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Storia breve del pugnale americano


Rommel
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Storia breve del pugnale americano

(U.S.Army, U.S.Navy, U.S.Marine Corp, U.S.Air Force, JSOC)

 

Se si dovesse cercare un’arma o equipaggiamento che accomuni qualsiasi generazione di soldati, qualsiasi esercito in qualsiasi scenario tattico, la risposta è una sola: il pugnale (e le baionette in generale). Snobbato da molti e osannato da tanti, costituisce l’arma “di backup del backup”, cioè l’estrema risorsa, nel caso anche le pistole falliscano il loro compito. In questi ultimi trent’anni ha costituito parte integrante dell’equipaggiamento d’emergenza e per lo svolgimento di lavori da campo ampliando quindi il suo campo d’uso, al di fuori della pura e semplice arma. In questi articoli non spiegherò la tecnica “nuda e cruda” dell’arma bianca, ne tantomeno le baionette prima del 1900. Molti riferimenti però verranno citati (e nel caso approfonditi) per capire meglio l’evoluzione fino ai tempi moderni dei pugnali a guerra.

Fin dalle sue origini, ancor prima degli egizi, costituiva l’arma degli assassini: veloce, occultabile e silenziosa. Il pugnale conservò la sua utilità fino al perfezionamento delle armi da fuoco (dalla colubrina ai moschetti ad avancarica). Va osservato che, oltre alle armi da fuoco, mutò completamente anche lo scenario bellico, il quale non prevedeva più il corpo a corpo puro e semplice, ma il combattimento all’arma bianca come atto conclusivo di lunghe salve di proiettili tra la fanteria e l’artiglieria. In quest’ottica nacque la baionetta.

Innestabile sulla canna terminale dei fucili, costituiva il prolungamento di quest’ultimo. Senza filo affilato ma dotata di tronco romboidale (divaricava le ferite) ed estremità a punta; il suo uso seguiva la “carica”, dove la prerogativa non era di combattere ma di sbaragliare “a mano” la fanteria rimanente con un attacco frontale diretto. La baionetta dominò sul campo di battaglia fino alla Prima Guerra Mondiale, l’evento che cambiò nuovamente e radicalmente tattiche, armi e la concezione di guerra stessa.

 

Dalla baionetta al pugnale, evoluzione del concetto di combattimento ravvicinato

 

Studiando la morfologia del campo di battaglia tra il ‘900 e il ‘920, compaiono numerosi aspetti tecnici rivoluzionari che , impiegati su larga scala, andarono a neutralizzarsi vicendevolmente, creando situazioni di stallo. In parole povere, le armi da fuoco saturarono il campo di battaglia e costrinsero i soldati ad una guerra di posizione di trincea. Applicando il concetto all’arma bianca, risulta impossibile per ogni fante gettarsi nella mischia e sperare di infilzare qualcuno a kilometri di distanza, sotto il fuoco falciante di tutte le bocche di fuoco del fronte. Nel caso fortuito che si fosse arrivati alla trincea nemica, la trincea (che aveva una geometria antibomba a zig-zag) non era abbastanza ampia per poter intraprendere combattimenti con un’arma lunga circa due metri e dieci (ma, come si sa, essendo stata una guerra condotta con vecchie mentalità tattiche, tutto ciò venne eseguito comunque, con ovvie conclusioni e fallimenti). Fu proprio questo il punto di partenza che guidò gli analisti militari a rispolverare il concetto di pugnale bellico.

 

L’arsenale americano

 

La baionetta 16, ritenuto dall’esercito americano antiquata, fu sostituito da un’arma di forma più convenzionale, tra un coltello e uno spadino. Ciò permise un secondo utilizzo, anche dopo lo smontaggio dello stesso dal fucile. Per certi versi, si può considerare ciò come il vero punto di nascita del concetto di arma da corpo a corpo americana: nel caso il fante avesse perso l’arma primaria o avesse dovuto ovviare a inceppamenti, dopo l’ordine di attacco (o durante l’avanzata in corso) avrebbe potuto separare la baionetta dal fucile e proseguire, con presa di mano in stile “a lama retrocessa” all’assalto. Piccola nota tecnica, all’epoca la fanteria aveva un addestramento sbrigativo e finalizzato all’apprendimento della tecnica generale; quindi le odierne tecniche a uso marziale impiegabili, durante la Prima Guerra Mondiale, si riducevano a due: presa retrocessa e sfondamento di linea con la baionetta innestata. Da tutto ciò nacque la M1905.

 

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Creata nel 1905 fino al 1945 circa, dai principali produttori armieri Springfield Armory, Rock Island Arsenal, American Fork & Hoe Oneida, Ltd. Pal Blade; creata per il fucile di fanteria Springfield M1903. La lama originaria era lunga 40,6 cm e 10,1 cm l’insieme di elsa e manico.

Il manico era costruito in legno ma con la sua evoluzione, la baionetta M1942, il legno fu sostituito da guancette in bakelite: questo per ridurre il costo di produzione, arrivato a cifre considerevoli durante la Seconda Guerra Mondiale. Nelle prime versioni (fino al 1918), le lame erano di metallo nudo al carbonio e tra il 1918 e il 1922 l’acciaio fu “parkerizzato”(trattamento anticorrosione al fosfato) e azzurato, con impugnature in noce nero. A tal proposito fu modificata l’anello nell’elsa per permettere la sua istallazione anche nei fucili M1 Garand. Sebbene, con l’avvento della M1905E1, la M1905 originaria passò in secondo piano, ritrovò una grande popolarità durante la Guerra del Pacifico contro i giapponesi: l’esercito nipponico infatti utilizzava la spada-baionetta Type 30 in abbinamento ai già lunghi fucili Arisaka, costringendo quindi gli americani ad una rinnovata guerra all’arma lunga. Lungo il tacco dell’impugnatura vi era incavata una guida di scorrimento e, tra l’elsa e la parte bassa del manico, vi era il pulsante di sblocco dalla canna del fucile.

La M1 rappresenta l’evoluzione principale della serie 1905; sviluppata per il combattimento in ambiente europeo, mantiene le caratteristiche dell’elsa e dell’impugnatura della M1942, ma presenta una lama accorciata (fortemente voluta dalle forze armate) da 25,4 cm. Caratterizzata da una lama a punta di lancia (spear point) a doppio filo, con lo scola sangue lungo la lunghezza del dorso centrale, l’acciaio presenta una brunitura antiriflesso.

Per la sua produzione, costellata da continue limitazioni al budget militare imposte della guerra, furono richiamate numerosi esemplari della baionetta M1905 per lavorazioni di accorciamento. Tali baionette presero il nome di M1905E1: la loro lavorazione comprendeva due tipi di lame, una simile alla M1 ma senza l’opacizzante antiriflesso e l’altra con il taglio di punta in stile Tanto, con lo scola sangue maggiorato e continuato aperto lungo tutta la sua lunghezza fino alla punta (eccezion fatta per il tronco di lama).

Per quanto riguarda il fodero, la prima versione (destinata alla M1905 originale) era costruito in legno foderato da una guaina in pelle marrone, con passa cintura in pelle. Il suo sostituto M1910, utilizzato dagli inglesi per il Lee-Enfield, possedeva una guaina in pelle verde e, al posto del passa cintura, un gancio per accoppiamento al cinturone. Nella Seconda Guerra Mondiale venne utilizzato il fodero M3, costituito da un astuccio in vetroresina e da una gola blocca lama in metallo; furono mantenuti i ganci per il cinturone. Generalmente veniva agganciato al cinturone nella 1’G.M. e attaccato allo zaino durante la 2’G.M.

Per quanto l’M1905 e l’M1 avessero costituito un notevole passo avanti per la fanteria di linea, il problema del corpo a corpo ravvicinato restava una lacuna tecnica e tattica costante; ma, con il perfezionamento delle unità definite commando, doveva evolversi anche il concetto di baionetta-spadino, per fare ciò si riscoprì un’arma medievale (adattata ai tempi moderni), nacque lo stiletto M1917.

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Utilizzato durante tutta la Prima Guerra Mondiale (fonti citano anche la 2’G.M., la Guerra di Corea e parte della Guerra in Vietnam come residuati bellici) e prodotto dalla Frary&Clark (L.F.&C.), fu la matrice dalla quale si sviluppò, successivamente, il Mark I da trincea. Essenzialmente si basa sulla baionetta inglese P1907 per il fucile Enfield; l’attacco dell’elsa non permise l’accoppiamento con i fucili dell’arsenale americano, pertanto l’elsa fu raccordata al fondello di chiusura dell’impugnatura, fondendosi in un blocco unico. Grazie all’aggiunta di “merletti” sul raccordo paramano e di un pomello contundente nel manico (necessario per l’assemblaggio di chiusura dell’arma), si rivelò una temibile arma corta, tanto da venire adottata non solo dall’esercito degli Stati Uniti, ma anche dagli incursori britannici, australiani e dagli alleati francesi.

La lama è uno stilo in acciaio al carbonio di sezione triangolare, privo di filo ma dotato di punta; la sua lunghezza si attesta sui 25,4 cm (35,5 cm complessivi con l’elsa e l’impugnatura) con brunitura antiriflesso. Il fodero è in pelle marrone borchiato con passa cintura.

L’M1917 passò però in secondo piano rispetto alla baionetta M1905: sebbene più corto, dotato di tirapugni e dalla spiccata vocazione “d’assalto”, l’assenza di filo costituiva una grave limitazione al suo utilizzo. Inoltre, sul piano tecnico, il raccordo/tirapugni costituì uno svantaggio e un vantaggio allo stesso tempo: l’utilità del tirapugni fu indiscutibile, ma l’impugnatura chiusa dovette fare i conti con la dotazione invernale del fante (in particolar modo i guanti, i quali ne rendevano difficile l’utilizzo) e con la difficoltà di diversificare le prese in ingaggio, costringendo l’operatore a combattere con la presa rovesciata (reverse grip) o con la presa classica militare (right grip).

La situazione cambiò con l’entrata in scena di un pugnale destinato a rimanere impresso nell’immaginario collettivo: il Mark I da trincea.

 

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Considerato da molti analisti come il pugnale simbolo del primo conflitto mondiale, deriva concettualmente dalle esperienze maturate dai soldati americani con la M1917, risolvendone gran parte dei difetti. Fu progettato dalla Hanry Disston&Sons di Philadelphia per conto della AEF (American Expedition Force), ex branchia di ricerca e sviluppo dell’U.S. Army. Approvata dai test condotti dall’AEF nel giugno 1918, ottenne (rispetto al predecessore da cui derivò) meriti considerevoli in merito a manutenzione, “usabilità” insieme ad altri oggetti/armi, rapidità d’impiego in azione, sicurezza del grip, facilità di trasporto in posizione distesa, seduta ed eretta, forma della lama e dell’impugnatura, bassa capacità di disarmo e per le dimensioni ben proporzionate.

Dopo la 1’G.M., gli ulteriori ordini per la sua produzione vennero cancellati e, sebbene blasonata, non poteva competere con le baionette e con i pugnali che entrarono in produzione (come spiegherò in seguito). L’unico difetto proprio di questo pugnale fu il costo, derivato non tanto dall’acciaio, ma dall’uso dell’ottone per la fabbricazione dell’elsa e del manico (certamente migliore del legno della M1917, ma indubbiamente antieconomico). Il difetto congenito invece, fu lo stesso del suo predecessore: la forma chiusa del tirapugni/elsa non consentiva l’esecuzione di più prese differenti in situazioni di combattimento; l’inserimento di anelli interdigitali maggiorò la capacità di controllo e impugnabilità, consentendo prese difficili in ogni condizione, pagando però la rinuncia all’uso dei guanti (impossibile quindi da usare nei periodi invernali, è l’ottone a contatto non aiutava). Ritrovò nuova giovinezza durante la 2’G.M. equipaggiando tutta la linea di fanteria americana (l’U.S. Army la sostituì successivamente con il modello M3) dei Ranger e dell’elite aviotrasportata , il Corpo dei Marines Raiders (i quali lo sostituirono con lo stiletto FairBairn-Sikes e con la Ka-Bar mk II) e i reparti scelti dell’esercito inglese (divenne l’arma simbolo delle unità commando e S.A.S.). Alla fine della 1’G.M., la maggior parte dei lotti americani furono comprati dall’esercito francese, questi pugnali sono tuttora distinguibili per l’immagine stampigliata di un leone rampante, del pomello di sfondamento quadrato e di scanalature nella parte superiore dell’impugnatura.

