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Guest galland

La gloriosa ARTIGLIERIA di secolo in secolo

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Il Generale Emilio Faldella [1] rappresentò uno di quegli ufficiali che al termine delle due guerre mondiali studiarono le campagne che avevano combattuto da soldati, scrivendo apprezzati saggi.

L’articolo di cui rendo cognizione venne pubblicato dalla rivista “Storia Illustrata” dell’ottobre 1969; in calce viene resa una sintetica descrizione del parco artiglieria dell’epoca.

 

 

Una storia di cannoni e di uomini

DI SECOLO IN SECOLO LA GLORIOSA ARTIGLIERIA

Le prime bocche da fuoco, opera di artisti insigni, erano usate soltanto negli assedi. Ma poi il progresso della tecnica e della strategia portò all’impiego delle artiglierie nel vivo delle battaglie. Ecco il panorama di un’evoluzione che, attraverso studi e combattimenti, ha condotto alla situazione attuale: i missili accanto ai cannoni.

 

Emilio Faldella

 

Nel giorno di Pasqua - 11 aprile - del 1512 l'esercito francese. di Gastone di Foix sbaragliava a Ravenna l'esercito condotto dallo spagnolo Cardona. Gran parte del merito della vittoria fu attribuito alle artiglierie di Alfonso d'Este, duca di Ferrara, « d'inusitata fattura e di mirabile lavoro » come scrisse il Muratori.

Il primato italiano nella fabbricazione delle artiglierie si era già brillantemente affermato nei due secoli precedenti. Si conosce un vaso-bombarda di bronzo, costruito a Mantova nel 1322 e quattro cannoni piemontesi, puro di bronzo, del 1346-47.

Bombarde e mortai lanciavano proiettili di pietra o di metallo, le prime a tiro teso e i secondi a tiro curvo e servivano contro fortificazioni. Tuttavia già nello stesso secolo XIV erano state costruite bocche da fuoco leggere, variamente denominate, ma soprattutto spingarde e colubrine, sostenute da un supporto di legno e talvolta anche formate da più canne unite insieme, dette « organi ». La denominazione di artiglierie venne più tardi, come derivato di artilliere, che era il fabbricante di armi.

Le bocche da fuoco furono inizialmente fabbricate in ferro battuto o colato; poi con un complesso di doghe o sbarre di ferro riunite intorno ad un tubo centrale, detto « anima », e temute insieme da cerchi di ferro. Si ritornò però presto alla fabbricazione con colate di ferro e poi di bronzo e le bocche da fuoco furono, tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, di artistica fattura, con ornamenti e iscrizioni in rilievo, a volte opera di artisti insigni, come il Donatello e il Pisanello. La tendenza a fare delle bocche da fuoco oggetti artistici era tale, che si conosce una bombarda fabbricata a Milano nel 1460, colata in ferro, in forma di leone giacente. Persino le palle (i proietti di allora) recavano ornamenti e iscrizioni.

Le artiglierie erano in origine usate soltanto negli assedi, per offesa e difesa; poi si incominciò a portarle sul campo di battaglia caricate su carrette. Era però necessario metterle a terra per far fuoco. Più tardi furono installate su « culle » sistemate su veicoli a quattro ruote e verso il 1460 Bartolomeo Colleoni ideò l'«affusto », che gli consentì di impiegare artiglieria mobile, detta « volante », nella battaglia della Molinella (1467).

Carlo VIII di Francia, durante la spedizione in Italia (1494-95), disponeva di un'artiglieria che poté valicare, sia pure superando grandi difficoltà, le Alpi e gli Appennini; era però in grado di sparare soltanto pochi colpi per dare più che altro il segnale della battaglia, come i tamburi e le trombe, tanto che Paolo Giovio così descrisse la battaglia di Fornovo: « I tamburi, le trombe e le artiglierie cominciarono contemporaneamente a suonare » e soggiunse che soltanto dieci uomini erano stati colpiti dal loro fuoco. Guicciardini le qualificò « strumenti che fanno più paura che male » e , Machiavelli non espresse giudizi più favorevoli.

Con l'aumento della mobilità delle bocche da fuoco, il Duca di Ferrara suscitò grande meraviglia facendo effettuare dalle sue artiglierie, durante la battaglia di Ravenna (1512) , uno spostamento sul campo, in modo` da sparare contro il fianco degli spagnoli. Nei primi anni del Cinquecento furono inventati gli «orecchioni » che, poggiando su affusti di legno, consentivano alla bocca da fuoco di ruotare verticalmente, facilitando il puntamento.

