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Dave97

Come ho perduto la battaglia delle Midway

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Nei primi giorni del giugno 1942, al largo delle Midway, avvenne il più grande scontro aereo-navale della storia.

La sconfitta subita dai giapponesi segnò l' inizio di un capovolgimento nelle sorti della guerra del Pacifico e rappresentò la dura vendetta americana allo smacco di Pearl Harbor.

L'ammiraglio Ryunosuke Kusaka, capo di Stato Maggiore della Flotta giapponese, rievoca gli eventi di quella decisiva battaglia.

 

Il nostro gruppo operativo aeronavale, costituito intorno alla prima squadra di portaerei, era stato messo sul piede di guerra il 26 novembre 1941, esordendo poi nel conflitto con l'attacco a Pearl Harbor e continuando i combattimenti fino al 9 aprile 1942.

A quest'ultima data ci trovavamo presso l'isola di Ceylon, impegnati in operazioni offensive: rientrammo in Giappone nel mese di maggio, dopo sei mesi di guerra e centomila chilometri di navigazione, con gli aviatori e gli equipaggi affaticati e le navi da revisionare.

Uomini e mezzi avevano un enorme bisogno di riposo, ma il Comando Supremo, appena arrivammo in patria, ci ordinò di riprendere il mare, per partecipare all'occupazione delle isole Midway.

Qualche settimana prima, il 18 aprile, gli aerei americani del colonnello Doolittle avevano bombardato per la prima volta Tokyo:

le Midway erano la pistola puntata contro il nostro paese e dunque noi le dovevamo occupare.

C'era poi un fatto a nostro favore; il grosso della flotta nemica si trovava allora nel Pacifico del sud, dove si era scontrato (nel Mar dei Coralli) con la squadra dell'ammiraglio Takagi.

Le sole grandi unità americane allora vicine alle Midway, secondo le nostre informazioni , erano le portaerei Enterprise e Hornet.

Fu allora predisposto il piano d'attacco: bombardamento aereo delle isole, sbarco delle nostre truppe, intercettamento da parte della nostra flotta delle forze navali americane che sarebbero corse al contrattacco.

Le corazzate dell'ammiraglio Yamamoto si sarebbero schierate a nord e nord-est delle Midway, gli incrociatori pesanti del vice-ammiraglio Kondo a sud e a sud-ovest, una « barriera» di sommergibili si sarebbe disposta tra le Midway e le Hawaii.

Il 28 maggio partirono da Saipan 5.800 uomini destinati a sbarcare nelle isole Sand e Eastern del gruppo Midway all'alba del 6 giugno.

Due giorni prima, la nostra formazione navale doveva trovarsi a circa 500 chilometri a nord-est delle Midway per lanciare gli aerei all'attacco delle isole, distruggendone gli impianti e spianando il terreno allo sbarco.

Il successo dell'intera operazione dipendeva da questo primo colpo che avremmo assestato al nemico.

Alle 4,30 del mattino del 2 giugno raggiungemmo il punto nel quale si doveva mutare rotta, dirigendo verso sud-est per lanciare i nostri aerei sulle Midway.

C'era una pericolosissima foschia, che ci impediva di usare i segnali luminosi per comunicare a tutta la flotta l'ordine di movimento.

E non potevamo usare la radio per non farei intercettare dai servizi americani d'ascolto.

La foschia si infittiva, non si poteva aspettare a cambiar rotta, e io allora ordinai il movimento per radio con segnali di debole potenza, perché mi era stato assicurato che gli americani non sarebbero riusciti a sentirli.

In realtà, essi furono captati dalla nostra corazzata Yamato che si trovava addirittura a mille chilometri di distanza.

Ma dopo la guerra appresi che gli americani, tanto più vicini, non li avevano « sentiti ».

Dopo il mutamento di rotta, il nostro gruppo riprese perfettamente la sua maestosa formazione, avanzando direttamente verso le Midway.

Al tramonto del 3 giugno, ricevemmo un segnale dal nostro incrociatore pesante Tone: «Visti 10 aerei nemici direzione 260° ».

