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Mi insegnate che comprare un dato terreno, per quanto grande, da un privato non vuol dire ottenerne la sovranità,perchè un privato esercita la proprietà e non la sovranità, che spetta ad istituzioni statali. Insomma, la famiglia che vanta titoli di proprietà sulla terra delle isole in questione può vendere la terra,ma non l'isola in quanto isola e come diritto internazionale non cambia di molto la questione.

Sul fatto che vi sia molto petrolio, ci sono dei dubbi, geologicamente non è affatto certo,le prospezioni sottomarine sono sempre basate su pochi dati e sarebbe,comunque, una sorpresa dato il sostanziale isolamento di questi presunti giacimenti rispetto al continente, in genere i depositi naturali sottomarini fanno parte di aree molto vaste che si estendono anche sotto la terraferma vicina

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Mi insegnate che comprare un dato terreno, per quanto grande, da un privato non vuol dire ottenerne la sovranità,perchè un privato esercita la proprietà e non la sovranità, che spetta ad istituzioni statali. Insomma, la famiglia che vanta titoli di proprietà sulla terra delle isole in questione può vendere la terra,ma non l'isola in quanto isola e come diritto internazionale non cambia di molto la questione.

Sul fatto che vi sia molto petrolio, ci sono dei dubbi, geologicamente non è affatto certo,le prospezioni sottomarine sono sempre basate su pochi dati e sarebbe,comunque, una sorpresa dato il sostanziale isolamento di questi presunti giacimenti rispetto al continente, in genere i depositi naturali sottomarini fanno parte di aree molto vaste che si estendono anche sotto la terraferma vicina

 

C'è una disputa in corso (per ora consideriamo solo quella tra Cina e Giappone) e qualsiasi atto o azione 'non negoziato' che vada a modificare lo status quo viene percepito dalla controparte come un atto di forza per prevalere. L'acquisto delle isole non fornisce automaticamente la sovrantà delle stesse al Giappone. Però Tokio, nel processo negoziale, potrà far valere questo fatto cercando di portare la decisione a proprio vantaggio (prevedibilmente i cinesi risponderanno picche).

 

Comunque la risposta di Pechino non si è fatta attendere: China sends patrol ships to islands held by Japan Read more: China sends patrol ships to islands held by Japan

 

Beijing sent patrol ships near disputed East China Sea islands in a show of anger over Tokyo's purchase of the largely barren outcroppings from their private owners.

 

The arrival of the two patrol ships of the China Marine Surveillance off the islands was meant to assert China's claims, said the Chinese government's official news agency, Xinhua.

 

The marine agency is a paramilitary force whose ships are often lightly armed, and Xinhua said it had drawn up a plan to safeguard China's sovereignty of the islands.

 

Ed ecco una retrospettiva della contesa China-Japan islands row

 

Ties between China and Japan have been repeatedly strained by a territorial row over a group of islands, known as the Senkaku islands in Japan and the Diaoyu islands in China. The BBC looks at the background to the row.

 

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Cina, India (e probabilmente anche la Russia) non 'apprezzano' il riposizionamento USA nel Pacifico, al contrario delle Filippine: The Philippines and US Pivot to Asia

 

AS AN American ally, the Philippines has always been supportive of United States’ military presence in Asia. Thus, it is no longer surprising to see the Philippines warmly welcoming the U.S. pivot strategy to Asia.

The U.S.-Philippines security alliance has been the cornerstone of Philippine defense and security policy. Though this alliance was rendered dormant after the termination of Military Bases Agreement (MBA) in 1991, the aftermath of the September 11, 2001 (9/11) terrorist attacks reinvigorated this alliance. The strategy of U.S. pivot to Asia makes the strengthening of this alliance even more significant.

Modificato da Andrea75
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Tension Between Philippines And China Grows

 

US to set up command post facing South China Sea?

 

The Philippine Department of National Defense on Thursday denied a recent report that the United States is planning to establish an advance Marine command post in its Palawan island facing the South China Sea.

In a report on September 4, Kyodo News agency quoted an unnamed senior Philippine officer as saying that the U.S. plans to set up an "advance command post" on the western Philippine island of Palawan.

Dismissing the report, Defense Secretary Voltaire Gazmin told the Philippine Star in a text message that “No, this was never discussed in our meetings.”

Kyodo reported earlier that Washington plans to station 50 to 60 American marines in Palawan as an advance command post in the region, quoting the anonymous Philippine marine officer privy to the plan.

According to the officer, the plan includes converting a 246-hectare Philippine Marine Corps reservation in Brooke's Point, southeastern Palawan, into a joint marine operational command. The 1.1 kilometer airstrip inside the reservation will be extended to 2.4 km to accommodate big U.S. military transport planes.

 

 

E un interessante paper U.S. Force posture strategy in the Asia Pacific region

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Tokyo must come back 'from the brink'

 

Beijing on Wednesday urged Tokyo to immediately cancel its "purchase" of the Diaoyu Islands as senior diplomats from both countries met.

