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Mattesini

La Marina e l'8 Settembre

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LA MARINA E L’8 SETTEMBRE

 

Francesco Mattesini

 

Dieci anni orsono, nell’anno 2002, sessantesimo anniversario dagli avvenimenti dell’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Ufficio Storico della Marina Militare, allora comandato dal capitano di vascello Alessandro Valentini, pubblicò la storia di quei tragici avvenimenti in un mio grosso libro dal titolo “La Marina e l’8 Settembre”. Con questo paziente ed impegnativo lavoro, durato anni trascorsi a consultare moltissime fonti di protagonisti e di storici che riporto nelle Note, ho cercato il più possibile di trattare, come è mia abitudine, senza reticenze e con obiettività, gli argomenti dell’8 settembre, facendo una profonda ed accurata analisi dei fatti.

 

L’opera è ripartita in due grossi volumi: il primo, di ben 687 pagine, che comprende il testo, ossia la descrizione degli avvenimenti; il secondo, di 609 pagine, riporta un complesso di 111 documenti, in massima parte riprodotti in fotocopia dall’originale, e il resto digitato per rendere più agevole al lettore la comprensione, perché molte delle pagine dei documenti sono quasi illeggibili, a causa del tempo trascorso e della battitura effettuata all’epoca con copie riprodotte con carta carbone.

 

Dalla lettura dei documenti che, esposti in ordine cronologico, vanno dal singolo messaggio operativo alle relazioni, e che in buona parte erano allora assolutamente inedite, si può avere un quadro completo di come si svolsero gli avvenimenti che portarono al tragico Armistizio dell’Italia con Alleati. Essi poi servono a suffragare i moltissimi punti elaborati e commentati nel testo, in cui, secondo il mio giudizio, particolarmente importanti appaiono gli argomenti riguardanti:

 

1°) l’afflusso delle truppe tedesche in Italia per sostenere militarmente l’Italia, che era ormai aggredita da ogni parte dagli anglo-americani e minacciata, dopo la caduta del fascismo, anche dai germanici che non si fidavano del Governo Badoglio;

 

2°) lo svolgimento delle trattative per l’armistizio, dove, consultando il carteggio più riservato degli Archivi Militari, in particolare il fondo del generale Castellano nell’Archivio Storico dell’Esercito, ritengo di aver fatto piena luce su molti enigmi e omissioni, rimaste praticamente nascoste per decenni.

 

Avevo già trattato l’argomento degli avvenimenti dell’8 settembre in un saggio, ricco di documenti, pubblicato in due grosse puntate nel Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare di giugno e settembre 1993, traendo elementi poi in parte, successivamente, confermati nell’eccellente volume “L’inganno reciproco, L’armistizio tra l’Italia e gli angloamericani del settembre 1943” di Elena Aga Rossi , che in quel periodo stava facendo negli archivi militari le mie stesse ricerche. Nell’anno 2003, a dieci anni di distanza, la professoressa Aga Rossi apportò gli indispensabili aggiornati nella seconda edizione del libro “Una nazione allo sbando”, la parte descrittiva, priva di documenti, del citato contemporaneo libro “L’inganno reciproco.

 

Nel mio libro per l’Ufficio Storico ho ribadito, con prove ancor più inequivocabili di quelle riportate nel saggio drel Bollettino d’Archivio, come i responsabili militari italiani fossero pienamente al corrente che lo sbarco degli anglo-americani nella penisola si sarebbe svolto a Salerno, e che la data della firma dell’armistizio di Cassibile (3 settembre) era conosciuta a Roma, come d’altronde era logico supporre, da tutti i vertici delle Forze Armate (Doc. del 2° Tomo n. 58, p. 295-297), che hanno sempre negato questa realtà anche davanti alle commissioni d’inchiesta.

 

Anche l’ex Ministro e Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Raffaele de Courten, che si sentiva ancora legato al giuramento del “Segreto” imposto all’epoca degli avvenimenti dal Capo del Governo, maresciallo Pietro Badoglio, si era comportato nello stesso modo, tranne poi a lasciare testimonianza scritta nel suo carteggio (Doc. n. 82, p. 399-402). La prova inequivocabile di questa realtà è fornita, in modo incontestabile, nelle relazioni che si trovano nell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito, in particolare nel fondo Generale Castellano, e per la Marina dall’allora capitano di vascello Ernesto Giuriati nella sua “Relazione sugli avvenimenti post-armistizio” (Doc. n. 57, p. 284-294), quest’ultima nell’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina.

 

Il comandante Giuriati, Capo del Reparto Operazioni di Supermarina, che la sera del 6 settembre si era imbarcato a Gaeta sulla corvetta Ibis, destinata ad un appuntamento, presso Ustica, con una piccola nave britannica sulla quale trasferire gli ufficiali di una missione militare italiana inviata a collaborare con gli Alleati alle dipendenze del generale Castellano, ricevette dall’ammiraglio Franco Maugeri, Capo dei Servizi d’Informazione della Regia Marina (S.I.S.), la notizia “che era già stato firmato l’armistizio”.

 

Se questa fondamentale notizia era a conoscenza del Capo del S.I.S. come non poteva saperla il Ministro della Marina, che su richiesta del generale Ambrosio aveva organizzato la missione della Ibis e il trasferimento del comandante Giuriati, e che quel mattino del 6 settembre aveva ricevuto dal Comando Supremo copia dei Documenti armistiziali. Tra essi vi era incluso il famoso “Promemoria Dick”, che imponeva i dettagli di navigazione e di trasferimento della flotta italiana per raggiungere i porti degli Alleati, già discussi da Castellano con gli Alleati.