La lama segna la differenza primaria con il modello M1917: si trattava di una lama a daga con punta di lancia, doppio filo a nervatura centrale continua, lunga 17,1 cm(dal punto all’elsa). Il materiale usato era il classico acciaio al carbonio con finitura annerita antiriflesso attraverso l’ossidazione; la sua forma fu copiata dal pugnale francese Counteau Pugnale MLE 1916, noto come Le Vengeur.

L’insieme di elsa e impugnatura rese particolare ed estremamente resistente il pugnale: sviluppate in un unico blocco con lavorazione in fusione di bronzo con un annerimento chimico antiriflesso. Il pomello di sfondamento fungeva da dado blocca lama, ottimizzato per l’uso contundente nella classica presa militare. Il lungo “ponte” tirapugni che collegava l’elsa al pomello fu sostituito da quattro anelli raccordati in un blocco unico, aumentando di fatto la resistenza ai colpi diretti; inoltre, rispetto alla M1917, le merlettature furono sostituite da cuspidi piene in linea unica, posizionate sull’appice di ogni nocca: tale soluzione, oltre all’utilità di tirapugni, fungeva da impedimento, nel caso l’avversario avesse voluto afferrare/fermare la mano armata dell’operatore.

La guaina in pelle fu sostituita da un fodero metallico in fusione di bronzo, senza rivestimenti esterni, anch’essa annerita chimicamente.

 

La Seconda Guerra Mondiale: rivoluzione del concetto di arma bianca, usi e tattiche d’ingaggio.

 

La fine della 1’G.M. sancì la fine di un’era nell’uso delle lame. Gli scenari mutarono, i combattimenti non avvennero più dentro le trincee o in spazi aperti, bensì ovunque. Da questo periodo infatti le baionette persero notevolmente d’importanza, tanto da congiungersi sempre più con il “mondo” dei coltelli e delle lame corte (eccezion fatta per l’esercito nipponico). Da un lato, le esigenze della fanteria mutarono dal puro combattimento al concetto di sopravvivenza, dall’altro, il prosperare della guerra asimmetrica condotta dalle truppe d’elite costringeva i produttori a lame sempre più compatte e bilanciate. A oggi, tali considerazioni sembrerebbero ovvie e naturali, all’epoca però portarono ad un cambiamento radicale di tutto un settore bellico; lame promosse da semplici armi di backup a elementi attivi e imprescindibili per ogni combattente.

Il primo segno di cambiamento si ebbe dai numerosi tipi di pugnali/coltelli adottati dagli Stati Uniti: ogni corpo d’armata richiedeva infatti una lama con particolari proprietà dedicate, impossibile quindi proporre un modello unico che assolvesse a tutte le richieste. Ciò diede forte spinta alla ricerca bellica per l’arma bianca perfetta e portò il mondo delle lame belliche contemporanee al pari delle armi da fuoco in quanto ad importanza.

Per quanto riguarda il ruolo di puro combattimento, il pugnale più rappresentativo fu il FairBairn-Sikes Marine Raider.

 

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Le prime unità d’elite del Corpo dei Marines e dei Ranger dell’esercito richiedevano un pugnale tatticamente più specializzato del Mark I da trincea (utilizzato dalla fanteria). Il loro profilo di missione richiedeva solo in minima parte in fattore sopravvivenza, privilegiando notevolmente la capacità d’attacco, quindi azioni veloci di soppressione, assalto silenzioso, profilo di lama sottile e un’impugnatura che consenta capacità di presa multiple. Per avere tutto ciò fu creata una versione nazionale del coltello inglese FairBairn-Sikes F-S.

Quest’ultimo fu creato nel 1941 dalla Wilkinson Sword su disegno di William Ewart Fairbairn e Eric Anthony Sykes, utilizzato dai membri del S.A.S. e dalle truppe paracadutiste britanniche. Nella sua progettazione fu tenuto conto di due fattori, l’equilibrio e l’acume. L’impugnatura e l’elsa dovevano dare un buon grip e feeling alla mano e la lama non doveva essere pesante (rispettando un bilanciamento equo con l’impugnatura) e trascinare quindi le dita in basso, allentando di conseguenza la presa.

Il primo prototipo di presentava in acciaio al carbonio nichelato e con l’impugnatura in ottone diamantato zigrinato, il fodero fu costruito in pelle marrone con un elastico di ritenzione del pugnale; il tutto per eliminare quanto possibile il rumore derivato dall’estrazione/inserimento nel fodero del pugnale stesso. Con l’inizio della produzione in massa, e con il target d’impiego molto specializzato, si decise di mantenere i materiali inalterati ma di sostituire la finitura brunita al rivestimento nichelato. La lama era lunga 16,6 cm, a daga con doppio filo, profilo piatto, dorsatura centrale corrente lungo tutta la lunghezza della lama e il filo che arrivava fino all’elsa da ambo le parti. Il manico era lungo 11,8 cm.

Per dovere di cronaca, la scelta della brunitura fu molto discussa, soprattutto degli ingegneri Wilkinson Sword; riportando una frase (tradotta) divenuta celebre: "Credo che un coltello debba essere brillante e molto lucido, per la ragione che il 20% della lotta è persa, non timorando la mente della vittima con il riflesso che solo un coltello brillante sa dare. ".

Per la progettazione, fu scelta una lama piatta stilettata, ad alta perforazione, questo per permettere durante la stoccata di bypassare le costole della gabbia toracica. Oltre a questo, molta attenzione fu prestata al metodo di affilatura e al filo in generale, questo perché un’arteria lacerata tende a contrarsi naturalmente fermando l’emoraggia, un’arteria recisa di netto porterà il ferito all’incoscienza e alla morte rapida.

La versione americana si divise essenzialmente in tre modelli: il Marine Raider (da cui prese il nome e la notorietà), l’OSS e il V-42. Il Marine Raider fu adottato dal reparto d’elite del Corpo dei Marines (i Marine Raider per l’appunto), ricalcando il FairBairn-Sikes F-S; la differenza con quest’ultimo risiede nel manico, pressofuso direttamente nel codolo della lama. L’enorme richiesta di metalli strategici come l’acciaio costrinse l’utilizzo di una lega in zinco-alluminio; la scelta “a risparmio” del materiale si ritorse contro nel momento in cui si scoprì che, durante la guerra, la lega tendeva a lisciviare, lasciando la lama (allungata di 6,4 mm) e l’impugnatura estremamente fragile. Moltissimi soldati lamentarono di lame rotte con semplici stoccate di punta, else crepate dopo lavori di leva e fiorettature con conseguente corrosione precoce; per eliminare almeno l’ultimo problema si provò con la lubrificazione anti ionica a base di vasellina, cosa che rese impossibile l’utilizzo per il quale il pugnale fu creato. Fu sostituito definitivamente dalla Ka-bar mk II. Il fodero non fu esente da critiche, in quanto, sebbene uguale all’F-S, possedeva delle graffette in acciaio sulla bocca per evitare lo squarciamento del fodero stesso contro il filo della lama. Tali graffette però rigavano non poco la brunitura della lama e causavano percepibili sibili durante l’estrazione. L’OSS fu commissionato dall’Ufficio dei Servizi Strategici prodotto dalla Landers, Frary & Clark. Identico all’F-S ma accusato di essere mal temprato (utilizzo della lamiera a stampaggio) e sostituito nel 1944, in punto a favore rispetto alla famiglia Fairbairn-Sikes americana è l’utilizzo di un fodero con la bocca d’ingresso dotata di O-ring in gomma. Il V-42 fu un miglioramento sostanziale rispetto al resto della produzione americana: accorciato rispetto all’OSS (lunghezza della lama di 14 cm), era dotato di un pomolo “sfonda-cranio” e di una migliore capacità di penetrazione; grazie alla rivisitazione della lama, di stampo romboidale e non solamente piatta (ciò permise addirittura la perforazione degli elmetti in acciaio tedeschi). Il fodero possiede la punta con rinforzi in acciaio (obbligata dopo numerosi report di lesioni alle gambe) e un sistema d’ancoraggio ottimizzato per l’aggancio su cinture, cinturoni e all’interno di giacche e parka invernali.

La sua progettazione fu curata dal maggiore Orval J. Baldwin, il quale introdusse una nuova tecnica di presa e combattimento, la presa piatta con pollice sull’elsa e la lama in posizione orizzontale: rispetto alla classica presa a martello detta classica militare, consente un movimento di polso di 60 gradi a destra e a sinistra, e di 80 gradi in elevazione. Dai maestri d’armi è considerata come un’evoluzione progressiva della presa militare, perfetta per i fendenti e soprattutto per le stoccate violente, ma di utilizzo vincolato per i duelli all’arma bianca. Creata con specifiche destinate alle forze speciali, veniva legata alle ghette degli anfibi in posizione posteriore o a ¾ anteriore.

Il Marine Raider, l’OSS e il V-42 erano pugnali destinati puramente al combattimento, assolvevano appieno alle esigenze delle forze d’elite, ma erano inutilizzabili per il resto delle forze armate in quanto non rispondevano al requisito di utilità, ricercato e preferito dalle componenti imbarcate dell’U.S. Navy. Fu creato così l’USN mk I.11tn1aw.jpg

 

Di fatto, ai marinai imbarcati degli Stati Uniti non veniva richiesta una particolare dote nel corpo a corpo, era essenziale tuttavia la possibilità di difesa in caso di abbordaggi ma soprattutto l’uso di utensili che assolvessero ai lavori di routine senza particolari addestramenti. Fino al 1940 l’uso dei coltelli a bordo era fortemente limitato e i primi multiuso erano abbastanza limitati come funzionalità, urgeva quindi un coltello che avesse saputo coniugare l’esigenze del lavoro imbarcato ad una minima capacità combat. Fu progettato e prodotto tra il 1940 al 1945 dalla Colonial Knife co., sostituito successivamente dalla Ka-bar mk II con specifica Navy. Fu uno dei coltelli americani più prodotti durante in secondo conflitto mondiale; per un breve periodo entrò a far parte dell’equipaggiamento di sopravvivenza dei piloti della Marina. Nella scelta dei materiali, si dovette tenere conto dell’impiego gravoso al quale era destinato, infatti la combinazione di acqua salata e condizioni meteorologiche avverse rendevano fragile e ossidabile la pressoché totalità dei coltelli prodotti a quel tempo.

La lama era lunga 13 cm, al carbonio 1075 ma con accorgimenti (mutati nel tempo) per l’imitare l’azione della salsedine, quali parkerizzazione, annerimento chimico tramite ossidazione e zincatura. La forma era quella di un classico bowie da caccia, uncinata con falso filo (non sempre affilato) e dorsatura liscia; l’elsa si presentava in dischi ad anello in acciaio o alluminio. Il manico, lungo 13,9 cm, fu realizzato inizialmente in legno, successivamente fu sostituito dalla plastica con distanziali in fibra di vetro; sulle ultime versioni, fu costruito interamente in TENITE. Il tacco, collegato al codolo della lama, era fatto in acciaio, per consentirne l’uso come martello (nella brandeggiabilità, contribuiva enormemente al bilanciamento del peso della lama, consentendo una distribuzione equa del peso ed evitando spiacevoli affaticamenti al polso dell’operatore.

Il primo fodero fu prodotto il pelle, produzione che durò fino al 1945 anche con l’entrata in servizio delle fondine in vetroresina.

Ritornando all’U.S.Army, i pugnali Mark I da trincea avevano (come visto) numerosi difetti ed apparivano obsoleti. Il Fairbairn-Sikes in forza principalmente ai Marines aveva dimostrato quanto un pugnale specializzato costituisse talvolta un problema, sia dal punto di vista combattivo sia dell’utilità. Un altro problema da affrontare fu la sostituzione della gloriosa ma veneranda baionetta M1905E1 e M1; gli analisti dell’esercito decisero di provare ad accorpare tutte le migliori caratteristiche di ben tre armi bianche (scelta sostenuta anche sul piano economico), creando l’M3 e l’M4.

 

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La differenza sostanziale tra l’M3 e l’M4 sta nell’impugnatura e nella destinazione d’uso: la M3 ha la chiara vocazione di pugnale (avente quindi un tacco nell’impugnatura liscio e adatto a compiti di percussione, e l’elsa angolata per consentire la presa piatta con pollice sull’elsa); mentre la M4 era dotata di elsa con anello di aggancio alla canna del fucile e un tacco nel manico con un morsetto di tenuta.