 

"China will never acknowledge Japan's illegal grab and so-called actual control of the Diaoyu Islands,'' Luo Zhaohui, director of the Foreign Ministry's department of Asian affairs, told Shinsuke Sugiyama, director-general of the Asian and Oceania Affairs Bureau of the Japanese Foreign Ministry, during their meeting in Beijing.

 

Japanese Cabinet Secretary Osamu Fujimura said on Wednesday that the purchase of the islands from "private owners'' was completed on Tuesday, a move that sparked protests and countermeasures from Beijing.

 

Japanese Foreign Minister Koichiro Gemba rejected the demand from China on Wednesday and said that Tokyo would "in no way reconsider" its move, Kyodo News Agency said.

 

Japan illegally grabbed the Diaoyu Islands and affiliated islets, that belong to China, at the end of the First Sino-Japanese War of 1894-95.

 

Beijing urged Tokyo to "rein in from the brink of the precipice'', and get on track toward a resolution through dialogue and negotiation, Foreign Ministry spokesman Hong Lei said on Wednesday. Chinese government vessels will continue regular patrols in waters administered by China, Hong told reporters.

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6 Chinese ships spotted near disputed isles

 

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Six Chinese ships sailed into waters around a disputed archipelago on Friday, with Beijing saying they were there for “law enforcement” around islands Japan nationalized earlier this week.

 

The move—dubbed “unprecedented” by Tokyo—marked the latest stage in a deteriorating row between Asia’s two biggest economies and came as reports emerged of Japanese nationals being physically attacked in China.

 

Tokyo summoned the Chinese ambassador to protest what it insists is an incursion into territorial waters around islands it controls, called Senkaku, but claimed by Beijing as Diaoyu.

 

However, China was resolute, with the foreign ministry issuing a forthright statement claiming the boats were patrolling sovereign territory.

 

“Two Chinese surveillance ship fleets have arrived at waters around the Diaoyu Islands and adjacent islands on Sept 14 to start patrol and law enforcement,” the statement said.

 

“These law enforcement and patrol activities are designed to demonstrate China’s jurisdiction over the islands and safeguard its maritime interests.”

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Per carità, non ho esperienza, però se non mi sbaglio il diritto internazionale,che da quando esiste l'ONU ha una, sia pure limitata, efficacia non solo in astratto, possiede delle norme piuttosto precise in merito. I fatti certi sono che nel 1895 il Giappone sconfisse in una guerra sanguinosa l'Impero Cinese ed annesse, fra gli altri territori, l'isola di Formosa e le sue dipendenze. Nel trattato di pace dovrebbero essere elencati i territori ceduti dalla Cina e in Giappone parimenti dovrebbero esserci ,negli archivi imperiali, atti amministrativi riguardanti queste isole,come rapporti di spedizioni organizzate dalla Marina oltre a documenti che menzionano la famiglia che risultava proprietaria delle terre (avranno pur pagato una qualche tassa sulla proprietà). Questi documenti sarebbero una prova importante che il Giappone avrebbe esercitato la sovranità su queste isole.

Comunque, nel 1945 furono assegnate al "territorio d'oltremare di Okinawa" fino al 1971 territorio USA che poi fu ceduto al Giappone come gesto di riappacificazione. Se non vi è scritto niente di diverso, si intendono trasferite anche le isole in questione.

A mio parere la Cina non ha più diritti reali su queste isole,anche perchè non ricordo che fra Cina e Giappone sia stato firmato un trattato di pace dopo la seconda Guerra Mondiale, nè nel 1945 l'esecutivo cinese protestò in merito all'amministrazione americana delle isole

Modificato da Simone
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E' notizia di questi giorni che in Cina la questione suscita un forte interesse fra la popolazione e numerose sono le proteste di piazza, in cui partecipano molte miglisia di persone, in tutto il Paese,e per evitare problemi alcune importanti aziende giapponesi hanno deciso di sospendere l'attività in molti dei loro stabilimenti in terra cinese. Il governo di Pechino ha però ammonito i manifestanti, non si sa se convenuti spontaneamente od invitati ufficiosamente dal partito, che non saranno tollerati episodi di vandalismo, anche se bisognerà vedere se questa intenzione è sincera.

Contemporaneamente è stata organizzata una grande marcia marinara di barche da pesca dirette, come gesto di sfida verso le azioni giapponesi, verso le isole contese, e non esclude che alcuni manifestanti possano sbarcare e fare gesti dimostrativi, come accamparsi e piantare la loro bandiera e/o dare fuoco al vessillo giapponese. Copme tutti sapete i rapporti fra i due giganti asiatici sono sempre condizionati dagli orrori dell'occupazione nipponica durata fino al 1945 e dal fatto che in Cina è ancora forte un certo spirito patriottico che vede questa occupazione come un'onta per il proprio orgoglio.