 

Capito da quella rivelazione, l’ammiraglio de Courten compilò due promemoria per il generale Ambrosio. Nel primo promemoria egli protestava, per non essere la Marina stata tenuta al corrente di argomenti che tanto la riguardavano (Doc. n. 52, p. 260-262), mentre invece era lui, lavandosi le mani, che nel corso del mese di agosto aveva lasciato la questione “al Ministero degli Esteri”, ossia al ministro Raffaele Guariglia, come ha riferito l’ammiraglio Maugeri, Capo del SIS, il Servizio Informazioni Segrete della Marina, mentre invece la questione, vincolata dal più stretto segreto (vizio congenito degli italiani) era ormai trattata nell’ambito del Comando Supremo.

 

Nel secondo promemoria de Courten proponeva di dare agli Alleati un sostegno nella guerra contro il Giappone, inviando nel Pacifico le tre corazzate del tipo “Littorio”. Era un modo per non lasciare quelle navi inoperose nelle mani degli aglo-americani, in modo da ottenere da essi gratitudine, specialmente nel momento in cui, alla fine della guerra, sarebbe stata firmata la resa dell’Italia. Occorre, infatti, non dimenticare che l’accettazione delle clausole dell’armistizio portate a Roma dai generali Castellano e Zanardi, e che erano in alcuni articoli molto duri, rappresentava a tutti gli effetti una indiscutibilmente resa, che gli italiani potevano alleviare pagando, con una efficace collaborazione, “il biglietto di ritorno”, come scrisse Winston Churchill. (Doc. n. 51, p. 258-259)

 

Ma oltre a questi importantissimi dettagli, che hanno posto finalmente termine al dilemma sulla conoscenza dell’armistizio da parte delle massime autorità militari, interessate a negare questo importante argomento per nascondere le loro gravissime responsabilità determinate dalle tardive diramazioni degli ordini ad agire contro i tedeschi, il libro spiega, in modo esaustivo, quali furono gli elementi che portarono al tragico 8 settembre e al dissolvimento delle capacità di reazione delle Forze Armate italiane.

 

Documenti originali importantissimi rintracciati dall’Autore – ma non tutti dalla professoressa Aga Rossi, che pur consultando i carteggi del generale Castellano e dell’ammiraglio de Courten, avendo in mano documenti, anche voluminosi, senza intestazione, scritti a mano o firmati con sigla, non né comprese l’importanza – sono:

 

1°) il promemoria inviato il 6 settembre dal generale Ambrosio, Capo del Comando Supremo, al generale Castellano, latore delle trattative armistiziali, che si trovava ad Algeri, e nel quale si chiedeva in due punti: di ritardare la data dello sbarco “a Salerno” di sei divisioni; e convincere il Comando Alleato del generale Dwight David Eisenhower a permettere alla flotta italiana di restare in territorio Italiano, in Sardegna alla Maddalena, dove avrebbe dovuto recarsi anche il Re con la Corte; (Doc. n. 58, p. 295-297)

 

2°) il promemoria, in lingua inglese, preparato per il Comando Supremo italiano dal generale Alexander, Comandante del 15° Gruppo d’Armate anglo-americane, nel quale si chiedeva agli italiani di esercitare, al momento dell’armistizio e dello sbarco a Salerno, il massimo delle misure militari, che includevano, soprattutto, la difesa di Roma. Con ciò é sfatata la leggenda, esposta ad arte, che agli italiani era richiesto dagli Alleati di esercitare contro i tedeschi soltanto azioni difensive e di sabotaggio (Doc. n. 44, p. 203-205), mentre invece, e lo sapevano bene, il modo di agire doveva essere quello concordato a Cassibile da Castellano con Alexander.

 

Il promemoria fu portato in volo a Roma la sera del 5 settembre dal maggiore Luigi Marchesi, assieme agli altri documenti armistiziali e di dettaglio operativo che, dopo una frenetica traduzione e copiatura al Comando Supremo, nelle prime ore del 6 furono portati alla conoscenza degli Stati Maggiori, assieme al Promemoria n. 1 compilato ed aggiornato sulla base di quegli stessi documenti. Da ciò, ne sarebbe seguita tutta una serie di lamentele e discussioni, perché ciascun Comandante Superiore, per il tempo che era ritenuto troppo ristretto prima della dichiarazione dell’armistizio, ebbe a lamentare le proprie difficoltà nel campo tecnico e operativo. In particolare, fu molto irritato il generale Giacomo Carboni, cui competeva la difesa di Roma, il quale, con lamentele dell’ultimo minuto, sostenne che gli mancavano le forze necessarie per difendere la capitale e i mezzi logistici per accogliere a Roma i paracadutisti statunitensi dell’82^ Divisione.