Il progetto dell’M3 fu scelto come proposta vincente rispetto al progetto 1218C2 dell’U.S. Marines corps (più votato all’utility). La scelta fu dettata da caratteri economici, soprattutto per l’impiego dei metalli strategici come l’acciaio e da un costo di produzione più basso. Il target iniziale infatti furono i soldati sprovvisti di baionetta o pugnale, da questo ne derivò un uso prettamente bellico, considerando secondario se non nullo l’uso come utility (scelta che fu fatta dall’U.S. Army in controtendenza rispetto al resto dei corpi d’armata). Il “battesimo del fuoco” avvenne nel 1943 e si presento come arma d’ordinanza in dotazione ai Ranger e alle unità aviolanciate dell’esercito; idealmente avrebbe dovuto essere adottato anche dalle unità d’artiglieria per i combattimenti corpo a corpo ma non ricevette il plauso dal personale combattente. Il più grande difetto di questo pugnale fu la progettazione troppo indirizzata al risparmio di materiale: per fare ciò infatti si decise di ridurre la lama al minimo, sia come spessore sia come larghezza; questo comportò l’aumento esponenziale di rapporti dal fronte, nei quali venivano presentate costanti rotture alle lame e l’inutilità del pugnale in questione nell’uso comune. Furono frequenti le “corse agli arsenali” per l’utilizzo delle venerande Mk I da trincea (quelle rimaste) nell’apertura delle casse di munizioni e rifornimenti e opere di sminamento. Molti fanti lamentarono direttamente la forma della lama, avente un controfilo molto pronunciato e affilato per solo una parte della sua lunghezza, ottimo per azioni di penetrazione ma molto limitato in fendenti contrari o a lama rovesciata. Ciò nonostante fu scelto come successore ufficiale dell’OSS.

Il passaggio a baionetta (M4) fu inevitabile e consecutivo, visto il costo di produzione della baionetta M1905. Come citato in precedenza bastò la sostituzione dell’elsa e del tacco, adattandoli alla carabina M1 o al fucile automatico Browning BAR. Sia la produzione dell’M3 che dell’M4 terminarono nel 1944, registrando il più breve periodo di produzione tra le armi bianche di tutto l’arsenale americano. Fu comunque la matrice per tutti i successivi pugnali in dotazione all’U.S.Army quali l’M5,l’M6 e l’M7. I produttori della M3 e della M4 furono l’Utica Posate Co., Robertson Posate Co., PAN Blade&Tool Co., Kinfolks Inc., Imperial Knife Co., WR Caso&Son, Camillus Posate Co., H.Boker&Co.

Entrambe le lame sono in acciaio al carbonio parkerizzato o brunito (a seconda dei produttori). La forma è a daga con punta di lancia, controfilo affilato lungo metà della dorsatura; la dorsatura prosegue da dal tallone pronunciato con una nervatura centrale fino alla punta, lunghezza complessiva 17,14 cm. L’impugnatura era composta da rondelle di pelle lavorate al tornio, rivettate al codolo di lama, poi rivestite e lucidate. Il tacco di chiusura è costituito da un tappo a fondo piatto in acciaio brunito/parkerizzato, con un perno di fermo lungo la curvatura.

La prima fondina M6 fu in pelle rivettata con passa cintura per le cinture M1910, con uno schermo metallico in punta per evitare il ferimento di chi lo indossò. Con un elastico di ritenzione laterale, fu ampliamente usata con i gambali dalle unità paracadutiste. Successivamente fu creato un fodero in vetroresina verde oliva con l’anima di tenuta in acciaio, questo modello fu nominato M8 e fu il fodero rigido più diffuso per tutta la produzione della serie M, fino alla M7.

Guardando la situazione degli altri corpi d’armata, un’altra rivoluzione che arrivò fino ai campi di battaglia fu dunque l’uso utility di un coltello, ma che, all’occorrenza, sarebbe diventato un ottimo pugnale bellico. Il precursore di tali concetti fu il soldato-pioniere James Bowie, al quale andarono i meriti di aver creato lame votate alla sopravvivenza, nonché dalla spiccata vocazione per la caccia. Inoltre intraprese meritevoli studi sulle tecniche di combattimento corpo a corpo, studi che vennero applicati durante gli addestramenti nelle basi militari.

La sfida fu raccolta dalla Ka-Bar Knife Inc., branchia specializzata della ex Union Posate Inc. nella produzione di dotazioni da caccia e sopravvivenza. Essi produssero un coltello/pugnale destinato a diventare un cult dalla sua creazione nel 1943, la cui produzione dura tuttora (2015), diventando di fatto il coltello militare più prodotto della storia mondiale. Fornì (e continua a fornire) i concetti basici e il metro di paragone per tutte le nuove lame sia americane che internazionali.

 

Pugnale e coltello utility: la rivoluzione Ka-bar mk II

 

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(nell’immagine è ritratta una ka-bar mk II realizzata nel 2012 per il Corpo dei Marines, sebbene cambino le composizioni dell’acciaio e i materiali del fodero, la forma e la sostanza rimangono inalterate sin dalla sua comparsa nel 1943)

Derivò dal prototipo Knife Combat 1912C2 (come accennato in precedenza, fu quello scartato dall’U.S.Army in favore della M3) e fu fortemente voluto sia dal Corpo dei Marines sia dagli equipaggi dell’U.S.Navy. dopo l’esperienza acquisita con l’uso della Mk I da trincea e il Marine Raider, fu chiaro che la capacità prettamente combat non costituì veramente un vantaggio per il fante di prima linea, tantomeno per le retrovie (cosa che invece, per l’esercito, costituì il requisito essenziale). I primi ad adottare il prototipo come arma d’ordinanza furono i Marines nel 1942; con l’arrivo del modello ufficiale fu adottato anche dai Marine Raider, dalle truppe d’avanscoperta, dalle unità imbarcate e da tutto il personale (imbarcato e di terra) dell’U.S.Navy; fu utilizzato anche dai piloti nel kit di sopravvivenza e fu distribuito, non ufficialmente, anche a parte delle truppe dell’esercito in sostituzione delle M3. Dimostrò fin da subito la sua versatilità, sia nelle operazioni in mare che in terra ferma in ogni ambito; la versione destinata alla marina fu dotata di manico modificato per resistere alla corrosione della salsedine e prese in nome di specifica Navy. Dopo il 1944 fu distribuito a tutto l’organico dei Marines e a tutti i gradi di comando, comprese le reclute, alle quali venivano dedicate intense sessioni di addestramento sulle tecniche di lotta con l’arma bianca corta. Prese ufficialmente il nome di Mk II e, nel caso dei Navy, fu designato USN Mk II. Nel dopoguerra fu anche la dotazione (non riconosciuta, per via dell’eterna rivalità tra forze armate) ausiliaria dell’U.S.Army. Venne utilizzato durante la 2’G.M., la Guerra di Korea, la Guerra in Vietnam, Invasione di Grenada, durante l’Operazione “Giusta Causa”, nella Guerra del Golfo, nella Guerra in Afghanistan e nella Guerra in Iraq; è presente tuttora nella dotazione “a scelta” di tutta la fanteria americana e del JSOC.

I produttori e i subappaltatori furono principalmente la l’Union Posate Co. Attraverso la Ka-Bar Knife Inc., la Camillus Posate Co. Con 1 milione di esemplari fabbricati, Robertson Posate Co., PAL Posate Co., Tidioute Posate Co. (successivamente sciolta, l’attività fu rilevata da Wallace R. Brown, che la ribattezzò la società dell'Unione Razor Co.). nel dopoguerra, la produzione proseguì con l’Utica Posate Co., Conetta Posate Co., Weske Posate Co. e Ontario Knives Co. La popolarità, anche in ambito civile, portò al nome comune il principale produttore ed ideatore, identificando semplicemente la Mk II con il nome ufficialmente riconosciuto di KA-BAR®.

La lama originaria era composta d’acciaio al carbonio 1095, con brunitura anticorrosione in tutte le parti metalliche; lunghezza 18 cm. La forma fu un’uncinata Bowie, con la sezione del tallone che si fonde con la dorsatura superiore lungo la palma di lama, e si restringe come nervatura nella sezione di punta (e ciò garantisce molta resistenza sia in stoccata che in taglio verticale). Il controfilo è affilabile opzionalmente e, sotto la dorsatura, presenta uno scola sangue di grandi dimensioni. Il codolo presenta una forma cilindrica e viene bloccato, tramite perno, dal tacco del manico. Nelle versioni più recenti, a partire dal 2012 a seguito di nuove ordinazioni, viene utilizzato l’acciaio al carbonio-cromo-vanadio, dove il cromo aumenta sensibilmente la resistenza alla corrosione e il vanadio permette una tenuta di filo oltre i parametri dei semplici acciai al carbonio; di fatto la resistenza testata arriva ai 56-58 HRC. Oltre al semplice strato di brunitura anticorrosione, vengono spruzzate più mani di vernice opaca antiriflesso. Durante la produzione (e grazie alla semplice sostituzione del gruppo lama-codolo) vennero progettate più tipi di lame, in base ai vari contesti operativi: la variante più diffusa comprende una parte seghettata lunga da 3 a 5 cm lungo il filo tagliente con specifica tranciafili e trancia cavi; un’altra variante mantiene il filo lineare, ma comprende un seghetto integrato nella dorsatura e, in particolari casi, anche lungo il controfilo per metà della sua lunghezza. Una variante con lama a punto occidentale Tanto fu sviluppata dalla Ka-Bar a scopo sperimentale. La versione Navy ebbe uno sviluppo indipendente rispetto alle migliorie della versione originaria: si sostituì la lama al carbonio con lame in acciaio inox, rivestite con anticorrosione e opacizzante, la scelta di diminuire la resistenza meccanica fu però compensata da una triplicata resistenza alla corrosione, essenziale in ambiente marino. Le ultime produzioni per la versione Navy furono aggiornate con le lame al carbonio-cromo-vanadio, ma le Mk II furono presto rimpiazzate dalla Ontario Mk III mod 0.

L’elsa si presenta uguale sia per la versione standard che in quella Navy, in acciaio 1095 con brunitura anticorrosione e opacizzante antiriflesso, costituita da una placca verticale ad inserimento nel codolo. Stesso acciaio e trattamento anche per il tacco, con profilo arrotondato nell’impugnatura e piatto sul fondo, per consentire l’uso a percussione come strumento da lavoro, o contundente in situazione combat. L’impugnatura, lunga 12,16 cm, nella versione standard, era costruita in rondelle di pelle lavorate al tornio e ancorate tramite perno al codolo, rivestite e lucidate. Dopo numerosi rapporti da parte dei marinai imbarcati, fu deciso l’utilizzo per la versione Navy di rondelle in plastica, mantenendo uguale l’assemblaggio e la lavorazione. A partire dal 2012, tutte le impugnature vengono forgiate con l’uso di tecnopolimeri quali il G10, l’ABS e resine termoplastiche.

Il fodero originale era in pelle marrone trattata, con borchiatura di tenuta e distanziatori in legno; si allacciava al cinturone (o alla cintura nel caso dei marinai) attraverso un passante tra la bocca del fodero e la cinghietta reggi manico. Per i marinai il fodero rappresentò il vero problema, a causa della pelle che si consumava in modo anomalo dopo l’esposizione all’acqua salata. Nelle versioni recenti, il fodero in pelle ha ceduto il posto a foderi tattici completamente in vetroresina o in ABS rinforzato, con passa cintura nella medesima posizione in cordatura nilon e attacco M.O.L.L.E. per l’ancoraggio modulare nei corpetti tattici; dispone inoltre, da entrambe le parti, due coppie di passanti per elastici, nel caso si opti per l’ancoraggio come gambale.

 

La dinastia M dell’U.S.Army

 

Mentre l’U.S. Navy, l’U.S. Air Force, il corpo dei Marines e le neonate forze speciali di tutti i corpi d’armata americani indirizzarono la tecnica bellica lungo il rapido e progressivo abbandono del concetto di baionetta (favorendo in modo esponenziale la versatilità d’uso e il concetto di pugnale stesso), l’U.S. Army dovette gestire al “caos” di armi bianche in seno al proprio arsenale. Alla fine della 2’ G.M. dovettero essere radiate le vecchie M1917 (cosa che accadde molto lentamente), sostituite sia le M1 che le M1905E1, cedere le M1905 primo modello e migliorare la tanto criticata baionetta-pugnale M4 e M3; senza contare che per molto tempo vennero ancora distribuite le Mk I da trincea. Il risultato di questo vario assortimento si avvertì durante la Guerra di Corea, con il visibile mal assortimento tra le file di prima linea. Gli analisti decisero quindi di eliminare tutta la serie M1905, M1905E1, M1, Mk I e M1917 in favore di quella che sarà l’evoluzione della serie M3-M4: l’M5 e l’M6.

