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Tsushima


Guest galland
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Guest galland

Ecco dalla penna di un grande Marinaio, che seppe anche essere storico di rango, la narrazione della battaglia navale che pose termine al conflitto russo giapponese.

Quel lontano evento, a mia opinione, non dovrebbe interessare esclusivamente gli storici ma parlarci anche di giorni a noi vicini.

Buona lettura, comunque:

 

 

L’ECATOMBE DI TSUSHIMA (1)

 

La sera del 6 dicembre 1904, le agenzie Havas e Reuter misero a rumore tutto il mondo, diramando la drammatica notizia che i giapponesi avevano distrutto la 1° Squadra russa del Pacifico, entro la sua base di Port Arthur in Manciuria (una città sul Mar Giallo a nord della Corea, che poi ha ripreso l'antico nome di Lushun). Ma la clamorosa vittoria «navale» non era stata merito della flotta nipponica che, agli ordini dell'ammiraglio Togo, vigilava permanentemente a largo del porto: era stata ottenuta da forze terrestri, cioè dalle truppe del generale Nogi, che da mesi assediavano la città e combattevano ferocemente per strapparla al presidio del leggendario generale Kondratenko. Quel 6 dicembre, infatti, i soldati nipponici erano riusciti finalmente a espugnare il breve spazio, a quota 203 metri del Monte d'Oro, che domina la rada di Port Arthur; e subito, senza un attimo di riposo, avevano portato lassù obici e mortai per bombardare le navi russe, distruggendole una ad una, in poche ore. Il prezzo della vittoria, però, era stato altissimo.

In quel solo ultimo attacco, i giapponesi avevano disseminato Quota 203 con 11.000 morti, cioè oltre un decimo dei 100.000 contati complessivamente dai due avversari durante i nove mesi dell'assedio. In rapporto al breve spazio in cui si verificò, questo massacro pone il nome di Port Arthur quasi al livello di Famagosta, di Londonderry e di Verdun. Il gen. Nogi ne sentì talmente l'orrore, che alla fine si suicidò secondo l'uso giapponese, per unirsi alle schiere di soldati che, con i suoi ordini spietati, egli aveva mandato a morire.

D'altronde, Nogi aveva obbedito a esigenze strategiche non meno spietate, che Togo gli aveva fermamente additato. Due mesi prima era partita dalla base di Kronstadt, nel Mar Baltico, una grande forza navale russa, denominata orgogliosamente «2° Squadra del Pacifico»: doveva raggiungere d'urgenza Port Arthur, liberare la 1° Squadra (che le superiori forze di Togo avevano bloccato), unirsi anche alle poche navi della base di Vladivostok e formare così un'armata navale, capace di battere la flotta giapponese o comunque di tenerla validamente in soggezione. Ai primi del dicembre 1904, sotto il ferreo comando dell'ammiraglio Rogestvenski, la 2° Squadra russa aveva già compiuto metà del suo viaggio e prevedeva di arrivare in Mar Giallo alla fine di gennaio.

La stampa mondiale aveva descritto quella Squadra come una accozzaglia di «ferri da stiro» o «caffettiere di latta», con equipaggi malconci, inetti e sediziosi. Ma Togo non disprezzava le navi avversarie e tantomeno sottovalutava la favolosa tenacia di Rogestvenski: egli perciò sapeva bene che, se le due squadre russe si fossero congiunte, la Marina giapponese avrebbe perduto il predominio strategico di cui attualmente godeva, di conseguenza si sarebbero interrotti i rifornimenti alle armate che combattevano contro i russi in Corea e in Manciuria, e in definitiva il Giappone avrebbe perduto la guerra. Ma alle sorti del conflitto era ormai legato il futuro dell'intero popolo nipponico, che si era preparato a quella guerra con enormi sacrifici, durante vent'anni, per portarsi al livello delle maggiori nazioni occidentali. Dunque, gli anelli della concatenazione strategica formulata da Togo erano precisi e spietati: l'avvenire del Giappone poteva effettivamente dipendete dalla conquista di Quota 203, dato che questo era l'unico modo per distruggere la Squadra annidata dentro Port Arthur, prima che quella di Rogestvenski la raggiungesse. Anzi, bisognava che la distruzione si compisse proprio all'inizio di affrontare validamente la Squadra russa in arrivo. La guerra, infatti, era cominciata il 6 febbraio, con un proditorio attacco contro le navi ancorate nella rada di Port Arthur, senza che le ostilità fossero dichiarate (così come avverrà il 6 dicembre 1941, con l'attacco alle navi americane ormeggiate a Pearl Harbor); e da quel giorno la flotta nipponica non aveva avuto un attimo di tregua. Aveva sostenuto vantaggiosamente molti scontri con le navi russe di Port Arthur e di Vladivostok; e il 10 agosto aveva stravinto la battaglia navale dello Shiantung, costringendo la Squadra avversaria a chiudersi definitivamente sotto la protezione delle fortezze di Port Arthur, Tuttavia le forze navali di Togo avevano subito non lievi perdite e danni (specie sulle mine subacquee russe), erano state permanentemente impegnate ad alimentare le armate in Manciuria e a bloccare Port Arthur: perciò i due mesi per riparazioni e raddobbi, richiesti da Togo, erano il minimo indispensabile prima di dare battaglia a Rogestvenski.