Immediatamente tre caccia Zero decollarono dalla portaerei Akagi, nave ammiraglia, per cercare gli apparecchi americani, ma tornarono senza averli visti.

Intanto eravamo già entrati nella zona di mare sorvegliata dal nemico, e cominciammo a intercettare le loro comunicazioni.

Ma disgraziatamente non sapevamo una cosa: già a 4.200 chilometri a ovest delle Midway, un idrovolante americano aveva scorto il nostro. convoglio di truppe destinate allo sbarco.

Il 4 giugno, alle 4,45, la prima ondata di apparecchi decollò verso le Midway dalle nostre portaerei: 36 bombardieri orizzontali, 36 bombardieri in picchiata e 36 caccia.

E subito sui ponti di volo si allinearono gli apparecchi della seconda ondata, armati questa volta di siluri e bombe speciali per l'attacco alle navi; noi dovevamo infatti bombardare le isole e difendere simultaneamente lo sbarco contro forze navali nemiche che sarebbero certamente entrate in azione.

lo mandai alcuni ricognitori a sorvegliare il mare a nord-ovest delle Midway, mentre altri nostri aerei, equipaggiati per l'attacco alle navi, stavano già sorvolando le acque a sud-ovest.

Ma qui si poneva drammaticamente il dilemma: fare poche ricognizioni esponendoci così alle sorprese, o farne molte, sottraendo però aerei al combattimento?

Ai giovani piloti non piaceva andare in ricognizione, e lo stesso Minoru Genda, organizzatore di Pearl Harbor (che teneva i collegamenti tra me e i piloti), esitava sempre al momento di ordinare questo genere di missioni...

Tuttavia, io mi considero l'unico responsabile della grave lacuna: quel giorno non fui capace di prendere esempio da Uesugi Kenshin, il nostro grande stratega e signore feudale del XVI secolo, che tante volte andava personalmente a fare le ricognizioni...

 

Un ricognitore segnala « Avvistata Flotta Nemica »

 

Ci furono poi alcuni contrattempi: per guasti meccanici gli incrociatori Tone e Shiro catapultarono con mezz'ora di ritardo i loro aerei, i quali poi furono ostacolati dalle condizioni atmosferiche e scoprirono il nemico solo durante il volo di ritorno.

Noi non fummo perciò capaci di precedere gli americani: furono loro a scoprire noi.

Da questo fatto capitale derivò in seguito la nostra disfatta.

Sulle portaerei, intanto, la nostra seconda ondata di caccia e di bombardieri aspettava il segnale di partenza: ed io, per lanciarli all'attacco, aspettavo dalla plancia dell'Akagi il segnale che la flotta americana era in vista...

E in quel momento, mentre il sole cominciava a forare le nubi, piombarono improvvisamente su di noi gli aerei nemici.

La contraerea di bordo aprì il fuoco, i nostri caccia decollarono immediatamente, ma gli aerei americani disparvero tra le nubi.

E in tutto quel tempo non avevamo ricevuto un solo segnale dai nostri ricognitori.

L'unico messaggio che ci pervenne era quello della prima ondata di bombardieri lanciati sulle Midway, che segnalava:

«Nostro attacco insufficiente, indispensabile seconda ondata ».

In quel momento mentre noi eravamo pronti ad attaccare una flotta americana che non ci veniva mai segnalata, ci si chiedeva invece un secondo attacco terrestre sulle Midway!

lo esitai per un momento: ero come il cacciatore che insegue due lepri contemporaneamente.

Poi decisi: secondo attacco alle Midway.

E fu una disgraziata decisione, perché innanzi tutto dovemmo scaricare dagli aerei tutti i siluri e le bombe anti-nave, sostituendoli con ordigni per l'attacco terrestre.

Gli equipaggi si misero immediatamente al lavoro e riuscirono abbastanza rapidamente a completare l'operazione.

