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Mattesini

La battaglia aeronavale di mezzo agosto 1942

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LA BATTAGLIA AERONAVALE DI MEZZO AGOSTO (OPERAZIONE "PEDESTAL")

 

Per saperne di più: Francesco Mattesini, “La battaglia aeronavale di mezzo agosto”, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1986, pagine 611.

 

“Dopo il fallimento in giugno delle operazioni Harpoon e Vigorous, che comportarono la perdita di 6 navi mercantili, sulle 17 avviate da Malta dalla Gran Bretagna e dai porti del Mediterraneo orientale, e l’arrivo a Malta di due soli piroscafi, negli ambienti britannici di Londra e del Medio oriente vi fu molto scetticismo sulle possibilità di resistenza di Malta, e sulla convenienza di effettuare un altro tentativo di rifornimento, che avrebbe comportato un grande spiegamento di mezzi, e perdite rilevanti, come aveva dimostrato l’esperienza. Inoltre, a differenza di quanto era stato pianificato nel mese di giugno, doveva essere seguita una sola rotta: quella del Mediterraneo occidentale, dal momento che, ad oriente, tutte le basi aeree della Cirenaica e dell’Egitto fino ad El Alamein, erano cadute in mano alle forze dell’Asse.

Winston Churchill, che per temperamento e determinazione non era secondo a nessuno, si mostrò deciso di non abbandonare al suo destino l’isola fortezza assediata, e scrivendo al Primo Lord del Mare, ammiraglio Dudley Pound, sostenne: “Il destino di Malta è in gioco e devo poter assicurare il Governo che la Marina non l’abbandonerà mai”. L’ammiraglio Pound e il signor Hon A.V. Alexander, Primo Lord dell’Ammiragliato, condivisero il punto di vista del Primo Ministro nei riguardi di un eventuale abbandono di Malta, considerata una perdita disastrosa per l’Impero britannico e fatale alla difesa della Valle del Nilo. Pertanto, nel corso del mese di luglio, l’Ammiragliato britannico, riunendo forze navali sottratte ai più svariati scacchieri di guerra, come l’Artico e l’Oceano Indiano, pianificò la Pedestal, organizzando a Greenock (Clyde) un convoglio veloce, costituito da quattordici grosse navi da trasporto e da una petroliera, a cui furono assegnati, riuniti nella Forza F (vice ammiraglio E. N. Syfret), due gruppi di scorta.

Il primo gruppo, denominato Forza Z e destinato ad accompagnare il convoglio fino al canale di Sicilia, fu costituito con le corazzate Nelson (vice ammiraglio Syfret) e Rodney, le navi portaerei Victorious, Indomitable ed Eagle, gli incrociatori Sirius, Phoebe e Charybdis e 12 cacciatorpediniere. Il secondo gruppo, la Forza X destinata ad accompagnare il convoglio fino agli approcci di Malta per poi tornare indietro a Gibilterra, disponeva degli incrociatori Nigeria (ammiraglio Harold Martin Burrough), Kenya e Mancester, del piccolo e vecchio incrociatore Cairo – il vincitore della battaglia di Pantelleria – e di altri 12 cacciatorpediniere. Vi era poi un gruppo di rifornimento in mare, costituito da 2 petroliere e da 4 corvette di scorta, a cui furono aggregati, quali navi di salvataggio, 2 grossi rimorchiatori. Per la scorta aerea e l’eventuale intervento offensivo erano disponibili sulle navi portaerei 72 velivoli da caccia, tra Hurricane, Fulmar e Martlet, e 28 aerosiluranti Albacore.

Dal momento che il Comando della R.A.F. di Malta aveva chiesto di reintegrare le perdite di velivoli da caccia, quantificate in 17 velivoli alla settimana, fu deciso di inviare sulle 3 basi dell’isola, in 2 spedizioni successive, altri 60 Spitfire tramite la portaerei Furious, che inizialmente fu aggregata al movimento del convoglio verso levante, fino all’altezza di Algeri, accompagnata da 8 cacciatorpediniere. Furono poi mobilitate anche le forze navali di Malta, costituite da 4 dragamine di squadra e da 7 motolance, e vennero inviati in agguato 9 sommergibili presso le principali basi nemiche, in particolare a nord della Sicilia e a levante di Pantelleria per ostacolare l’eventuale intervento di navi di superficie italiane. Con l’operazione Ascendant fu poi programmato di riportare a Gibilterra i 2 piroscafi arrivati a Malta a metà giugno, accompagnati da 2 cacciatorpediniere che erano stati riparati a La Valletta dopo i danni per mine riportati nel corso di quell’operazione, l’Harpoon.

