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matteo16

17 B-25 per commemorare il bombardamento di Doolittle

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Il 18 aprile 1942 ci fu il primo bombardamento su Tokio da parte degli USA con i B-25 Mitchell comandato dal col.Jimmy Doolittle....a Dayton hanno celebrato le commmemorazioni del bombardamento su Tokio ...Vi hanno partecipato 17 B-25 e 4 veterani di età tra 88 e 94 anni che avevano partecipato in questa missione..... in ricordo a questi equipaggi di Mitchell che hanno partecipato a questa impresa...

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Azione importantissima, se non dal punto di vista prettamente militare, soprattutto dal punto di vista psicologico.

 

Il bombardamento di Doolittle causò relativamente pochi danni, allarmò e agguerrì ancora di più i Giapponesi, ma la cosa importante è che fu una tempestiva risposta all'attacco di Pearl Harbor, e tirò su il morale agli Americani.

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“Remember Pearl Harbour!

…What do you say America?”

 

Il mondo avrebbe scoperto presto quel che l’America aveva da dire.

Nel frattempo, la mattina del primo aprile 1942, un tenente colonnello dell’ Air Force dell’esercito si presenta agli 81 uomini radunati nella mensa ufficiali vuota di una grande portaerei. La nave è la USS Hornet CV-8 ed il tenente colonnello si chiama James (Jimmy) H. Doolittle.

La portaerei sta lasciando la base aeronavale di Alameda per filare silenziosa sotto il Golden Gate Bridge, diretta verso il Pacifico.

Il tenente colonnello guarda negli occhi tutti i suoi uomini, poi svela loro il piano pazzesco: “... andiamo a bombardare Tokyo”.

Gli uomini si guardano l’un l’altro soddisfatti. La cosa non li stupisce più di tanto; ognuno di loro infatti si è addestrato per mesi a far decollare il proprio B-25 da una pista non più lunga di 150 metri a Eglin, in Florida; era chiaro che qualcosa di misterioso bolliva in pentola: nessuno era stato addestrato ad atterrare...

Il tenente colonnello sta finendo il suo briefing: “... siete tutti volontari, perciò se qualcuno vuole tirarsi in dietro, questo è il momento: può farlo tranquillamente”.

Nessuno degli 81 uomini si tirerà in dietro, anzi, uno di loro rifiuterà la considerevole somma di 150 dollari offertagli da un pilota della riserva per prendere il suo posto.

“... domande?”.

“Colonnello che facciamo se siamo costretti ad atterraggi di fortuna in Giappone?”.

“Non opporrete alcuna resistenza, vi lascerete prendere prigionieri e basta. [...] Quanto a me, farò lanciare il mio equipaggio, poi mi butterò sul primo obbiettivo che ne valga la pena: ho 46 anni, ho fatto il mio tempo”.

E’ questo il tipo d’uomo che comanda una delle più audaci imprese della guerra, la ritorsione americana sul Giappone dopo Pearl Harbour.

Stanco dei rovesci aeronavali inglesi e statunitensi nel Pacifico e in Estremo Oriente, il Presidente degli Stati Uniti Roosevelt chiama quello che è uno dei suoi uomini migliori, l’ammiraglio Edward J. King, il “Re” dell’Us Navy, per affidargli una missione impossibile atta a risollevare simbolicamente il morale dell’America: il pazzesco bombardamento del Giappone. King, come suo solito riesce dove altri non saprebbero dove mettere le mani; scova l’aereo giusto (un B-25 Mitchell dell’aviazione dell’esercito, ma appositamente modificato per volare per 4000 chilometri con 1000 chili di bombe nella stiva), poi seleziona uno per uno gli uomini, a cominciare dal loro comandante.

Doolittle è un ingegnere pilota californiano. Il primo che abbia attraversato gli USA “coast to coast” in meno di 12 ore, il primo ad aver effettuato la gran volta d’ala acrobatica ed il primo ad aver compiuto un volo con atterraggio strumentale cieco.

I giapponesi non sono dei fessi, essi si aspettano una cosa del genere, ma conoscono tutti i raggi d’azione degli aerei dell’Us Navy e sanno che le portaerei nemiche dovrebbero riuscire ad arrivare a meno di 800 Km dalla costa giapponese per poter bombardare il Giappone con gli aerei. La Flotta Imperiale stende un ombrello protettivo considerato impenetrabile, fino a 1400 chilometri dalla Madre Patria, quindi i giapponesi dormono sonni tranquilli: ma hanno fatto i conti senza King e Doolittle.

I B-25 appositamente alleggeriti e modificati possono infatti decollare ad oltre 1200 Km dal Giappone e questo i giapponesi non lo sanno.

Il 18 aprile 1942, la Hornet naviga su un mare agitato a più di 700 miglia nautiche dalla costa giapponese, quando prima un idrovolante nemico e poi la nave avviso Nitto Maru 23 la scoprono!

Sulle prime i giapponesi la scambiano per una nave amica, non ci dovrebbero essere navi americane così vicine al Giappone, ma questo gli americani non lo sanno.

Doolittle si consulta con l’ammiraglio Halsey, comandante navale dell’operazione e poi decidono che sono stati scoperti e che devono partire subito, quando ancora si trovano ad oltre 300 chilometri ad oriente del punto convenuto; non importa, si va.