 

3°) La famosa “Nota” del generale Mario Roatta, considerata “apocrifa”, perché essendo datata 6 settembre indicava in Salerno la località dello sbarco nemico, e questo elemento smentiva le false dichiarazioni degli altri Capi militari rilasciate alle commissioni d’inchiesta e al Tribunale militare. Nota che invece esiste sotto un’altra forma, compilata da Roatta assieme al generale Francesco Rossi, Sottocapo di Stato Maggiore Generale, e che quest’ultimo porto in volo ad Algeri la sera dell’8 settembre, per cercare di convincere il generale Eisenhower a rimandare la dichiarazione dell’armistizio. (Doc. n. 62, p. 301-305)

 

4°) Gli appunti dell’ammiraglio de Courten tracciati a Brindisi il 10 settembre 1943, e relativi agli avvenimenti dei giorni dal 3 all’8 di quel mese. In questi appunti, scritti a mano, sono tra l’altro riportati come il 3 settembre il Ministro della Marina fu informato dal maresciallo Badoglio sugli avvenimenti armistiziali, e la sua ferma opposizione nel Convegno della Corona della sera dell’8 al Quirinale, di respingere l’armistizio, chiedendo le dimissioni del Capo del Governo, considerato il maggiore responsabile della situazione creatasi proprio con la dichiarazione di armistizio, riportata da Radio Algeri e poi letta, mentre si svolgeva il convegno, dal generale Eisenhower. (Doc. n. 92, p. 399-402)

 

Non si sarebbero fatte attendere le conseguenze del comportamento ambiguo dei maggiori comandi italiani che, per guadagnare tempo e per ottenere dagli anglo-americani condizioni di pace più favorevoli di quelle già fissate a Cassibile, portò il maresciallo Badoglio, influenzato negativamente dal generale Carboni, a chiedere agli Alleati, tramite il generale Maxwell Taylor, di rimandare di qualche giorno l’arrivo sugli aeroporti romani dei paracadutisti statunitensi. L’82^ Divisione Aviotrasportata era costituita con tre reggimenti, che – sostenuti da cento cannoni anticarro e da sedici carri armati da far arrivare con quattro navi da sbarco alla foce del Tevere (1 LST e 3 LCT), e con 100 velivoli da caccia, destinati ad atterrare a Ciampino, assieme a due velivoli di appoggio tecnico, trasportanti apparati di collegamento e radar – avrebbero incrementato notevolmente e con successo le possibilità di difesa della capitale italiana.

 

Con quella disgraziata richiesta di rimandare l’aviosbarco, che fu portata alla conoscenza degli alleati nel pomeriggio dell’8 settembre – quando la metà dei 135 aerei alleati C. 47 da trasporto destinati all’aviosbarco erano già in volo, con gli uomini e armi del 504° Reggimento paracadutisti, e fu necessario richiamarli alle basi della Sicilia; avvenimento seguito al mattino del 9 dalla “fuga” del Re e dei Capi Militari dalla Capitale, forse concordata con il feldmaresciallo Albert Kesselring, Comandante Superiore germanico del fronte meridionale, che era interessato ad avere libertà di manovra nella zona di Roma per farvi transitare i rinforzi destinati a Salerno, a cui sarebbe conseguito il dissolvimento delle capacità di reazione delle Forze Armate italiane, al momento in cui scattò, nella notte, la reazione tedesca; reazione che fu rapida, efficiente ed implacabile non soltanto a Roma e nei territori della penisola italiana, ma anche nei territori oltremare, come quelli dell’Albania, della Grecia e dell’Egeo.

 

Per la parte riguardante prettamente la Marina, sono due gli argomenti da me trattati altrettanto esaustivamente. Il primo riguarda lo svolgimento delle ultime operazioni offensive, assegnate nella prima decade di agosto a due divisioni d’incrociatori (7^ e 8^), che furono dirette a bombardare Palermo. Tuttavia, le due missioni abortirono ancor prima di raggiungere l’obiettivo, con una rapida ritirata e quindi con l’ennesimo fallimento, determinato anche questa volta dalla scarsa fiducia dei loro comandanti a tentare la sorte, nell’occasione gli ammiragli Romeo Oliva e Giuseppe Fioravanzo.

 

Ancora più importante, nella trattazione degli avvenimenti dell’8 settembre, è la quarta ed ultima parte dell’opera, intitolata “Il dramma della Forza Navale da Battaglia”, perché include la descrizione dell’affondamento della corazzata Roma e i dettagli del triste trasferimento delle navi a Malta, per consegnarsi agli Alleati. Mi è stato rimproverato di non aver tenuto conto degli altri episodi che si verificarono, nel campo marittimo, un po’ ovunque, ma nel comporre il libro il mio intendimento è stato limitato a quanto accadde nell’ambito della flotta, altrimenti avrei dovuto ripartire il racconto in almeno tre tomi.

 

In questo contesto, mi soffermo particolarmente sulla figura del Comandante delle Forze Navali da Battaglia, ammiraglio Carlo Bergamini, che si trovava alla Spezia. Chiamato a Roma il 7 settembre per una riunione di Comandanti di Flotta e Dipartimento, ai quali fu spiegato, con la lettura del Promemoria n. 1 del Comando Supremo, quale doveva essere il fermo comportamento da tenere con le armi contro i tedeschi, e l’eventualità di autoaffondare la flotta in alti fondali per non farla cadere in mano agli Alleati o ai tedeschi (Doc. n.76, p. 361-363).

 

Da due colloqui con de Courten, avvenuti alle 10.00 e alle 19.00, e dalla lettura del Promemoria n. 1 da parte di del Ministro nel corso della riunione degli ammiragli delle ore 16.00, Bergamini si dovette rendere conto che la flotta italiana, che egli stava preparando per affrontare l’ultima battaglia, aumentando le esercitazioni, non sarebbe andata all’auspicato e disperato combattimento contro la Royal Navy, quando fosse iniziata l’invasione dell’Italia. Quindi la credenza, orchestrata e alimentata ancora oggi da storici poco scrupolosi, se non faziosi, tendenti a far credere che a Bergamini, nella giornata del 7 settembre e al mattino dell’8, fosse stato ordinato dall’ammiraglio de Courten di preparare le navi all’uscita dalle basi dell’Alto Tirreno per raggiungere Salerno e affrontare la flotta britannica al momento dello sbarco, deve essere assolutamente respinta. L’ordine di prepararsi a salpare, inviato da Supermarina a Bergamini intorno alle 10.00 dell’8 settembre aveva ben altro scopo, ed era quello di raggiungere i porti degli Alleati.