Al momento non sembra che la situazione possa degenerare, in Giappone non ci sono manovre particolari nè è stato diramato alcun allarme speciale, la Forza di Autodifesa procede con la sua routine e così le forze USA nell'area; non si prevede nemmeno l'invio di unità navali per allontanare la paventata flotta di motopesca cinesi. Insomma, a Tokyo a quanto pare non gettano benzina sul fuoco e procedono lungo la loro strada, in attesa che questa vicenda si sgonfi da sè, vedremo se anche a Pechino la pensano così

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Per carità, non ho esperienza, però se non mi sbaglio il diritto internazionale,che da quando esiste l'ONU ha una, sia pure limitata, efficacia non solo in astratto, possiede delle norme piuttosto precise in merito. I fatti certi sono che nel 1895 il Giappone sconfisse in una guerra sanguinosa l'Impero Cinese ed annesse, fra gli altri territori, l'isola di Formosa e le sue dipendenze. Nel trattato di pace dovrebbero essere elencati i territori ceduti dalla Cina e in Giappone parimenti dovrebbero esserci ,negli archivi imperiali, atti amministrativi riguardanti queste isole,come rapporti di spedizioni organizzate dalla Marina oltre a documenti che menzionano la famiglia che risultava proprietaria delle terre (avranno pur pagato una qualche tassa sulla proprietà). Questi documenti sarebbero una prova importante che il Giappone avrebbe esercitato la sovranità su queste isole.

Comunque, nel 1945 furono assegnate al "territorio d'oltremare di Okinawa" fino al 1971 territorio USA che poi fu ceduto al Giappone come gesto di riappacificazione. Se non vi è scritto niente di diverso, si intendono trasferite anche le isole in questione.

A mio parere la Cina non ha più diritti reali su queste isole,anche perchè non ricordo che fra Cina e Giappone sia stato firmato un trattato di pace dopo la seconda Guerra Mondiale, nè nel 1945 l'esecutivo cinese protestò in merito all'amministrazione americana delle isole

 

La situazione 'legale' è più torbida di quanto sembri.

Dopo la 2° guerra mondiale arrivò il periodo dei trattati di pace. Quello con il Giappone fù il Trattato di San Francisco del 1951 che stabilì:

 

Il documento sancisce la rinuncia ufficiale dei diritti ottenuti dal Giappone con il Protocollo dei Boxer del 1901 e quindi alle sue rivendicazioni sui territori della Corea, di Taiwan, di Hong Kong, delle Isole Curili, delle Pescadores, delle Isole Spratly, dell'Antartico e delle Isole Sakhalin. Tuttavia il trattato non definiva ufficialmente quali stati dovessero essere sanciti sovrani di questi territori e questa omissione venne cavalcata dagli indipendentisti di Taiwan per sancire l'autodeterminazione dei taiwanesi in base all'articolo 77b della Carta delle Nazioni Unite, affermando che esso potesse essere applicato a tutti quei territori liberati dalla occupazione delle nazioni nemiche durante la Seconda guerra mondiale.

 

A questo trattato fece seguito un accordo bilaterale tra USA e Giappone del 1972 (fonte) trattato originale:

 

In 1969 U.S.-Japan negotiations authorized the transfer of authority over the Ryūkyūs to Japan to be implemented in 1972. In 1972, the United States "reversion" of the Ryūkyūs occurred along with the ceding of control over the nearby (uninhabited) Senkaku Islands. Both the People's Republic of China and the Republic of China, now commonly known as "Taiwan", argue that this agreement did not determine the ultimate sovereignty of the Senkaku Islands.

 

Quindi, nell'anno 1972, gli USA restituiscono al Giapopne le isole contese, ma Cina e Taiwan contestarono l'accordo.

 

Qui si può trovare un riassunto della vicenda (fonte):

 

1972: secondo quanto stabilito nel 1951 dal Trattato di pace di San Francisco e dal Trattato di reversione delle Okinawa del 1969 tra USA e Giappone, le isole ritornarono sotto il controllo dell'amministrazione giapponese. Il governo giapponese assegnò la giurisdizione delle isole al comune di Ishigaki ma, per non creare turbative con Pechino, proibì lo sfruttamento, lo sviluppo e l'accesso alle isole;

I diritti di Tokyo sulle isole non furono riconosciuti dalla Repubblica Popolare Cinese e dalla Repubblica di Cina (Taiwan), che non avevano firmato il trattato di San Francisco. I cinesi sostennero che oltre al punto di vista storico, secondo cui le Senkaku fanno parte di Taiwan, dal punto di vista geologico le isole non fanno parte delle Ryūkyū, dalle quali sono separate dal canale di Okinawa profondo 1.000 metri; Il governo di Taiwan protestò ufficialmente con gli Stati Uniti definendo un errore l'assegnazione delle Senkoku al Giappone. Nello stesso periodo si registrarono diverse manifestazioni di espatriati cinesi negli Stati Uniti per la restituzione a Taiwan delle isole. Il governo americano ribatté che aveva restituito il diritto di amministrazione delle isole a Tokyo, ma non si era pronunciato sul diritto di sovranità.