 

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Entrambi furono prodotti dal 1953 al 1960. Entrambe erano classificate come baionette, ma la loro linea d’utilizzo intersecò con il concetto di pugnale, nello specifico, con le lame corte da combattimento puro. La differenza tra la M5 e la M6 fu che la prima fu disegnata per operare con il fucile M1 Garand mentre la seconda era accoppiabile con il fucile l’M14; questo ridusse le baionette-pugnali a soli due modelli, semplificando anche la gestione dei pugnali. Nella sua progettazione si diede molta attenzione al montaggio e allo smontaggio dalla piattaforma di fuoco: si registrò infatti che le operazioni di smontaggio e (particolarmente) quelle di montaggio, richiedevano tempo e una certa perizia nelle operazioni, non sempre possibili durante le situazioni d’ingaggio. La situazione peggiora in presenza di climi estremi come quello artico, dove l’uso dei guanti crea un impedimento anche per le semplici operazioni di routine. Le ditte incaricate alla produzione furono l’Aero Posate, Jones&Dickinson Tool, l’Imperial Knife, Utica Posate e la Columbus Milpar&Mfg.

La lama fu in acciaio al carbonio lunga 17,14 cm, con la forma a daga, filo continuo e controfilo affilato per metà della sua lunghezza. Il tallone si presentò non affilato e mantenne la medesima sezione fino a metà della sua lunghezza, proseguendo come nervatura centrale nella sezione di punta (M5A1) mentre fu assente nella M5 standard. Tutte le parti acciaiose vennero trattate tramite parkerizzazione, la quale gli conferì il colorito grigio scuro.

La vera novità fu il manico, lungo 12 cm, ma soprattutto il meccanismo di rilascio. L’elsa, dello stesso materiale della lama, si diversificò in base ai modelli e quindi in base ai fucili, nel manico invece furono tolte le rondelle in pelle in entrambe le versioni a favole di un manico in materiale plastico stampato a guancette e rivettato al codolo della lama, per agevolare il grip furono stampate zigrinature in entrambi i lati. Il meccanismo di sblocco costituisce il cuore della M5 e della M6: costituito da un pulsante di grandi dimensioni, con azionamento a leva a gomito (tramite molla di ritorno) sul perno di bloccaggio, posizionato sotto la presa di gas del fucile. Mentre nella M5 la molla di recupero è perpendicolare al pulsante, nella M5A1 è disposta a 45 gradi d’inclinazione rispetto al tasto.

Il fodero rimase l’M8 destinato alla baionetta M3 per entrambe le versioni, con anima ferma lama in acciaio, un rivestimento a guaina in vetroresina verde oliva, passante unico per la cintura e cinghietta reggi-manico in canapa. Fu successivamente rimpiazzato dal fodero M8A1, la quale mantiene tutte le caratteristiche dell’M8 ma con una clip in metallo per l’inserimento nei cinturoni M1910. Ad oggi, nel 2015, l’M5 viene tuttora utilizzata con scopi di rappresentanza durante le cerimonie, insieme all’M1 Garand.

La vita operativa non durò a lungo in quanto non venne fatto nulla per risolvere i problemi progettuali delle vecchie M3 e M4 e, dopo il 1960, vennero entrambe sostituite dal modello unico, l’M7.

 

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L’entrata in servizio degli innovativi fucili d’assalto Armalite M16, sia la baionetta M5 che l’M6 risultarono incompatibili con l’attacco del nuovo sistema d’arma. Si rese necessaria quindi una riprogettazione del meccanismo di blocco/sblocco nell’impugnatura. L’entrata in servizio della nuova M7 avvenne nel 1964 e fu sperimentata direttamente durante la Guerra in Vietnam. Pur essendo stato sviluppato dall’U.S. Army, essa era associata al fucile M16 e fu quindi distribuita a tutte le forze armate, compreso il servizio di sicurezza aeroportuale dell’U.S. Air Force. Sul piano internazionale riscosse numerosi riconoscimenti, tanto da venire incorporata in piattaforme d’arma diverse da quella originale, per esempio nei fucili IMI Galil israeliani, negli Steyr AUG austriaci e nei Beretta italiani (in generale, tutti i fucili d’assalto dei paesi membri della NATO potevano essere integrati alla M7). I marchi incaricati per la produzione furono la Bauer Ord Co., la stessa Colt (produttrice dell’M16), l’Ontario Knife, la tedesca Eickhorn, la Columbus milpar&mfg, Conetta mfg, Frazier mfg, General Posate e l’Imperial Knife. Le principali nazioni produttrici (in licenza) della M7 fu Canada, Germania Occidentale, Filippine, Singapore, Israele e Corea del Sud.

Della baionetta rimasero i problemi congeniti appartenenti a tutta la famiglia “M”, sin dalla M3, questo fu uno dei motivi che spinsero l’U.S. Army ad abbandonare definitivamente il concetto di pugnale-baionetta puro.

Le caratteristiche della lama rimasero inalterate rispetto alla serie precedente. Come accennato fu il manico ad essere ripensato: innanzitutto l’occhiello dell’elsa fu ingrandito e fu eliminato tutto l’apparato di sblocco (pulsante, molla e camme) a favore di un codolo pieno e di nuove guancette piene, anch’esse in materiale plastico e assemblate tramite due viti con dadi autobloccanti. Il tacco dell’impugnatura comprese un sistema “a pinza” d’ancoraggio, sostituendo il perno di fermo; questa scelta aumentò decisamente la resistenza dell’impugnatura e, oltre a diminuirne la manutenzione, consentì la presa su una “crocera” posizionata sotto il delta di mira dell’M16.

La baionetta M7 fu l’ultima baionetta in seno all’arsenale americano ad utilizzare il fodero M8A1 (precedentemente descritto).

Il cambiamento di tendenza dell’U.S. Army

Sebbene l’esercito risolse numerosi problemi con l’adozione della singola M7, fu di fatto l’unico corpo a risultare “ritardatario” nello sviluppo di una vera e propria baionetta-pugnale che potesse essere usata efficacemente come strumento utility (quest’ultima prerogativa fu considerata secondaria dagli stessi analisti dell’U.S. Army). L’orgoglio d’armata (e tutte le scelte tecniche che ne conseguirono) fu gravemente compromesso dopo che i Marines continuarono a utilizzare e trasportare i pugnali Ka-Bar Mk II insieme alla M7 (usando quest’ultima il meno possibile), l’U.S. Navy tenne la baionetta negli arsenali, l’U.S. Air Force non la usò e continuò a dotare i piloti di Mk II Navy o con le vecchie USN Mk I. gli stessi soldati dell’esercito non solo lamentarono gli stessi difetti riscontrati nella M5 e M6, ma si dotarono (attraverso “canali” di fornitura non ufficiali e contro il volere dei superiori) delle stesse Ka-Bar in forze ai Marines (aggiungendo discredito alla dispendiosa ricerca bellica dell’esercito). Fu per tali motivi che, ventidue anni dopo, venne creata ciò che tuttora (2015) viene prodotta e considerata la “rivale” della Mk II, rappresenta una delle basi per la creazione delle baionette utility moderne: la M9.

 

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La baionetta M9 fu progettata nel 1985 ed entrò in servizio nel 1986 in tutte le forze armate aventi in dotazione i fucili d’assalto Colt M16A2, M16A3 e M4, successivamente anche per i Colt/FN M4A1, M16A4, Scar-L, Scar-H, HK416 e HK417. Il suo progettista fu Charles A. Finn per conto della Qual-A-Tec, prodotta successivamente dall’Ontario, Phrobis, LanCay e Buck Knives. L’idea di base fu la creazione di una baionetta dalla pura capacità utility, pur tenendo fede al suo ruolo di baionetta. Per assolvere a questo compito fu presa forte ispirazione dalla baionetta russa destinata agli Avtomat Kalashnikova AKM, più precisamente la baionetta-pugnale AKM 59/2, scelta che risultò geniale dal punto di vista tecnico ma pesantemente criticata in patria dai sostenitori del “made in U.S.A.”. Le critiche non si risparmiarono nemmeno sul campo: avendo una “foglia” di lama più larga e, di conseguenza, più fine della vecchia M7, vennero riportati casi di rotture durante i normali lavori di utility come per esempio le azioni di leva o torsioni (il problema fu risolto pochi anni dopo con l’adozione di lame con il 20% di spessore maggiorato rispetto all’M7, causandone un lieve sbilanciamento anteriore) . A discapito dei detrattori, divenne il pugnale-baionetta tra i più diffusi al mondo e segnò nuovi standard per la realizzazione dei futuri coltelli “generazione 2000”. Viene prodotta su licenza tutt’oggi e ora (2015) resta tra la dotazione ufficiale dell’organico militare americano. Il pugnale-baionetta M9 ricevette il battesimo del fuoco durante l’Invasione di Panama, fu utilizzato anche durante la Prima Guerra del Golfo, la Guerra in Iraq e durante la Guerra in Afghanistan. Venne prodotta come arma d’ordinanza anche in altri paesi quali l’Australia, Abu Dhabi, Canada (sotto licenza dalla Diemaco) e come coltello da campo per il Jieitai giapponese.

La lama è lunga 17,78 cm ed è costituita in acciaio al carbonio con trattamento parkerizzato (con fosfato color verde oliva per le produzioni Ontario Knives). La forma è una classica uncinata Bowie ma con specifici accorgimenti funzionale, che la resero avveniristica al momento della sua creazione: sul dorso detta lama vi è un segetto taglia corde e, per due centimetri nel falso filo, vi è un taglio a “trancino”, soluzione copiata dalla russa AKM 59/2. Questa soluzione, unita al foro presente nella lama, permette l’accoppiamento “a forbice” con un pignone istallato nel fodero; quest’ultimo dotato di incavatura e di una piccola lama al carbonio dello stesso tipo della M9. Ciò permette l’uso del gruppo coltello-fodero come una cesoia tranciafili (garantendo anche una discreta protezione elettrica) e rendendo di fatto il fodero una componente attiva dell’equipaggiamento del fante. Altra novità per l’U.S. Army fu l’introduzione di uno scola sangue nel palmo di lama. La rigidità gli è conferita anche dal generoso tallone di lama (in rapporto alla lunghezza della stessa) che prosegue come dorsatura per tutta la parte superiore fino alla punta.

Il codolo di lama, il tacco con il sistema di bloccaggio a pinzette e l’elsa ricalcarono il modello M7 ma fu studiato un nuovo grip nell’impugnatura (lunga 12,7cm), con l’abbandono delle guancette avvitate in favore di una colatura di materiale plastico in corpo unico, inserito dal codolo e tenuto fermo dal tacco. Dopo il 2000 la plastica fu sostituita dal G10, con possibilità di colore nero o verde oliva. Il fodero M10 è creato tuttora da un’astuccio in vetroresina con anima blocca-coltello in acciaio. In punta vi è fissato il meccanismo “a trancino”, svitabile e intercambiabile in caso di danneggiamento. Le farti in nilon comprendo il passante cintura e una tasca esterna, ove vi trovano posto gli strumenti essenziali di sopravvivenza quali fiammiferi, ami con filo, uno specchietto, stoppini di cotone, un accendino, bussola per lettura carte e un ago con filo. Con l’abbandono del sistema di trasporto dell’equipaggiamento individuale A.L.I.C.E. in favore del modulare M.O.L.L.E., venne inserita una clip di sgancio rapido in plastica ABS nel passa cintura e una “bretella” a bottone rapido nel retro del fodero (compatibile con i passanti M.O.L.L.E. pe i corpetti tattici NATO). Sempre nel retro vi è incollata una pietra affilatrice per lo svolgimento dei normali lavori di affilatura.

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Fu creata una versione specializzata chiamata M11

 

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Progettata e costruita per esplicita richiesta di tutti i corpi EOD americani, possiede una vera e propria sega sul dorso della lama per il taglio multi materiale, uno scola sangue maggiorato (avente anche la funzione di alleggerimento della lama) e un tacco rinforzato per funzioni di martello. L’impugnatura è in G10 e il fodero rimane lo stesso della M9.