Il 29 dicembre 1904, nonostante le enormi difficoltà incontrate, la 2° Squadra del Pacifico arrivò puntualmente in Madagascar, per rifornirsi di carbone prima del grande balzo che, attraverso l'Oceano Indiano e i mari della Cina, doveva condurla a Port Arthur. Togo ne fu molto impensierito e accelerò al massimo i suoi preparativi. Ma proprio a questo punto crollarono i piani del suo antagonista: Rogestvenski era stato tradito dalla flaccidità e dal miope fatalismo dei «signori di Pietroburgo», cioè da quella congrega di uomini politici e governanti, di ammiragli e burocrati ministeriali, preoccupati solo della propria carriera, cui ben poco interessava la sorte dei 10.000 marinai che equipaggiavano le navi ancorate in quella lontanissima località africana.

Infatti, la tappa in Madagascar, che i « signori di Pietroburgo » costrinsero Rogestvenski a prolungare tanto più del previsto, fu determinante per la tragica fine che attendeva la Squadra russa a Tsushima, dopo una migrazione attraverso i mari che non trova riscontro nella storia di alcuna flotta. Sembra che la fantastica idea di trasferire quella grandiosa formazione navale dal Mar Baltico al Mar. Giallo, attraverso due oceani, venisse in mente proprio allo zar Nicola II, infastidito da quel piccolo imperatore del Sol Levante, cui era tempo di impartire una sonora lezione. Quando la decisione fu proclamata superbamente al mondo, intero (il 30 aprile 1904),il popolo russo se ne entusiasmò ma gli altri l'accolsero con molte riserve e gli specialisti la considerarono subito assurda.

Come avrebbero potuto, quelle navi, affrontare vittoriosamente le avversarie, dopo un viaggio di almeno 20.000 miglia (quasi un giro del mondo), attraverso i mari più infidi e lontani? Erano navi costruite per operare quasi soltanto nelle acque gelide e ristrette del Baltico, avevano caratteristiche molto difformi, scarsa efficienza tecnica e bellica, equipaggi poco e male addestrati, per di più agitati dai fermenti rivoluzionari che stavano dilagando in tutta la Russia. Comunque, già soltanto il trasferimento fino a Port Arthur comportava problemi organizzativi logistici e nautici di enorme complessità. Insomma c'era un tale cumulo di fattori negativi, che avrebbe dissuaso qualunque governo sensato dall'imporre alla propria flotta una simile avventura (ma, diciamolo subito, tutto ciò aumenta a dismisura il valore dì quel che poi fecero gli equipaggi di Rogestvenski e in primo luogo lo stesso ammiraglio).

D'altra parte, per la « la Squadra del Pacifico », ossia per quell'altra accozzaglia di navi che all'inizio della guerra si trovava dislocata a Port Arthur, le cose stavano assai peggio. Il governo di Pietroburgo le aveva trascurate e quasi dimenticate per anni: se avevano conservato qualche capacità bellica, il merito era soltanto di pochi giovani ufficiali e di qualche comandante. Appena queste navi subirono l'umiliante azione con cui i giapponesi aprirono le ostilità, fu mandato d'urgenza a Port Arthur l'ammiraglio Makarov - un capo dal carattere affascinante e di prodigiosa energia - che rapidamente trasse la 1° Squadra dal suo pesante letargo. Ma dopo due soli mesi, il 13 aprile, uscito dalla base alla testa delle sue navi, per affrontare quelle di Togo che si erano avvicinate più del solito a Port Arthur, Makarov scomparve con la sua corazzata, sulle mine che i cacciatorpediniere giapponesi - occultati da una bufera di neve - gli avevano seminato sulla rotta.

La perdita di questo prestigioso ammiraglio fu gravissima per l'impero zarista. Il nuovo comandante della Squadra, ammiraglio Witthoft, era di tutt'altra tempra e, appena un mese dopo, provocò quasi un ammutinamento fra gli ufficiali delle sue navi. Quel giorno. infatti, la Squadra di Togo si trovo in gravi difficoltà, poco lontano da Port Arthur. essendo incappata in un campo di mine russe, che provocarono l'affondamento di due corazzate e due incrociatori: ma Witthoft si rifiutò di uscire in battaglia.

La decisione di mandare in Estremo Oriente le forze navali del Baltico nacque proprio per reazione a queste avversità. Lo sconfinato impero degli zar, con la sua incalcolabile potenza economica e demografica, non poteva ammettere di essere punzecchiato più di tanto da quelle « piccole scimmie» giapponesi. L'arsenale di Kronstadt era zeppo di navi: che importava se erano buone o cattive, efficienti o malconce? Andassero al più presto 20.000 miglia lontano, ad affrontare il nemico. Sebbene fosse ormai un immenso corpo in dissoluzione, avviato inarrestabilmente allo sfacelo da una classe politica di aristocratici inetti e dì funzionari corrotti, la Russia zarista non mancava, proprio per la sua immensità, dì uomini di alta levatura, in ogni suo strato sociale. Nella Marina oltre allo scomparso Makarov, c'era l'ammiraglio Rogestvenski; e a lui, il 5 maggio, lo zar in persona affidò la croce del lunghissimo calvario, nominandolo comandante della futura «2° Squadra del Pacifico»: futura, perché era ancora da costituire.