 

Bergamini fu anche informato da de Courten che in Sicilia “si erano concluse le trattative d’armistizio fra il Governo italiano e i Governi anglo-americani”, ma nello stesso tempo venne tenuto all’oscuro di quanto si stava preparando a Roma per il trasferimento delle navi nei porti controllati dagli anglo-americani. Percorrendo in macchina la statale Aurelia, Bergamini rientrò alla Spezia il mattino dell’8 settembre, con istruzioni, dettate durante la riunione da Sansonetti, che tra l’altro tenevano anche conto di un eventuale autoaffondamento della flotta, per non farla cadere in mano ai tedeschi, con i quali, era stato specificato dall’ammiraglio de Courten, si era arrivati ai ferri corti.

 

Nel pomeriggio i dettagli per affondare le navi furono discussi al telefono dal Capo della Flotta con Sansonetti, il quale informò Bergamini che tale misura doveva realizzarsi all’arrivo dell’ordine “Raccomando massimo riserbo” (Doc. n. 87, p. 383). Ma poco dopo, alle ore 16.00, radio Algeri e poi Radio Londra anticiparono la notizia ufficiale dell’armistizio, che in mattinata era già stata svelata dalla stazione statunitense di radio Cincinnati; notizia che alle 18.30 fu ufficializzata, ancora da Radio Algeri, dal generale Eisenhower. Rimasto profondamente e inaspettatamente sorpreso e turbato, l’ammiraglio Bergamini ne chiese conferma a Supermarina, dal quale gli fu risposto che la notizia era vera. Subito dopo il Comandante della flotta ricevette dall’ammiraglio de Courten l’ordine di trasferire le sue navi a Bona. Occorre precisare che in questa zona egli sarebbe stato atteso da una forza navale britannica, che doveva guidarlo in un porto alleato, senza più alcun dubbio, quello di Malta; destinazione che, per le testimonianze scritti lasciate dai protagonisti, a Roma già conoscevano.

 

Nei colloqui telefonici con il Ministro della Marina e con Sansonetti, iniziati alle 16.00 dell’8 settembre, Bergamini, come ha testimoniato Sansonetti, considerò le reticenze dei capi “come una palese prova di sfiducia verso di lui”. Pertanto ebbe una reazione violenta, chiese di essere sostituito nel Comando della flotta e minacciò addirittura di autoaffondare le sue navi, e di non voler partire per Malta, come lo stesso de Courten riferì quella stessa sera al generale Renato Sandalli, Ministro dell’Aeronautica.

 

Rimasto a discutere con Sansonetti, poiché de Courten fu chiamato al Quirinale per il famoso Convegno della Corona, dove in un clima drammatico fu deciso di accettare le condizioni di armistizio imposte dagli Alleati e ratificate dal Re Vittorio Emanuele III, l’ammiraglio Bergamini continuò a protestare violentemente con Sansonetti, suo compagno di corso e grande amico, affermando che “non intendeva assolutamente andare a fare il guardiano di navi in consegna al nemico”. Nel corso del colloquio telefonico si parlò indubbiamente anche del “Promemoria Dick”, per assolvere il quale, come ha riportato Sansonetti in una lettera scritta nel dopoguerra a de Courten, il Comandante della flotta “si mostrò molto riluttante”. (Doc. n. 89-91, p. 385-398)

 

Poi, infine, di fronte alla drammaticità della situazione, fattagli notare con molto vigore da Sansonetti, che spiegò a Bergamini quale importanza avesse per il futuro dell’Italia la necessità che la Marina ottemperasse lealmente alle condizioni di armistizio, perché, si sperava, avrebbero influito nell’ottenere condizioni di pace più favorevoli per la Nazione, il Comandante della flotta si concesse una riflessione, in attesa di parlare nuovamente con de Courten, impegnato al Quirinale e poi a discutere al Comando Supremo con il generale Ambrosio, che già in mattinata, rientrando in treno da Torino, gli aveva riferito aver gli Alleato negato alla flotta il permesso di raggiungere La Maddalena. Disse però amaramente a Sansonetti: “E ora chi lo dice ai comandanti”, missione che sapeva di dover compiere, e che era resa drammatica per motivi etici e morali.