 

motivo del contenzioso

Annessione al Giappone nel 1895, nel periodo in cui fu annessa anche Taiwan, e non restituzione alla stessa Taiwan nel 1972, al termine dell'occupazione americana della Prefettura di Okinawa. Reclamate anche dalla Cina, di cui Taiwan faceva parte nel 1895

 

Situazione de facto

Fanno attualmente parte della municipalità di Ishigaki, il governo giapponese ha vietato l'accesso alle isole disabitate per non creare turbative con la Cina

 

Posizione del Giappone

Al momento dell'annessione le isole non appartenevano a nessuno, e furono incorporate al Giappone indipendentemente dall'annessione di Taiwan

 

Posizione della Cina

le isole erano state scoperte, misurate e considerate parte dell'odierna Taiwan molto prima dell'annessione giapponese, avvenuta quando Taiwan era una provincia cinese. La Cina rivendica inoltre la sovranità sulla stessa Taiwan

 

Posizione di Taiwan

le isole erano state scoperte, misurate e considerate parte dell'odierna Taiwan molto prima dell'annessione giapponese, quando Taiwan non era ancora stata annessa né alla Cina né al Giappone

 

Posizione degli Stati Uniti d'America

le isole sono state sotto l'amministrazione USA dal 1945 al 1972, quando il diritto è stato ceduto al Giappone, che aveva mantenuto la sovranità. Gli americani non si sono pronunciati sulla sovranità stessa
Modificato da Andrea75
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Understanding the China-Japan Island Conflict

 

China is struggling with the new role of the military in its foreign relations, while Japan is seeing a slow re-emergence of the military as a tool of its foreign relations. China's two-decade-plus surge in economic growth is reaching its logical limit, yet given the sheer size of China's population and its lack of progress switching to a more consumption-based economy, Beijing still has a long way to go before it achieves any sort of equitable distribution of resources and benefits. This leaves China's leaders facing rising social tensions with fewer new resources at their disposal. Japan, after two decades of society effectively agreeing to preserve social stability at the cost of economic restructuring and upheaval, is now reaching the limits of its patience with a bureaucratic system that is best known for its inertia.

Both countries are seeing a rise in the acceptability of nationalism, both are envisioning an increasingly active role for their militaries, and both occupy the same strategic space. With Washington increasing its focus on the Asia-Pacific region, Beijing is worried that a resurgent Japan could assist the United States on constraining China in an echo of the Cold War containment strategy.

We are now seeing the early stage of another shift in Asian power. It is perhaps no coincidence that the 1972 re-establishment of diplomatic relations between China and Japan followed U.S. President Richard Nixon's historic visit to China. The Senkaku/Diaoyu islands were not even an issue at the time, since they were still under U.S. administration. Japan's defense was largely subsumed by the United States, and Japan had long ago traded away its military rights for easy access to U.S. markets and U.S. protection. The shift in U.S.-China relations opened the way for the rapid development of China-Japan relations.

The United States' underlying interest is maintaining a perpetual balance between Asia's two key powers so neither is able to challenging Washington's own primacy in the Pacific. During World War II, this led the United States to lend support to China in its struggle against imperial Japan. The United States' current role backing a Japanese military resurgence against China's growing power falls along the same line. As China lurches into a new economic cycle, one that will very likely force deep shifts in the country's internal political economy, it is not hard to imagine China and Japan's underlying geopolitical balance shifting again. And when that happens, so too could the role of the United States.

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U.S., Japan Train for Island Defense

 

Japan's military is sharpening its skills at defending remote islands with the help of U.S. troops, as Tokyo faces an increasingly contentious dispute with China.

In a move that signals how the two allies are adjusting their defense cooperation to counter Beijing's growing territorial ambitions in the Western Pacific, troops from Japan's Ground Self Defense Force since mid-August have been receiving training on amphibious military tactics from the U.S. Marine Corps.

During the final session, which runs through Tuesday on Guam and other U.S.-controlled islands, roughly 40 troops from the Japanese army have trained with their Marine counterparts to make landing by boat or helicopter, and expel imaginary enemy forces that have taken over key facilities, such as a port and an airport on jungle-covered islands.

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Philippines Sends More Troops To Guard Disputed Islands

 

The Philippines has deployed 800 more Marines and opened a new headquarters to guard its interests in the disputed Spratly Islands, which China also claims, a senior military official said Sept. 30.

 

Straddling vital shipping lanes and believed sitting atop vast reserves of mineral deposits, including oil, the Spratlys chain in the South China Sea has long been considered a flashpoint for conflict in the region.

 

Apart from the Philippines and China, the Spratlys are claimed in whole or in part by Vietnam, Brunei, Malaysia and Taiwan.

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Carter: Regional Prosperity at Heart of Asia-Pacific Strategy

 

The rebalance of U.S. military focus toward the Asia-Pacific region has regional prosperity as its objective, Deputy Defense Secretary Ashton B. Carter said here today.

The new strategy is not about the United States, China or any other individual country or group of countries, Carter told an audience at the Woodrow Wilson International Center for Scholars.

“It's about a peaceful Asia-Pacific region, where all countries can enjoy the benefit of security and continue to prosper,” he said.

...

“We seek a peaceful Asia-Pacific region, where all the states of the region -- all of them -- can enjoy the benefits of security and continue to prosper," he told the audience.