Doolittle è il primo; davanti al muso del suo B-25 stanno non più di 142 metri di ponte rivestito di legno. Il mare è agitato e la prua sale su enormi ondate prima di piombare nel cavo delle onde gigantesche sollevando enormi sbuffi di schiuma bianchissima.

Sul ponte c’è il regista John Ford, che immortala l’incredibile operazione.

Doolittle imballa i motori al massimo come se volesse bruciarli subito, poi estrae tutti i flaps . L’ufficiale alle operazioni del ponte di volo attende che la prua della portaerei abbia finito di scendere nell’avvallamento tra due onde e poi da il via: Doolittle molla i freni e si lancia giù per il ponte di volo, accelerando.

Uno dei suoi piloti, in un B-25 che si trova subito dietro quello del comandante, mormora: “Se non ce la fa lui, non ce la fa nessuno...”.

L’aereo di Doolittle frattanto ha raggiunto l’estremità prodiera del ponte, la supera, pare inabissarsi, scomparendo brevemente alla vista e finalmente riappare in lontananza sul mare, ancora basso, ma sicuro. Sono le 07:20 del 18 aprile 1942.

Dietro di lui, decollano tutti gli altri. Ad un certo punto, per il mare mosso e a causa delle grandi dimensioni dei B-25, che ingombrano tutto il ponte di volo, un aviere della Marina, forse non abituato ad avere sul ponte aerei così grossi, viene scagliato contro un’elica di uno dei bimotori in moto: si salverà, ma perderà tutto un braccio e una spalla.

Alle 08:20 tutti gli aerei sono in volo verso il Giappone.

A mezzodì, quando mancano ancora circa 100 chilometri per arrivare a Tokyo, Doolittle incrocia senza saperlo l’aereo (di fabbricazione americana, probabilmente un DC-1!) del primo ministro giapponese Tojo, che si sta recando all’accademia aeronautica della base aeronavale di Mido.

Il segretario particolare del ministro segue distrattamente con gli occhi gli strani aerei che gli passano vicino, poi salta su ed urla come impazzito: “Ma sono americani!”. Si scatena il putiferio.

Dalla base navale di Yokosuka partono gli incrociatori pesanti dell’ammiraglio Kondo, per cercare le navi americane, ma non le troveranno mai.

Tutta la caccia posta a difesa di Tokyo (circa 100 aerei) è stata intanto già messa sul chi vive dall’allarme della Nitto maru 23.

Tuttavia ci sarà un’enorme confusione (provvidenziale per gli americani) a causa del fatto che per quella mattina su Tokyo era stata indetta una grande manifestazione aerea e la gente e i soldati dell’antiaerea scambieranno gli aerei nemici per aerei giapponesi, almeno finchè non cominceranno a piovere bombe.

Doolittle sgancia e così fanno i suoi aerei. E’ vietato colpire edifici che possano rassomigliare a scuole e ospedali. E’ severamente vietato colpire il palazzo dell’Imperatore, che Doolittle in persona sorvola a tutta forza alle 12.30.

Tredici aerei colpiranno Tokyo, tre colpiranno rispettivamente Kobe, Osaka e Nagoya, poi dirigeranno sulla Cina di Chiang Kai Shek.

Dei 16 B-25, uno, quello del tenente York riesce ad arrivare dai russi a Vladivostok. Gli altri 15 finiscono in Cina, ma in territorio conquistato dai giapponesi. Doolittle riesce a fuggire avventurosamente e raggiunge la Cina di Chang Kai Shek. Tre piloti muoiono in atterraggi di fortuna finiti male; otto piloti americani vengono fatti prigionieri, tre verranno fucilati, suscitando immenso sdegno in America ed aumentando la volontà di combattere degli americani.

L’impressione è enorme, sia in Giappone, che in America.

Per la figuraccia, l’ammiraglio Yamamoto, che aveva garantito che nessun aereo nemico si sarebbe avvicinato a meno di 1000 Km dal Giappone, si rinchiude nei suoi alloggi e non ne esce per giorni.

Gli Stati Uniti infine hanno dimostrato al Giappone che non sono affatto sconfitti, che il territorio giapponese non è affatto inviolabile e che la guerra durerà ancora molto a lungo...

 

(Io ho trovato che gli aerei erano 16).

Edited by Hobo

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(Io ho trovato che gli aerei erano 16).

Anche io ho visto che erano 16 nella missione ....che la notizia allora sia errata dei 17?

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Per quanto ne so io gli aerei erano 17 in quanto ogni equipaggio era formato da 5 persone ed erano 80 i piloti richiamati.

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Appunto: 80:5=16

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Dallo Air Force Magazine dell'AFA (Air Force Association) ... di cui, giova ricordarlo, il generale Doolittle fu uno dei fondatori e primo presidente ... https://www.afa.org/about/new-item

 

On April 18, 1942, at approximately 8:20 a.m., 16 B-25 bombers under the command of Lt. Col. James H. “Jimmy” Doolittle began taking off from USS Hornet, about 750 miles east of Japan.
About noon, local time, they struck factories and other industrial targets in six Japanese cities.

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