Ci sono pugnali che, come il Marine Raider, segnarono la storia americana. Non è raro quindi che numerosi progettisti rispolverino vecchi disegni di lame e le ripropongano (opportunamente modificate) sul mercato bellico, ottenendo un buon successo. Fu il caso del Gerber Mk II, venduto ai singoli reparti come pugnale after market o comunque come dotazione aggiuntiva non ufficiale.34yu3nq.jpg

 

Il Gerber Mk II venne commercializzato dal 1967 fino al 2000, per poi essere ripreso dal 2008. Fu disegnato dal veterano dell’U.S. Army, il capitano Bud Holzman e prodotto dalla Gerber Legendary Blades. Per la sua realizzazione si rispose a due quesiti riportati durante una profonda analisi del pugnale della FairBairn-Sikes:

Può una daga stiletto, progettata per la mera offesa, acquisire una minima capacità utility? Si può riportare il concetto della Fairbairn-Sikes nei moderni teatri bellici?

Per fare ciò venne aggiornata la lama, con una forma a daga ma con chiare ispirazioni al gladio degli antichi romani: la sezione di punta è può grossa rispetto al tronco della lama. In omaggio alla ricercata dote utility fu inserita una seghettatura ambo i fili della lama nella sezione centrale. Come accennato si presenta come doppio filo con la nervatura centrale lungo tutta la lunghezza della lama, da 16,5 cm di lunghezza. L’acciaio al carbonio era rivestito da una brunitura chimica e, dal 2008, da una teflonatura e verniciatura multistrato.

La caratteristica che lo diversifica dal Fairbairn-Sikes originale fu l’inclinazione longitudinale della lama rispetto al manico di cinque gradi. Tale soluzione destò molto scalpore e, durante la sua presentazione nel 1970 alle forze armate, fu rifiutato in quanto considerato “poco ortodosso”; inoltre vi era già in studio la progettazione della baionetta-pugnale M9, molto più efficiente sia dal punto di vista utility che in quello combat. L’idea di inclinare la lama rispetto all’elsa e l’impugnatura (in materiale termoplastico) fu dettata dalla presa “a fioretto” (per cui era studiato) e dalla velocità di estrazione/rinfodero del pugnale. Il Gerber Mk II trovò buon mercato nel settore civile, declassificato però a coltello utility a filo singolo e con lama accorciata a 12 cm.

Tornando ai pugnali d’ordinanza, l’U.S. Navy avanzò alla fine degli anni ’70 i requisiti necessari per la sostituzione dei pugnali Ka-Bar USN Mk II. Sebbene furono considerati ottimi pugnali utility, le lame dei lotti prodotti e matricolati cominciarono a dare i segni di cedimento e usura per via della salsedine. Inoltre, con l’uso sempre più massivo delle forze speciali, la Ka-Bar si dimostrò poco efficiente in ambiente subacqueo (le lame al carbonio si usurarono troppo velocemente e all’epoca gli innovativi acciai inox non ebbero performance tali da garantire lunghe resistenze in immersione). La risposta dell’Ontario fu la USN Mk III mod 0.

 

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Entrò ufficialmente in servizio nel 1980 e viene impiegato tuttora; venne distribuito a tutti i reparti imbarcati della marina, successivamente entrò a far parte dell’arsenale dei Navy Seal. Nella progettazione della lama (lunga 15 cm) si utilizzò come base la baionetta russa AKM 59/2 ricalcandone il tronco e la sezione centrale della lama, la sezione di punta prese d’esempio la vecchia Ka-Bar Mk II. Così come la baionetta russa, la sezione del tronco è mantenuta quasi fino alla punta (il margine della sfaccettatura di taglio è irrobustita da una piccola nervatura). Il filo presenta una lieve curvatura circa a metà della sua lunghezza; nella parte superiore vi è un seghetto taglia corde, progettato con denti regolari a passo stretto per garantire il taglio delle cime nautiche e delle cinghie in nilon. A differenza della M9, la sezione dedicata al trancino non presenta affilature (non essendo stata ritenuta una funzione essenziale, fu eliminato sia il foro sulla lama che il dispositivo di taglio sul fodero), ma il controfilo presenta un’affilatura uguale a quella del filo sin dalla fabbrica, eccezione in confronto con le altre pari classe. La particolarità che lo rese popolare fu l’utilizzo dell’acciaio inox 440A, molto più economico dell’acciaio al carbonio e decisamente più resistente alla corrosione delle vecchie leghe inox, il che lo rese adatto alla produzione in massa (pagando in rigidezza, registrando valori da 49 a 54 HRC, 2 punti in meno della Ka-Bar). La lama è brunita tramite ossido e verniciata con vernice opaca protettiva, per mantenere ai massimi livelli la resistenza anche in immersione. Dopo numerose lamentele sulla fragilità della punta, nel 1990 furono apportate delle modifiche sullo spessore nella parte più rastremata.

L’elsa è composta da placca piatta in acciaio inox, così come il pomolo nell’impugnatura, dotato di fondo piatto rinforzato per compiti di percussione pesante e un foro passante, per consentire il fissaggio di paracord®. L’impugnatura in ABS (e successivamente in G10), lunga 12,3 cm, fu studiata per l’impiego subacqueo: con sensibili zigrinature lungo tutta la superficie centrale, rigonfiamenti ai lati e sul palmo centrale, il modo da riempire la mano dell’operatore senza causare pericolosi “giochi” di brandeggio. L’accoppiata tra codolo di lama, pomello e impugnatura è garantita da una vite con dado ad incastro. Piccola nota, in entrambi i fianchi dell’impugnatura vi è stampata in rilievo la scritta USN al posto di OKC, tipica dei prodotti Ontario.

Il fodero è progettato prettamente per le operazioni in mare, infatti comprende un’anima reggi pugnale in ottone. La guaina di copertura è in plastica ABS con un foro di scolo in punta. Possiede dei passanti sul retro per il fissaggio come gambale (nelle dotazioni sub) e un passa cintura con cinghietta reggi manico in nilon. Particolare plauso va attribuito all’anima in ottone: grazie al sistema di ritenzione a molla, il pugnale rimane nel fodero anche con forti sollecitazioni dovute al nuoto, caratteristica particolarmente apprezzata dagli incursori; infatti molto spesso la cinghietta reggi manico viene utilizzata per trattenere le CHEM-Lite o Fumogeni di segnalazione e illuminazione. Dato il suo successo in tra i Navy, riscosse molto successo anche nel mercato civile come pugnale da sub; nel mercato estero divenne parte dell’equipaggiamento standard del Counter Terrorism Response Unit della Hong Kong Police Force.

 

Il 21’ secolo: le nuove generazioni di armi bianche

 

Dal 2000, lo scenario dell’arma bianca mutò sensibilmente, confrontandolo con i modelli già visti in precedenza. I cambiamenti riguardarono in primis gli acciai e la geometria della lame, successivamente dei manici e dell’avvento dei “chiudibili” (o folder knife) nei teatri bellici. Andrò con ordine.

Finora, per quanto concerne la forma della lama, ci fu il balzo progettuale dallo stiletto/daga al Bowie, mutando di fatto i requisiti richiesti da un pugnale o baionetta (ricordo, da mero strumento d’uccisione a utensile di supporto, ma con spiccata dote di combattimento). Con l’arrivo del 21’ secolo la funzione combattiva venne meno, anche a causa delle avanzate tecnologie utilizzate nelle armi da fuoco, le quali divennero decisamente più affidabili rispetto alle precedenti generazioni. Mentre la baionetta (M9) rimase costantemente in dotazione a tutte le forze armate, i pugnali divennero opzionali e rientrarono nell’equipaggiamento solamente a discrezione del fante. Questa scelta, condivisa da quasi tutti i corpi d’armata, era mirata principalmente al risparmio di dollari (ingenti furono infatti i tagli alla Difesa) e dallo sviluppo dei nuovi sistemi d’arma. Ciò permise di considerare perfino la baionetta stessa come un oggetto anacronistico nel progetto multi nazionale “Soldato Futuro”.

Per le coltellerie (e per i fanti al fronte), l’uso di un coltello divenne puramente utility, capace insomma di svolgere i lavori di routine del soldato, senza avere nessuna particolare dote bellica. Fu così che i coltelli multi-tool presero piede e vennero ampiamente distribuiti. Ciò che non venne considerato fu “il caso estremo” in cui il fante avrebbe dovuto operare, ossia dietro le linee nemiche. L’enorme sviluppo delle forze speciali (soprattutto dopo l’11 settembre 2001) richiese nuovamente pugnali che garantissero una percentuale di sopravvivenza, sia dal punto dell’utilità sia dal punto del combattimento. Fu da qui che nacquero i coltelli-pugnali di nuova generazione.

Le forme delle lame presero in prestito il disegno dell’antica spada corta giapponese: la Tanto; con dei rimaneggiamenti studiati per l’applicazione in un pugnale o in un coltello (divennero con il tempo la stessa cosa). La forma della punta prese il nome di Tanto americana, e si pose in diretta concorrenza con le classiche uncinate finora utilizzate. L’acciaio che divenne padrone del mercato diventò l’inox 440A e successivamente il 440C, il quale garantisce una tenuta meccanica paragonabile all’acciaio al carbonio ma limitandone enormemente la corrosione. Caratterizzate da un grande costo produttivo, dal 2010 cominciarono a diffondersi leghe fortificate rispetto all’acciaio inox, come gli acciai al cromo-vanadio-cobalto e similari, molto più resistenti dell’acciaio al carbonio e molto meno ossidabili degli inox.

Le impugnature standard divennero in ABS rinforzato e in G10, ultimamente viene privilegiata la lega plastica Kraton®, di cui solo poche coltellerie detengono brevetti e possibilità di realizzazione. A porre concorrenza ai normali manici, entrarono in scena le impugnature Paracord®: sostanzialmente non sono impugnature, in quanto lo chassis è costituito dal codolo nudo della lama e dal tacco posteriore. Il Paracord® è la cordatura il nilon con cui vengono fabbricati i tiranti dei paracaduti, leggera, scaldabile, resistente alle trazioni e praticamente insensibile all’immersione in ambiente corrosivo come l’acqua di mare o il semplice sudore delle mani. Avvolgendolo (a misura predefinita e secondo lo schema della coltelleria) si crea una pseudo-impugnatura, la quale andrà a riempire la mano consentendo l’uso del coltello. I pregi diffusi sono il bassissimo costo di produzione (di un coltello di quel tipo, il 90% del costo è dato dalla lama e lavorazioni),la sostituzione veloce, la possibilità di rendere un pugnale un coltello da lancio (sfilando il paracord®) e l’utilizzo in singolo della corda (anche in combinazione separata ma collegata al coltello) a discrezione e uso dell’operatore. I difetti comprendono l’impugnabilità sacrificata e scomoda e lo sbilanciamento del coltello.

Tornando alla storyline, il primo reparto specializzato a commissionare un coltello/pugnale dedicato esclusivamente per il loro compito furono i Navy Seal. I coltelli in competizione furono il SOG Seal 2000:

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La prerogativa avanzata dai Seal fu la perfetta acquaticità del coltello, quindi una grande resistenza all’ambiente marino mantenendo di fatto una buona capacità di offesa e utilità. In secondo luogo (vuoi per distinguersi dagli altri reparti Navy o per un’effettiva limitatezza dell’Ontario USN Mk III) si richiedeva un’arma che con il tempo sarebbe potuta stare al passo con le nuove tecnologie e impieghi operativi. La risposta a tali requisiti fa data dall’azienda americana SOG, sviluppatasi in seguito a studi nel campo delle armi bianche durante la Guerra in Vietnam. Sebbene americana, tutta la produzione SOG è curata in Giappone, dove furono avviati intensi studi metallurgici in collaborazione con le coltellerie locali. Il progetto SOG Seal 2000 venne avviato nel 1992 e la produzione si attivò nel 1995 fino al 2007, anno in cui venne sostituito dalla sua evoluzione: il SOG SealPup Elite. Il programma di valutazione comprendeva il grado di rottura del punti di forza, la durezza, la tenuta del filo tagliente, la torsione del manico, l’immersione in acqua salata per due settimane, tritura tura, martellatura, resistenza al fuoco di benzina ed etilene, penetrazione su lamine metalliche, taglio di sei diversi tipi di corda, basso rumore e test sulla riflettività della lama.

La lama mantiene il profilo uncinato, originariamente costruita in acciaio inox 440A e successivamente in AUS-6 lunga 17,7 cm. Il tronco presenta una strozzatura dalla parte del filo e una gobba concava nella parte del dorso, questo per separare il più possibile il manico dalla parte affilata della lama, garantendo notevole sicurezza d’utilizzo. La sezione del tronco prosegue in ugual spessore fino a 2/3 della lama, sviluppandosi poi come nervatura fino alla punta. Il dorso presenta una seghettatura per tutta la sua lunghezza e una doppia incavatura per aumentare la resistenza nei punti critici della lama. Lo spessore, unito al codolo di sezione solo leggermente ridotta, ne fa uno dei coltelli più bilanciati e resistenti sul mercato. La verniciatura antiriflesso è applicata a polveri. Il filo possiede una sezione seghettata lunga da due a tre cm. Il manico, lungo 13.3 cm, era fatto in gomma, successivamente costituito da una composizione termoplastica brevettata definita Zitel® che ingloba una pseudo elsa (a differenza di tutti gli altri coltelli, non possiede un’elsa metallica dedicata, da qui la scelta di distanziare quanto possibile il filo tagliente dall’impugnatura), profondi incavi per una maggiore impugnabilità e un glip di spessore, considerato per la presa subacquea o in ambienti fangosi. È presente un foro passante per consentire l’applicazione di Paracord® o legacci.