Carter cited the U.S. military presence as part of the reason states in the region have been able to rise and prosper. "Thanks to that historic security, states in the region have had the freedom to choose and forge their own economic and political futures," he said. "We intend to continue to play that positive, pivotal, stabilizing role. That's what the rebalance is all about."

The United States will be able to deliver on the security commitments made in the defense strategy for five reasons, Carter said.

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Fight Over Rocky Islets Opens Old Wounds Between South Korea and Japan

 

As they do on any fine-weather day, ferries on Thursday disgorged hundreds of South Korean tourists at these desolate islets. Some charged onto a wharf, waving the national flag and shouting “Daehanminguk manse!” — “Long live the Republic of Korea!” Others unfurled a “Dokdo is our territory” banner and snapped group photographs.

The visitors were part of the flood of tourists who have visited this year — 153,000 and counting — amid a flare-up of long-simmering tensions over the islets, which are administered by South Korea but also claimed by Japan.

...

The territorial debate over the islets, known as Dokdo in South Korea and Takeshima in Japan, is one of several simmering in Asia that some analysts fear could lead to hostilities, many of them tied to China’s rise and its increasingly assertive claims to territory in the South China Sea. But experts say the increasingly shrill disputes between Japan and its East Asian neighbors, including China and South Korea, are potentially more explosive because the animosity is rooted in good part in anger over Japan’s brutal dominance of both countries decades ago rather than solely in a fight for natural resources.

On Dokdo/Takeshima, such anger is palpable.

 

Una cartina che illustra i contezioni aperti del Giappone: Territorial Disputes Involving Japan

 

Territorial disputes between Japan and its neighbors have escalated in recent months, prompting protests and diplomatic tensions. The disputes are linked to Japan’s 20th-century military expansion across Asia, which ended in World War II, and persist until today.

 

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China crisis adds urgency to Japanese air force modernisation

 

The Japan Air Self-Defence Force (JASDF) has long been Asia's most capable air force in terms of technology, training and doctrine.

...

But Tokyo is struggling to retain this edge. ...

"The biggest challenge facing Japan is the growing fourth-generation-plus aircraft the PLAAF [Peoples' Liberation Army Air Force] is putting out there," says Richard Bitzinger, of the Military Transformations Programme at Singapore's Rajaratnam School of International Studies. "Ten years ago the PLAAF didn't have airpower with the legs they have now. It's not just qualitative, but quantitative. If you look at China's number of fourth-generation fighters it about matches what the JASDF has. They can match the Japanese in terms of overall numbers of advanced fighters." Bitzinger adds that while Japan retains substantial deterrent capability, it will be hard-pressed to keep up as China's airpower rises: "The issue for Japan is how to deal with this. Could they match the Chinese if something gets out of hand? I'm not sure they have the answer."

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U.S. and Philippines Start Training Exercise

 

Philippine and United States officials on Monday opened a joint training exercise designed to help the two militaries work together to enhance regional security.

The training, called Amphibious Landing Exercises, involve 2,600 United States Marines and 1,200 Philippine Marines and will be held in locations around the northern island of Luzon. The two militaries will train together on disaster relief, humanitarian assistance and maritime security.

 

 

Offshore Control: A Proposed Strategy for an Unlikely Conflict

 

Key Points

◆◆ China’s antiaccess/area-denial capabilities resulted in the Pentagon writing an Air-Sea Battle concept as part of its Joint Operational Access Concept. Missing is a discussion of an appropriate strategy if the entirely undesirable Sino-American conflict occurs.

◆◆ Effective strategies include a coherent ends-ways-means formulation. Current budget issues place definite limits on U.S. means. China’s nuclear arsenal restricts the choice of ways. Thus, to be achievable, the ends must be modest.

◆◆ This paper proposes Offshore Control as a military strategy. It recognizes that any conflict with China will be measured in years, not weeks or months. Offshore Control aligns U.S. strategic requirements with the resources available; takes advantage of Pacific geography to provide strategic, operational, and tactical advantages for U.S. forces; and provides a way for the conflict to end that is consistent with previous Communist Chinese behavior.

◆◆ By reducing reliance on space and cyber domains, Offshore Control is designed to slow a crisis down and reduce escalatory pressure in a crisis and potential ensuing conflict.

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America cannot lead from behind in Asia

 

The latest shift in U.S. strategy is premature and could prove counterproductive. As the reception accorded Secretary Clinton suggests, China’s leaders are in no mood to be placated. If they believe Washington’s renewed appeals for cooperation to be sincere they likely see them as signs of temporary weakness. Under the circumstances Beijing has every incentive to play hard to get, demanding that the U.S. take concrete steps to show its good intentions and alleviate the tensions for which it is allegedly responsible.