Rogestvenski doveva sceglierne le navi, farle riparare e dotare di tutto quanto necessario all'impresa inaudita; doveva selezionarne e addestrarne gli ufficiali; doveva trasformare migliaia di contadini baltici, chiamati alle armi, in capaci uomini di mare e in coraggiosi combattenti.

Il taciturno Rogestvenski, fatti i suoi calcoli, dichiarò che la nuova Squadra sarebbe partita a metà ottobre e pose una sola condizione: lasciare alla base le navi più decrepite, che tre anni prima erano rientrate da Vladivostok proprio per la loro vetustà, e che l'Ammiragliato voleva invece affibbiargli tanto per far numero. Quanto ai 10.000 e più uomini che avrebbe portato a morire (perché di questa fine egli fu sempre convinto), Rogestvenski fondò la sua azione di comando sul principio che avrebbero dovuto affrontare la lunga odissea e lottare sino in fondo, unicamente e soltanto per la Santa Russia.

Infatti, come tutti gli autentici combattenti di mare, di qualunque nazione, Rogestvenski era costituzionalmente apolitico, nella consapevolezza che i governi cadono, i regimi sì trasformano o muoiono, ma i popoli restano e si perpetuano; e che i loro conseguimenti, le loro glorie, nella buona o cattiva fortuna, rimangono nella storia. D'altronde, il governo zarista, dopo aver voluto la guerra contro il Giappone nella vana speranza che servisse a soffocare l'ondata prorompente della rivoluzione, aveva finito per considerare le operazioni in Manciuria come una faccenda noiosa e lontanissima.

Nell'atmosfera grigia e caotica della Russia di quell'epoca, in quell'organismo incancrenito che si scuoteva qua e là solo per le bombe dei sovversivi, di quale altra fede Rogestvenski avrebbe potuto animare i suoi equipaggi, se non quella di combattere unicamente per la gloria della Russia immortale? Infatti, come in tutta la Marina zarista, anche sulle sue navi si accendevano qua e là focolai rivoluzionari, e durante il lungo viaggio si verificarono non pochi casi di insubordinazione e di rivolta: ma Rogestvenski rifiutò sempre di sanzionare le condanne a morte decise dai Consigli di bordo, convinto com'era che quei sovversivi, nel momento supremo, avrebbero saputo combattere e morire come o meglio degli altri marinai (una previsione, questa, che i fatti confermarono pienamente).

Rogestvenski non si lasciò scoraggiare neanche dalla notizia, pervenuta a metà agosto, della vergognosa sconfitta subita dalla I Squadra nella battaglia dello Shantung, mentre tentava di rifugiarsi a Vladivostok. Dopo cinque mesi di frenetico lavoro, in tutti i settori della preparazione e organizzazione navale, la 2a Squadra del Pacifico, trasferitasi a Liepaja, salpò da questa base esattamente nel giorno prefissato, il 14 ottobre 1904. Erano una quindicina di corazzate e incrociatori, ossia «navi di linea», come allora le chiamavano, oltre a una dozzina di cacciatorpediniere e una decina di navi ausiliarie (trasporti logistici, piroscafi da impiegare come esploratori, due navi ospedale, una nave officina e un piroscafo carico di un «parco aerostatico » da sbarcare a Port Arthur).

Questo convoglio lento e indisciplinato impacciava la marcia della formazione principale, ma si era reso necessario perché, ad aggravare le difficoltà dell'impresa, durante il viaggio la Squadra russa non avrebbe potuto contare su alcun porto veramente amico, salvo uno o due sotto bandiera tedesca.

Sebbene alleata della Russia,la Francia non voleva complicazioni internazionali; e tutti gli altri porti erano direttamente o indirettamente controllati dall'Inghilterra, alleata e sostenitrice del Giappone. Perciò Rogestvenski aveva dovuto organizzare anche una vasta e complessa rete di navi carboniere, noleggiate dalla tedesca «Hamburg-Amerika Linie », che si sarebbero trovate via via in punti prestabiliti, per rifornire la Squadra di combustibile.

I primi due o tre giorni di viaggio furono tra i più difficili, per l'inesperienza delle navi a marciare in formazione, anzi semplicemente .a navigare, e per le numerose avarie agli apparati motori (tante, da far pensare ad un preordinato piano di sabotaggi). Ma Rogestvenski non si lasciò attardare e rimandò subito indietro tre o quattro navi troppo lente o indisciplinate: una la rispedì in Russia a cannonate. La sua parola d'ordine era che la Squadra dovesse andare sempre avanti, in qualunque modo e il più presto possibile. Dopo un carbonamento « sperimentale », faticosamente eseguito ancorando le navi sulla costa danese dello Skagerrak, il primo grosso guaio si verificò nella notte sul 22 ottobre, in pieno Mare del Nord, all'altezza del porto britannico di Hull. Alcune navi, rimaste indietro, incapparono in un gruppo di pescherecci inglesi, dietro i quali videro, o credettero di vedere, una squadriglia di torpediniere giapponesi che veniva all'attacco, e cominciarono a sparare: i russi infatti sapevano che quattro torpediniere nipponiche, costruite nei cantieri del Mare del Nord, erano partite verso l'Estremo Oriente ma si ripromettevano di attaccare sulla via le navi avversarie.

