarine, la marina tedesca, mise in servizio nel 1944 i sottomarini classe Type XXI, che rappresentano una delle meraviglie della tecnica tedesca nonché i progenitori di tutti i sottomarini attuali. Veri capolavori d'ingegneria, i Type XXI (che furono consegnati in 119 unità) furono testati alla profondità di 270 metri, ben oltre le capacità degli attuali sommergibili nucleari. Veloci e capaci di sfuggire ai sonar, avrebbero potuto cambiare le sorti della guerra… Se solo fossero stati costruiti in un numero congruo di unità. Ma la Germania, nel 1945, non aveva né manodopera, né carburante, né equipaggi. Un paese allo stremo, distrutto dalla follia dei suoi dittatori… A Hitler e alla sua cricca restava soltanto la Neuschwabenland e forse fu quella la destinazione dei vari U-530, U-977 e U-307, per non parlare del centinaio di mezzi scampati alla distruzione. Fu per questo, forse, che il 2 dicembre 1946 scattò la più grande esercitazione navale mai compiuta in Antartide. L'Operazione High Jump, organizzata dalla U.S. Navy americana, era in teoria una missione esplorativa e in effetti il comando fu affidato simbolicamente all'ammiraglio nonché esploratore Richard Byrd, lo stesso che avrebbe dovuto partecipare alla missione tedesca del 1938. Ma in realtà il vero capo fu l'ammiraglio Richard Cruzen che si mise alla testa di una task force composta dalla portaerei Philippine Sea, da due cacciatorpediniere (le USS Brownsen e USS Henderson), due rompighiaccio (le USCGC Burton Island e USCGC Northwind), quattro navi da supporto logistico (le USS Yankee, USS Canisted, USS Merrick e USS Capacan), una nave per comunicazioni (la USS Mount Olympus), un sommergibile (l'USS Sennet di classe Balao) e due navi per appoggio idrovolanti (le USS Currituck e USS Pine Island). In tutto, dodici idrovolanti, sei elicotteri e 4700 marines… Non c'è che dire, un bel gruppetto di boy scout! La missione avrebbe dovuto durare 18 mesi, invece ebbe termine dopo sole tre settimane, durante le quali gli aerei esplorarono un milione e trecentomila kmq di Neuschwabenland. Durante la missione un idrovolante precipitò, causando la morte di quattro uomini; anche due elicotteri andarono perduti, senza però causare vittime tra gli equipaggi. Alla fine di tutto, i dubbi e le teorie sulla Base 211 rimangono, così come l'Operazione High Jump rimane a tutt'oggi inspiegabile. Hitler si salvò a bordo dell'U-977? Si diresse in Argentina? In Giappone (due tavolette d'oro datate 21 maggio 1945 e firmate dallo stesso Füher furono rinvenute nel 1984 presso il monastero buddhista di Kyosan, nel Giappone centrale)? In Polinesia? Oppure nella famigerata Nuova Berlino? I fanatici delle teorie complottiste, gli stessi che sostengono l'ipotesi degli Haunebu, affermano che i nazisti controllano segretamente il mondo da qui. I dischi volanti e le luci che si vedono ogni tanto nei cieli sarebbero i mezzi ipertecnologici dei nazisti che vivono in Antartide… Fantasie e anche più, come abbiamo visto. Ma il dubbio dell'esistenza di quella fantomatica base segreta sotto i ghiacci della Neuschwabenland, rimane.
  4. Graziani

    TARANIS

    sAPETE dirmi qualche cosa sullo sviluppo del UCAV segreto inglese TARANIS?
  5. Graziani