The danger here should be obvious: as it seeks to soothe Beijing, the administration risks undermining much of what it has already accomplished. Other Asian nations have no desire to be caught up in a new cold war, but they are also deeply fearful of being left alone to confront an increasingly powerful China. The point of the pivot was to reassure them that, despite its present difficulties, the United States is not going to pull back and abandon them to their fates. While they have generally welcomed recent signals of American commitment, many regional observers remain unconvinced that the United States has the will or the wallet to follow through. Impending defense budget cuts and indications that, after a few months of tough talk, Washington is already prepared to soften its stance towards China can only reinforce these doubts.

As China grows stronger other countries are going to have to work harder to preserve a balance of power that safeguards their interests and helps keep the peace. Taken together, the United States and its Asian friends and allies have more than sufficient means to maintain such a balance. But if Washington wants others to do their part it needs to stand firm in its dealings with Beijing. Even more important, it needs to make costly, long-term investments in the military capabilities that will be needed to counter China’s own. When it comes to Asia, the United States does not have the option of leading from behind.

 

US-China frenemies strategy prevents cold war

 

China’s rise has important implications on U.S. economic and strategic interests, and noted that countries such as China and Iran continue to pursue asymmetric means of countering U.S. power projection capabilities. Many have taken these developments to mean that competition between the United States and China amounts to a new 'Cold War.'

...

As, at least for the meantime, China and the United States have no desire to abandon their strategy of superficial friendship, thus the conditions necessary for a Cold War are not present. For example, although Obama supports a new defense strategy aimed at containing China, he purposely avoided mentioning China at the time he announced this new policy at the Pentagon. Moreover, four days after the announcement, Obama sent Treasury Secretary Timothy Geithner to China to seek Beijing’s support on U.S. sanctions against Iran. Not long after that, however, the U.S. government publicly attributed the maritime disputes over the South China Sea to China’s policy of establishing Sansha City, and supported Japan on the disputes between China and Japan over the Diaoyu Islands. Then, in September, Hilary Clinton visited China and suggested that there are many areas for China and the U.S. to cooperate. As long as this superficial friendship strategy continues, Sino–U.S. relations will hence not teeter towards a Cold War.

That being said, as the comprehensive power of China and the United States continues towards parity, the number of conflicts of interest between the two states will continue to intensify, and that there will be an increasing trend wherein the two compete more often than they cooperate. Obama’s strategy of pivoting towards the Asia-Pacific Region is a product of the relative decline in U.S. power and of the increased pace of China’s rise. Furthermore, as its comprehensive national power decreases, United States will as a matter of necessity narrow its strategy, and apply its strategic resources to the globe’s most vital strategic areas. China’s rise has gradually made the Asia-Pacific a global power-center. By narrowing the scope of its strategy, the United States can hope to enhance its domination in the Western Pacific.

It follows that a Cold War between China and the United States will not ensue before they abandon their mutual strategy of superficial friendship. Even if both sides eventually follow this path it will not necessarily escalate into such a scanerio because, after a period of prolonged deadlock, it will remain possible that one party will proactively readopt a strategy of superficial friendship to improve relations.

 

News dal Giappone

 

The Sino Japanese naval war of 2012

 

OK, it's probably not going to happen. But if it did, who would win?

 

Thinking about the unthinkable war in the Senkakus

 

Even though Japan holds the contested ground, then, geography and the balance of forces would favor China should a conflict transpire today. The PLA will hold that edge unless Japan takes dramatic measures to fortify its southern ramparts. If the JSDF cannot win the air and sea battle around the Senkakus, it will lose the islands to any concerted PLA offensive. If nothing else, Chinese forces that controlled nearby waters and airspace could simply cordon off the archipelago and wait out the JSDF. Any Japanese defenders emplaced there would wither over time, bereft of food, water, and other critical supplies.

What to do? If commanding the air and sea is the key, then Tokyo must devise forces and plans for assuring JSDF access to the islands while denying PLA forces access. That could mean positioning mobile anti-ship missiles on Yonaguni Island, at the southern tip of the Ryukyus and within missile range of the Senkakus. (Such a move would be certain to play well with the locals.) It could mean expanding the submarine fleet and adjusting submarine deployment patterns southward. Patrolling the waters near the islets would comprise a potent deterrent. It could mean fielding new classes of small missile craft to wage guerrilla war at sea against Chinese surface ships—much as the PLA Navy envisions doing against U.S.-Japanese naval forces.

It certainly means Tokyo must act. Agonizing endlessly over measures like stationing token ground forces in the Ryukyus—as the nation has been doing for years now—does little to shore up Japan’s strategic position along its southern periphery. Fielding excellent military forces is a start. But if Japan’s leadership wants to win, it must put the JSDF in position to do so. Faster, please.

 

 

US needs a Taiwan strategy

Modificato da Andrea75
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Io ammetto di essere ignorante in materia di geopolitica,però -a mio parere- non si dovrebbe "incentivare" restando passivi una politica basata sulla prepotenza. La Cina Popolare rivendica le isole Senkaku sulla base di argomenti non proprio fortissimi, visto che se c'è uno Stato che potrebbe avere diritti sulle isole oltre al Giappone questo è Taiwan,per cui il giappone ed i suoi alleati dovrebbero mostrarsi fermi sulla posizione di non essere arrendevoli.