Ma subito dopo gli aerei americani tornarono sopra di noi: i nostri caccia si lanciarono contro i bombardieri nemici, mentre corazzate e portaerei cominciarono a procedere a zig-zag per evitare bombe e siluri... Sebbene il loro coraggio fosse sovrumano, i piloti dei caccia a un certo momento si trovarono costretti a rientrare, per mancanza di carburante: allora io decisi di dare loro il cambio, facendo partire i 36 caccia d'accompagnamento già destinati alla seconda ondata d'attacco sulle Midway.

Il loro decollo fu agevole, ma l'atterraggio di quelli che rientravano coi serbatoi quasi vuoti creò problemi penosi: per sgomberare il ponte, dovemmo calare nei loro hangar i bombardieri e gli aerosiluranti...

Intanto i caccia distruggevano uno per uno i bombardieri americani che non avevano scorta.

E in mezzo a questa indescrivibile agitazione ricevemmo da un ricognitore l'annuncio terribile «individuate 10 unità nemiche posizione

10° a 240 miglia dalle Midway, direzione 150°, velocità 20 nodi ».

Le navi erano state viste mezz'ora prima: il messaggio ci perveniva con inconcebibile ritardo ed era anche vago.

Solo dopo la nostra richiesta il ricognitore precisò che le dieci unità erano cinque incrociatori e cinque cacciatorpediniere.

Mi parve strano che non ci fossero portaerei: e l'Entreprise, dunque, e la Hornet?

Era chiaro che non potevamo attaccare queste portaerei ignorando dove fossero.

Poi, non dovevamo dimenticare il nostro obiettivo principale: conquistare le Midway...

Proprio in quel momento tornarono gli aerei della prima ondata, reduci dal bombardamento delle isole.

E mentre essi si calavano sulle loro «piste» naviganti, dal ricognitore di prima ricevemmo un altro messaggio:

« Il nemico è accompagnato da una unità che sembra una portaerei ».

Per qualche istante restammo tutti paralizzati.

Poi il contrammiraglio Tamon Yamaguchi (comandante della seconda squadra di portaerei) propose di attaccare le navi americane al più presto possibile: « Attacchiamo con tutti i bombardieri disponibili », disse, « senza sostituire le bombe terrestri con quelle navali, e facendoli accompagnare da tutti i caccia che possono prendere il volo ».

Ma i caccia appena rientrati non avevano ancora rifatto il pieno di carburante e di munizioni...

E noi avevamo constatato poco prima, quando fummo attaccati da bombardieri americani senza scorta, quale misera sorte attende questi grossi aerei quando i caccia non ti proteggono: noi li avremmo invece protetti, i nostri bombardieri.

 

Un inferno sul ponte della « Akagi » ingombro di aerei

 

Calcolammo che nel tempo necessario ai caccia per rifornirsi di carburante e munizioni, era anche possibile sostituire le bombe terrestri con quelle navali e coi siluri sui bombardieri.

Così fu dato un nuovo contr'ordine, e sulle portaerei ricominciò una frenetica attività.

Dalle 9,20 in poi, cominciarono ad attaccarci gli aerei americani partiti dalla portaerei.

I nostri caccia e la contraerea li abbattevano uno dopo l'altro in mare, ma altri arrivavano di continuo a sostituirli.

Durante questo combattimento confuso, un aerosilurante americano si lanciò deliberatamente verso il ponte della portaerei Akagi: un attacco suicida!

Con una virata all'ultimo istante, l'Akagi evitò il colpo, e l'aereo sfiorò il ponte per finire poi in mare; colpito dalla contraerea.

Così noi apprendemmo che c'erano piloti suicidi anche tra gli americani. Naturalmente non potemmo vedere il volto né conoscere il nome di quel coraggioso nemico: io pregai silenziosamente per la sua anima.

Malgrado tutto, eravamo intanto riusciti a completare la preparazione della nostra seconda ondata d'assalto, che avrebbe ora dovuto attaccare le navi nemiche.