    BRITISH ARMY

    Ragazzi mi sapreste spiegare per favore in che cosa consiste e quali vantaggi portera' all'esercito di Sua Maesta' il programma FRES? GRAZIE
  6. Israele, nuovo missile per testate atomiche di Redazione - venerdì 18 gennaio 2008, 07:00 Stampa Dimensioni Versione PDF Invia ad un amico Vota1 2 3 4 5 Risultato da Gerusalemme È mistero sul nuovo sistema d’arma collaudato ieri dall’esercito israeliano in una base missilistica a sud di Tel Aviv. Secondo un annuncio trasmesso dalla radio militare in mattinata (poi curiosamente scomparso nelle edizioni successive) sarebbe stato «testato con successo» un nuovo sistema di propulsione, per missili in grado di portare «testate non convenzionali», definizione generalmente usata per indicare testate nucleari. Osservatori occidentali hanno collegato il comunicato delle autorità militari alle affermazioni rilasciate nei giorni scorsi dal premier Ehud Olmert, secondo cui «Israele non esclude nessuna opzione» nei confronti dell’Iran. Immediata è giunta la reazione del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, il quale ha dichiarato che Israele «non oserà attaccarci». «Il regime sionista non oserà attaccare l’Iran - ha detto Ahmadinejad all’emittente araba Al Jazeera - perchè la risposta iraniana sarebbe tale da farli pentire, e questo loro lo sanno bene». In realtà non è affatto certo che il sistema d’arma collaudato dagli israeliani sia effettivamente destinato ad un eventuale conflitto con l’Iran. Secondo il ministero della Difesa, l’esperimento condotto in mattinata è stato attuato «nel quadro di un programma di difesa stratificata per neutralizzare diversi tipi di minacce: da aerei e razzi a missili balistici». Israele, che mantiene una politica di studiata ambiguità circa il suo asserito arsenale nucleare, secondo analisti militari stranieri, già dispone di missili «Gerico» in grado di portare testate atomiche a una distanza che, nella versione a lungo raggio chiamata «Gerico III», possono colpire obiettivi distanti da 4.400 a 6.500 chilometri (secondo diverse stime). Il lancio di ieri avrebbe perciò permesso di collaudare una versione potenziata, grazie a un nuovo sistema di propulsione, del «Gerico III». È tuttavia possibile che l’esperimento vada invece visto nel quadro degli sforzi che Israele sta attuando per sviluppare sistemi di difesa capaci di neutralizzare i razzi a corto e medio raggio in possesso di Hamas e degli Hezbollah. Sin dalla guerra di due anni fa con il Libano la pioggia di missili Katiusha (come in questi giorni quella di Qassam lanciati da Gaza) ha rivelato una clamorosa falla nei sistemi di difesa ai quali Israele sin da allora sta tentando di porre rimedio. Ieri il bombardamento su Sderot, la città nel mirino dei terroristi che operano da Gaza è continuato e in serata il ministero della Difesa israeliano ha annunciato la decisione di chiudere tutti i valichi di frontiera con la Striscia.
  7. Ah ok ho capito grazie Flaggy era per sapere Vultur non ti consiglio di venire nella mia Italia a meno che ti piaccia stare in cassa integrazione come il sottoscritto
  8. Ragazzi ma perchè l'AMI con una parte dei soldi risparmiati con Typhoon ed F-35 non si compra una decina di C-17 Globemaster III????????
  9. sorry hai ragione Comunque posto una notizia di gennaio che credo non sia stata postata Nuovo Centro operativo Marina Militare 20 gennaio 2012 07.32 Inaugurato a Roma questa mattina, alla presenza del Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola insieme al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare Bruno Branciforte e al Comandante in Capo della Squadra Navale Luigi Binelli Mantelli, il nuovo Centro Operativo della Marina Militare, presso il complesso Santa Rosa, quartier generale del Comando in Capo della Squadra Navale (CINCNAV). Il nuovo Centro risponde appieno al Concetto Strategico della Marina Militare fondato su due essenziali pilastri: la sorveglianza integrata di spazi marittimi d’interesse e la proiezione di capacità in ambiente marino. Il Centro riunisce, in un’unica struttura, la Centrale Operativa di Sorveglianza Marittima, la Centrale Operativa Aeronavale e lo European Maritime Component Commander Ashore, al servizio della Sorveglianza Marittima Integrata che vede nella “condivisione e nella fusione delle informazioni, il perno della interoperabilità e della cooperazione interforze, interagenzia e internazionale” come spiega il Comandante di Cincnav Ammiraglio Binelli Mantelli, entrando nei dettagli al termine del saluto del Capo di Stato Maggiore, Ammiraglio Branciforte. Funzioni specializzate e realizzate ad altissima tecnologia, riunite in un unico comando che ne assicura velocità ed efficienza e che sottolinea, come spiega ancora l’Ammiraglio Binelli Mantelli “una naturale attitudine alla Sicurezza Marittima, nella sua duplice veste: security and safety”, secondo la terminologia internazionale. Ed è proprio la funzione internazionale che emerge dalla costituzione di questo centro: “Noi siamo una realtà, un Paese che deve esercitare il proprio ruolo – spiega il ministro della Difesa – e abbiamo il dovere e la capacità di concorrere con la comunità internazionale alla salvaguardia della sicurezza.” Un investimento in linea con l’adesione del nostro Paese a standard e ad organismi internazionali ai quali “il nostro Paese deve dare continuità e contributi”, come conferma il Ministro Di Paola. (G.S.) per vedere le foto: Mio Link