 

In effetti, Bergamini, che aveva il suo comando sulla corazzata “Roma”, in quel pomeriggio dell’8 settembre riunì in due occasioni, alle 18.00 e alle 22.00, gli Ammiragli delle divisioni e i Comandanti delle navi della flotta presenti alla Spezia, facendo conoscere quanto sapeva degli avvenimenti in corso. Durante la seconda riunione, egli spiegò ai suoi ufficiali l’importanza della gravità della situazione e le misure da affrontare senza esprimersi con frasi dal carattere di esaltazione per l’attività futura della Marina, come taluni hanno voluto far credere, per essere poi smentiti dagli ufficiali presenti alla riunione, in particolare dall’ammiraglio Romeo Oliva, Comandante della 7^ Divisione Navale. Nella sua esposizione, in cui tutti notarono il suo stato di turbamento ed emozione, Bergamini specificò di non sapere quali sarebbero stati gli ordini poiché il tutto era subordinato alle istruzioni che l’ammiraglio de Courten avrebbe ricevuto dal maresciallo Badoglio. Istruzioni che in realtà erano già stati trasmessi alla Roma dal Capo del Reparto Operazioni di Supermarina, ammiraglio Carlo Giartosio (Doc. N. 75, p. 353-360), come egli ha scritto nella sua relazione, che è stata anche confermata dal capitano di vascello Aldo Rossi, Capo dell’Ufficio Piani dell’Alto Comando Navale, in una propria relazione, che si trova nel carteggio di de Courten.

 

Nel dopoguerra l’ammiraglio Oliva riferì a de Courten che nel corso della riunione serale l’ammiraglio Bergamini nulla disse sulla destinazione finale delle navi, ma soltanto che dovevano andare alla Maddalena.

 

Con il Ministro della Marina che, per spingerlo a partire per Malta senza altro indugio, alle ore 23.00 lo chiamò al telefono sulla corazzata “Vittorio Veneto” – ultima grande nave della flotta che trovandosi alla banchina era ancora collegata con la terra – Bergamini ebbe ancora un’accesa discussione, dai toni drammatici, in cui ribadiva tutte le sue perplessità, che d’altronde erano quelle dello stesso de Courten, anche se l’ex nemico aveva dichiarato che la bandiera non sarebbe stata ammainata sulle navi italiane, come tutti temevano. Infine, Bergamini, come ha scritto de Courten nelle sue “Memorie” pubblicate dall’Ufficio Storico della Marina Militare, assicurò che sarebbe partito dalla Spezia con tutte le navi, comprese quelle ai lavori, per raggiungere l’indomani, come gli aveva richiesto il Ministro della Marina, la base della Maddalena, dalla quale, forse allora a sua insaputa, la flotta sarebbe dovuta partire il mattino successivo (10 settembre) per raggiungere le acque di Bona, all’appuntamento con una squadra navale britannica.

 

All’ultima discussione, alle ore 23.00, fu presente l’ammiraglio Accorretti, che sulla “Vittorio Veneto” esercitava il Comando della 9^ Divisione Navale. Avendo udito tutto, scrivendo nell’immediato dopoguerra all’ex Ministro della Marina, gli ricordò testualmente: (carteggio de Courten)

 

“Bergamini buon anima ti fece molto disperare, io mi misi a chiudere le porte perché ti parlava dal “Vittorio Veneto”…. Io assolutamente senza volerlo sentii tutto il vostro colloquio. Per calmarlo tu affermasti che andassimo a Maddalena dove si troverebbe il Re etc. Se come tu avevi ordinato facevamo con tutte le possibili regole di guerra il viaggio da te ordinato per Malta, accostando la sera come se andassimo altrove e procedessimo a Malta, forse si sarebbe evitata la fine della “Roma”.

 

La decisione di far sostare la flotta alla Maddalena, contrastava nettamente con l’ordine impartito dal Comando Alleato di raggiungere Bona, ma fu decisa dall’ammiraglio de Courten per convincere Bergamini a partire, con la motivazione, riferita da Accorretti, che in loco si sarebbe trovato il Re. Il sovrano, invece, di fronte alla reazione tedesca che si stava sviluppando con i paracadutisti della 2^ Divisione alla foce del Tevere, non valeva assolutamente restare a Roma.

 

Il generale Ambrosio, con lettera del 6 settembre, aveva riferito a Castellano, per informarne Eisenhower (Doc. n. 59, p. 298), che il Sovrano voleva andare alla Maddalena allo scopo di “non restare coinvolto nel bombardamento di Roma”, mentre invece secondo la tesi del duca Pietro Acquarone, Ministro della Real Casa, riferita ad Ambrosio e agli altri Capi Militari durante una riunione ai massimi livelli, Vittorio Emanuele temeva di cadere in mano ai tedeschi. Non potendo trasferirsi in motoscafo a Civitavecchia per imbarcarsi con il suo seguito per la Maddalena sui cacciatorpediniere “Vivaldi” e “Da Noli”, perche il controllo della foce del Tevere era passato ai tedeschi, e perché nello stesso tempo la flotta che doveva proteggerlo non sarebbe rimasta in quella base della Sardegna non autorizzandolo gli Alleati, il Re stava cercando un’altra destinazione, ripiegando su Pescara; movimento di vera fuga, per alcune testimonianze, che in macchina il Sovrano iniziò prima dell’alba del 9 percorrendo la consolare Tiburtina – Valeria, per poi raggiungere Ortona imbarcandosi, assieme a Badoglio e ai massimi Capi Militari, sulla corvetta “Baionetta” che lo porto l’indomani a Brindisi, dove il controllo, per la ritirata delle truppe tedesche in seguito agli sbarchi a Taranto di forze britanniche, era degli italiani.