L'Akagi fu la prima portaerei a prendere posizione sottovento per il lancio (mentre le altre la imitavano) e dal suo ponte si lanciò verso il cielo il primo caccia, seguito in cinque minuti dagli altri.

E fu in questo istante, in questo istante davvero cruciale, che ancora una volta sbucò dalle nuvole il nemico: erano bombardieri in picchiata, e scendevano su di noi a catena, come i grani di un rosario.

Passando audacemente in mezzo al nostro fuoco contraereo, gli americani lanciarono le loro bombe proprio al centro del ponte di volo dell' Akagi, ingombro di bombardieri che si apprestavano a decollare dopo i caccia.

La nave cominciò a tremare sotto le esplosioni, gli aerei presero fuoco, scoppiarono le loro bombe e i loro siluri.

Ed io, guardando tra il fumo e le fiamme, vidi che anche le portaerei Kaga e Soryu erano state colpite.

Solo la Hiryu era indenne e continuava a combattere.

Sulla Akagi, le esplosioni continuavano e il fuoco si propagava: scoppiavano anche i nastri per mitragliatrici, e le pallottole schizzavano da tutte le parti.

Le squadre anti-incendio correvano disperatamente da un reparto all'altro, guidate dal capitano di fregata Dobashi, che aveva cinto la sua spada da samurai sebbene non ce ne fosse alcun bisogno.

Gli aerei partiti dall’ Hiryu continuavano a combattere contro gli americani, e tutte le nostre speranze erano ormai riposte nella loro azione.

L'intera flotta non sembrava preoccuparsi che dell’Akagi, la nave ammiraglia colpita.

lo proposi allora all'ammiraglio Nagumo, comandante della formazione, di trasferirsi su un'altra nave con la sua insegna di comando, ma non riuscii a convincerlo.

Allora il comandante della nave, Taijiro Aoki, mio compagno di corso all'Accademia Navale, supplicò l'ammiraglio con le lacrime agli occhi: «Si imbarchi su un'altra nave! Di qui non può più dirigere i combattimenti! ».

Tornai a insistere anch'io e riuscii a convincerlo, ma poiché eravamo quasi completamente circondati dal fuoco, dovemmo calarci sul ponte di volo con una corda, attraverso una finestra.

L'amiraglio scese agilmen¬te (era campione di judo) ma io ero più impacciato, poi mi si ruppe anche la corda, e precipitai malamente sul ponte.

Raggiunsi Nagumo salendo per una scala di ferro arroventata e poi correndo tra le fiamme: in quel momento non sentii alcun dolore.

Fu calata una scialuppa e noi raggiungemmo l'incrociatore leggero Nagara, sul quale feci subito issare l'insegna di Nagumo, perché tutta la flotta sapesse dove si trovava il suo comandante.

Dopo una breve discussione in plancia, decidemmo di dare subito l'ultima battaglia, col Nagara all'avanguardia: dietro di noi, le corazzate, gli incrociatori pesanti e i cacciatorpediniere avrebbero formato un cerchio intorno alla Hiryu, l'ultima portaerei che ci era rimasta, e che combatteva con estremo vigore, difendendosi dall'attacco dei bombardieri americani e lanciando contemporaneamente 24 aerei all'attacco delle portaerei americane.

Questi ventiquattro aerei riuscirono a colpire tre volte la portaerei Yorktown, ma disgraziatamente tornarono solo in otto: cinque bombardieri e tre caccia.

Le altre due nostre portaerei, Kaga e Soryu, erano avvolte dal fumo e immobili sull'oceano.

D'improvviso, un'esplosione terribile scosse la prima di esse, che successivamente affondò col comandante Jisaku Okada (colpito durante l'attacco) e con tutto l'equipaggio.

Sulla Soryu, intanto, il comandante Ryusaku Yamagimoto aveva ordinato all'equipaggio di trasferirsi su un cacciatorpediniere.

Poco dopo affondò anche lui con la sua nave, in piedi tra le fiamme come Acara, il dio buddista del fuoco.