Ancor oggi non è sicuro che cosa sia accaduto veramente in quel parapiglia: certo si è che un peschereccio andò a fondo, la flotta britannica fu sul punto di uscire in battaglia, tutto il inondo riprovò la « barbarie » dei russi, Rogestvenski (che era in testa alla formazione e seppe dell'accaduto solo a posteriori) fu additato all'esecrazione universale come pirata e assassino, infine l'« incidente di Hull » costò a Pietroburgo 65.000 sterline-oro d'indennizzo ai pescatori inglesi.

Gli effetti di questa campagna denigratoria, scatenata da Londra per favorire Tokio, si manifestano già a Vigo, dove la Squadra russa si presenta, inattesa, il 26 ottobre: gli spagnoli le intimano di andarsene entro le 24 ore concesse dal diritto internazionale, per di più proibendole qualunque contatto con la terra e persino di prelevare carbone dai piroscafi tedeschi appositamente sopraggiunti. L'ammiraglio russo minaccia di sparare e, fra una discussione e l'altra, la Squadra si rifornisce di carbone.

Il successivo carbonarnento viene eseguito a Tangeri, senza inconvenienti: ma alla partenza Rogestvenski sorprende il mondo intero con una mossa che nessuno aveva immaginato. Mentre la Divisione del sottordine ammiraglio Folkersam (le cinque minori navi di linea, i cacciatorpediniere e alcune navi ausiliarie) imbocca regolarmente lo Stretto di Gibilterra, per andare in Oceano Indiano attraverso il Canale di Suez, Rogestvenski con tutte le altre navi prende la via di circumnavigazione dell'Africa, dato che il più breve itinerario (Londra volendo) poteva trasformarsi in una trappola.

Nelle tre successive tappe - in acque francesi a Dakar e Libreville, e nella baia portoghese delle Due Tigri - le navi di Rogestvenski sono private dì ogni assistenza, più o meno minacciate, e costrette a carbonare in tutta fretta o di nascosto. Intanto, a rendere più penosa l'odissea, è intervenuto il clima tropicale, che i marinai baltici affrontano per la prima volta e che le navi sono inadatte a lenire. La vita a bordo diventa un inferno, con temperature che nei locali di macchina arrivano fino a 70 gradi, per cui si verificano decessi e malattie da calore, e una nuova serie di avarie meccaniche. Ma Rogestvenski seguita a battersi contro tutto, e le navi continuano ad avanzare verso la lontanissima meta.

Dopo aver sostenuto una tremenda burrasca, la formazione russa può finalmente riordinarsi in pace e riposarsi per tre giorni, nel porto tedesco di Luderitz Bay. Però il 16 dicembre, al momento di riprendere il mare, i giornali arrivati da Città del Capo portano la notizia che, dieci giorni prima, i giapponesi hanno distrutto la Squadra di Port Arthur, Ciò significa che Togo è ormai irreparabilmente più forte: a che serve dunque continuare quella marcia verso la morte? Ma nei tanti telegrammi dei « signori di Pietroburgo », che Rogestvenski ha ricevuto a Luderitz, non c'è una parola su quel decisivo rovescio. L'ammiraglio ne deduce che laggiù nessuno più vuole o può prendersi la responsabilità di dargli nuovi ordini. E allora avanti, per la Russia immortale, affinché il destino si compia.

La Squadra salpa da Luderitz il 17 dicembre e, sebbene sia quasi travolta da un uragano ciclonico, che si è scatenato mentre doppia l'estremità meridionale dell'Africa, il 29 si ancora regolarmente nella rada di Sainte Marie, un'isoletta sulla costa orientale del Madagascar. E qui Rogestvenski si sente veramente tradito. Secondo i suoi piani, in quella località appartata doveva trovare in attesa la Divisione Folkersam, proveniente dal Mediterraneo; e tutte le navi dovevano rapidamente carbonare per intraprendere la grande traversata dell'Oceano Indiano. La Squadra non doveva perdere un minuto: qualsiasi fosse la sorte che l'attendeva in Estremo Oriente, ogni giorno guadagnato l'avrebbe migliorata.

Invece a Sainte Marie Rogestvenski non trova né Folkersam né i piroscafi carbonieri: a sua insaputa, Pietroburgo ha già spostato l'uno e gli altri a Nosy-Bé, una baia deserta sulla costa occidentale del Madagascar. Peggio: a Sainte Marie Rogestvenski trova l'ordine di andare a Nosy-Bé anche con le sue navi, viene a sapere che la Divisione Folkersam abbisogna di almeno quindici giorni di riparazioni, e che a Kronstadt stanno riunendo tutti i « ferrivecchi » rimasti in Baltico per formare una 3a Squadra del Pacifico, che salperà al più presto verso l'Estremo Oriente.