 

Nel suo stato di comprensibile angoscia seguito all’ultimo colloquio telefonico con il Ministro della Marina, l’ammiraglio Bergamini, è da supporlo, non sapeva ancora bene cosa fare, anche perché le truppe tedesche si stavano avvicinando alla Spezia, e la flotta rischiava di rimanervi imbottigliata. Ricevuto alle 23.45 dell’8 settembre da Supermarina l’ordine di andare alla Maddalena, alle 23.56 la Roma segnalò a tutte le navi: “attivare pronti a muovere”. Ma, per motivi non bene ancora accertati, probabilmente di natura tecnica, fu soltanto alle 03.13 del giorno 9 (e quindi dopo tre ore e diciassette minuti da quel suo messaggio) che la nave ammiraglia di Bergamini segnalò “salpate”, per poi trasmettere subito dopo, alle 03.16: “Uscite immediatamente”. (5)

 

La “Vittorio Veneto”, che seguiva in formazione le corazzate “Roma” e “Italia” (ex “Littorio”), quest’ultima fino al mattino dell’8 settembre nave ammiraglia della flotta, fu l’ultima unità a lasciare La Spezia, salpando alle 03,40 e navigando a ventiquattro nodi, che era poi la velocità di tutta la squadra, costituita da 3 corazzate, tre incrociatori (Eugenio, Montecuccoli, Aosta), sei cacciatorpediniere e cinque torpediniere. Alle 04.45 la velocità fu ridotta e mantenuta a venti nodi fino a poco dopo le 13.00, subito dopo l’arrivo sulla “Roma”, come vedremo, dell’ordine di recarsi a Bona, trasmesso da Supermarina. Nel frattempo, a nord di Capo Corso, alla Squadra si erano ricongiunti, provenienti da Genova, gli incrociatori della 8^ Divisione Navale (ammiraglio Luigi Biancheri), Abruzzi, Garibaldi e Regolo, con due cacciatorpediniere di scorta. E’ pure da supporre che, alla partenza dalla Spezia, a Bergamini non fosse segnalato lo stato di urgenza che imponeva di raggiungere al più presto La Maddalena, e che quindi egli, non preoccupandosi, avesse preferito procedere, fino all’arrivo dell’ordine di Supermarina, con una navigazione di trasferimento economica.

 

Occorre tuttavia precisare che tutte discussioni sulla partenza e sulla destinazione della flotta ebbero la loro importanza negativa nel proseguimento degli avvenimenti perché, indubbiamente, servirono a ritardare una decisione per il trasferimento che doveva essere presa subito, alle ore 18.00 del pomeriggio dell’8 settembre. Invece la partenza delle navi dalla Spezia avvenne con un ritardo di nove ore rispetto a quanto stabilito nel “Promemoria Dick”, documento che fissava le rotte da seguire e i tempi da rispettare, e che era stato compilato dal commodoro Royer Dick Capo di Stato Maggiore del Comandante in Capo delle Forze Alleate, ammiraglio Andrew Browne Cunningham.

 

Per concorde dichiarazione degli ammiragli Sansonetti e Brivonesi la flotta doveva arrivare alla Maddalena dopo l’alba del 9 settembre, intorno alle 09.00, mentre in realtà a quell’ora, navigando al largo delle coste occidentali della Corsica, essa si trovava ancora molto distante, all’altezza di Capo Testa.

 

La navigazione della flotta a ponente della Corsica fu seguita da avvenimenti imprevisti e drammatici, nei quali anche il ritardo accumulato nella partenza, che si aggiungeva alle nove ore fissate nel “Promemoria Dick” per lasciare La Spezia, per poi raggiungere all’alba del 9 una zona di controllo aereo degli Alleati a sud della Sardegna, ebbe le sue conseguenze. La flotta, infatti, già allertata alla minaccia aerea, prima ancora di essere localizzata a ponente della Corsica da un ricognitore tedesco Ju 88, raggiunse le acque dello stretto di Bonifacio troppo tardi per’entrare nell’ancoraggio della Maddalena.

 

Era accaduto che quel mattino del 9 settembre la sede di Comando della base era stata catturata con un rapido colpo di mano da un esiguo reparto di motivati soldati germanici del reggimento Brandenburg, specializzati in operazioni di commando, sbarcati da cinque motozattere che si trovavano già in rada, e che presero sotto custodia l’ammiraglio Brivonesi, costringendolo a trattative. Forse i tedeschi non volevano che le Forze Navali da Battaglia entrassero nel porto, poiché permisero a Brivonesi di parlare per telescrivente con Supermarina, spiegando la situazione venuta a verificarsi nella base. Come scrisse nella sua relazione, forse con troppa generosità, il Generale Antonio Basso comandante del 13° Corpo d’Armata della Sardegna, la cattura del Comando si sarebbe verificata evidentemente “per scarsa vigilanza”. Nel frattempo le navi italiane presenti alla Maddalena dettero l’allarme per radio, e non appena la notizia arrivò a Supermarina l’ammiraglio Sansonetti ordinò alla Forze Navali da Battaglia di puntare direttamente su Bona.

 

L’ammiraglio Bergamini, che si apprestava a entrare da ponente nello Stretto di Bonifacio per raggiungere la Maddalena – dove lo attendevano gli ordini operativi che erano stati consegnati la mattina dell’8 settembre da Supermarina all’ammiraglio Bruno Brivonesi chiamato appositamente a Roma – ricevette la notizia alle 14.38 nella seguente forma: “La Maddalena occupata dai tedeschi, invertire la rotta dirigendo su Bona”. A questa inaspettata notizia seguì due minuti dopo l’ordine, impartito dalla “Roma”: “A tutte le unità dipendenti. Accostate ad un tempo di 180° a sinistra”. Quindi Bergamini, con il messaggio n. 06992, ne informò Supermarina trasmettendo “Dirottamento fatto”, senza però specificare i suoi intendimenti di destinazione.