Sull' Akagi, il comandante Taijiro Aoki aspettò che l'ammiraglio Nagumo e il suo Stato Maggiore fossero in salvo sul Nagara, poi radunò gli uomini, ordinò lo sgombero totale della portaerei e rimase solo a bordo. Ma il comandante in capo delle operazioni navali mandò un ordine: bisognava tentare ad ogni costo di riportare l'Akagi in Giappone.

Tutto l'equipaggio risalì allora a bordo della nave in fiamme e tentò di eseguire l'ordine.

Ma non era più possibile muovere l'Akagi.

Fu deciso allora di affondarla con un siluro e i marinai persuasero il comandante a trasferirsi su un cacciatorpediniere.

Aoki tornò così in Giappone, ripartendone dopo pochissimi giorni per un altro teatro d'operazioni.

Quanto a me, le ustioni alle mani e ai piedi mi facevano soffrire orribilmente.

Fui curato da un dentista, mentre un ricognitore atterrava sulla Hiryu portando informazioni precise: «Il nemico dispone di tre portaerei, Enterprise, Yorktown e Homet, che incrociano verso ovest, a circa cento miglia da noi »

Decidemmo allora di lanciare all'ultima «carica» tutti gli aerei rimasti a bordo della Hiryu e poi di andare all'attacco della flotta americana con tutte le nostre navi.

Lasciati indietro alcuni cacciatorpediniere per salvare gli uomini delle portaerei colpite a morte, dirigemmo a 24 nodi verso nord, radunando intorno al Naga,ra e alla Hiryu le corazzate Haruna e Kirishima, gli incrociatori pesanti Tane e Chikuma, più alcuni cacciatorpediniere.

 

Anche l'ultima portaerei soccombe al fuoco

 

Alle 13,31 la Hiryu fece partire le sue ultime forze aeree: dieci aerosiluranti e sei caccia, al comando del tenente Tomonaga.

I piloti decollarono sorridenti, sebbene sapessero di non poter tornare vivi dalla loro missione.

Ben presto un messaggio ci informò che essi avevano colpito una portaerei nemica con due siluri: e poiché un'altra era già stata silurata, ne deducemmo che con quest'altro colpo si era ormai ristabilita la parità in fatto di portaerei: una contro una.

In realtà non era così: i nostri aviatori avevano colpito ancora la Yorktown; già danneggiata nel nostro precedente attacco, e l'avevano affondata.

Ma agli americani restavano due portaerei intatte, Enterprise e Hornet, come avremmo saputo più tardi.

Non potendomi più reggere in piedi sul ponte di comando, mi feci portare una branda, studiai le segnalazioni contrastanti ricevute dai ricognitori (« flotta nemica a nord», «flotta nemica a ovest».) e decisi di mantenere la rotta a nord, calcolando di poter incontrare gli americani nel giro di cinque ore.

Ma nel pomeriggio subimmo un altro attacco aereo nemico: due dozzine di bombardieri si precipitarono sulla Hiryu, dal cui ponte si alzò una colonna di fumo.

Il suo comandante, tuttavia, ci comunicò: «Non preoccupatevi, possiamo domare l'incendio ».

Malgrado le perdite, eravamo sempre decisi ad attaccare gli americani in uno scontro navale, ma non riuscivamo a trovarli.

Il nostro naviglio leggero era rimasto lontano, a soccorrere gli equipaggi delle portaerei; i nostri scarsissimi apparecchi da ricognizione mandavano altre segnalazioni contraddittorie, che ci indussero a errare vanamente nell'oceano alla ricerca della flotta nemica.

L'ammiraglio Nagumo, infine, capì che era inutile cercare la battaglia in quelle condizioni: ma era dolorosissimo, per lui, abbandonare così la lotta.

Fu allora che un messaggio personale del comandante supremo delle operazioni navali ci ordinò di ritirarci a nord per riunirei alla flotta principale: e in quel momento venne la fine anche per la Hiryu, ormai condannata dal fuoco.