Infine, dopo che la R.A.F. aveva inviato a Malta notevoli rinforzi dall’Inghilterra e dal Medio Oriente, portando il quantitativo di velivoli al numero di circa 280 – inclusi più di 200 caccia tra Spitfire e Beaufighter, ed il resto aerosiluranti, bombardieri e ricognitori – allo scopo di creare una diversione nel Mediterraneo orientale, fu pianificata l’operazione MG. 3. Il suo scopo come scrisse il Comandante della Mediterranean Fleet, ammiraglio Harwood, era quello di impedire “che il nemico potesse impiegare tutto il peso delle sue forze navali ed aeree contro il convoglio proveniente da Gibilterra”. L’operazione MG. 3, pertanto, consistette nel far partire dai porti del Mar del Levante un convoglio fittizio di 4 piroscafi che, scortato dai 4 incrociatori Cleopatra (contrammiraglio Vian), Dido, Arethusa e Euryalus, e quindici unità di scorta, una volta localizzato dai ricognitori dell’Asse, doveva disperdersi e rientrare alle basi dopo aver raggiunto, la sera dell’11 agosto, una zona situata a nord di Alessandria.

Nella notte tra il 9 e il 10 agosto, dopo che le 3 portaerei della Forza F, a cui si aggiunse temporaneamente anche la vecchia Argus, avevano svolto, nel corso della navigazione in Atlantico, un ciclo di esercitazioni ritenuto necessario per permettere agli aerei imbarcati di affinare le tattiche di combattimento, il convoglio ed il suo poderoso nucleo di scorta – il maggiore che fosse stato impiegato nella seconda guerra mondiale per proteggere un solo convoglio di rifornimento – superarono lo stretto di Gibilterra ed entrarono nel Mediterraneo, per poi proseguire con rotta est. Il movimento fu subito percepito dagli agenti dell’Asse ubicati sulle coste meridionali della Spagna e in quelle del Marocco spagnolo, e nella giornata del 10 agosto, durante una riunione tenutasi a Roma, presso il Comando Supremo, presenti alti ufficiali della Marina, dell’Aeronautica italiana e dell’O.B.S., fu pianificata l’azione di contrasto delle forze aeronavali dell’Asse. Tuttavia, forse non rendendosi conto di quale importanza rivestiva un intervento di tutte le forze navali per far fallire l’operazione britannica, fu escluso l’impiego delle 4 corazzate efficienti presenti a Taranto (Vittorio Veneto, Andrea Doria, Duilio e Giulio Cesare) motivandolo per deficienza di nafta e sostenendo che l’intervento di quelle navi da battaglia avrebbe comportato di consumare l’intera quantità di combustibile della scorta intangibile destinato all’applicazione della Di. Na. n. 7; ossia all’Azione a massa aeronavale pianificata per intervenire contro la flotta britannica, che era proprio l’occasione che si stava presentando in quel momento, perché nella Di. Na. 7 era previsto il contrasto ad ogni iniziativa nemica verso il Mediterraneo centrale.

Fu disposto di attuare un ampio schieramento di 22 sommergibili (2 tedeschi) tra le Baleari e Malta, l’impiego di dodici motosiluranti (6 tedesche) e di una dozzina di Mas nel Canale di Sicilia, e l’attuazione, con il cacciatorpediniere Malocello, di uno sbarramento temporaneo di mine presso Capo Bon, in acque territoriali francesi. Dovendo poi decidere sull'eventuale intervento di 6 incrociatori (Gorizia, Bolzano, Trieste, Eugenio di Savoia, Montecuccoli e Attendolo) e 11 cacciatorpediniere a sud di Pantelleria, quando il convoglio britannico sarebbe stato abbandonato dalla sua potente scorta di copertura, il Sottosegretario di Stato e Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Riccardi mise bene in chiaro: “Naturalmente il movimento degli incrociatori è legato alla disponibilità di aerei da caccia”. Questi, avrebbero dovuto assicurare sul cielo delle navi una scorta continua con turni di otto velivoli alla volta, per fronteggiare, rispetto all’azione di giugno, un maggior numero di aerei presenti a Malta.

Dal momento le aviazioni dell’Asse stavano preparandosi ad intervenire in forze contro il convoglio britannico, rinforzando i reparti da bombardamento e di aerosiluranti dislocati in Sicilia e in Sardegna, avendo a disposizione soltanto cinque gruppi da caccia di aerei moderni (3 italiani e 2 tedeschi) per scortare una massa di circa 400 velivoli offensivi, dovettero prendere un’estrema decisione. Non volendo essere assenti sul cielo della battaglia, assegnando gran parte dei suoi cinquanta caccia alla scorta alle navi, il Comando del II Fliegerkorps sostenne di non essere in grado di farlo; ed anche Superaereo, pur riconoscendo le necessità della Marina si mostro molto restio ad accontentarla, almeno in parte, cedendo alla scorta delle navi tutti quei velivoli meno competitivi (Cr. 42, Mc. 200, Re. 2000, Cr. 25) di cui si poteva fare a meno per scortare le sue imponenti formazioni offensive. Dopo molte discussioni, proseguite nelle giornate dell’11 e del 12 agosto, il maresciallo Cavallero, Capo del Comando Supremo, riuscì a convincere il generale Fougier, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, ad assegnare, per il giorno 13 in cui era previsto l’intervento navale, un appoggio aereo sostanzioso che prevedeva l’impiego di turni di scorta di sei velivoli. In tal modo, prevedendo che ogni caccia effettuasse almeno due missioni, si riduceva da 60 a 45 il numero dei velivoli necessari per scortare le navi.

