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Olimpiadi del 1936


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Non trovavo altro posto dive inserire il topic, mi sembra però che la rilevanza storica dell'evento consenta di inserirlo qui.

Ho rivisto di recente il documentario "Olimpia" della regista Leni Riefensthal sulle olimpiadi di Berlino del 1936, lei era un po' se vogliamo la regista della glorificazione ariana tramite il nuovo mezzo di comunicazione cinematografico.

La cosa che mi ha colpito è stata prorio nella cerimonia di apertura alla sfilata delle delegazioni, che Grecia e Francia abbiano salutato il podio delle autorità a braccio teso con saluto nazista! Ovvio che lo facessero Italiani e Tedeschi ma dai Francesi poi non me lo sarei mai aspettato....

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Be , io penso che devi anche tenere presente il contesto storico in cui si svolge un fatto , nel '36 la Germania nazista non aveva ancora scatenato la guerra totale ed i campi di concentramento erano sconosciuti ai più , quindi probabile che per segno di "rispetto" si sia deciso di salutare col braccio teso .

 

Il saluto ( romano , non nazista) inoltre era usato secoli fa ed ancora non aveva il significato negativo che ha invece oggi ...

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Si è probabile,ma mi sembra comunque un'atto di sottomissione o quanto meno di strizzatina d'occhio verso il paese ospitante più che una forma di omaggio, le olimpiadi sono un momento di aggregazione sovranazionale dove ognuno porta i propri valori e li confronta con altri, e per questo mi fa specie che proprio i francesi con la loro "grandeur" e con i trascorsi del trattato di Versailles della fine della I° GM si siano comportati in quel modo.

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Guest galland

 

IL “SALUTO ROMANO” NELLE PAGINE DI UN ILLUSTRE LETTERATO

 

Giuseppe Antonio Borgese insegnava Estetica presso la Regia Università di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia. Era un critico letterario molto affermato. Aveva scritto sul Corriere della Sera del giolittiano Albertini, e poi, senza problemi, continuava a scriverci dopo la fascistizzazione del quotidiano.

 

I suoi libri erano di moda, e le sue lezioni affollatissime, seguite non solo da studenti, ma anche da belle signore e facoltosi appassionati delle lettere italiane ed europee. Il cattedratico non leggeva libri, né appunti: parlava a braccio e per un'ora filata teneva inchiodati alla sedia i presenti.

 

le lezioni di Borgese erano spesso contestate da studenti appartenenti al GUF (Gruppi Universitari Fascisti), sino ai tafferugli verificatisi la mattina del 6 febbraio 1930.

 

Infastidito dal clima di ostilità nei suoi confronti, Borgese accettò un insegnamento negli Stati Uniti. Dall'esilio americano pubblicò nel 1937 Goliath. “The March of Fascism” (Víkíng Press, New York), tradotto in tedesco l'anno successivo “Der Marsch der Fascismus” (Allert de Lange, Amsterdam) e pubblicato in italiano nel 1947 da Mondadori.

 

 

Leggiamo cosa ha da dirci sul gesto del “saluto romano”, inaugurato da D’Annunzio a Fiume:

 

 

 

D'Annunzio, tiranno o despota nel senso classico della parola, o condottiero del Rinascimento, sviluppò rapidamente tutte le impreviste possibilità del suo regime.

 

Nonostante le origini miste, si era realizzata qualche cosa mai vista prima: una repubblica autocratica e oratoria, una vera novità.

 

Carducci, il cantore delle piú pure tradizioni d'Italia, aveva cantato in uno dei suoi brevi poemi le virtù e la modesta gloria di un piccolo comune rustico del Medio Evo. Le assemblee vi si facevano all'aperto; il console le presiedeva, promulgava le leggi, spartiva la terra e i pascoli, istigava i sudditi pastori a impugnare le armi per difendersi.

 

« Questo, al nome di Cristo e di Maria,

 

Ordino e voglio che nel popol sia.

 

A man levata il popol dicea: Sì!

 

E le rosse giovenche di su 'l prato

 

Vedean passare il piccolo senato,

 

Brillando su gli abeti il mezzodì. »

 

Questa deliziosa poesia, insieme con qualche reminiscenza scolastica di storici greci e romani, in cui Pericle e Cesare si rivolgevano, all'aperto, ai cittadini o ai legionari, fornirono a D'Annunzio lo spunto del suo sistema politico, sistema che poi diventò base dei regimi di Mussolini e di Hitler.

 

Il popolo e i militi si radunavano in piazza sotto il palazzo del Governo. Il poeta, nella sua uniforme sovraccarica di decorazioni, si presentava debitamente accompagnato dai suoi fedeli, sul balcone addobbato, dal quale pronunciava una elaborata arringa, piú o meno appropriata, modellata sulle regole retoriche dell'oratoria pubblica greco-romana. Alla fine alzava quanto piú poteva la sua voce acuta ma effeminata e chiedeva il consenso del popolo.

 

Il popolo alzava la mano e il braccio destro e rispondeva: « Sì ».

 

Il gesto di alzare il braccio destro, che poi doveva diventare il saluto romano e, incredibile ma vero, anche quello tedesco, era stato preso a caso dai musei classici a imitare il gesto degli oratori e degli uomini di governo greco-romani, e forse anche quello dei pastori del poemetto del Carducci.

 

Nell'antichità, quel gesto veniva talvolta usato per dar più forza a un comando o come gesto di perdono. Qualche volta forse era anche stato un saluto fatto da lontano, come si fa oggi e si è sempre fatto, quando la gente alla stazione o sul molo d'imbarco saluta gli amici che partono. Non era mai stato il saluto comune per le strade della Grecia e di Roma.

 

Ivi, i cittadini liberi si davano la mano o si stringevano affettuosamente i polsi, mentre gli schiavi, incontrando i loro padroni, salutavano alzando il braccio destro, quasi a mostrare che la mano destra era disarmata e che la loro sottomissione era indifesa.

 

Un gesto da schiavi: questo era il gesto di Fiume, che poi doveva distendersi in Italia e Germania.

 

A D'Annunzio e ai Fiumani piacque perché sembrava deciso e forte, infinitamente più dignitoso dell'umile inchino del borghese che si scopre la testa, e più energico del saluto militare che si ferma all'altezza del berretto, a mezza strada fra il torso dell'eroe e il cielo.

 

 

Giuseppe A. Borgese

Golia marcia del fascismo

Libero, Roma, 2004

Edited by galland
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