Il fodero è costruito completamente in nilon rigido per applicazioni subacquee e in nilon rigido-morbido per l’uso comune. Dispone di passa cintura reversibile, attacco M.O.L.L.E. posteriore, tasca anteriore con il necessario per la sopravvivenza (vedasi il fodero della baionetta M9), fori borchiati per consentire in passaggio di un legaccio, per il fissaggio su gambali, cosciali o sicurezza di trasporto.

Il suo sostituto (o meglio, i suoi sostituti) come accennato, costituiscono la sua evoluzione. Sono state create due versioni, una più corta denominata SOG SealPup Elite, e una leggermente più lunga chiamata SOG SealTeam Elite.

 

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Nel SealPup Elite la lama misura 12,3 cm con un manico da 10,3 cm. Nel SealTeam Elite la lama misura 17,8 cm con un manico da 10,5 cm; la lama. Per entrambe la forma della lama e del manico ricalca quella del Seal 2000 ma è stato aggiornata la composizione del metallo, con l’adozione dell’AUS-8. I foderi sono pressoché rimasti invariati.

Durante la selezione del coltello per i Seal, oltre al SOG partecipò anche la Mission Knives con una lama rivoluzionaria in termini di materiali, successivamente scartato per questioni di costo produttivo: l’MPK-Ti.

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Per la sua creazione furono prese molto seriamente sia le richieste avanzate dai Navy Seal sia quelle dei reparti artificieri EOD. L’idea cardine fu di rimpiazzare totalmente l’acciaio a favore della lega di titanio; scelta perfetta dal punto di vista chimico e fisico, ma che ne causò anche l’esclusione dai programmi di sviluppo per questione di costi, sia di produzione sia in dettaglio (la cifra stimata ad esemplare si aggira tuttora tra i 1500 e i 1600 euro ad esemplare).

La lama, lunga 17,7 cm, si presenta lievemente uncinata con una piccola seghettatura nel lato del filo. Il dorso è liscio, con l’aggiunta di un controfilo tagliente per più di 1/3 della sua lunghezza. Il tronco di lama è inclinato in direzione del dorso, sfumando in sezione verso il lato tagliente. Ma la parte migliore non è la forma della lama in se, quanto il materiale. La lega di titanio è in primis amagnetica, quindi perfetta per operazioni di sminamento o manomissione di ordigni IED. Inoltre è molto più leggero del classico acciaio inox, conferendogli una leggerezza senza eguali nel suo settore. Nello specifico la lega utilizzata è costituita da Beta-Ti (evolutasi in seguito alla produzione per il mercato civile). Senza dilungarmi in elementi di metallurgia, il Beta-Ti conferisce maggiore resistenza all’ossido, mantenendo inalterata la nitidezza; inoltre resiste fortemente a scheggiature e fratture. Divenuto famoso negli attrezzi da lavoro di alta qualità, sta andando a sostituire tutto il segmento degli acciai carboniosi e tutti gli acciai inox con valore più basso del 440A. lo svantaggio principale del Beta-Ti è la bassa durezza (sensibilità alle ammaccature) ma soprattutto l’affilatura del filo tagliente: dopo la ri-affilatura, non migliorerà mai la capacità di taglio rispetto ad una normale lama in acciaio.

Riportando i dati della tabella valutativa, stilata a seguito della selezione per i Seal in contrapposizione con il SOG Seal 2000, si evince che: l’MPK-Ti è superiore in capacità di taglio del filo, resistenza alla scheggiatura del filo, capacità di taglio nelle dentellature, ritenzione del bordo nelle dentellature, ergonomia, versatilità e durevolezza dell’impugnatura, resistenza alla corrosione, duttilità, resilienza, firma magnetica, forza in punta. Forono costatate prestazioni analoghe al SOG in termini di ritenzione del filo e penetrazione della punta. Il SOG si dimostrò superiore solamente in termini di compressione del filo, durevolezza delle dentellature e resistenza ad impatti.

Il manico, lungo 12,7 cm, fu progettato in gomma e successivamente in in Hytrel/Kevlar®, una lega plastica brevettata dalla Mission Knives. Antiscivolo, innestata per iniezione a stampo. La forma è semplice con un’elsa integrata per la trattenuta della mano. Nel tacco è possibile legare eventuali paracord® o legacci grazie ad un foro passante. Il fodero è costruito interamente in Hytrel® con un reggi manico in cordatura nilon e del passanti per le fasce elastiche, per il trasporto come gambale. Generalmente il colore è nero ma ne furono realizzati degli esemplari prova di colore arancione, per l’uso da parte della U.S. Coast Guard.

Per quanto riguarda l’U.S. Air Force, si cominciava ad avvertire un senso di confusione negli arsenali: di fatto dalla metà degli anni ’80 la baionetta M9 costituì la parte integrante nell’equipaggiamento d’emergenza ma nessuna direttiva imponeva un particolare tipo o marca di coltello . La volontà di finanziare un coltello totalmente dedicato agli scopi dell’aviazione era forte, complice il fatto di voler sempre più dissociarsi dagli armamenti della fanteria dell’esercito a vantaggio di un’autonomia del corpo d’armata). Fu nel 2003 che vide la luce l’Ontario ASEK.

 

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L’ASEK è l’acronimo di Aircrew Survival Egress Knife, considerato come “coltello progettato dall’aviazione per l’aviazione”. Esso venne elaborato presso il Fight Denvelope Aviation Center di Fort Rucker, e fu parte integrante del progetto Air Warrior, finalizzato al miglioramento della vita e supporto ai piloti . Per il suo disegno vennero considerati parametri come la capacità di combattimento, un’impugnatura e un fodero che mantengano invariate le loro capacità in ogni condizione, grandi capacità nell’uso come martello, una parte seghettata specifica per il taglio delle corde e una separata che consenta di segare i pannelli d’alluminio aeronautici, una buona tenuta del filo e una grande resistenza all’ossidazione. la somma di tutte le caratteristiche lo rende ideale e specifico per il ruolo rescue delle unità a bordo di velivoli. Nel 2004 entrò a far parte della dotazione base del personale di terra e per le unità Pararescue (PJ) dell’USAF.

La lama in questione, uncinata lunga 13 cm, è costituita da acciaio 1095 al carbonio, brunita e rivestita di uno strato di teflon nero opaco. Il tronco della lama è corto ma di notevole spessore, mentre il palmo di lama mantiene la medesima sezione fino alla punta, misura che, unita alla corta lunghezza, lo rende estremamente robusto. La funzione che lo rende prettamente utility/rescue è la generosa presenza di seghettature in entrambi i bordi della lama: nel lato del filo e per metà della sua lunghezza vi è un taglia corde mentre lungo il dorso per 2/3 della lunghezza vi è un seghetto, ideato per il taglio di legname ma soprattutto di lamiere d’alluminio. La porzione del filo e del controfilo (non affilato) è abbastanza ridotta, questo perché l’impiego come cacciavite, cutter e lancia improvvisata vennero prese maggiormente in considerazione rispetto alle normali doti di taglio. Per compensare la corta lunghezza del filo si rese necessario aumentare l’angolo d’affilatura, in elogio alla funzione di cutter (permetteva il taglio netto e l’incisione del vetro acrilico e delle finestre in plexiglass degli aerei. Il manico, lungo 13 cm, in materiale termoplastico, ha un’accentuata elsa integrata e un notevole tacco finale, a bloccaggio della lama. Il tacco spesso più un centimetro è idoneo ai lavori di martellatura pesante o allo sfondamenti di superfici. Per consentire un buon grip si lavorò sulla profondità delle scanalature dell’impugnatura, consentendo una buona frizione con la mano anche in presenza di fango, olio o acqua.

Il fodero ha un’anima in G10 per la ritenzione del coltello e una guaina esterna totalmente il nilon, verniciato solidale alla mimetica in dotazione, con una Digital Tiger Stripe in scale di grigio. Come da consuetudine è presente la tasca frontale con l’astuccio per il materiale di prima sopravvivenza. La presenza di fasce elastiche cucite sia sopra che sotto il fodero ne privilegia l’uso a gambale: è uso per le unità USAF indossare coltelli e pugnali a livello degli scarponi o legarlo ai polpacci. La cosa più caratteristica del fodero dell’ASEK è la presenza di un utensile multiuso chiamato “strapcutter”, stivato in una tasca ricavata nel passa cintura. L’utensile possiede una lama cutter per il taglio d’emergenza delle cinture, un disco temperino diamantato per l’affilatura di precisione (si ricorda che il filo di lama ha un angolo d’affilatura più ampio rispetto ai normali coltelli). È stato disegnato per essere adoperato con una singola mano ed è ambidestro.

L’Ontario ASEK non è il solo coltello sviluppato per il programma Air Warrior, la Gerber infatti presentò una sua interpretazione ASEK considerando un parametro che nell’Ontario venne considerato “desiderabile ma non obbligatorio”: l’isolamento elettrico del manico e la capacità di tranciare i fili elettrici.

 

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Rispetto all’Ontario, ha una lama corta di tipo più convenzionale, pur considerando la costruzione nel medesimo materiale. Sebbene dalle prestazioni superiori, venne considerato una “seconda scelta” a causa della limitatezza delle seghettature e della mancata capacità di percussione.

La guerra interna tra i vari reparti continua, e trova nella sostituzione dell’M9 la strada d’indipendenza dalla standardizzazione, fortemente voluta dalle alte sfere dell’U.S. Army. I Marines infatti, sebbene la M9 sia stata (e lo è tuttora) una buona e versatile baionetta, rimase sempre in secondo piano rispetto alle fedelissime e “sempreverdi” Ka-Bar, inoltre, furono i Marines stessi a chiedere all’Ontario una seconda generazione di Ka-Bar, aggiornate in termini di materiali e lavorazioni, compreso un fodero all’avanguardia e il linea con le dotazioni di nuova generazione. La decisione di emarginare le M9 ai riservisti e dotare i reparti di prima linea con una baionetta esclusiva (un po’ come per la vicenda della mimetica Marpat), fu presa nel 2003 e commissionata all’Ontario. Fu prodotta la baionetta OKC-3S.

 

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Fortemente voluta dal comandante del Corpo dei Marines James L. Jones come componente di sviluppo nel programma Marine Corps Martial Art Programm (MCMAP). Nel 2001 venne realizzato il primo prototipo e l’anno successivo venne deliberata la prosecuzione del progetto, valutato tra i migliori trentatre pugnali-baionetta di tutto il mondo. Prodotto esclusivamente dalla Ontario, è disponibile anche al mercato civile. Sebbene più leggero dell’M9, risulta invece più spessa e pesante delle vecchie M7, questo per raggiungere un ottimale rapporto di bilanciamento. All’attivo venne impiegata sia sulla Guerra in Afghanistan e sia sulla Seconda Guerra del Golfo.

La lama mantiene il profilo Bowie estremizzato verso la punta, composta da acciaio al carbonio 1095 con durezza valutata tra le 53-58 HRC, annerito con trattamento antiriflesso al fosfato di zinco. Lunghezza di 20.3 cm dall’elsa alla punta. La sezione di lama si mantiene uguale dal tronco fino alla punta e, rispetto alla Ka-Bar, il grosso scola-sangue è sostituito da un sottile e lungo incavo. Lungo il filo tagliente vi è una dentellatura lunga circa 4,4 cm a passo variabile. Durante i test, grazie alla studiata forma della sezione di punta, è riuscita a forare sacchi da box rivestiti con alluminio aeronautico e giubbotti antiproiettile senza difficoltà. Il codolo della lama è pieno e l’elsa è costituita da un semplice lamierino con l’anello di fissaggio. Tutti i materiali metallici sono della medesima lavorazione della lama.