  10. TAGLI ALLA DIFESA, DECIMATA LA FLOTTA DELLA MARINA (Il SecoloXIX) - Dopo il disegno di legge sui tagli alle forze armate, la Marina militare sta progettando un consistente piano di riduzione della propria flotta. Fonti ben informate nel settore della Difesa fanno sapere che è prevista la dismissione, fra quest’anno e il 2016, di ben 26 fra navi di prima e seconda linea, oltre a mezzi navali per il supporto e la formazione degli equipaggi. A una prima analisi, questa sembrerebbe un’azione per limitare i costi e aumentare l’efficacia della flotta, che al suo interno conta unità vetuste. Ma chi conosce i precedenti progetti di dismissione della Marina, sa bene che in quest’ultimo è stata data un’accelerata notevole... Questo dovrebbe condizionare, riducendole, le attuali capacità operative delle Forze armate. Dunque, per la flotta come per il resto, il messaggio che passa è abbastanza chiaro: se si tagliano i mezzi, si taglia anche la possibilità di intervenire a favore delle missioni internazionali, e quindi fare valere in generale il peso dell’Italia nella politica geo-strategica internazionale. È prevista la dismissione delle 4 fregate classe Maestrale non ammodernate (ne rimangono in linea altrettante), 3 dei 4 pattugliatori di squadra classe Soldati, 6 delle 8 corvette classe Minerva, 3 dei 4 cacciamine classe Lerici, uno dei 2 rifornitori di squadra classe Stromboli, l’unità di soccorso polivalente Anteo, le 4 unità per l’addestramento classe Astice ed altrettanti rimorchiatori d’altura. Rispetto alla pianificazione precedente al ddl sui tagli alla Difesa, la componente delle fregate e dei pattugliatori d’altura registra un’anticipazione tale da creare una temporanea riduzione della linea operativa da subito, in attesa che dal prossimo anno entrino in servizio le nuove fregate Fremm, la seconda delle quali è stata varata lo scorso 31 marzo. Secondo i piani originali dovrebbero essere costruite 10 Fremm, ma ad oggi ne risultano finanziate soltanto 6, di cui le ultime 2 parzialmente. Sebbene persista il requisito per le rimanenti 4 unità, la Marina, insieme alla Difesa stanno valutando anche la costruzione di nuove unità multiruolo più piccole, da acquisire in numero maggiore (si parla di 6 unità) per compensare la cancellazione delle ultime Fremm. Queste navi rimpiazzeranno con cadenza annuale le Maestrale non ammodernate, che potrebbero avere una seconda vita a seguito dell’interesse manifestato da parte di altre Marine, fra cui quella peruviana e filippina. Da notare che in quest’ultimo caso potrebbero essere cedute e sottoposte a lavori di revisione ed ammodernamento da parte di Fincantieri e società di Finmeccanica, prima del definitivo trasferimento al cliente finale. Nessun rimpiazzo immediato è invece previsto per i 3 pattugliatori d’altura classe Soldati, il cui capoclasse Artigliere è stato ritirato lo scorso fine gennaio, così come per i 3 cacciamine classe Lerici e le 6 corvette classe Minerva, la cui dismissione è anticipata di oltre un quinquennio, e per cui un’eventuale cessione ad altre Marine, almeno per le corvette, verrebbe valutata anche a titolo gratuito. Stesso destino subiranno i 4 rimorchiatori d’altura e le 4 unità per l’addestramento. Saranno invece rimpiazzate da nuove costruzioni, fondi permettendo, la nave soccorso Anteo e la prima delle due rifornitrici di squadra classe Stromboli, destinare ad essere ritirate dal servizio rispettivamente nel 2015 e 2016, e comunque in concomitanza con le nuove unità. Nave Anteo è destinata al rimpiazzo con la nuova Unità Supporto Subacqueo Polivalente, il cui contratto per la costruzione deve essere assegnato a Fincantieri entro il 2012, affinché possa essere consegna alla Marina entro il 2015. Alla fine del 2011, la Direzione degli Armamenti Navali (Navarm) ha assegnato a Fincantieri un contratto del valore di 18 milioni di euro per gli studi di riduzione e definizione del progetto per la futura unità d’assalto anfibio tutto-ponte (Landing Helicopter Dock, Lhd) e per la menzionata nuova rifornitrice di squadra denominata unità da supporto logistico (Logistic Support Ship, Lss). Affinché quest’ultima possa essere consegnata alla Marina entro il 2016, è necessario che venga assegnato a Fincantieri un contratto per la costruzione entro il 2013.
  11. Graziani