 

Nel corso di questa manovra, realizzata alla velocità di ventiquattro nodi nell’estuario della Maddalena, tra gli sbarramenti minati difensivi, trovandosi le navi a nord dell’Isola Asinara, mentre procedevano con rotta nord-ovest su una lunga linea di fila, ad iniziare dalle ore 16.45 la flotta si verifico l’attacco da ventotto aerei Do. 217 tedeschi dei gruppi da bombardamento II. e III./KG.100 della 2^ Flieger Division, unità della 3^ Luftflotte, comandata dal generale Joannes Fink. Nel frattempo il comando della Luftwaffe aveva diramato il seguente ordine, trasmesso durante la notte: “Le navi da guerra italiane che fuggono o provino a passare dalla parte del nemico devono essere costrette a rientrare in porto o distrutte”; e a queste istruzioni i velivoli dei due gruppi da bombardamento del 100° Stormo “Wiking”, comandato dal maggiore pilota Fritz Auffhammer, si adeguarono perfettamente.

 

I Do 217, armati con bombe antinave speciali, erano decollati in tre formazioni da Istres, nella Francia meridionale. La loro missione verso l’obiettivo fu agevolata dall’avvistamento di un ricognitore tedesco Ju 88, che alle 14.47 aveva segnalato la manovra di dirottamento le navi italiane. Queste erano tenute d’occhio anche dai ricognitori britannici che, con le loro continue trasmissioni al loro comando di Biserta, facevano per i tedeschi da radiofaro, segnalando ogni spostamento delle Forze Navali da Battaglia, che furono dall’ammiraglio Cunningham interpretate come strane manovre, poiché le disposizioni del “Promemoria Dick” non contemplavano che quelle navi si trovassero in quella zona. Prima che giungessero i bombardieri Do 217 si trovavano sulle unità italiane più velivoli Alleati che germanici, e ciò aveva generato allarme seguito anche da qualche colpo di cannone, prima che dalla “Roma” arrivasse l’ordine di non sparare sugli aerei anglo-americani.

 

Nel corso degli attacchi dei Do 217, che individuati allo zenit dal cacciatorpediniere “Mitragliere” furono contrastati dalle corazzate con il tiro alla massima elevazione dei cannoni da 90 m/m, iniziato con qualche ritardo, poiché ai cannonieri che chiedeva di aprire il fuoco fu ordinato di aspettare. Quando poi la “Roma” cominciò a sparare, lo fece in modo inefficace perché gli aerei tedeschi stavano volavano ad una quota di circa 6.500-7.000 metri, e i colpi delle granate esplodeva sotto di essi. In questa situazione di scarsa reazione due bombe plananti perforanti PC 1400/X, sganciate dai Do 217 del III./KG.100 (maggiore Bernhard Jope), centrarono in pieno la Roma tra le 15.46 e le 15.52.

 

Particolarmente devastante, dopo il primo colpo che costrinse la corazzata a ridurre la velocità a sedici nodi, fu l’impatto della seconda bomba guidata sull’obiettivo dal sergente Eugen Degan, puntatore a bordo del velivolo del sergente pilota Kurt Steinborn, della 11^ Squadriglia. La PC 1400/X cadde, dopo una discesa di 42, secondi presso il torrione della “Roma”, e penetrando vicino ad un deposito di cariche di lancio delle munizioni da 381 mm della seconda torre prodiera di grosso calibro, risultò fatale alla nave. Per la deflagrazione delle cariche, la “Roma”, sollevando una colonna di fumo alta 400 metri, dapprima sbandò e poi affondò in otto minuti, spezzandosi in due tronconi. Con la splendida nave, orgoglio forse insuperato della Cantieristica italiana, decedettero 1392 uomini, compresi il comandante della corazzata, capitano di vascello Adone Del Cima, l’ammiraglio Bergamini, e tutti gli ufficiali del suo Comando, incluso il suo capo di stato maggiore, contrammiraglio Stanislao Caracciotti.

 

Un altra bomba del medesimo III./KG.100 colpì la Italia (ex “Littorio”), fortunatamente senza causare alla corazzata danni gravi, anche se da una falla imbarcò 800 tonnellate d’acqua. La PC 1400-X era un’arma tutt’altro che “sperimentale”, come sostenuto da taluni storici, poiché nel luglio del 1943 era stata impiegata in Sicilia, contro le navi da trasporto degli Alleati presenti nel porto di Siracusa, e poi il 28 agosto contro un incrociatore nei pressi dell’isola Alboran, a nord di Orano, ed era quindi pienamente operativa. Gli italiani dovevano conoscerla, poiché nel maggio del 1941 ufficiali dell’Aeronautica avevano assistito a sperimentazioni di quell’arma, sganciata da velivoli Ju 88, sull’aeroporto siciliano di Gerbini.

 

Anche gli attacchi del Do. 217 del II./KG.100 (capitano Friz Hollweg) ebbero un qualche successo, dal momento che una delle loro bombe radiocomandate Hs. 293, pure essa recentemente impiegata in due occasioni in Atlantico dal medesimo gruppo, affondò il cacciatorpediniere Vivaldi, già in difficoltà per essere stato colpito, nel passaggio dello Stretto di Bonifacio, dalle batterie costiere tedesche, che assieme all’esplosione di una mina avevano affondato il gemello Da Noli. Entrambi i cacciatorpediniere che inizialmente erano diretti a Civitavecchia per imbarcare Vittorio Emanuele III e il suo seguito, avevano ricevuto in Tirreno l’ordine di proseguire per Bona, cercando di ricongiungersi alle Forza Navali da Battaglia, messaggio di Supermarina, trasmesso con codice accessibile, che era stato intercettato anche dalle altre navi della flotta.