L’impugnatura, lunga 13,6 cm, riprende il disegno della Ka-Bar ma con la zona del tacco molto simile a quella della M9. Il materiale utilizzato è il Dynaflex®, una elaborazione del Kraton® , un materiale antiscivolo sintetico che pur mantenendo le proprietà tipiche del Kraton® ne aumenta l’elasticità. La scelta di questo materiale riduce l’affaticamento da sforzo ripetitivo della mano e del polso dell’operatore, soprattutto durante la fase di training del soldato. I colori dell’impugnatura variano dal Coyote-Brown (colorazione tipica dei Marines), il Tan e il nero. La molletta di tenuta della baionetta, nel tacco dell’impugnatura, è uguale a quella dell’M9 ma invece di ancorare il codolo con una vite torx, viene ancorata tramite un perno di fermo. Il fodero è disegnato esclusivamente per la 3S dalla Natick Labs, costruito con anima ferma pugnale in acciaio inox e un dispositivo di ritenuta sulla gola del fodero. Viene usato il nilon in combinazione con la fibra di vetro per la costruzione della guaina-case. L’insieme di tutti gli accorgimenti lo rendono molto più leggero, resistente (meccanicamente e chimicamente) e soprattutto silenzioso rispetto a quello della M9 e della M7. Sul retro è posto un attacco M.O.L.L.E. e un affilatore il alluminio rivestito in ceramica.

Come accennato in precedenza, la tendenza americana consiste nell’adozione di pugnali e coltelli a titolo individuale, non necessariamente quindi legati a forniture vincolate. Moltissimi reparti (speciali e non) infatti utilizzano come dotazione privata i coltelli e i pugnali normalmente commercializzati a uso civile. Il risultato consiste in un’evoluzione del mercato armiero e di una “reverse engineering” che gli apparati militari riportano nell’industria del mercato civile. Un esempio di tutto ciò è lo Strider BN-SS, inizialmente molto criticato e successivamente blasonato dalla maggior parte dei reparti speciali degli eserciti NATO.

 

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Progettato per iniziativa individuale dalla Strider Knives per soddisfare i massimi requisiti di utility, fu perfezionato per consentire una buona penetrazione delle nuove protezioni in kevlar come i giubbotti e gli elmetti. Inizialmente criticato per il punto di lama stile Tanto americano accentuato, segnò le basi per un ramo evolutivo dei coltelli e dei pugnali di nuova generazione, sia dal punto di vista della particolare lama, sia per la produzione massificata dell’impugnatura Paracord®.

Come accennato, la lama possiede un disegno Tanto americano, di fatto, una troncatura affilata delle classiche lame uncinate Bowie: per ottenere un buon compromesso tra penetrazione e resistenza, mantiene la stessa sezione di 6,3 mm dal codolo fino alla punta, per una lunghezza di 18,4 cm. Il materiale di forgiatura è un acciaio inox S30V. l’elsa è integrata in corpo unico con il codolo e la lama e il tacco zigrinato consente la reverse grip. Il filo tagliente prosegue dalla base piatta fino e lungo tutta alla punta tronca, eventuali seghettature nel lato del filo sono presenti solo su particolari forge, commercializzate dalla Strider. Nel lato superiore è disponibile sia una seghettatura sia un dorso liscio, sempre in base alle combinazioni di forgia. Il colore della lama/codolo è personalizzato e varia dal classico grigio opaco all’antracite, dal colore Desert Tan alle striature Tiger Stripe su varie scale di colore mimetico.

Aprendo una piccola parentesi sulle lame Tanto americane, fu scoperto agli inizi degli anni 2000 che la pressochè totalità delle punte uncinate o stilettate, in caso di flessione, tendevano a rompersi verticalmente con un angolo dipendente dalla sezione ultima d’affilatura. Eliminando quindi la classica punta un coltello o un pugnale poteva svolgere il lavoro da campo molto più agevolmente (ruoli non prettamente di sopravvivenza, ma anche azioni di sminamento campale o semplici usi come perno o leva). Il Tanto perde notevolmente la capacità di penetrazione e questo ne causò inizialmente la scarsa diffusione; anche accentuando l’angolo del punto la penetrazione nelle corazzature resta notevolmente difficoltosa, tuttavia, lo shock da stoccata è enormemente più forte rispetto alle classiche punte.

Per quanto riguarda il manico, il disegno base del BN comprende due guancette in G10 o legno, mentre per la versione BN-SS le guancette sono sostituite dal Paracord® personalizzabile in base al colore desiderato. Il concetto vede lo Strider BN-SS come una lama estremamente bilanciata con il manico, la presenza del Paracord® deve conservare l’equilibrio in asse del coltello, oltre agli usi già precedentemente elencati nell’articolo. Questa scelta fu la seconda causa di polemica, perché per quanto utile, risulta scomodo e affaticante nel brandeggio, durante l’utilizzo comune e non riempie a sufficienza la mano dell’operatore, causando “giochi” pericolosi durante uno sparring. Il fodero è prodotto dalla Eagle in colorazione nero, Desert Tan, Coyote Brown e il classico verde oliva. Il materiale utilizzato è il nilon con inserti in Kyndex®, Possiede una tasca per gli elementi basici di prima sopravvivenza e attacchi M.O.L.L.E. posteriori.

Edited by Rommel
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Il backup del backup: i coltelli multiruolo di riserva e l’entrata in guerra dei “chiudibili”

 

Dal 1999 al 2015 si sono verificati numerosi cambiamenti nell’adozione surplus individuale del fante. Il tema di lame, così come per le armi da fuoco, maturò il concetto che ogni arma dovesse avere un’ulteriore arma di rimpiazzo in caso di rottura, perdita e per lo svolgimento di ruoli considerati secondari. E così avvenne anche per i pugnali/coltelli. L’esempio più chiaro (e il primo del suo genere) è il Colt Combat Commander.

 

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Fortemente richiesto dai Navy Seal e prodotto in grandissimi numeri da tutte le maggiori coltellerie, fu sviluppato per soddisfare un progetto ambizioso e, solo in parte, realizzato. Dunque, i Seal richiesero un coltello più piccolo e leggero di quelli in dotazione, buono per il combattimento e per la sopravvivenza basica, stabile da mano ma buono anche per poter essere lanciato, resistente all’acqua salata, che potesse essere trasportato individualmente in più unità e che non intralciasse le attività sub. La Colt si aggiudicò l’appalto di pre-produzione e il risultato fu una lama scheletrata, in cui l’impugnatura era integrata nel codolo e risultava parte attiva in tutti i campi d’uso. Di fatto fu ed è considerato il primo vero coltello multiruolo ma non senza molte critiche.

Innanzitutto i suoi punti di forza sono il costo estremamente basso (circa 20 dollari), estrema leggerezza e bilanciatezza (le quali lo rendono perfetto per il lancio nei vari stili e tecniche), la resistenza alla corrosione marina e l’uso di sopravvivenza in combinazione con oggetti comuni (usabile come punta di lancia, cacciavite, supporto ecc.). La nota dolente riguarda la brandeggiabilità combat e il semplice sparring: la scheletratura non riempie assolutamente la mano e lo rende scomodissimo da usare; la mancanza di un’elsa, solo parzialmente compensata da numerose seghettature per il grip e le scanalature per le dita, lo rende pericoloso per l’operatore stesso durante la stoccata.

L’acciaio usato è un Inox 440 con lavorazione di rifinitura a sabbiatura, ricoperto di opacizzante, il quale gli conferisce il tipico colore antracite. La lunghezza della lama è di 11 cm di 23 cm totali, la sezione si mantiene costante per i ¾ della lunghezza della lama per poi assottigliarsi in punta. Il filo risulta liscio e, nella dorsatura, vi è un particolare seghetto che prosegue anche lungo il falso filo. Nel codolo vi sono quattro fori svasati d’alleggerimento e nel tacco, oltre alle grip, trova posto un foro passante per il Paracord® e una scanalatura. Il fodero, completamente in nilon nero con anima in ABS rinforzato, possiede due cinghiette in gomma per l’uso sub come cosciale, e un passa cintura.

Le novità non riguardarono solamente i multiruolo ma anche i multiuso come per esempio i Victorinox e i Letherman, questo genere di coltelli per ovvi motivi non verranno approfonditi in questo articolo.

Particolare interesse riscossero i cosiddetti Folder Knife o “i chiudibili”. Tipici ed esclusivi del mercato civile, furono sviluppati anche per il mercato militare in quanto 1) le dimensioni e il peso erano minime, in rapporto all’utilità 2) consisteva un’ottima alternativa al pugnale 3) l’eccellente occultabilità 4) in alcuni casi poteva benissimo rimpiazzare le più blasonate lame lunghe in dotazione ai reparti. La produzione in massa, sia per il mercato civile che per quello militare, permetteva un enorme abbassamento dei prezzi d’acquisto (ricordo che i Folder vengono tuttora comprati a spese del fante e solo raramente come dotazione di reparto) e ad uno scambio tecnologico e di sviluppo. Il primo coltello Folder prodotto dalla Emerson (che diverrà la maggiore azienda produttrice per la fornitura militare americana) fu commissionato dall’U.S. Navy per le unità d’elite: l’Emerson Commander.

 

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Progettato nel 1997 e commercializzato nel 1998, rientra a tutt’oggi nella dotazione individuale opzionale delle forze speciali della marina ed è adottato come arma bianca di backup dalle unità SAS inglesi. Deriva dal disegno originario del progettista Ernest Emerson, l’ES-1M, pensato per le richieste avanzate dalla squadra Seal della West Coast. Successivamente fu ripreso e ibridato con i coltelli di Bob Taylor e Bill Moran e fu sviluppato in contemporanea (un ramo parallelo) con il CQC-8 (che specificherò in seguito). Alla presentazione, sebbene soddisfò tutte le richieste di commissione, gli esponenti dei Seal richiesero delle modifiche quali l’aumento di dimensioni della lama, una linea più aggressiva e un aumento delle seghettature sulla linea del filo, l’Emerson creo quindi l’SSRT, da considerarsi il progenitore del Commander, al quale conferì la personale forma di lama a corno di rinoceronte. Da questo dettaglio estetico, acquisì il soprannome popolare di “Rhino”. Il design risultò comunque troppo specifico per la marina, sebbene avesse raggiunto un ottimo livello di sicurezza contro le aperture accidentali, a vantaggio della sicurezza dell’operatore. A seguito dei risultati del programma di studio SERE (survival, evasion, resistance and escape) si decise di aggiungere un blade catcher sulla versione militare (ES-1M) per facilitarne l’appertura mentre ne fu sprovvista la versione civile (ES-1C). Durante i test sul campo di addestramento di Fort Bragg, Emerson si rese conto che il blade catcher apriva automaticamente la lama durante l’estrazione dalla tasca, sviluppò quello che divenne un brevetto dell’Emerson Knife, il dente “Wave”. In sostanza è costituito da un doppio gancetto solidale alla lama, dalla tipica forma a onda; il suo compito è per l’appunto, agganciare il lembo della tasca e aprire il folder il più possibile, senza l’inserzione di complicati meccanismi di apertura a scatto. Con l’inserzione del Wave il prototipo ES-1M divenne ufficialmente il Commander e, approvato, venne adottato dai Navy americani e dai SAS inglesi nel 1999. Nel 2000 si avviò la produzione di un’intera famiglia di coltelli derivati dal Commander, come il Super Commander (più grande in scala del modello base ma identico in forma e meccanica, nel 2005 sostituì il Commander), il Mini Commander (realizzato in scala del 10% rispetto al modello base). Nel 2006 venne creato il CQC-16, una versione modificata del Commander con lama diritta e un clip point maggiorato, destinato per le attività di caccia e scuoiatura. Nel 2009 Emerson Knife annunciò la collaborazione con Kershaw Knife per la realizzazione di un Super Commander dotato di apertura a scatto e, nel 2010, venne presentato il Commander UBR, un modello rimpicciolito del 10% rispetto al Super Commander. Piccola nota di merito, il Commander si aggiudicò il premio Knife Of The Year Award 1999. Finora, all’attivo, è stato testato durante la Guerra in Afghanistan e durante l’operazione “Iraqi Freedom”.