    FREMM - discussione ufficiale

    Per me alla fine saranno sicuramente 10 le FREMM.....sarebbe ridicolo ridurre a solo 6 unità e avere una linea caccia-fregate di sole 8 unità Va bene tutto ma così che schifo
  12. Graziani

    Royal Navy - discussione ufficiale

    Il Ministero della Difesa Inglese ha scelto la proposta dei cantieri sudcoreani Daewoo Shipbuilding and Marine Engineer per la realizzzione dei 4 rifornitori a doppio scafo da 37.000 t.
  13. Graziani

    DIEN BIEN PHU

    Cinquant'anni fa a Dien Bien Phu i vietnamiti sconfissero la grandeur della Francia. Cinquant'anni fa, nel cuore dell'Asia, in un punto strategico del Tonchino settentrionale, sul territorio vietnamita ma a ridosso del Laos e a una certa distanza dal confine con la Cina, si svolse l'ultima battaglia antica dell'epoca moderna. Il suo nome mitico, Dien Bien Phu, tradotto alla lettera diventa burocratico. Dien in vietnamita significa grande, Bien frontiera, Phu è un capologuogo amministrativo. Dien Bien Phu vuol dunque dire Grande Centro Amministrativo di Frontiera. La battaglia, in quella località battezzata da mandarini senza fantasia e abitata da pacifici coltivatori d'oppio, durò cinquantasei giorni, tra metà marzo e i primi di maggio del 1954: e se non cambiò subito, direttamente, la storia del mondo, come altre battaglie rimaste nella memoria, essa annunciò, con un enorme spargimento di sangue e un altrettanto disperato coraggio da entrambe le parti, i mutamenti che nel mondo si sarebbero prodotti in un futuro non tanto lontano. I vietnamiti abbrviano il nome, non dicono Dien Bien Phu, ma Dien Bien: e così lo rendono più romantico: Grande Frontiera. I soldati francesi, che vi lasciarono tanti morti e vi subirono una sconfitta entrata nella storia, chiamavano Dien Bien Phu il «pitale», perché è una conca molto estesa, circondata da montagne rocciose e boscose. Le montagne in cui l'artiglieria vietnamita si interrò rendendosi invulnerabile ai tiri nemici, e agli attacchi aerei. La mattina del 7 maggio di mezzo secolo fa, il campo trincerato di Dien Bien Phu, arato dall'artiglieria, cosparso di cadaveri impastati di fango, di automezzi dilaniati, di armi pesanti e leggere sabotate dai vinti per non lasciarle intatte nelle mani dei vincitori, fu sommerso dai soldati vietnamiti del generale Vo Nguyen Giap. Uno di loro, calzato di sandali ricavati da vecchi pneumatici, spinse con la punta del mitra la porta del bunker in cui c'era il comando francese e si trovò davanti il generale di brigata Christian-Marie-Ferdinand de la Croix de Castries. Il più alto ufficiale di una guarnigione che il 13 marzo, giorno in cui era cominciata la battaglia, contava dodicimila uomini; e che due mesi dopo aveva meno di tremila combattenti; nonostante i quattro battaglioni di rinforzo, paracadutati nei rari momenti in cui il cielo si dischiudeva, consentendo agli aerei decollati da Hanoi, distante trecento chilometri, di infilarsi tra le nubi della precoce e imprevista stagione delle piogge. Molti erano morti e feriti, ma parte della guarnigione aveva disertato il campo di battaglia e si era rifugiato nelle vicinanze, rintanandosi sulle montagne e nei boschi. Numerose unità coloniali, nordafricane e indocinesi (vietnamite, laotiane, cambogiane e minoranze etniche della regione) non erano abbastanza motivate per partecipare a quel massacro e si erano trasformate in spauriti gruppi di spettatori, annidati sugli spalti di quel grande anfiteatro che è Dien Bien Phu. Ad alimentare i combattimenti erano stati soprattutto i legionari stranieri e i paracadutisti francesi, impegnati a salvare l'onore dell'Armée ma anche nella vana attesa di rinforzi via terra. Il generale sconfitto era in piedi, dritto, alto, impettito. Per ricevere i vincitori si era cambiata la camicia, aveva rimboccato le maniche fin sopra i gomiti, come usava nell'esercito francese in Indocina, e non aveva dimenticato di appuntare sul petto una striscia di mostrine. Tra le decorazioni risaltava quella rossa dell'Ordine della Legion d'Onore, del quale de Castries era "commandeur". Era come se in quel momento l'aristocratico ufficiale di cavalleria (con un castello baronale del XV secolo nei pressi di Montpellier) avesse alle sue spalle la lunga schiera di antenati in cui figuravano marescialli di Francia, ammiragli, luogotententi generali, e persino un ministro di Luigi XV. La sagoma asciutta, nervosa, rivelava il frequentatore di concorsi ippici internazionali (vincitore tra l'altro, undici anni prima, della coppa del mondo di salto in alto con un celebre cavallo. Vol au Vent). Era stato promosso da colonnello a generale nel corso della battaglia: e i suoi superiori di Hanoi gli avevano fatto lanciare col paracadute una bottiglia di champagne, sfortunatamente finita nelle trincee dei vietnamiti