Il contrammiraglio Tamon Yamaguchi, comandante della squadra portaerei, e il capitano Tomeo Karai, comandante della Hiryu consegnarono ad altri ufficiali i loro oggetti personali, ordinarono lo sgombero totale della nave e affondarono con essa, contemplando la luna che brillava in cielo.

Così fallì il nostro tentativo di occupare le Midway: quel giorno, le sorti della guerra furono irrimediabilmente decise.

Qualche ora dopo mentre ero in infermeria per curare le mie ustioni, i miei ufficiali di Stato Maggiore vennero a dirmi che intendevano assumersi l'intera responsabilità della disfatta suicidandosi tutti, «perché non erano più degni di mostrare il loro volto all'Imperatore e al popolo».

Mi chiesero poi di invitare l'ammiraglio Nagumo a fare altrettanto.

Ero così indignato che mi mancava il fiato per parlare:

«Dunque voi volete fare harakiri perché abbiamo subito una sconfitta», urlai.

«Proprio voi, che andate in estasi quando si vince, adesso non avete la forza di affrontare la sfortuna! Perché, invece, non cercate di ritornare a combattere, per vendicare questa sconfitta? lo mi oppongo alla vostra stupida decisione, vi proibisco una simile bestialità, e anche all'ammiraglio dirò di non fare pazzie di questo genere ».

Poi mi feci portare dall'ammiraglio Nagumo, gli dissi che cosa pensavo, e mi sentii rispondere con una strana calma: « Lei dice cose molto ragionevoli: ma quando si tratta del capo è tutto diverso ».

Voleva suicidarsi anche Nagumo.

Ancora una volta mi misi a urlare, e finalmente lo persuasi a vivere.

Il giorno seguente, 5 giugno, raggiungemmo dopo mezzogiorno il grosso della flotta giapponese, che batteva in ritirata dopo aver definitivamente abbandonato il piano di invasione delle Midway.

Salii a bordo della corazzata Yamato, per riferire personalmente al comandante in capo, ammiraglio Yamamoto.

Arrivai barcollando sui piedi ustionati, appoggiandomi a un bastone, con l'uniforme sporca e bruciacchiata.

Mentre parlavo, gli occhi dell'ammiraglio si riempivano di lacrime.

 

Ryunosuke Kusaka

Battaglia delle Midway Mondadori 1972

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Durante questo combattimento confuso, un aerosilurante americano si lanciò deliberatamente verso il ponte della portaerei Akagi: un attacco suicida!

Con una virata all'ultimo istante, l'Akagi evitò il colpo, e l'aereo sfiorò il ponte per finire poi in mare; colpito dalla contraerea.

Così noi apprendemmo che c'erano piloti suicidi anche tra gli americani. Naturalmente non potemmo vedere il volto né conoscere il nome di quel coraggioso nemico: io pregai silenziosamente per la sua anima

 

Questa non la sapevo :o

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non è mai stata solo dei giapponesi l'idea di fracassarsi sul ponte di una nave quando vedi che il tuo veivolo si sta disintegrando e tu stai per crepare...

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Esatto,non si può certo dire che il pilota americano abbia puntato dall'inizio la nave con l'intento si schiantarcisi sopra.

Sicuramente venne colpito e piuttosto che precipitare in mare preferì schiantarsi sulla nave nemica.

 

In questa storia comunque si vede come gli atti di eroismo e le capacità tattiche e tecniche vi fossero da entrambe le parti.

Penso che il famoso film "la battaglia di Midway" però riesca a mostrare senza schierarsi troppo(anche se ovviamente il punto di vista americano è più approfondito) come avvennero quei fatti drammatici.

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Penso che il famoso film "la battaglia di Midway" però riesca a mostrare senza schierarsi troppo(anche se ovviamente il punto di vista americano è più approfondito) come avvennero quei fatti drammatici.

beh penso che più che il Film, che opinione del tutto personale è il PEGGIOR film della serie Film di Guerra, la battaglia delle Midway sia ottimamente descritta su qualche tonnellata di libri.. ;);)

Edited by Dave97

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Impossibile soltanto immaginare che la teoria kamikaze del suicidio premeditato a livello di massa potesse essere accettata in qualsiasi altro Paese. che non fosse il Giappone.

