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Le leggi razziali 70 anni dopo


Guest galland
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Guest galland

Le pagine odierne dei quotidiani recano larghi commenti sulle affermazioni rese dal Presidente della Camera dei Deputati, Onorevole Gianfranco Fini durante una cerimonia per i 70 anni della promulgazione delle leggi razziali.

 

Contemporaneamente al museo del Vittoriano si è aperta una mostra sullo stesso tema.

 

Non voglio discutere la fondatezza delle asserzioni di Fini ma, piuttosto, favorire una riflessione su quello che poté significare la campagna razziale nel nostro paese.

 

Lo faccio presentando un capitolo di un mio lavoro su “La Vita Italiana” di Giovanni Preziosi.

 

Spero sia d’interesse e fornisca spunto a un dibattito sull’argomento.

 

 

 

Quanto sapevano e come ne parlavano

“Come si individua l’elemento ebraico in Germania” di Guido Landra

Gennaio 1941

 

La figura dell’antropologo Guido Landra è di spicco tra quelle della campagna razziale; è proprio lui infatti a presentare a Mussolini il “Manifesto della Razza”, di cui fu uno dei dieci estensori, che costituì fondamento ufficiale di tutta la campagna. Altrettanto importante l’articolo che andiamo ad analizzare, per due differenti ordini di fattori, il primo di cosa possa aver significato per il popolo tedesco la politica razziale nazionalsocialista, che di solito viene visto nelle sue conseguenze sull’ebraismo, ed in secondo luogo quanto gli ambienti ufficiali italiani sapessero della situazione degli ebrei nell’Europa occupata.

 

Landra inizia il suo articolo, che descrive quanto visto in un viaggio effettuato in Germania e nel Governatorato Generale asserendo che:

 

 

l’identificazione dell’elemento ebraico è enormemente più facile in quelle regioni che, come la Polonia, la Galizia, l’Ucraina presentano masse compatte di ebrei che vivono tuttora secondo le vecchie tradizioni distinti dagli ariani, che non nei paesi dell’Europa centrale ed occidentale, dove gli ebrei, pur essendo in minor numero, sono profondamente penetrati in vari strati sociali del paese.

 

Un censimento degli ebrei, compiuto con il solito metodo dei fogli riempiti liberamente, dà risultati sempre inferiori alla realtà, perché in tal modo si viene a sapere solo il numero degli ebrei che vogliono essere considerati ebrei e non di quelli che vogliono invece vivere nascosti in mezzo a l’elemento ariano. Così pure il semplice esame dei libri delle sinagoghe è insufficiente dato che, specie negli ultimi tempi, molti ebrei hanno abbracciato altre religioni, oppure hanno vissuto come liberi pensatori.”

 

 

E’ da sottolineare come l’antisemitismo moderno avesse un impianto essenzialmente basato su ragioni di sangue; l’ebreo tale era e tale rimaneva indipendentemente dalle scelte religiose, politiche, sociali che poteva compiere. In realtà l’uscita dai ghetti aveva rappresentato non solo l’emancipazione ma anche il distacco dalle radici, l’inizio di un differente percorso sociale in cui iniziava a contare più l’individuo che la collettività. Torna utile, comunque, rimarcare la “logica” che fa si che un ebreo che si sia distaccato dalla comunità o dalla religione non lo abbia fatto per un impulso di libertà ed una spinta individuale ma per una volontà di mimetismo.

 

Comunque per sopperire a queste “difficoltà” di identificazione in Germania si è arrivati ad avere

 

 

“una organizzazione perfetta per l’identificazione non solo degli ebrei, ma anche dei loro meticci e di tutte le persone infine che hanno avuto o hanno relazioni con gli ebrei.” Questo compito viene affidato alla Reichsstelle fur Sippenforschung, con sede a Berlino “ufficio specialmente creato per le ricerche genealogiche e per il rilascio dei certificati razziali {…} di due diverse categorie. Innanzitutto esiste il kleinen Abstammungsnachweis, o piccolo certificato razziale, che viene richiesto a tutti i cittadini tedeschi. Questo certificato, che consta di un cartoncino azzurro, presenta su una facciata la dichiarazione che l’individuo in questione appartiene ad una delle seguenti categorie: tedesco (ariano), meticcio di 2° grado, meticcio di 1° grado, ebreo{…}Per gli iscritti al Partito Nazionalsocialista il sopraddetto certificato non è sufficiente ma è invece richiesto un albero genealogico degli antenati {…} Per avere questo certificato è necessario documentare l’arianità di 31 persone differenti e cioè del soggetto, dei suoi genitori, dei suoi quattro avi, dei suoi otto bisavoli, e dei suoi sedici trisavoli. La presenza di un sedicesimo di sangue ebreo esclude quindi in Germania la possibilità di iscrizione al Partito e quindi la possibilità di occupare determinati posti. A parte questo, anche il fatto di avere un coniuge ebreo porta le stesse conseguenze: di qui si comprende la necessità per tutti i cittadini di possedere i propri certificati razziali in regola”.