Dopo una settimana spesa invano a cercare di raddrizzare quelle disperanti circostanze, Rogestvenski si rassegna a portare le sue navi a Nosy-Bé, dove arriva 1'8 gennaio (1905). Qui trova la Divisione Folkersam in condizioni deplorevoli e il suo ammiraglio stremato da una malattia. In pochi giorni il morale e la disciplina di tutta la Squadra scendono sotto zero: clima snervante, malaria, dissenteria, litigi, carbone cattivo, suicidi, improvvise pazzie, gravi insubordinazioni. In più arriva la notizia che, morto il gen. Kondratenko, Port Arthúr si è arreso: la meta primaria della Squadra è ora in mano al nemico e bisognerà andare fino a Vladivostok, attraversando per intero i mari del Giappone.

Ma che importa, ormai? Non c'è più nulla che importi veramente, eccettuato l'andare avanti al più presto: Pietroburgo non ha mutato quest'ordine. Con uno sforzo titanico, Rogestvenski riesce ancora una volta a superare tutti gli ostacoli e il 18 gennaio l'intera Squadra è pronta a salpare: in un mese potrebbe raggiungere Vladivostok. L'ammiraglio infatti ha preso una decisione che nessuno immagina possibile: farà carbonare le navi in pieno oceano, per non attardarsi in altri porti. A questo scopo egli ordina ad alcuni piroscafi carbonieri di accodarsi alla Squadra.

Si verifica allora un clamoroso colpo di scena. La "HamburgAmerika Linie" vieta ai piroscafi di seguire Rogestvenski. Ad insaputa dell'ammiraglio, Pietroburgo ha accettato una clausola contrattuale che consente quel rifiuto. Rogestvenski insiste: avvicinandosi ai mari nemici, le sue rotte debbono rimanere segrete, perciò deve evitare altri porti. Pietroburgo gli dice che tratterà con i tedeschi e intanto gli ordina di attendere a NosyBé. Ma di giorno in giorno, da un telegramma all'altro, la tappa forzata si prolunga fino alla metà di marzo: due mesi disastrosi sotto ogni riguardo. '

In quella baia deserta sono riuniti ormai quarantacinque navi russe e cominciano a mancare perfino i viveri: perciò in pochi giorni vi è nata una bidonville, dove si sono riuniti i peggiori rottami umani, maschi e femmine, di tutto il Madagascar e oltre. I marinai si ubriacano e si abbrutiscono: ormai sanno bene che la patria li ha completamente abbandonati. E da lassù arrivano notizie sempre più allarmanti: l'assassinio del granduca Sergio, il massacro di mille inermi cittadini davanti al Palazzo d'Inverno, la ribellione della flotta del Mar Nero.

La rivoluzione dilaga in tutta la Russia e gli effetti si fanno sentire anche a Nosy-Bé: sull'incrociatore Nakimov scoppia una rivolta, che Rogestvenski in persona, e soltanto con il suo ascendente sugli equipaggi, riesce faticosamente a domare.

Colpi su colpi. Quanti ne ha sopportati Rogestvenski, dal giorno che ha assunto il comando della Squadra? Ed ora, in quell'ancoraggio infernale, persino quell'uomo di granito ne è affranto, Rogestvenski si ammala, non si sa di che malattia: si è chiuso in cabina e non vuole vedere più nessuno. Gli equipaggi credono che sia morto. Arriva a Nosy-Bé la notizia che quel ciarpame di navi della 3 Squadra è salpato da Kronstadt. R.ogestvenski telegrafa allo zar, chiedendo l'esonero dal comando. Nicola Il lo rifiuta nettamente. Non c'è scampo, bisogna bere sino alla feccia: e l'ammiraglio si ricarica di energie, guarisce, porta la Squadra a esercitarsi al largo.

Ormai Rogestvenski combatte una guerra sua propria. Non lo turba neanche la notizia che il 10 marzo l'esercito russo in Manciuria è stato messo in rotta dai giapponesi, con la grande battaglia di Mukden. La guerra è già virtualmente perduta: ma qualcuno deve pur pagare il prezzo di tutti quegli enormi errori. Raspiate in russo è il prezzo dell'espiazione. Rasplata: sarà la 2a Squadra a pagarlo. Affinché la Russia risorga, qualcuno deve pur morire: sarà la 2 Squadra a morire. Moriremo affinché la Russia riviva: anche questo è un modo di partecipare alla rivoluzione. E questo spirito che promana dal loro ammiraglio, pervade ora gli equipaggi della 2a Squadra, li rianima miracolosamente, li rende capaci di affrontare qualunquealtro cimento fino al sacrificio di Tsushima.

Il 16 marzo, appena arriva l'autorizzazione di portarsi dietro i piroscafi carbonieri, la Squadra parte subito da Nosy-Bé; attraversa l'Indiano, supera l'inaudita fatica dei carbonamenti in alto mare. Rogestvenski non ha detto a nessuno che rotta seguirà, ma tutti nel mondo si attendono che passerà attraverso lo Stretto della Sonda: anche una forza navale giapponese lo aspetta in quel varco.