Gli attacchi contro il convoglio, iniziati nelle prime ore dell’11 agosto da parte del sommergibile italiano Uarsciek, che lancio i siluri contro la portaerei Furious senza riuscire a colpira, furono poi continuati nelle prime ore del pomeriggio – proprio mentre la Furious, trovandosi a nord di Algeri, stava lanciando i suoi 37 Spitfire diretti a Malta – dall’U 73. Questo sommergibile tedesco, comandato dal ten. vasc. Helmut Rosembaum, approfittando del fatto che 11 dei 24 cacciatorpediniere avevano abbandonato le assegnate posizioni di scorta del convoglio per rifornirsi alle petroliere, alle 13.00 superò abilmente il ridotto schermo difensivo ed attaccò, nei quartieri poppieri di sinistra la portaerei Eagle, colpendola con quattro siluri lanciati da una distanza di soli 400 metri. La portaerei affondò nello spazio di 8 minuti, e la perdita dei suoi 16 velivoli da caccia privò la Forza F del 20% della sua forza aerea di protezione, che durante tutta la mattinata era stata intensamente impegnata contro gli Ju. 88 tedeschi della 2^ Squadriglia del 122° Gruppo Ricognizione Strategica (2(F)/122).

I rilevamenti dei ricognitori tedeschi, i soli impiegati nel corso dell’11 agosto dal momento che l’intervento di quelli italiani (Cant Z. 1007 bis del 51° Gruppo R.S.) era stato previsto per la giornata del 12, servirono al Comando del II. Fliegerkorps per fornire precisi dettagli fotografici ai reparti offensivi. L’azione, a cui parteciparono 28 bombardieri Ju. 88 degli stormi KG. 54 e del KG. 77 e tre aerosiluranti He. 111 della 6^ Squadriglia del 26° Stormo Bombardamento (6/KG.26), si sviluppò poco dopo il tramonto del sole. Ciò permise alla maggior parte dei velivoli tedeschi di eludere l’intervento dei caccia delle portaerei, che riuscirono ad abbattere soltanto uno Ju. 88 del KGr. 806. Un altro velivolo di questo gruppo fu distrutto, mentre attaccava in picchiata, dall’intenso fuoco contraereo delle navi, che da parte loro non riportarono alcun danno.

Quasi contemporaneamente, allo scopo di menomare il potenziale aereo offensivo dell’Asse concentrato sugli aeroporti della Sardegna, al tramonto dell’11 agosto una formazione di nove caccia a lungo raggio Beaufighter del 248^ Squadron della R.A.F. (ten. col. Thomas Geoffrey Pike), decollati da Malta, effettuò a volo radente una micidiale azione di mitragliamento contro gli aerei parcheggiati ad Elmas e Decimomannu. Furono colpiti e incendiati parecchi velivoli arrivati dal continente, e che non erano stati ancora decentrati perché si trovavano in fase di rifornimento. Cinque aerosiluranti S. 79 andarono completamente distrutti, ed altri 14 rimasero più o meno danneggiati; e ciò ridusse sensibilmente l’efficienza della massa offensiva italiana, che doveva entrare in azione l’indomani.

Mentre il convoglio proseguiva la sua navigazione, affrontando una navigazione notturna alquanto tranquilla, il cacciatorpediniere Wolverine – una delle navi di scorta della portaerei Furious che stava rientrando a Gibilterra per imbarcare altri Spitfire destinati a Malta – transitando nelle prime ore del 12 agosto a sud delle isole Baleari localizzò in superficie il sommergibile italiano Dagabur, e lo speronò affondandolo con l’intero equipaggio. Un altro sommergibile italiano, il Giada, trovandosi spostato più a levante, fu attaccato e danneggiato al mattino da due idrovolanti Sunderland del 202° Gruppo della R.A.F. Avendo riportato molti feriti gravi, prima di rientrare alla Maddalena, fu costretto a raggiungere il porto spagnolo di Valencia per sbarcarvi gli uomini più menomati. Infine, il sommergibile Cobalto fu localizzato ed affondato nel pomeriggio dal cacciatorpediniere Ithuriel, che poi ne recuperò i superstiti.