che l'avevano subito stappata e bevuta. E avevano poi ringraziato via radio. Accompagnando rannuncio con l'inno dei Partigiani francesi («Ami, entends-tu le cris sourd du pays qu'on enchaine?»), per ricordare a paracadutisti e legionari che in Indocina essi sono truppe d'occupazione come lo erano i tedeschi in Francia, durante la Seconda Guerra mondiale. Quel giorno di maggio, al momento della resa, de Castries accolse i vincitori tenendo alto il naso d'aquila che appuntiva il suo viso, e sforzandosi a sporgere il mento non troppo pronunciato. Era un suo atteggiamento nei momenti difficili, quando cercava di fingere l'indifferenza. Ma i testimoni raccontarono che la palpebra pesante, cui doveva l'abituale espressione tra l'assorto e lo sprezzante («da seduttore di garden party», secondo chi non lo prendeva troppo sul serio) era molto più abbassata del solito, quasi chiudeva il suo sguardo, come una saracinesca. Un sergente paracadutista, un francese, lo sentì gridare «non fucilatemi!» ai Viet Minh che nel frattempo si erano ammassati nel bunker e gli puntavano addosso le anni. Ma quelle parole, pronunciate col tono di una supplica, non si addicevano al personaggio: e ancor meno al tragico finale in cui era di rigore rispettare anche la forma, cioè il puntiglioso cerimoniale di una disfatta; dopo che l'onore militare era già stato ampiamente salvato dai combattenti sul campo; al punto da trasformare una sconfitta in una pagina di gloria, che neppure i vincitori contestano mezzo secolo dopo; anche perché il coraggio dei vinti amplifica quel loro storico successo. Gli storici della battaglia, compresi quelli più severi nel giudicare de Castries, e sono stati in tanti a non perdonargli la scarsa iniziativa come comandante, anzi l'inerzia, e il discutibile coraggio personale (durante la battaglia usciva di rado dal bunker, e pare facesse i bisogni nelle scatolette, per non esporsi nella latrina all'aperto), anche quegli storici hanno pensato che l'implorazione rivolta ai soldati vietnamiti dal generale fosse un'invenzione. Non rientrava, nonostante tutto, nello stile dell'aristocratico de Castries. Doveva dunque essere falsa. In preda a una forte emozione, il sergente testimone aveva senz'altro udito o riferito male. Ai Viet Minh in sandali, con le divise rappezzate, a brandelli, che gli spianavano contro i mitra, de Castries doveva aver detto, secondo i suoi modi abituali: "Banda di imbecilli, non mi sparerete mica addosso?" Questo era il suo stile, scrive Jules Roy, ex militare e scrittore di talento, nella sua appassionata ma spietata, e minuziosa, ricostruzione della battaglia, di cui mi servo come guida (La bataille de Dien Bien Phu, Union Generale d'Editions, Paris, 1964). La bandiera bianca stesa fuori del bunker è rimasta come una spina nel cuore dell'Armée. Fu de Castries a esporla? Alcuni pensano che furono i Viet Minh, i soldati di Giap. Nell'ultima conversazione via radio tra Hanoi e Dien Bien Phu, pochi minuti prima che i vietminh facessero irruzione nel bunker-comando, il generale Cogny, diretto superiore di de Castries, aveva detto a quest'ultimo che per l'onore militare francese era meglio non issare la bandiera bianca. Anche in questo caso ci fu un testimone diretto, un sergente della Legione Straniera che vide lo straccio bianco davanti alla porta di de Castries, quando ancora il campo non era invaso dai vincitori. Pure lui ebbe un abbaglio? Perché smarrirsi in questi infimi dettagli? Perché accanirsi sul generale sconfitto? Quanto pesano questi particolari nella storia di una grande battaglia di cinquant'anni fa? Si tratta di piccole, insignificanti spine. Cosa sono una frase poco dignitosa sulle labbra di un soldato e una bandiera bianca dopo una resistenzadi cinquantasei guiorni, con migliaia di morti e feriti? Dien Bien Phu fu una disfatta francese, ma anche una pagina militare onorevole, coraggiosa, nella storia dell'esercito francese. Nel ricordarla non si può tuttavia non scendere nei particolari perché quella fu una battaglia "all'antica", in cui l'onore aveva le sue regole. La forma contava. La battaglia fu carica di simboli. Di fronte al generale de Castries, e ai suoi superiori di Hanoi e di Saigon (e di Parigi), tutti usciti da celebri accademie militari e da sofisticate scuole di guerra, c'era un uomo di media statura, di poco più di quarant'anni, lento nei gesti, pesante , nell'andatura con una larga faccia che trasudava intelligenza e ironia; e con un paio di pantaloni che de Castries non avrebbe tollerato neppure addosso al suo giardiniere nel castello vicino a Montpellier, e con una casacca accollata, senza gradi e senza decorazioni. Insomma il generale di un esercito di contadini. Come Ho Chi Minh, lo «zio Ho», il capo dei Viet Minh, anche il generale Vo Nguyen Giap, comandante