La lama si presenta con un profilo ricurvo, lunga (in asse) 9,5 cm; 8,6 cm per il Mini Commander; 10,2 cm per il Super Commander. Il materiale è temprato fino ad una durezza di 57-59 HRC. Gli acciaio utilizzati sono il CPM-130V, il damascato ATS-34 e in lega di titanio, legato ad un bordo in acciaio “duro”. La sezione mantiene la stessa geometria malgrado la forma curva e presenta superiormente un falso filo; come accennato vi sono dentellature alla base del filo. Superiormente, alla base della lama, vi trova posto un dischetto con funzione di perno d’apertura e subito dietro il dente Wave. Nota caratteristica di produzione riguarda la lavorazione della lama, eseguita completamente a mano e con un taglio del metallo tramite acqua ad alta pressione (idroformata). Il perno di fissaggio è in titanio, così come il case e l’ossatura nel manico, tra la lama e il case vi sono due rondelle di separazione in bronzo o titanio (fonti incerte). Per la sicura di bloccaggio è utilizzato un liner lock Walker e un doppio arresto, meccanismi completamente in lega di titanio aerospaziale. Per l’impugnatura la scelta dei materiali varia dal G10 al G10 con elementi in fibra di vetro zigrinato, a seconda delle versioni e produzioni. I colori del manico spaziano dal nero, al verde oliva e TAN desert, mentre per la lama è disponibile una teflonatura nera opaca antiriflesso, il profilo damascato o una satinatura opacizzata. Nel retro dell’impugnatura trova posto una clip in acciaio per il fissaggio a cinture, M.O.L.L.E. e tasche.

Il Commander non fu l’unico folder adottato dalla marina nel 1998, infatti il Commander nacque per soddisfare le richieste delle unità d’elite, ma moltissime delle sue caratteristiche risultavano inutili per l’equipaggio imbarcato semplice e per determinate operazioni di soccorso. Fu così sviluppato l’Emerson SARK.

 

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La progettazione e l’idea stessa di adottarlo come coltello surplus ufficiale della marina americana, nacque da un fatto accaduto nel 1999. Durante un’operazione SARC, un gruppo di elisoccorritori della marina dovette intervenire per il salvataggio di un elicottero abbattuto; a complicare le operazioni furono le imbragature con le quali erano assicurati i sei Marines e un sailor all’interno dell’elicottero (i piloti morirono allo schianto). Il risultato fu che le Ka-Bar MK II fallirono miseramente tutti i tagli delle cordature d’emergenza, causando la morte di tutti i feriti (ancora imbragati) quando esplose l’elicottero. A seguito di tale episodio, i Navy lavorarono immediatamente sul rimpiazzo generale dell’equipaggiamento degli elisoccorritori, delle unità specializzate SARC e per gli operatori della U.S.Coast Guard ( i quali avevano la dotazione simile alle unità soccorritrici della marina). Le richieste erano rivolte ad un coltello folder dalla buona resistenza meccanica, che sapesse resistere all’ambiente marino senza particolari accortezze, veloce da aprire e che si potesse maneggiare con i guanti e con una sola mano senza difficoltà; la richiesta fondamentale, in virtù del fatto accaduto, fu che la forma della lama non andasse a ferire con la punta le persone da soccorrere come avvenne con le Ka-Bar. Il progetto fu curato da Ernest Emerson, con il nome di SARK (Search And Rescue Knife); per la richiesta principale fu dotato fin da subito di una lama Hawkbill (esteticamente, ricorda il becco di falco o il becco di una testuggine), il dente Wave® (vedasi Emerson Commander) e componentistica in lega di titanio. Il SARK riscosse talmente successo che ne venne realizzata una versione per la polizia, il PSARK, per una richiesta avanzata da Derryl Bolke, un ufficiale del Dipartimento di Polizia dello Stato dell’Ontario. Il PSARK resta sostanzialmente identico, tranne per il fatto che la lama Hawkbill venne rimpiazzata con una Wharncliff (con la medesima curvatura dorsale della Hawkbill ma con un filo di lama diritto). Nel 2005 venne creata una versione ulteriormente specializzata dai Navy chiamata NSARK, caratterizzata da un piccolo cutter sul dorso.

Le lame sono in acciaio CPM-130V, temprate a 57-59 HRC, dotati di semplice satinatura o con la teflonatura nero opaca. La lunghezza varia dagli 8,9 cm ai 15,4 cm dal punto al perno. L’impugnatura è identica per tutte le versioni, lunga 12 cm, con guancette in G10, case, spessoramento e meccanismi in lega di titanio. Come il Commander, possiede il dente Wave®, il dischetto di apertura e la sicura linerlock Walker a doppio arresto. Nella parte finale dell’impugnatura vi è un foro passante per il fissaggio di corde Paracord ® e, nella faccia posteriore, una clip in acciaio INOX 440 per il fissaggio su tasche, cinture o M.O.L.L.E.

La popolarità del Commander e del SARK attirò l’attenzione degli sviluppatori della NASA, i quali richiesero un coltello esclusivo, non commercializzabile ne sul mercato civile, ne in quello militare. L’idea fu di dotare gli astronauti di un coltello folder che potesse semplificare la loro permanenza nello spazio e che potesse svolgere funzioni base come l’apertura delle razioni e la riparazione “al volo” di elementi danneggiati.

 

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Venne mantenuto lo stesso manico e meccanismo del SARK, ma fu utilizzata una lama di spessore è idea simile al Commander, pur con notevoli differenze, come la punta Tanto americana e uno scanso sull’angolatura del punto affilato per l’apertura di contenitori e il taglio di cavi e corde. Inoltre fu tolto il dente Wave ®.

La necessità di un folder si fece sentire anche tra le unità (e tra i singoli reparti) dell’USMC, in quanto la sua dimensione ridotta unità alla versatilità d’utilizzo avrebbe consentito l’impiego operativo d’emergenza (al posto delle più pesanti e impegnative lame lunghe) e, in alcuni casi, anche la sostituzione di quest’ultime in azioni di routine e di “bassa amministrazione”. Il reparto d’elite che maggiormente richiese l’adozione di lame folder di reparto fu il neonato MARSOC, l’ordine di sviluppo e produzione venne affidato alla Strider con la denominazione SMF.

 

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Fu il risultato di un progetto di collaborazione tra Tom Davin e Duane Dwyer (co-proprietario della Strider Knives) nato nel 2002. Il primo lotto produttivo (prodotto l’anno successivo) consisteva in 300 coltelli, di cui metà destinata ai test sul campo e la restante metà fu distribuita al mercato civile con prezzi decisamente più elevati. Il successo riscontrato tra gli acquirenti portò la Strider Knives alla creazione di due modelli prodotti in serie: la versione militare denominata SMF M (o più semplicemente conosciuta come SMF) e la versione civile indicata con la lettera C. Le differenze più rilevanti tra i due modelli risiedono per esempio nella colorazione (la versione civile possiede solamente la colorazione nera nell’impugnatura, mentre quella militare dispone di camo integrali in coyote brown, verde oliva, TAN desert, tiger stripes e nero opaco). Dalla sua entrata in servizio, nel 2003, prese e continua tuttora a parte a tutte le operazioni militari come dotazione opzionale delle unità MARSOC.

La lama è composta d’acciaio Inox CPM S30V (sviluppato dalla Carpenter Technologies) verniciata con le colorazioni sopracitate, con lunghezza di 10 cm. Possiede un profilo inclinato a punta di lancia ma dotato di un solo filo, inoltre ambo le parti, nel tronco di lama vicino al perno di rotazione, è visibile un perno d’apertura (maggiorato nella versione M). superiormente il controfilo è liscio, ad eccezione dei solchi grippanti nella sezione del tronco, per migliorarne la brandeggiabilità. È visibile inoltre un foro per l’apertura semplice.

L’impugnatura, lunga 13 cm, costituisce il lato forte del folder, con la realizzazione dell’astuccio in titanio anodizzato a fuoco 64AVL, un perno di rotazione in titanio con boccole di slittamento in bronzo impregnato d’olio. Le guancette sono in G10 o in alternativa in fibra di vetro rinforzata. La sicura è una framelock (dove parte dell’impugnatura esterna svolge un ruolo attivo come blocca lama, garantendo una tenuta allo sforzo enormemente superiore alla linerlock). Nella seconda generazione costruttiva, la sicura framelock fu potenziata da uno stabilizzatore, costituito da un disco di titanio; questo per evitare la flessione e l’usura della sicura principale. La clip da cintura è in normale acciaio inox 440 e possiede un foro passante nella parte terminale delle guancette, questo per permettere il fissaggio e il passaggio della cordatura Paracord®.

Un altro must del settore è prodotto dalla Emerson su commissione dell’U.S.Navy per le unità d’elite nei SEAL: il CQC-6

 

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Per la selezione di un coltello folder da parte dei Navy Seal, furono presentate sei varianti derivate tutte da un progetto comune denominato Viper e successivamente “Specwar Knives”. Il sesto prototipo fu scelto nel 1989 dal neonato Team Seal Six, successivamente denominato DEVGRU (di fatto l’elite delle già blasonate unità Seal). Il primo cambiamento di tendenza della Emerson avvenne nella geometria della punta, definita a scalpello. Secondo test di penetrazione e taglio si notò che una seconda sfaccettatura sul dorso della lama (creando quindi un controfilo sfaccettato) aumentasse la capacità di penetrazione rispetto alle Tanto (allora non molto diffuse ma che riscuotevano già notevoli consensi). La Emerson fece richiesta alla commissione di studio incaricata per la selezione dell’equipaggiamento del Team Six, la quale diede il via libera. Il folder, secondo le richieste minime essenziali, doveva essere adatto all’uso combat d’emergenza, resistere alla corrosione marina, essere di facile manutenzione e funzionale nell’impiego quotidiano. Il sesto progetto prese il nome di Viper (dalla famiglia di coltelli d’appartenenza) 6 (come indicazione dei Seal Team Six), successivamente con l’entrata in produzione divenne CQC-6 (Close Quartier Combat -6). L’estrema efficienza unita ad una buona pubblicità da parte del Team Six lo portarono a divenire popolare anche tra tutti i reparti Seal e alla Delta Force dell’esercito, ma soprattutto alle forze speciali straniere quali i SAS inglesi e il GSG-9 tedesco. Il passaggio da Viper a Specwar Knives avvenne nel 1996, per l’appunto con l’intercomunicazione tra le varie forze speciali NATO e alla diffusione nel settore del CQC-6. L’adozione del CQC-6, al di fuori del DEVGRU, non è considerata ufficiale e non rientra tra l’equipaggiamento disponibile al fante, infatti viene acquistato direttamente dalle singole unità. Il “battesimo del fuoco” avvenne durante la Prima Guerra del Golfo ed è tuttora impiegato nei vari teatri bellici.

La lama è costruita in acciaio ATS-34 con filo dritto e punta a scalpello, lunga 13,1 cm. Differente dagli altri folder l’affilatura è presente da un solo lato. Inizialmente progettata con un semplice grip nella dorsatura del tronco, nel 2004 fu dotata successivamente del dente “Wave” per l’estrazione e apertura rapida. Nello stesso anno furono apportati miglioramenti alle lame, disponibili sia in acciaio damasco che in lega di titanio. Nota curiosa riguarda la vendita in Giappone: essendoci leggi molto stringenti sull’uso della punta Tanto, Emerson realizzò delle lame con punta più tradizionale e affilate al lato opposto rispetto alla versione base. Del CQC-6 vennero realizzate anche versioni scalate del 10% in più ( Super Viper) e 10% in meno (Mini Viper) rispetto alla lunghezza del coltello base.

L’impugnatura è costituita da un astuccio in titanio 64AVL così come la sicura, un liner lock Walker. I perni e le viti sono tutti con testa a taglio per lo smontaggio rapido con attrezzi di fortuna. Dotato di inserti grippanti e lock face smussata. Le guancette sono realizzate in lino micarta verde, ma in molte versioni furono utilizzate con legni pregiati, madreperla e in conchiglia abalone. Sulla parte terminale presenta un foro passante e posteriormente una clip in acciaio inox 440 per il fissaggio a cinture e attacchi m.o.l.l.e.

La naturale evoluzione fu il CQC-7

 

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Mentre il CQC-6 viene tuttora realizzato in modo artigianale e su misura per le unità d’elite, Emerson decise di concedere parte dei disegni dell’ex progetto Viper alla Benchmade (attualmente ProTech Knives) ma, nel 1999 Emerson riprese l’appalto e collaborò con la Kershaw per la produzione di un coltello basato sul Viper Six ma con caratteristiche e materiali più comuni e costruibili in serie, da qui nacque il CQC-7.

Le differenze di base sulla lama riguardano l’adozione di una punta Tanto e di una seghettatura a passo variabile alla base del filo, inoltre, davanti al dente d’estrazione Wave vi è un dischetto per l’apertura manuale. L’impugnatura varia in geometria nella parte terminale del manico e le guancette sono realizzate in G10 o in fibra di vetro. Per la commemorazione del modello fu realizzata una versione completamente in titanio. La clip in acciaio inox 440 è reversibile da destra a sinistra, e viceversa.

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