Sempre al mattino del 12, dopo le prime segnalazioni giunte dai ricognitori Ju. 88 tedeschi della 2(F)/122 – che decollando dalla Sardegna erano stati rinforzati nelle loro missioni esplorative dai velivoli del KGr.606 – la Forza F fu attaccata da una formazione di diciassette bombardieri del 1° e 2° Gruppo del 1° Stormo Sperimentale (I. e II./LG.1). Gli Ju 88 dei due gruppi, che appartenevano al X Fliegerkorps ed erano rispettivamente comandati dal capitano Jochim Helbig e dal maggiore Gerhard Kollewe, furono però intercettati a 16 miglia dal convoglio da 16 caccia decollati su allarme radar dalle portaerei Victorious e Indomitable, e sebbene fossero riusciti a passare sganciando le bombe in picchiata, non ottennero alcun risultato e persero ben cinque dei diciassette velivoli attaccanti.

Altri due Ju. 88 del II./LG.1, che erano stati costretti per guasti meccanici a dirigere verso la Sardegna, giunti nella zona del Golfo di Cagliari ed attaccati, per mancato riconoscimento, da due velivoli G. 50 italiani del 24° Gruppo Caccia Terrestre (sottotenenti pilota Suppo e Rodolfi), furono entrambi abbattuti dopo essere stati anche inquadrati dal tiro dalle batterie contraeree. Alle proteste tedesche, da parte di Superaereo fu risposto, con una certa stizza, che i velivoli tedeschi, avvicinandosi a Cagliari, non avevano fatto i prescritti segnali di riconoscimento. Comunque, all’Ufficio di Collegamento tedesco presso la Regia Aeronautica fu espresso rincrescimento per la perdita degli otto membri degli equipaggi dei due Ju. 88, ai quali furono tributate a Cagliari solenni onoranze funebri.

Tra le 12.00 e le 13.30, mentre la Forza F stava transitando a sud della Sardegna – con i caccia delle portaerei che erano impegnati contro i ricognitori Ju. 88 tedeschi e in particolare contro i più facili bersagli costituiti dai Cant Z. 1007 bis italiani del 51° Gruppo Ricognizione Strategica, tre dei quali furono abbattuti – si sviluppò, da parte dell’Asse, il più grande attacco in massa di tutta la guerra combattuta nel Mediterraneo. Vi parteciparono, con decollo dalle basi della Sardegna ben 116 velivoli italiani, inclusi 42 aerosiluranti, e provenienti dalla Sicilia, trentasette bombardieri Ju. 88 del KG.54 e KG.77, scortati da 21 caccia Bf. 109 del I./JG.77. Ma a dispetto del gran numero di aerei impiegati, e della perdita di quattro aerei italiani abbattuti dai caccia delle portaerei, l’azione offensiva, che vide anche impegnati 8 tuffatori Cr. 42, 10 bombardieri S. 84 armati con motobombe FFF, 2 cacciabombardieri Re. 2001, e un velivolo S. 79 radiocomandato fornito di una bomba da 1000 chili e radioguidato da un Cant Z. 1007 bis, risultò un vero fallimento. Anche perché i 42 aerosiluranti dei gruppi 89°, 105°, 109°, 130° e del 2° e 3° Nucleo Addestramento, che attaccarono il convoglio su ambo i lati, lanciarono da troppo lontano, mentre l’S. 79 radiocomandato deviò dalla sua rotta a causa di un guasto all’apparato di guida del Cant Z. 1007 bis, il cui personale tecnico non riuscì a correggere l’anomalia. Ne risultò che soltanto due speciali bombe perforanti da 630 chili, sganciate a volo radente dai Re. 2001, raggiunsero il bersaglio, costituito dalla Victorious; ma a causa della bassa quota di sganciò, di soli 20 metri, vi fu un ritardo all’attivazione della spoletta, e le bombe scivolarono sul ponte di volo corazzato per poi una deflagrare e l’altra esplodere in mare, procurando alla nave portaerei soltanto lievi danni.

Anche l’azione degli Ju. 88, che attaccarono per ultimi in picchiata, fu deludente dal momento che i bombardieri tedeschi riuscirono a danneggiare il solo piroscafo Deucalion, che poi proseguì la navigazione scortato dal solo piccolo cacciatorpediniere di scorta Bramham.

Dopo questa serie di attacchi, superati senza troppi danni, la Forza F passò a circa 20 miglia a nord dell’isola Galite e trascorse il resto del pomeriggio ad evitare con successo attacchi di sommergibili italiani, affondando, come detto, il Cobalto con il cacciatorpediniere Ithuriel. Quasi contemporaneamente fu fronteggiata un’incursione di 8 tuffatori Cr. 42 italiani scortati da caccia Re. 2001, uno dei quali fu abbattuto dagli intercettori delle portaerei britanniche, che successivamente distrussero anche un ricognitore S. 79 dell’Aeronautica della Sicilia, i cui reparti offensivi iniziarono gli attacchi alle 18.35. Vi parteciparono 14 aerosiluranti S. 79 del 132° Gruppo (cap. Ugo Rivoli) e 8 Ju. 87 del 102° Gruppo Bombardamento a Tuffo (cap. Antonio Cumbat), scortati da 28 caccia Mc. 202 del 51° Stormo (ten. col, Aldo Remondino), a cui si aggiunsero 20 Ju. 87 tedeschi del 1° Gruppo del 3° Stormo Stuka (cap. Martin Mussdorf), decollati da Trapani, scortati da caccia Bf. 109 del II./JG.53 (cap. Gerhard Michalski).