 

 

Per comprendere la vastità e la portata del lavoro connesso ad una simile ricerca basterà fare riferimento a quanto riportato nel successivo periodo sull’attività del Reichsstelle che:

 

 

sta ora compiendo un lavoro monumentale per la documentazione dell’origine razziale di tutti i cittadini del Reich. Questo lavoro consiste essenzialmente nella raccolta di tutti i libri esistenti negli archivi municipali o parrocchiali e nella loro riproduzione fotografica. Con metodi opportuni, vengono resi leggibili le pagine ormai scolorite dal tempo, e vengono fotografate. {…} Questo lavoro si presenta particolarmente arduo per quei gruppi di tedeschi, che ora tornano in patria, come per esempio quelli della Bessarabia, Volinia, che hanno vissuto lungamente oltre il confine. In questo caso non è possibile portare in patria anche i loro archivi parrocchiali, dato che questi devono restare sul posto. Tuttavia il Reichsstelle fur Sippenforschung non rinuncia al suo lavoro {…} ma invia i suoi impiegati muniti di tutti i mezzi opportuni per la riproduzione fotografica totale di tutti i documenti relativi all’origine razziale dei tedeschi che tornano nella Grande Germania {…} lo stesso ufficio conduce ricerche particolari sull’origine razziale degli uomini più rappresentativi della Germania moderna, nonché sull’origine razziale di quegli artisti stranieri, le opere dei quali debbono essere comunque diffuse in Germania viene, inoltre, raccolto tutto quel materiale che comunque può servire per documentare l’origine razziale di un individuo o di una famiglia, come per esempio vecchi elenchi di indirizzi o di numeri telefonici, libri di confraternite religiose, libri di araldica tedeschi e stranieri dizionari etimologici di diverse lingue ecc.”

 

 

E’ ben significativo che l’autore specifichi come tale lavoro svolto

 

 

“con severità di metodo e ricchezza di materiale {…} si limitasse unicamente alla situazione presente. In una visita da noi fatta all’Ufficio Politico Razziale di Vienna abbiamo potuto constatare come essa si proietti anche nell’avvenire” {…} avviene infatti che degli ariani convivano con dei mezzi ebrei e abbiano da questi figli. Orbene allo scopo di evitare qualsiasi eventuale imbroglio in materia, vengono conservate e archiviate queste coppie, che sembrano essere particolarmente numerose a Vienna. In tal modo si impedisce che i figli così nati possano essere fatti passare in un modo o nell’altro per tedeschi.”

 

 

Vi sono differenti ordini di fattori da tenere in vista dopo la lettura di dette preposizioni: in primo luogo come la realizzazione di simili provvedimenti altro non era che il giungere nell’agire sociale di tutte quelle teorie razziali che avevano avuto corso in tutta Europa e di cui anche il Nuovo Mondo non era stato alieno. In tal senso la politica razziale nazionalsocialista non aveva nulla di originale limitandosi a trasferire nell’azione politica del XX Secolo quanto era stato vissuto nel pensiero del XIX.

 

Pensiero che non avevano riguardato solo una ristretta cerchia di persone ma, opportunamente volgarizzate apparvero in una miriade di pubblicazioni popolari che, come documentato da una matura e attenta storiografia, costituirono le letture del giovane Adolf Hitler negli anni dei vagabondaggi viennesi.

 

Solo alla luce di ciò si può pienamente comprendere l’adesione attiva ed entusiastica di tante persone comuni prima ad una politica di emarginazione ed ostracismo ed infine all’eliminazione fisica di massa nei confronti degli ebrei. Se non vi fosse stata nei precedenti decenni una profonda seminagione di idee razziste, di teorie eugenetiche, imperialiste e nazionaliste, che acutamente Hanna Arendt pone alla base dei regimi totalitari, non sarebbe stato possibile realizzare in un breve volgere una politica razziale della radicalità di quella che venne posta in essere nella Germania nazionalsocialista e che ebbe, piaccia o no, almeno la quiescenza della stragrande maggioranza della popolazione.