Invece l'8 aprile gli inglesi stupefatti vedono la 2a Squadra transitare in buon ordine davanti a Singapore. Rogestvenski ha percorso da Nosy-Bé 4000 miglia senza scalo e nel più assoluto segreto: persino Togo allibisce.

Quattro giorni dopo, la Squadra si ferma in alto mare al largo dell'Annam, per rifornirsi di carbone. Per arrivare dì sorpresa nelle acque giapponesi, sventando i calcoli di Togo, questo sarà l'ultimo rifornimento. Le navi si riempiono di carbone fin sui ponti, a costo di capovolgersi se arriva una burrasca. Ma al momento di salpare verso Vladivostok, si scopre che la corazzata Alexandr III non è pronta: nei suoi carbonili mancano 400 tonnellate di combustibile e le occorrono almeno tre o quattro giorni per caricarne abbastanza da arrivare lassù.

Rogestvenski pensa che questo forzato ritardo sia un segno del destino. Le navi giapponesi hanno uno schiacciante vantaggio in velocità e potenza di fuoco: prima di portare i suoi uomini al massacro, Rogestvenski sente la necessità che Pietroburgo gli confermi se, nella situazione attuale, egli deve effettivamente procedere. Pietroburgo conferma, e in più gli ordina di fermarsi ancora, per attendere la 3x Squadra. È la firma di una condanna a morte, perché Togo avrà tutto il tempo di predisporre le sue forze alla battaglia. Comunque Rogestvenski non può non obbedire: porta la Squadra a Kamran, da dove le autorità francesi dell'Indocina lo scacciano, la porta a Van Fong e ne è scacciato.

Passano così tre eterne settimane, girovagando sulle coste annamite in un'attesa che corrode i nervi degli equipaggi e fa Consumare 20.000 tonnellate di prezioso carbone. Finalmente il 10 maggio arriva l'ammiraglio Niebogatov con la 3a Squadra: sono in tutto tre piccole corazzate guardacoste e un incrociatore, che davvero non compensano i danni incalcolabili della lunga attesa. Ma grazie a Dio queste navi sono sorprendentemente in buona efficienza: bastano tre giorni d'affiatamento e la forza navale -ossa prende il largo al gran Completo. Che rotta seguirà ora Rogestvenski? Tenterà di forzare il Canale di Tsushima o passerà all'esterno del Giappone? Se lo chiede anche Togo, perché i suoi cacciatorpediniere, già in cerca del nemico a nord di Formosa, non sono riusciti a rintracciarlo. L'ora suprema sta per scoccare. Il 25 maggio la Squadra russa compie le ultime esercitazioni belliche all'altezza di Shangai. Ma un altro funesto presagio percuote Rogestvenski: il suo sottordine, ammiraglio Folkersam, muore improvvisamente d'un colpo apoplettico. Ne cementano la salma nello scafo della sua nave (la corazzata Oslyabia) affinché sia presente alla battaglia: ma la morte è taciuta agli altri equipaggi, l'insegna di Folkersam non viene ammainata, la sua Divisione combatterà agli ordini di uno spettro.

Non è mai accaduto che una forza navale vada direttamente ad affrontare il nemico, dopo un viaggio - e che viaggio - di 20.000 miglia. Tuttavia la sera del 26 maggio la Squadra russa si avvia imperterrita ad - imboccare il Canale di Tsushima. Gli apparati radiotelegrafici delle navi, per quanto rudimentali, intercettano i segnali dei caccia giapponesi sguinzagliati nella zona. Dopo sette mesi di orrende tribolazioni, l'inaudita odissea sta per concludersi: i marinai russi fremono d'entusiasmo, impazienti di scatenarsi in un impeto estremo di liberazione. Il mare si offusca di nebbia, le speranze si accrescono: forse ce la faremo.

Togo è attanagliato dai dubbi sui movimenti dell'avversario. La Squadra nipponica è pronta a muovere dagli ancoraggi che fiancheggiano le forche caudine del Canale. Se Rogestvenski avesse preso l'altra via, sarebbe difficile agganciarlo. Togo non sa che alle navi russe manca il carbone per tentare quel più lungo percorso. Finalmente, verso l'alba del 27 maggio, anche per i giapponesi scocca l'ora dell'azione: un piroscafo avvista la coda della formazione russa. Basta quel segnale, e tutte le navi prendono il mare. Come Nelson a Trafalgar, Togo le ammonisce: « L'avvenire del Giappone dipende da questa battaglia. Ciascuno compia il suo dovere ». Durante la mattinata, i russi avvistano fugacemente, nella nebbia, vari gruppi di incrociatori nemici, e si schierano per l'ormai certa battaglia, in un'unica lunga fila. Sono dodici navi di linea: in testa c'è Rogestvenski, sulla grande corazzata Suvarov, seguita dalle tre consorelle. Sulla scia di queste, le quattro corazzate minori, condotte dall'Oslyabia del morto ammiraglio Folkersam, poi le quattro vecchie navi guardacoste dell'ammiraglio Niebogatov. Un poco distanziato, segue il convoglio delle navi ausiliarie, scortato dagli incrociatori leggeri dell'ammiraglio Enquist, che ha l'ordine di portarlo a sud-est, lontano dalla battaglia, non appena questa sia imminente. La velocità dei russi è sui dieci nodi, contro i quindici che possono tenere i giapponesi.