L’attacco, coordinato, si svolse a 120 miglia a ovest della Sicilia, e sebbene fosse stato nuovamente contrastato dai caccia della Victorious e della Indomitable, il cui lavoro – considerato “magnifico” dal comandante delle portaerei contrammiraglio L. Lyster – non poté questa volta impedire il verificarsi di gravi danni. Gli Ju. 87 italiani, due dei quali furono abbattuti, riuscirono a colpire la corazzata Rodney con una bomba da 500 chili, che però (com’è scritto nel diario della nave) esplose fuori bordo dopo essere slittata su una torre protetta dei cannoni principali da 409 mm. Subito dopo attaccarono gli Ju. 87 tedeschi, che concentrarono la loro azione sulla Indomitable, colpendola con tre bombe e mettendone fuori uso il ponte di volo. Infine sopraggiunsero gli aerosiluranti S. 79, uno dei quali, della 278^ Squadriglia, riuscì a colpire il cacciatorpediniere della Forza X Foresight, il quale, dopo un lungo tentativo di rimorchio, dovette essere affondato l’indomani dal sezionarlo Tartar.

Questa serie di successi non doveva restare isolata, perché circa un’ora più tardi, quando il vice ammiraglio Syfret aveva anticipato l’inversione di rotta della Forza Z, per portare al più presto la danneggiata Indomitable lontana dagli aeroporti dell’Asse, il convoglio e il suo gruppo di scorta, la Forza X, entrarono nel Canale del Banco Skerki, in cui erano concentrati ben cinque sommergibili italiani. Gli attacchi da essi portati, in quella zona di mare situata a nord di Biserta, ebbero per i britannici conseguenze inimmaginabili. L’Axum (ten. vasc. Renato Ferrini) attaccò nel momento in cui il convoglio stava mutando la sua formazione da quattro a due colonne per manovrare in acque ristrette, e con un brillante lancio di quattro siluri riuscì a colpire gli incrociatori Nigeria e Cairo e la petroliera Ohio. Il Nigeria, fortemente sbandato, dovette invertire la rotta scortato da 4 cacciatorpediniere; il Cairo, colpito da due siluri, fu affondato dal cacciatorpediniere Pathfinder; mentre la Ohio, rimasta inizialmente immobilizzata, proseguì la rotta per Malta arretrata dal convoglio.

Il fatto che la metà della scorta della Forza X, inizialmente costituita, dopo la perdita del Foresight, da 11 cacciatorpediniere, fosse stata subito impegnata in soccorso delle navi danneggiate e il fatto che i due incrociatori colpiti si fossero trovati a capofila delle due colonne del convoglio, ebbe quale conseguenza uno sbandamento delle navi mercantili. Esse si trovarono scarsamente protette proprio nel momento in cui, tra le 20.30 e le 21.30, il II Fliegerkorps portava a compimento un micidiale attacco crepuscolare, con 30 bombardieri Ju. 88 del KG.54 e del KG.77 e con 7 aerosiluranti He. 111 della 6/KG.26, che fu agevolato dal fatto che i caccia a lungo raggio Beufighter, provenienti da Malta per assumere la scorta del convoglio, non poterono rintracciare al buio i velivoli attaccanti. Il piroscafo Empire Hope fu colpito da una bomba e dovette essere affondato, mentre il Clan Ferguson, raggiunto da un siluro, esplose rimanendo poi a galla come un relitto al quale più tardi il sommergibile italiano Bronzo (ten. vasc. Cesare Buldrini) dette il colpo di grazia. Altri 2 aerosiluranti rintracciarono ed affondarono il danneggiato Deucalion, che scortato dal cacciatorpediniere Bramham seguiva il convoglio costeggiando la costa della Tunisia, mentre il Brisbane Star, anch’esso colpito da un siluro sganciato da un He. 111 della 6/KG.26, fu in grado di continuare isolato la navigazione.