dell'esercito popolare, (che il prossimo primo settembre avrà novanta quattro anni), è nato nei grandi spazi sabbiosi del Centro Annam, vicino al mare, a An Xa, nella provincia di Quang Binh. Per vincere la battaglia di Dien BienPhu, Giap si era servito dell'arte della guerra imparata nelle foreste e nelle risaie del Viet Nam. I suoi studi erano stati di tutt'altra natura. All'università di Hanoi aveva frequentato disordinatamente corsi di legge e di filosofia. La sua passione era la storia. E nella storia aveva incontrato due maestri: Alessandro Magno e Napoleone. Dei quali aveva tratto insegnamenti che aveva poi adeguato alla sua realtà. Un altro suo ispiratore nell'arte della guerra era il Mao Tse Tung che non si accaniva contro i punti inespugnabili del nemico, che evitava le battaglie dall'esito incerto, che si sottraeva alla forza dell'avversario, e che sapeva mobilitare i contadini con parole d'ordine semplici, elementari, e cariche di passione. A Dien Bien Phu un esercito occidentale fu sconfitto da un esercito «indigeno». Allora venivano chiamati cosi, «indigeni», non senza disprezzo, gli abitanti delle colonie. Non era la prima disfatta del genere. A Adua (nel 1896), l'esercito italiano, comandato dal generale Baratieri, subì la stessa sorte. A sconfiggerlo furono i guerrieri etiopici di re Menelik. Dien Bien Phu fu la seconda sconfitta del genere. Non fu certo l'ultima. Anche se il vocabolario politico è poi cambiato. Dien Bien Phu accelerò l'agonia, ormai avanzata, dell'epoca coloniale. In quello stesso anno, in autunno, sarebbe cominciata la guerra d'Algeria, durante la quale i militari francesi sconfitti a Dien Blen Phu avrebbero cercato con ansia, con rabbia, una rivincita. Ma anche quella guerra si concluse con una sconfitta, cioè con l'indipendenza (nel 1962) dell'Algeria. Sui gebel nordafricani si ritrovarono molti ufficiali, in particolare i colonnelli Bigeard e Langlais, che a Dien Bien Phu non erano rimasti rintanati nei bunker come de Castries, ma che armi alla mano avevano reso difficile la vittoria del generale Giap. Di fronte, nelle file dei ribelli algerini, c'erano non pochi soldati che avevano combattuto ai loro ordini in Indocina. O che avevano rifiutato di partecipare al massacro di Dien Bien Phu e avevano assistito alla battaglia rintanati sulle montagne del grande anfiteatro. Guardando lo spettacolo avevano imparato come gli «indigeni» potevano sconfiggere un esercito occidentale. La scena della resa, nel bunker del generale de Castries, quel 7 maggio 1954, prefigura la scena del 30aprile 1975, a Saigon: quella in cui l'ambasciatore americano con la bandiera sotto il braccio sale su un elicottero, posato sul tetto dell'ambasciata, che subito s'invola, mentre i soldati di Giap, non più con i sandali di gomma logora ma con i carri armati, stanno per sommergere la capitale del Sud. I militari francesi, come quelli americani ventun anni dopo, pagarono gli errori commessi nel valutare gli avversari. Il generale Navarre, comandante delle truppe in Indocina, un ufficiale esperto nei servizi segreti, uno stratega astuto, pensava di attirare le truppe di Giap nella concadi Dien Bien Phu, di impegnarle in una battaglia e di distruggerle grazie all'aviazione e all'artiglieria. Aveva chiamato i fortini con nomi femminili: Isabelle, Eliane, Beatrice, Gabrielle.... E non si era preoccupato del fatto che quei fortini si trovassero in basso e lasciassero al nemico le alture circostanti. La superiorità dell'artiglieria e il controllo del cielo avrebbero trasformato i viet minh in facili e fragili bersagli. Il generale Navarre non aveva tenuto conto della stagione delle piogge, che chiuse spesso il cielo all'aviazione e rese difficili i rifornimenti della guarnigione, e aveva sottovalutato la capacità dei vietnamiti di trasportare l'artiglieria pesante e di interrarla nella roccia. Quando si accorse che le sue batterie sarebbero servite a poco, il colonnello Piroth, responsabile dell'artiglieria francese, si sparò un colpo di pistola. In quanto ai viveri per i soldati di Giap, che secondo Navarre non sarebbero arrivati in quantità sufficiente, viste le grandi di distanze, furono trasportati con bicilette fabbricate in Francia, a Saint Etienne o nelle officine Peugeot, e comperate di nascosto a Hanoi e a Saigon. Con una sola di quelle biciclette i vietminh trasportarono sino a trecento chili di riso. Gli americani, già impegnati in Corea nella lotta contro il comunismo, pensarono di soccorrere la guarnigione francese, con un'operazione aerea battezzata «Avvoltoio». Furono progettati bombardamenti tipo «Guemica», ossia simili a quelli che i tedeschi fecero in Spagna durante la guerra civile. Si pensò anche al lancio di qualche bomba atomica. Ma poi fu tutto rinviato alla futura guerra americana.
  14. Graziani