A mezzogiorno la formazione oltrepassa il punto più stretto del Canale, fra le isole di Iki e di Tsu (shima che in giapponese significa isola) è possibile che Togo la stia cercando altrove? Il dubbio dura poco: verso le 13,30 un vento impetuoso spazza la nebbia d'un colpo e, come all'alzarsi di un sipario, i russi avvistano all'orizzonte, di prora a sinistra, il grosso della Squadra nipponica al gran completo.

Sono sei moderne corazzate, con in testa la Mikasa di Togo, seguita dai sei incrociatori pesanti del sottordine ammiraglio Kamimura: manovrano rapidamente per portarsi su una rotta parallela, a sinistra di , quella avversaria. Frattanto Rogestvenski, alle 14,08 e alla distanza di 7.000 metri, dà il fatidico ordine di aprire il fuoco.

Ha inizio così una delle più famose battaglie navali di tutti i tempi. Mentre completano la loro manovra, i giapponesi non possono rispondere e incassano molti colpi, ma poi tutti i loro cannoni concentrano il tiro sulle due navi ammiraglie, Suvarov e Oslyabia, che perciò si trovano presto a mal partito. Inoltre, con la loro maggiore velocità, le navi di Togo cercano di sopravanzare la linea russa e stringono le distanze, obbligando Rogestvenski ad accostare via via sulla dritta, per non farsi aggirare.

I cannonieri russi sparano bene e con molta precisione, tua il tiro avversario è tre volte più celere. Inoltre i russi hanno la sorpresa di vedere che i giapponesi impiegano un nuovo tipo di granata, dirompente e incendiaria, che ha effetti micidiali e molto vistosi, e che produce gas venefici (qui impiegati per la prima volta), contro i quali manca ogni difesa. Al contrario, i proiettili russi hanno effetti modesti e scoppiano quasi senza fumo, invisibilmente, per cui sembra che non vadano a segno. Comunque la battaglia si sviluppa con violenza furiosa: i giapponesi scatenano tutta la volontà di vivere della loro giovane nazione, i russi li controbattono con l'impavidità che promana dal loro antico istinto.

Dopo mezz'ora la battaglia tocca il culmine decisivo, con potenza apocalittica. Le distanze sono scese sotto i 4.000 metri. Da ambedue le parti si combatte con estremo vigore, anche se molte navi russe hanno i ponti orrendamente squarciati, alberi e fumaioli abbattuti, e i marinai lottano fra incendi, esplosioni, mucchi di cadaveri. Le due navi ammiraglie, che ancora sopportano gran parte delle cannonate giapponesi, sono poco più che relitti fumanti: sull'Oslyabia le fiamme stanno cremando la salma di Folkersarn, ma anche sulla Suvarov è come se l'ammiraglio fosse morto.

Rogestvenski infatti, ferito alla testa, è stato trascinato esanime sottocoperta. Ma poi si rianima, si arrampica sulle lamiere contorte, si fa strada, in mezzo ai corpi insanguinati, torna sul ponte, riprende a dare ordini, una scheggia di granata gli frantuma un malleolo, si trascina accanto ai serventi massacrati di un cannone, chiama gente finché il pezzo ricomincia a sparare, altre schegge lo feriscono, ma alla fine perde i sensi.

D'altronde, la formazione russa si è ormai disgregata sotto la furia nemica: navi che restano indietro, che si fermano, che esplodono, che affondano, ma che tuttavia combattono meravigliosamente fino all'estremo, sparando con l'ultimo cannone fin quando sono sommerse. L'epica lotta si frantuma in cento episodi. Ma intanto i giapponesi hanno sopravanzato le navi russe, e questo gruppo sul ponte, riprende a dare ordini, una scheggia di granata gli frantuma un malleolo, si trascina accanto ai serventi massacrati di un cannone, chiama gente finché il pezzo ricomincia a sparare, altre schegge lo feriscono, ma alla fine perde i sensi. L'epica lotta si frantuma in cento episodi. Ma intanto i giapponesi hanno sopravanzato le navi russe, e questo gruppo ormai senza capo stupisce ancora una volta il nemico: l'Alexandr II, che si trova in resta, accosta improvvisamente per passare di poppa alla linea giapponese e sfuggire verso nord, trascinandosi dietro le navi superstiti. La manovra sorprende le navi di Togo e solo la prontezza degli incrociatori di Kamimura. riesce, con fatica, a ristabilire la situazione.

Infine, le unità nipponiche si sguinzagliano per ogni dove, e quasi tutte le disperse navi avversarie sono aggredite, crivellate. torturate di colpi, anche se zià in stato d'affondamento. Lo stesso accade intanto più a sud, al convoglio dell'ammiraglio Enquist: due potenti Divisioni d'incrociatori sono scese ad inseguirlo, attaccarlo distruggerlo.