Infine, in mezzo a questa mischia, si fece largo il sommergibile italiano Alagi (ten. vasc. Sergio Puccini) che alle 21.05 colpì con un siluro all’estrema prora l’incrociatore Kenya, che però poté proseguire la navigazione con il convoglio. Dopo questo nuovo infortunio, i piroscafi inglesi si trovarono ampiamente disseminati in tutte le direzioni proprio quando, avvicinandosi a Capo Bon, con la scorta ridotta ai due incrociatori Manchester e Kenia e sei cacciatorpediniere – poi rafforzata al mattino del 13 agosto con l’incrociatore Charybdis e altri due cacciatorpediniere staccatisi dalla Forza Z – il convoglio stava per iniziare la navigazione notturna in una zona insidiata dai mas e dalle motosiluranti italiane e tedesche, in agguato tra la costa della Tunisia e l’isola di Pantelleria. Ne seguì una serie di arditi e micidiali attacchi che vide protagoniste le unità italiane. Dopo l’attacco di due motosiluranti tedesche della 3^ Flottiglia, una delle quali, la S 58 (sottot. di vasc. Siegrfried Wuppermann) restò colpita da una granata, arrivarono al lancio, alle 01.00 del 13 agosto, le motosiluranti italiane della 2^ Flottiglia MS 16 (capitano di corvetta Giorgio Manuti) e MS 22 (ten. vasc. Franco Mezzadra. Uno dei siluri, probabilmente lanciato dalla MS 22, colpì il Manchester, l’unico incrociatore della formazione britannica ancora indenne, il quale, rimasto immobilizzato presso Kelibia, con il timone e le caldaie inutilizzabili, dovette essere affondato.

Alle 01.47, la MS 31 (ten. vasc. Antonio Calvani) affondò con due siluri il piroscafo Glenorchy. Successivamente, dopo altre azioni non confortate dal successo condotte da motosiluranti tedesche, in una serie di attacchi, che proseguirono fino all’alba contro i mercantili isolati, i Mas della 18^ e 20^ Squadriglia colpirono 4 piroscafi. Furono affondati dai Mas 557 (guardiamarina Battista Cafiero) e 552 (sott. vasc. Rolando Parasso) il piroscafo statunitense Santa Elisa e il britannico Wairangi, mentre il Mas 554 (sottoten. Vasc. Marco Calcagno) immobilizzò il piroscafo statunitense Almerya Likes, che poi al mattino ricevé il colpo di grazia dalle bombe sganciate da uno Ju. 88 del KG.54. Invece, il piroscafo britannico Rochester Castle, pur colpito da un siluro lanciato dal Mas 564 (nocchiere 2^ cl. Giuseppe Iofrate), poté proseguire nella sua navigazione a 13 nodi, raggiungendo poco dopo la testa del convoglio.

Quando alle prime luci dell’alba – essendo stato raggiunto dall’incrociatore Charybdis e dai due cacciatorpediniere di squadra Eskimo e Somali, staccatasi dalla Forza Z – il contrammiraglio Burrought poté fare il conto di quante navi gli rimanevano, egli constatò che il grosso del convoglio era ridotto a 2 incrociatori (uno dei quali, il Kenya, con falla di siluro), 7 cacciatorpediniere e 5 navi mercantili. A questo punto, mentre le navi britanniche cominciavano ad essere attaccate dagli aerei tedeschi e italiani di base in Sicilia, avrebbe dovuto verificarsi l’intervento dei 6 incrociatori e degli 11 cacciatorpediniere italiani, che la sera del 12 agosto si erano riuniti nel basso Tirreno, presso Ustica, provenienti da Messina, Napoli e Spezia. Ma il temuto attacco navale, che avrebbe certamente avuto effetti disastrosi per le navi britanniche, non si verificò in quanto le unità italiane della 3^ e 7^ Divisione Navale, che erano al comando dell’ammiraglio Angelo Parona, avevano avuto l’ordine di rientrare alle basi quando già si trovavano a sud-ovest di Marsala. Era infatti accaduto che, sulla base di due avvistamenti di sommergibili (Alagi e Bronzo) che segnalarono a nord delle coste della Tunisia unità navali dirette verso levante, a cui si aggiunse un avvistamento di un ricognitore Cant Z. 506 della 146^ Squadriglia della Ricognizione Marittima, che la sera del 12 agosto aveva segnalò presso l’isola dei Cani tre grandi navi che stavano seguendo il convoglio (erano lo Charybdis e i suoi due cacciatorpediniere di scorta) a Supermarina vi fu il sospetto che tra quelle unità vi fosse almeno di una corazzata, destinata a sostenere il transito delle altre navi nel Canale di Sicilia. All’idea di trovare l’indomani una nave da battaglia nelle acque di Pantelleria, si aggiunse il bleuf della R.A.F , realizzato con due velivoli da ricognizione Wellington del 69° Squadron dotati di radar, che tenevano sotto osservazione le divisioni navali italiane, Essi, contraddistinti con lettere O (Orange) e Z (Zebra), simularono falsi attacchi con bombe, per poi scambiare con il loro Comando di Malta messaggi fittizi, intercettati dagli italiani, da cui si deduceva si sarebbe svolto un massiccio attacco notturno con aerosiluranti.