    armee vs british army

    SECONDO voi per quanto riguarda l'equipaggiamento, la dotazione di mezzi, la tecnologia, la flessibilità, l'organizzazione e la capacità di dispiegamento di uomini e mezzi all'estero è superiore l'armee de terre o il british army?
  15. Graziani

    ASTUTE

    Prima prova di fuoco del Tomahawk sul sottomarino Astute
  16. Graziani

    Israele - Iran

    Fuga di notizie sull’Iran: israeliani e britannici attaccheranno a Natale
  17. Graziani

    Israele - Iran

    The Guardian: USA e Gran Bretagna pianificano un attacco all'Iran Un'operazione per neutralizzare gli impianti nucleari potrebbe essere lanciata entro i prossimi mesi WASHINGTON – Stati Uniti e Gran Bretagna sono pronte a colpire l’Iran. Un'operazione militare per neutralizzare gli impianti nucleari potrebbe essere lanciata entro i prossimi mesi, forse in primavera. La notizia diffusa dal sito del quotidiano britannico Guardian combacia con le indiscrezioni da Israele sulla decisione del premier Netanyahu di agire al più presto. L’offensiva – sempre secondo i media – potrebbe essere lanciata con missili da crociera, jet e piccoli nuclei di forze speciali. Londra, in coordinamento con gli Stati Uniti, avrebbe già studiato piani di contingenza e scenari per l’utilizzo dei suoi sottomarini d’attacco. Il progetto non ha subito accelerazioni, affermano le fonti del Guardian, tuttavia gli Usa vorrebbero intervenire prima che gli iraniani nascondano tutti i loro impianti in profondi bunker sotterranei. Un obiettivo che dovrebbero conseguire nell’arco di un anno. In realtà i tunnel sono una buona difesa ma l’aviazione statunitense dispone di bombe speciali studiate proprio per distruggere bunker. Ordigni che nei mesi scorsi sono stati forniti anche a Israele. ISRAELE- Sempre informazioni comparse sulla stampa aggiungono che i cacciabombardieri israeliani avrebbero intensificato le esercitazioni per missioni a lungo raggio. Alcune di queste simulazioni si sono svolte nel poligono italiano di Decimomannu, in Sardegna. In precedenza i piloti si addestravano usando lo spazio aereo turco ma da quando i rapporti tra i due paesi sono entrati in crisi, Gerusalemme ha inviato spesso i suoi jet in Italia grazie ad un accordo bilaterale. I RISCHI - Le voci su un possibile attacco all’Iran non sono nuove e ritornano di frequente. E’ strano, però, che siano diffuse in questo modo: nessuno avvisa il nemico su quello che vuol fare. Le rivelazioni dunque rappresentano una sorta di monito a Teheran ed esercitano una pressione su un regime piuttosto diviso. Il Pentagono, almeno fino a pochi mesi fa, si è sempre dichiarato contrario a una nuova guerra, soprattutto in Iran. Molti analisti hanno messo in guardia sui rischi: non c’è la sicurezza di un successo completo, l’intera regione potrebbe essere trascinata in un conflitto e gli ayatollah potrebbero ricorrere al terrorismo. L’ex capo del Mossad, Meir Dagan, che pure ha coordinato una lotta segreta contro i mullah, è apparso sulla stessa linea. Il quadro economico mondiale sembra sconsigliare nuove avventure belliche