Se il Governo di Pechino vuole le isole Diyaou/Senkaku provi a conquistarle, però assumeno si tutti i rischi e le eventuali conseguenze negative

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China Snubs Financial Meetings in Japan in Dispute Over Islands

 

Two top Chinese officials will not attend international financial meetings in Tokyo this week, in an apparent snub aimed at showing China’s displeasure with Japan’s handling of a dispute over islands claimed by both Asian nations.

The last-minute cancellation, confirmed by Japanese officials on Wednesday, came as a Japanese news agency reported that Tokyo may try to defuse the standoff by officially acknowledging for the first time that China also claims the uninhabited islands in the East China Sea, known as the Senkaku in Japanese and Diaoyu in China.

The decision by China not to send its finance minister or central bank chief to the annual meetings of the International Monetary Fund and the World Bank is the latest sign of how the highly volatile territorial dispute is beginning to damage the huge economic relationship between China and Japan, the world’s second- and third-largest economies respectively.

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Le isole Senkaku/Diaoyu e la disputa Tokyo-Pechino

 

Sintetizzando le vicende storiche si ricorda che le Senkaku, insieme a Taiwan facevano parte dei territori ceduti dalla Cina al Giappone nel 1895 come sancito dal trattato di Shimonoseki stipulato il 17 aprile 1895 tra i rappresentanti dell’Impero giapponese e quelli dell’Impero cinese, al termine della prima guerra sino-nipponica; restarono quindi sotto il dominio giapponese fino al 1945 anno in cui i territori occupati passarono sotto l’amministrazione degli Stati Uniti d’America. Gli anni a seguire si caratterizzarono per alcuni accordi commerciali e da una particolare fase negli anni ‘50, periodo in cui la Cina aveva annunciato di voler ampliare la giurisdizione marittima dalle tre miglia iniziali a dodici miglia nautiche con il conseguente risentimento del Giappone che non riconobbe questa “pretesa” ritenuta pregiudizievole per la propria attività di pesca esercitata in quelle aree (benché non ancora amministrate). Nel 1952 entrò in vigore il trattato di pace di San Francisco tra Giappone e Stati Uniti con il riconoscimento delle isole come parte del territorio di Okinawa (sede di una base militare USA): al trattato ovviamente non parteciparono né Taiwan (che cominciò una rivendicazione di quei territori con il nome di Diaoyutai), né la Cina, la quale oltre a non riconoscerlo formalmente, ha specificato che quelle isole (in cinese Diaoyu) erano conosciute e censite in carte geografiche della dinastia Ming già nel 1403. Il citato trattato di pace portò come conseguenza la restituzione delle isole al Giappone, avvenuta nel 1972; in quello stesso anno, firmando una dichiarazione congiunta, Cina e Giappone stabilizzarono le loro relazioni diplomatiche.

 

Nel 1978, con il “Trattato di pace e amicizia tra Cina e Giappone” i due paesi adottarono una linea morbida relativa ai diversi contenziosi in atto, non assumendo alcuna decisione in merito alle Senkaku/Diaoyu. Seguirono altri accordi in ambito commerciale e, tra questi, quello sulla pesca stilato da Giappone e Cina nel 1997. Entrato in vigore nel 2000, presenta molti aspetti di difficile interpretazione e in linea con un prudente linguaggio diplomatico, individua delle aree provvisorie del territorio marittimo nell’ambito delle quali i relativi paesi possono esercitare una reciproca attività di pesca senza permesso altrui. Un’analisi più accurata mostra tuttavia molti limiti proprio in relazione all’art. 7 che, nel definire tali aree, specifica che esse sono comprese tra i 27 gradi di latitudine nord ed il nord più lontano, mentre il mare delle Senkaku è delimitato tra i gradi 25 e 26 di latitudine nord.

 

Per quanto riguarda la “zona economica esclusiva” ognuno dei due Paesi rivendica un’area che si estende per 200 miglia nautiche dalle proprie coste, mentre la porzione di mare in esame è larga soltanto 360 miglia. Quanto sia importante e di interesse strategico il controllo dell’area del Pacifico convenzionalmente nota come Mar Cinese Orientale (ove si trovano le Senkaku/Diaoyu) e del tratto più a sud denominato Mar Cinese Meridionale (ove si trovano le isole Paracel e Spratly, fonti di altre rivendicazioni cinesi) risulta evidente anche dalle sempre più numerose esercitazioni militari che negli ultimi anni sono state effettuate. La strategia marittima della Cina è ormai notoriamente diretta verso un proprio concetto di sea power sviluppato attraverso una espansione delle capacità navali a garanzia delle proiezioni in quelle aree; ma al di là di queste ragioni va tenuta in debita considerazione un altro dato. Il flusso di commercio che transita per queste zone marittime è notevole e l’importanza strategica che esso riveste per l’economia globale è indiscutibile.