Ve ne era abbastanza per il sempre timoroso ammiraglio Riccardi – che era appoggiato ai vertici di Supermarina dal suo vice ammiraglio Vito Sansonetti – per premere al Comando Supremo per la sospensione della missione; e dal momento che il generale Cavallero era altrettanto preoccupato, al Capo del Comando Supremo non fu difficile, verso la mezzanotte, convincere per telefono un mortificato Mussolini ad autorizzare la ritirata delle navi. La decisione di aver deciso di sospendere l’azione fu motivata da Cavallero, presso il Duce, con il fatto che l’ammiraglio Riccardi la riteneva “troppo pericolosa per la Marina”, e che occorreva non far correre alle navi “un rischio non pagato da un rendimento corrispondente”. A Mussolini la ritirata delle navi dovette costare parecchio, e indubbiamente la autorizzò con molto rimpianto perché, come annotò nel suo diario il Ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, ciò significò far mancare nella battaglia “il cannone della Marina”. In tal modo fu impedito di trasformare un brillante successo tattico dei sommergibili, delle unità insidiose e degli aerei dell’Asse in una vittoria strategica, forse decisiva per le sorti di Malta.

Purtroppo, come se il fato avesse voluto punire la scarsa energia dimostrata in quell’occasione dai capi militari italiani, in particolare di quelli della Marina, le divisioni navali dell’ammiraglio Parona, trovandosi sulla rotta del rientro a Messina, passando per le isole Iolie, furono attaccate dal sommergibile britannico Unbroken (tenente di vascello A.C.G. Mars), che su ordine del Comando della 10^ Flottiglia di Malta si era spastato verso nord dalla zona di agguato al largo di Milazzo. L’Unbroken, ripetendo quanto l’Axum aveva fatto contro il convoglio dodici ore prima, silurò simultaneamente al largo di Lipari gli incrociatori Muzio Attendolo, che ebbe asportata l’intera prora, e Bolzano, che fu portato in secca sulla spiaggia di Lisca Bianca, a Panarea. L’Attendolo, scortato dai cacciatorpediniere, raggiunse Messina con i suoi mezzi; il Bolzano messo in condizioni di navigare dopo un mese di duro lavoro, che comportò di stendere intorno alla nave incagliata uno sbarramento retale, fu rimorchiato a Napoli. Sebbene si fossero entrambi salvati i due incrociatori non poterono ultimare i lavori di riparazione e rimasero per sempre fuori combattimento. L’Attendolo fu affondato a Napoli il 4 dicembre 1942 in un attacco di venti bombardieri B. 24 del 98° e 376° Gruppo della 12^ Air Force statunitense; il Bolzano – spostato alla Spezia per le definitive riparazioni, in seguito agli avvenimenti dell’8 settembre 1943, seguiti all’armistizio dell’Italia – caduto in mani tedesche finì i suoi giorni in quel porto ligure, dopo che il 2 giugno 1944 era stato affondato dal mezzo d’assalto britannico “chariot” del tenente di vascello M.R. Causer.

Venuto a mancare l’intervento delle navi di superficie italiane, fu soprattutto l’attività della Luftwaffe che procurò al convoglio britannico nuovi danni, affondando nel corso della giornata del 13 agosto i piroscafi Waimarama e Dorset, rispettivamente ad opera dei bombardieri Ju 88 del II./LG.1 e dei tuffatori Ju. 87 del I./St.G.3. Fallirono invece con forti perdite, determinate dalla reazione degli Spitfire di Malta che avevano assunto fin dal mattino la scorta ad ombrello delle navi, gli attacchi portati dagli aerosiluranti e dai bombardieri in picchiata dell’Aeronautica della Sicilia; attacchi che furono, continuati, dopo l’arrivo alla Valletta dei quattro superstiti piroscafi del convoglio, anche nella giornata del 14 contro la petroliera Ohio, rimastra arretrata e faticosamente trascinata da tre cacciatorpediniere, a cui si aggiunsero i mezzi di soccorso di Malta. Sebbene la Ohio fosse stata colpita dalle bombe, una delle quali, da 500 chili, sganciata da un Ju. 87 italiano del 102° Gruppo B. a T. e caduta vicino allo scafo aprì un grosso squarcio a poppa – aumentando nelle cisterne gli allagamenti causati dal siluro del sommergibile Axum – l’appesantita petroliera, sostenuta sui fianchi e trainata dai cacciatorpediniere, il mattino del 15 riuscì faticosamente a raggiungere il porto della Valletta. Qui affondò, in modo irrecuperabile, dopo aver scaricato il suo prezioso carico di 11 000 t di benzina avio, che era ritenuta indispensabile per permettere alle forze aeree dell’isola di continuare a svolgere la loro preziosa attività difensiva ed offensiva.