Al calar della notte, mentre le Whime cannonate nipponiche inabissano i relitti di tre corazza-_e. i resti della Squadra russa cercano di arrancare nel buio vero Vladivostok. Ma allora entrano in azione, a sciami, una quarantina di torpediniere giapponesi che, in tre ore di duelli, spacciano tutte le navi di cui vengono a tiro. A g4esta decima--rione sfuggono, miracolosamente, solo le vecchie navi dell'ammiraglio Niebogatov che - essendo in coda alla formazione - già si erano salvate dalla « mattanza » diurna.

All'alba, però, anche questo gruppo è riagganciato, e l'intera Squadra di Togo lo accerchia. Niebogatov procede impassibile aia, quando i giapponesi aprono il fuoco, la sua nave ammiraglia alza il segnale della resa e tutto il gruppo si fa catturare (il vecchio ammiraglio si assunse poi l'intera responsabilità della decisione - che provocò una mezza rivolta sulle sue navi - convinto dell'inutilità di un ulteriore massacro). Invece, nel pomeriggio, ia vetusta corazzata guardacoste Usciakov, e il vecchio incrociatore Monom4k, attardati dai gravi danni subiti, quando sono scoperti combattono leoninamente sino all'ultimo. Il Monomak anzi lotta fino al tramonto, e con tale valore che, mentre si inabissa, i giapponesi onorano il nemico morente, cantandogli in coro un antichissimo inno dedicato agli eroi: «Con la sciabola sguainata »...

Così finalmente si conclude la grande battaglia. Delle trentasette navi russe che l'hanno combattuta, ventidue sono affondate, tredici sono state catturate dai giapponesi o saranno disarmate in porti neutrali: solo due cacciatorpediniere riusciranno a raggiungere Vladivostok. Sono morti oltre 4000 marinai russi. I giapponesi hanno riportato moltissimi danni su quasi tutte le navi, anche assai gravi, ma hanno perduto solo tre cacciatorpediniere e 116 uomini.

E Rogestvenski? Prima che la Suvarov affondasse, lo avevano trasportato, esanime, su un cacciatorpediniere che poi si arrese, perciò era caduto prigioniero, inconsapevolmente. I chirurghi dell'ospedale marittimo di Sasebo lo salvarono. Pochi giorni dopo gli si presentò d'improvviso il suo diretto antagonista. Si guardarono a lungo, in silenzio. Poi Togo gli prese la mano e, stringendola con emozione, gli disse: « Chiunque può essere sconfitto. Ma, quando si è fatto interamente il proprio dovere, non c'è da vergognarsene. Voi e i vostri marinai avete compiuto gesta eccezionali. Desidero esprimervi il più profondo rispetto ».

Invece, tornato in patria, Rogestvenski fu nuovamente tradito dai «signori di Pietroburgo», per impedirgli di esserne accusati. Trovarono il modo di farlo processare: l'ammiraglio si rifiutò di dire una sola parola in sua difesa, convinto com'era che soltanto la storia, dopo molti anni, avrebbe potuto pronunciare un giusto verdetto. Infatti, Rogestvenski fu condannato all'esonero dal servizio, con una motivazione incredibile: «Per negligenza nell'assolvere i suoi doveri».

 

Marc'Antonio Bragadin

 

 

 

(1) Storia Illustrata, maggio 1970 n.150

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Che epopea!! E' sempre interessante leggere questi resoconti di battaglie passate e rendersi conto come gli errori del passato a volte vengono ripetuti... tutti gli ufficiali comandanti di tutte le armi dovrebbero studiare le grandi battagli per non ripeterne gli errori( probabilmente è già cosi non ho fatto scuola di guerra ero solo di complemento). Di fronte però a scelte politiche ballerine a monte non c'è scampo :(

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  • 3 weeks later...
Guest intruder

Come tanti soldati eccezionali ha avuto la Russia (e l'URSS) nella sua storia, ma con le teste che comandano... la guerra russo-giapponese fu un segnale che il gigante aveva i piedi d'argilla, ma nessuno vi prestò attenzione, e venne la guerra mondiale e tutto si sfasciò... dal passato c'è sempre da imoparare, peccato nessuno di quelli che contano imparino mai.

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Come tanti soldati eccezionali ha avuto la Russia (e l'URSS) nella sua storia, ma con le teste che comandano... la guerra russo-giapponese fu un segnale che il gigante aveva i piedi d'argilla, ma nessuno vi prestò attenzione, e venne la guerra mondiale e tutto si sfasciò... dal passato c'è sempre da imoparare, peccato nessuno di quelli che contano imparino mai.

"Chi non conosce la storia e' destinato a ripeterla."

Forse quelli che contano sanno poco di storia.

 

Piccolo test : scegliete 10 persone , quelle che volete , dite loro "TSUSHIMA" , chiedete loro cosa ne pensano. ( La legge 180 vi tutelera' a sufficienza dal Trattamento Sanitario Obbligatorio )

PS. Fatemi sapere i risultati.

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