 

Gli interessi reali in quella parte dell’oceano pacifico risentono anche delle previsioni allettanti per quanto concerne le capacità dei fondali marini di fornire di risorse energetiche; da tempo ormai lo sfruttamento dei fondali costituisce una materia di notevole interesse non solo per gli idrocarburi ma anche per l’estrazione di minerali quali oro, argento, zinco, rame, nichel e cobalto e dei elementi rari o terre rare (per i quali da 20/30 anni la Cina è il paese leader con quote che si attestano a circa il 50% delle estrazioni mondiali e il 98% delle esportazioni mondiali). Altro aspetto da non sottovalutare nella disputa diretta tra Pechino e Tokyo è infine quello relativo alle possibili implicazioni di carattere prettamente politico. Il 2013 è la data in cui il Giappone andrà alle urne e l’attuale primo ministro Yoshihiko Noda, è particolarmente impegnato, stante anche il recente rimpasto del governo, a rafforzare la propria figura all’interno del suo partito e agli occhi dell’opinione pubblica fronteggiando consistenti problemi tra i quali quello relativo allo sviluppo di una adeguata politica economica ed alla decisione di sospendere lo sfruttamento dell’energia nucleare come richiesto anche da manifestazioni pubbliche sempre più insistenti. Le stesse consultazioni riveleranno se e quanto le attuali politiche di collaborazione con gli Stati Uniti (che hanno identificato l’Asia come punto fondamentale della loro Defense Strategy Review) potranno proseguire nel solco già tracciato o dovranno essere ridisegnate seguendo nuove strategie.

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Che prezzo paga la Cina per le proteste anti-nipponiche?

 

L’attacco ai marchi giapponesi ha costretto alla chiusura una serie di imprese che ora stanno a poco a poco riaprendo. Fra auto ribaltate e negozi distrutti, il Giappone sta subendo un contraccolpo economico imponente: Toyota -48.9%, Honda -40.5%, Nissan -35.3% e Mitsubishi -63%. Questo solo a settembre e limitatamente al settore automobilistico, proprio in un momento in cui le compagnie giapponesi stanno faticando a mantenere delle quote di mercato a causa della crisi finanziaria globale.

Il boicottaggio non si ferma al solo comparto automobilistico, ma colpisce tutti i settori. Molti in Cina sembrano intenzionati a non comprare o utilizzare più beni importati dal paese del Sol Levante, da dove solitamente proviene oltre il 20% delle importazioni. In molte librerie non si trovano più opere di autori giapponesi e persino gli ospedali stanno rimandando al mittente i medicinali nipponici o si rifiutano di rinnovare i contratti di fornitura. Anche la chirurgia plastica ha subito un forte danno a seguito della cancellazione di molti interventi richiesti da cittadini cinesi.

Vengono boicottate anche le compagnie aeree giapponesi che hanno cancellato centinaia di voli fra i due paesi e quelle cinesi hanno temporaneamente bloccato alcuni viaggi verso il vicino oltremare. Solo nei primi venti giorni di settembre il valore totale delle esportazioni da Tokyo è calato di un decimo rispetto allo stesso periodo nel 2011, tanto che se il boicottaggio durasse tre mesi l’economia nipponica subirebbe un calo del PIL dello 0,1%.

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Ciononostante, sarebbe molto più conveniente per Pechino chiudere la disputa il prima possibile: la crescita economica del dragone sta avendo una rapida battuta d’arresto anche perché i giapponesi sono fra i maggiori investitori nell’economia cinese. Nei primi mesi del 2012, fino a luglio, il totale di Investimenti Diretti Esteri (IDE) dal paese del Sol Levante verso il vicino sono calati del 1.4%. Era dagli anni ’90 che il trend di aumento degli investimenti giapponesi non si invertiva.

La batosta economica subita dalla Cina non riguarda solo gli IDE, ma anche i livelli di produzione e la forza lavoro. La maggior parte dei beni giapponesi boicottati è prodotta all’interno del territorio cinese, come ad esempio i computer e gli apparecchi elettronici a marchio giapponese. Anche gran parte delle fabbriche automobilistiche nipponiche sono state costrette a ridurre l’output per il netto calo di domanda, lasciando a casa gli stessi lavoratori cinesi. A settembre sono stati tagliati i turni notturni in molti impianti e le fabbriche hanno chiuso tre giorni prima della settimana delle festività autunnali.

La leadership cinese è ben consapevole di questo circolo vizioso e per questo si sta muovendo per una risoluzione della disputa che non faccia perdere la faccia a nessuna delle due parti. La scorsa settimana Pechino ha inviato segretamente in Giappone un funzionario diplomatico con l’incarico di iniziare le trattative per una soluzione definitiva. Osamu Fujimura, portavoce del governo giapponese, ha rivelato che a Tokyo si é tenuto un primo incontro esplorativo e che ci si è accordati sulla programmazione di un meeting di alto livello, che molto probabilmente coinvolgerà i vicepresidenti.

Si tratta di un passo molto importante poiché mostra la volontà di ambo le parti di arrivare ad una soluzione pacifica. Molto probabilmente sarà fatta un’offerta da parte del governo di Pechino per acquistare le isole in questione, o ci si accorderà per uno sfruttamento congiunto delle risorse presenti nelle acque intorno alle isole.

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