 

Altrettanto interessante la parte dell’articolo di Landra arriva però quando descrive la visita ai due principali ghetti del Governatorato Generale: Lodz (Ribattezzata dai tedeschi Litzmannstadt) e Varsavia.

 

E’ opportuno tenere presente, per comprendere esattamente la realtà della situazione descritta, che nel dicembre dell’anno precedente le autorità tedesche, dopo aver completato il trasferimento degli ebrei residenti in centri limitrofi ed in altri quartieri delle due città, hanno chiuso i ghetti, che presentano condizioni di sovraffollamento e carenza di generi alimentari e combustibili per il riscaldamento che, invero, provocheranno una mortalità che si può ben considerare inizio dello sterminio che verrà messo direttamente in atto successivamente.

 

Circa la visita ai ghetti Landra scrive che:

 

 

L’istituzione del ghetto ha presentato non poche difficoltà che sono state brillantemente superate: la principale di queste era che importanti strade della città passavano per il ghetto stesso e non potevano essere chiuse alla circolazione. Questo problema è stato risolto, facendo passare lo steccato tra la strada e i marciapiedi, in modo da lasciare questi agli ebrei e quella al traffico abituale: per permettere poi agli ebrei di attraversare la strada sono stati costruiti dei ponti in legno, per mezzo dei quali gli ebrei possono passare da un marciapiede all’altro senza porre piede sulla strada […] gli ebrei confinati nel ghetto sono tuttora possessori di grandi ricchezze, come pellicce, stoffe, pietre preziose, ecc., sempre abilmente nascoste; essi mancano però di generi alimentari né hanno possibilità di procurarli direttamente. Per questa ragione alle porte del ghetto è stato creato un apposito mercato, dove gli ebrei barattano le loro merci con generi di prima necessità di cui hanno bisogno. Indipendentemente da questo commercio gli ebrei svolgono altre attività, che permettono loro di vivere senza nuocere al popolo tedesco: così, per esempio, esistono nel ghetto grandi sartorie in cui gli ebrei preparano uniformi militari.

 

A Varsavia il ghetto è più grande di quello di Litzmannstadt, ospitando circa 400.000 persone […] la visita di un ghetto è permessa solo a pochissime persone per ragioni igieniche e di pubblica sicurezza. Gli ebrei difatti presentano una particolare immunità a diverse malattie che dominano endemiche nei ghetti, non così gli estranei che possono infettarsi o essere veicoli d’infezione per altri quartieri della città. Da ricordarsi a questo proposito la straordinaria resistenza al freddo che gli ebrei hanno dimostrato l’inverno passato. La mortalità nei ghetti è molto inferiore a quella che ci aspetteremmo dalle pessime condizioni igieniche in cui si trovano. La visita di un ghetto è inoltre pericolosa, dato che tra gli ebrei esistono dei veri e propri criminali, un tempo organizzati in bande […] Particolarmente interessante ci è sembrato il sistema della cucina comune che gli ebrei hanno adottato nei ghetti e che è un chiaro indice delle loro tendenze comunistiche.”

 

 

La situazione dei ghetti viene dunque descritta, in termine apertamente diffamatori, in un articolo destinato alla pubblicazione, non ci è difficile immaginare come Landra abbia pienamente compreso quelli che erano gli intendimenti dei tedeschi.

 

Appare pertanto realmente assurda la preposizione di chi, come Evola, si afferma all’oscuro della volontà di sterminio del regime nazionalsocialista e di quanto accadeva ai danni di milioni di ebrei.

 

Poniamo infine che le forme di realizzazione dei ghetti: steccati di separazione e quanto altro per impedire il contatto tra ebrei e resto della popolazione non costituiscono una barbarie d’esclusivo appannaggio dell’antisemitismo nazionalsocialista ma vennero successivamente mutuate da regimi quali quello sudafricano.

 

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Guest intruder
Tra un pò passerà un secolo e invece di pensare ai problemi attuali si penserà ancora agli eventi di 70-80 anni fa... non vi sembra si stia esagerando?

 

No. Chi non conosce il passato non può capire il presente, e, soprattutto, non può impedire che quel passato ritorni.

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