 

Da parte tedesca non rientrò alla base un solo Do 217 del II./KG.100, costretto ad ammarare al rientro alla base di Istres per un guasto meccanico.

 

Un’ultima considerazione. Quando l’ammiraglio Bergamini ricevé, dopo le ore 13.00 del 9 settembre, l’ordine di proseguire per Bona, non era più necessario per la flotta entrare alla Maddalena. Sarebbe stato più logico inviare in porto un cacciatorpediniere o una torpediniera a ritirare gli ordini a lui diretti, oppure chiedere all’ammiraglio Brivonesi di mandargli direttamente i documenti, tramite l’impiego di una nave sottile veloce, torpediniera o mas, o per mezzo di un idrovolante. Perché non lo fece? Possiamo spiegarlo come segue:

Avendo deciso, nonostante gli ordini ricevuti, di entrare alla Maddalena, era naturale che Bergamini non si preoccupasse di far conoscere alle navi la destinazione di Bona e i segni distintivi di riconoscimento fissati dagli Alleati, compreso il famoso “pennello nero”, anche perché riteneva che una volta arrivato in porti vi sarebbe stato tutto il tempo per discuterne con i suoi comandanti. Era poi evidente che quei segnali non sarebbero stati compresi dalle stazioni e dalla sorveglianza stanziata lungo le coste della Corsica e della Sardegna, e avrebbero pertanto causato confusione e stato di allarme.

 

Tuttavia, il non aver diramato alle navi le istruzioni ricevute da Supermarina, è stato uno degli elementi maggiormente contestati al Comandante delle Forze Navali da Battaglia, perché, dopo l’affondamento della “Roma” e l’assunzione del Comando da parte dell’ammiraglio Romeo Oliva sull’incrociatore “Eugenio di Savoia”, che lasciò in soccorso dei naufraghi della “Roma” l’incrociatore “Attilio Regolo”, tre cacciatorpediniere e due torpediniere, si genero nei Comandi delle Divisioni Navali uno stato di incertezza. Esso derivava dal fatto che l’importante messaggio cifrato inviato da Supermarina alla “Roma” durante la rotta di avvicinamento alla Maddalena, contemplante proprio le direttive per la destinazione della flotta al largo di Bona con i prescritti segnali da adottare, era stato trasmesso con codice in possesso soltanto dal Comando in Capo della flotta. Pertanto il messaggio non poté essere compreso dai vari comandanti, i quali, prima di riceverlo trasmesso da Supermarina con altro codice più accessibile, per molto tempo furono incerti su quale fosse la loro destinazione.

Soltanto l’ammiraglio Accorretti, che aveva assistito alla discussione serale tra Bergamini e de Courten, ne era informato, e in tal modo fece subito in modo di orientare in quello stato d’incertezza l’ammiraglio Oliva, trasmettendogli: “Da intercettati sembra dobbiamo andare Bona 160509”. Probabilmente Accorretti si riferiva anche al messaggio di Supermarina inviato ai cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli di recarsi a Bona. Poi, finalmente, dopo che l’ammiraglio Biancheri aveva proposto a Oliva di raggiungere Genova, arrivò alle 18.40 l’ordine 57847 di Supermarina in cui era ordinato alla Divisioni:“Confermo ordine Bona ripeto Bona precedentemente trasmesso”. A questo messaggio ne seguì un altro più dettagliato, che essendo la ripetizione di quello in precedenza trasmesso a Bergamini, servì a togliere ogni dubbio.

 

Dopo questa precisazione la flotta andò all’appuntamento con le navi britanniche per poi raggiungere il porto di Malta, consegnandosi agli Alleati, che subito, salendo a bordo delle navi, tolsero gli otturatori ai cannoni. Il gruppo dell’incrociatore “Regolo” andò invece a sbarcare i naufraghi della “Roma” alle Isole Baleari, dove le navi, tranne le due torpediniere “Impetuoso” e “Pegaso”, i cui comandanti, Imperiali e Cigala Fulgosi, preferirono l’autoaffondamento, furono internate fino al gennaio del 1945. I due episodi rappresentarono una ben triste sorte per quella che, paragrafando l’ammiraglio Angelo Iachino, era stata “una grande marina”.

 

Francesco Mattesini

 

Roma, 5 marzo 2012

 

NOTA

Dopo la pubblicazione di “La Marina e l’8 Settembre”, ho riportato alcuni aggiornamenti nel saggio “Immagini della nostra ultima guerra sul mare”, pubblicato nel Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, parte undicesima e dodicesima di giugno e settembre 2003. E’ quindi uscito in due puntate, nel periodico “Storia Militare” di settembre e ottobre 2007, un mio grosso articolo dal titolo “7-11 Settembre 1943: Ordini alla Flotta”. Contemporaneamente, nel settembre 2007, ho messo in Internet, nel sito “Pagine di Difesa”, altri aggiornamenti in “Come si arrivò all’8 Settembre 1943”; un saggio di 135 pagine che nel 2010 è stato riportato, tale e quale, anche nel blog piombino-storia col nuovo titolo “7-12 Settembre 1943, Lo Stato in fuga”. Sull’argomento dell’8 settembre vi sono poi in Internet parecchi miei scritti in vasi siti, in particolare in Wikipedia.

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