mentre il presidente Obama ha ordinato il ritiro dall’Iraq, ha in programma una forte riduzione di unità in Afghanistan ed ha autorizzato solo un impegno ridotto in Libia. IL CONTRASTO - Il quadro, tuttavia, è mutato dopo l’estate. Washington ha annunciato di aver sventato un presunto complotto terroristico iraniano contro l’ambasciatore saudita negli Usa ed ha esercitato pressioni sull’Aiea affinché riveli dati cruciali sulle ricerche atomiche di Teheran. L’intelligence ha aggiunto di aver rilevato attività di nuclei clandestini di pasdaran pronti a organizzare attacchi in diversi scacchieri. Per molti osservatori si tratta di segnali che fanno pensare a un aggravamento del confronto con l’Iran anche se le possibilità di un attacco sarebbero – per ora – remote. A meno che Israele non decida di passare all’azione. E a quel punto – aggiungono fonti diplomatiche – per gli Usa sarebbe complicato restare neutrali. Guido Olimpio 02 novembre 2011 Corriere della Sera
  18. Graziani

    Marine Nationale

    Consegnato alla Marina francese il pattugliatore L’Adroit
  19. Graziani

    BRITISH ARMY

    mi sa tanto che sto FRES va a farsi benedire....... Billion-pound upgrade to armoured vehicles announced
  20. Graziani

    Tagli e ristrutturazione Armée de Terre

    Comunque secondo me i numeri contano ma fino ad un certo punto. Il Regno Unito nonostante i piccoli numeri riesce comunque a proiettare un complesso di forze decisamente notevole e questo perchè hanno una struttura ed un efficienza veramente ammirevole. E' anche vero che hanno il Territorial Army. Guardate quanti soldati ha la Francia e quanti mezzi e guardate il Regno Unito. Più o meno per quanti riguarda il numero dei mezzi siamo li eppure i Britannici li fanno funzionare con un numero molto inferiore di uomini!!! Efficienza
  21. Graziani

    Stipendi soldati

    io ho sentito dire che i Britannici prendono di più degli Americani però non ho fonti scritte per dimostrarlo.
  22. Graziani

    Forze speciali di tutto il mondo

    Sbaglio o i Sas hanno addestrato in passato i Delta force???
  23. Graziani

    Eurofighter Typhoon - discussione ufficiale

    bè si parlando dal punto di vista complessivo della RAF questa risulta superiore.
  24. Graziani

    Eurofighter Typhoon - discussione ufficiale

    no bè su quello hai ragione però alla fin della fiera la RAF si troverà con una linea da caombattimento parecchio ridotta, oserei dire di poco superiore alla nostra AMI.......
  25. Graziani

    Eurofighter Typhoon - discussione ufficiale

    Quindi la RAF avrà una linea da combattimeno praticamente identica sul profilo numerico a quella dell'Armee de l'Air ovvero di 300 velivoli. grazie E poi a questo punto non credo che ci saranno riduzioni per l'F-35 altrimenti difficilmento la RAF potrà disporre di un mix di 300 aerei da combattimento a meno che non elimini del tutto la componente dei Tornado. A questo punto mi sembra un pò stupido avere in linea tre caccia diversi. Si è vero ci sarà anche il Taranis ma chissà quando.
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