Tuttavia ogni Nazione ha avuto degli uomini che si sono sacrificati volontariamente per un ideale, soprattutto per l'ideale patriottico.

Il gesto individuale e spontaneo di darsi la morte a favore della propria causa è stato compiuto in tempo di guerra anche da numerosi combattenti dei Paesi occidentali, sia nell'antichità che in epoca moderna.

Solitamente questi uomini si sono venuti a trovare in situazioni senza via d'uscita, e hanno dovuto risolversi all'ultimissimo istante al suicidio perché con ogni probabilità sarebbero morti ugualmente, e senza poter infliggere al nemico il danno conseguibile solo con la loro determinazione al sacrificio.

Prendiamo il caso di un aviatore il cui aereo sia stato colpito in pieno oceano e che sappia di non poter essere soccorso dai suoi; anzi, che sappia che il nemico non ama fare prigionieri o che, quando li fa, non li tratta secondo le convenzioni internazionali. (e i giapponesi si comportavano spesso così).

Cosa resta da fare a quell'aviatore, mentre precipita, se non tentare di raddrizzare come può il suo apparecchio e dirigerlo sulla nave avversaria che si trova sotto di lui?

Questo è probabilmente il caso più comune, che spiega il sacrificio volontario di molti combattenti dei Paesi occidentali.

 

Nella seconda guerra mondiale sono stati numerosissimi i giapponesi , soprattutto aviatori , che si sono suicidati per decisione individuale prima che il Corpo dei kamikaze venisse istituito.

Ma anche alcuni americani hanno scelto questo tipo di morte, qualche rara volta in circostanze tali da lasciar convinti gli spettatori che la situazione non era senza via di scampo.

Uno di questi uomini di ghiaccio è stato senza dubbio il tenente Powers, imbarcato sulla portaerei Lexington.

L'8 maggio 1942, durante la terribile battaglia del Mar dei Coralli, Powers ha tentato dunque una sinistra partita a scacchi con il destino.

Non, s'è lanciato a capofitto addosso alla Shokaku, ma ha spinto la sua audacia a un punto tale che il suo gesto è equivalso al suicidio.

Powers, infatti, anziché sganciare in picchiata la sua bomba da una quota di quattrocento metri, è sceso vertiginosamente fino a cinquanta.

La bomba è scoppiata sul ponte di volo della Shokaku, e fatalmente lo, spostamento d'aria e la sventagliata di schegge hanno coinvolto anche l'apparecchio di Powers: che non era né un pazzo né un pilota mediocre, e perciò sapeva benissimo che a cinquanta metri non sarebbe sfuggito agli effetti dell'esplosione da lui stesso provocata.

L'aereo è caduto in fiamme, immediatamente.

La Shokaku non è affondata, ma, per i danni subiti, ha dovuto riprendere la via del Giappone e restare poi in cantiere più di un mese.

 

Il 5 giugno 1942, al largo delle Isole Midway, il capitano dei marines Richard Fleming ha compiuto un gesto ancora più drastico di quello del tenente Powers.

E' vero, il suo aereo era stato in precedenza un po' strapazzato dalla contraerea giapponese, ma i compagni di Squadron di Fleming assicurano ancora oggi che egli avrebbe potuto benissimo tentare un ammaraggio ed essere poi raccolto da una nave soccorso americana che operava nella zona e che aveva già ripescato diversi aviatori abbattuti.

Ma Fleming non ha voluto essere salvato, ha invece preferito calarsi a precipizio sull'incrociatore pesante Mikuma e schiantarsi sulla seconda torretta corazzata di poppa, autodistruggendosi in una frazione di secondo.

Il Mikuma, ferito a morte, è affondato poche ore più tardi.

Gli esempi di Powers e di Fleming sono di gran lunga i più noti, fra altri di piloti suicidi americani.

 

I Kamikaze , Mondatori 1973

Edited by Dave97

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