Nel frattempo nel corso della mattinata del 14 agosto, il massimo sforzo della Luftwaffe e della Regia aeronautica era stato rivolto contro le unità della Forza X (2 incrociatori e 5 cacciatorpediniere) che, dopo aver accompagnato i resti del convoglio WS 21/S presso Malta, avevano invertito la rotta per rientrare a Gibilterra. In rotta verso la zona a nord di Algeri, dove erano attesi da un nucleo della Forza Z, non impegnato nella scorta alle unità gravemente danneggiate che stavano dirigendo verso Gibilterra (portaerei Indomitable e incrociatore Nigeria), la Forza X fu duramente attaccata a nord delle coste dell’Algeria, dapprima dai bombardieri del II Fliegerkorps e poi dai bombardieri e dagli aerosiluranti della Regia Aeronautica, decollati dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel corso di questi attacchi, a cui parteciparono da parte tedesca … Ju. 88, … Ju. 87, e da parte italiana …. S. 84 e …. S. 79, soltanto l’incrociatore Kenya riportò danni per una bomba caduta vicino allo scafo, ma fu in grado di proseguire nella sua navigazione verso ponente, mantenendo la velocità della formazione. Da parte della Luftwaffe, a causa della sola reazione contraerea, dal momento che nessun caccia britannico venne a trovarsi sul cielo delle navi, andarono perduti uno Ju. 88 e uno Ju. 87. Nessuna perdita subì la Regia Aeronautica, anche se parecchi velivoli rientrarono alle basi seriamente danneggiati.

Quella che è passata alla Storia come la battaglia di “Mezzo Agosto” rappresentò una vittoria delle forze aeronavali dell’Asse, che fu resa possibile , sotto l’aspetto strettamente militare, dall’ampiezza e dalla ripartizione delle forze impiegate e dall’acume tattico con cui esse furono distribuite nel piano d’impiego. Purtroppo non raggiunse il meritato trionfo a causa dell’inopportuno ritiro degli incrociatori delle 2 divisioni navali italiane. Particolarmente lusinghieri furono i risultati conseguiti nella battaglia dalla Kriegsmarine, con l’affondamento della portaerei Eagle; dai mezzi subacquei e insidiosi della Regia Marina, che eliminarono 2 incrociatori (Cairo e Manchester) e 4 piroscafi, e danneggiarono altri 2 incrociatori (Nigeria e Kenia), una petroliera e 2 piroscafi; e dalla Luftwaffe che, impiegando complessivamente 650 aerei, affondò 5 piroscafi e danneggiò gravemente la portaerei Indomitable. Risultati di minore entità ottenne invece la Regia Aeronautica, poiché a dispetto dei 628 velivoli impiegati nella battaglia, fu affondato un solo cacciatorpediniere, a cui si aggiunse il grave danneggiamento della petroliera Ohio – già colpita dal sommergibile Axum e dai velivoli della Luftwaffe – e il lieve danneggiamento della portaerei Victorious e della corazzata Rodney. Alle perdite navali subite dai britannici si aggiunsero 36 velivoli, 29 dei quali appartenenti alle portaerei e 6 alla R.A.F. di Malta, mentre da parte dell’Asse andarono perduti 50 velivoli (32 italiani e 18 tedeschi), cui si aggiunse quella di due sommergibili italiani e il danneggiamento degli incrociatori Attendolo e Bolzano, che restarono per sempre immobilizzati.

Se le forze dell’Asse ottennero una notevole vittoria tattica, invece dal punto di vista strategico, l’operazione “Pedestal” fu un indubbio successo britannico, poiché l’arrivo a Malta di 32.000 t di rifornimenti, tra carico bellico, viveri e combustibile, permise all’isola di incrementare le scorte fino all’inverso del 1942. Ma soprattutto, l’isola potè tornare nuovamente a disporre della benzina necessaria per riprendere le micidiali azioni aeree offensive contro il traffico dell’Asse diretto in Libia, proprio nel momento in cui si decideva la battaglia di El Alamein. Le perdite inflitte in mare ai rifornimenti dell’Asse, contribuirono non poco al successo dell’offensiva terrestre dell’8^ Armata del generale Montgomery.

Occorre però dire che le forti perdite subite dai britannici nel corso dell’Operazione “Pedestal”, costituirono il fattore di maggiore pressione nel convincere gli Alleati a ritenere che un nuovo tentativo di avvicinarsi al Canale di Sicilia sarebbe stato pagato in modo ancora più severo. Di ciò furono particolarmente convinti gli statunitensi che, nel pianificare l’invasione del Nord Africa Francese (operazione Torch), poi attuata nel novembre del 1942, si opposero fermamente alle richieste dei loro colleghi britannici di sbarcare a Biserta. Limitando le operazioni anfibie ad Orano ed Algeri, per tenersi il più lontano possibile fuori dal raggio d’azione dei mezzi aeronavali dell’Asse, gli anglo-americani concessero a italiani e tedeschi di potersi impossessare rapidamente della Tunisia e di conseguire con ciò l’indubbio successo strategico di ritardare la perdita dell’Africa al maggio del 1943.”

 

Francesco Mattesini

 

Roma, 16 Marzo 2010

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beh, secondo me la sezione + adatta è eventi storici.

 

per il resto molto interessante. denota la scarsa collaborazione fra la RA e la RN.

 

metà agosto, sereno, visibiltà ottimale, come si fa a scambiare degli JU-88 per dei bombardieri nemici? era uno degli aerei + usati dalla luftwaffe!

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