Il primato italiano nella fabbricazione delle artiglierie si affermò grazie alla perfezione artistica e tecnica raggiunta a Venezia, a Urbino, a Ferrara. Gli artefici italiani erano molto ricercati: il celebre vicentino Della Scala andò al servizio del Re di Francia, fonditori celebri furono i Morando a Venezia, la famiglia Alberghetti a Firenze e Venezia, il frate Domenico Perticari, Annibale Borgognone. La produzione delle artiglierie era ancora il risultato della personale abilità, dell'estro, dell'arbitrio dell'artefice e perciò grandissima era la varietà dei calibri. Il « calibro » delle bocche da fuoco corrispondeva al peso in libbre della palla, ma siccome c'era chi considerava il peso della palla di pietra e chi della palla di ferro, e diverso era il valore della libbra da paese a paese, non era possibile avere una misura unica. Quando poi si introdusse in alcuni stati la misura a pollici, riferita al diametro interno della bocca da fuoco, si ottenne una maggiore uniformità, che divenne assai più tardi generale con l'adozione del sistema decimale.

Avere bocche da fuoco di diversi calibri rappresentava un grave inconveniente, perché ciascuna aveva bisogno di palle adatte, e già Carlo VIII in Francia aveva ridotto i calibri a otto, con nomi curiosi: cannone, mezzo. cannone, colubrina comune, corta e mezzana, sagro, falconetto, mortaio. Nella prima metà del sec. XVI, durante i regni di Francesco I e di Enrico II la tendenza a ridurre i calibri si accentuò e fra il 1551 e il 1567 in Francia ve n'erano solo sei.

Se il proietto comunemente usato era la palla sferica di ferro, fuso, è interessante sapere che già alla fine del sec. XVI si impiegarono palle con una carica interna che era o scoppiante, o incendiaria, o illuminante, precorritrici delle granate e dei moderni proietti traccianti e illuminanti.

Fino a tutto il Cinquecento le artiglierie furono servite da « pedoni », distinti dall' « uomo d'arme » che combatteva a cavallo; soltanto nel secolo successivo il servizio delle artiglierie fu affidato ad uno speciale corpo di truppe: nel 1625 il Duca di Savoia Carlo Emanuele I istituì una « compagnia bombardieri » e nel 1671 fu costituito in Francia il « Reggimento fucilieri del Re » che venne più tardi denominato « Reggimento Reale di artiglieria ».

Gustavo Adolfo di Svezia, prima del 1630, aveva già ridotto il peso e le specie delle bocche da fuoco; ne aveva di 30, 12, 6, 4 e 3 libbre. Quelle da 3 libbre erano in lamiera di ferro fasciata di cuoio e facevano parte integrante dei battaglioni di fanteria. Fra la seconda metà del sec. XVII e la prima metà del XVIII furono perfezionati gli affusti che, uniti a un avantreno, trainato da pariglie di cavalli, formarono un veicolo a quattro ruote, di forma simile a quella delle artiglierie impiegate fino alla seconda guerra mondiale. Si andò attenuando la ricerca degli ornamenti artistici, procurando piuttosto di ottenere maggiore maneggevolezza. Le cariche furono confezionate in « cartocci », ai quali era sovente già unita la palla e si incominciarono a studiare e ad applicare regole per il tiro.

Fin dai primi passi dell'artiglieria, i Conti di Savoia, prevedendo l'importanza del nuovo mezzo di guerra, ne avevano vietato ai feudatari il possesso, e avevano favorito l'affluenza di artefici per la fabbricazione delle bocche da fuoco. Già nelle milizie del Conte Verde e del Conte Rosso figurano dei « maestri delle bombarde». Nel 1561 Emanuele Filiberto nominò un « capitano generale delle artiglierie » e un «commissario delle artiglierie ». Volendo rendersi indipendente anche nella fabbricazione, chiamò a Torino il « maestro » Gabriele Busca, dal quale fece impiantare una fabbrica di armi che produceva bocche da fuoco, affusti, proietti e polveri.

Vittorio Amedeo I istituì una scuola per artiglieri; il successore, Carlo Emanuele II, la incrementò, istituì nel 1660 il « servizio di artiglieria » e nel 1667 mise tutta l'artiglieria agli ordini di un « Gran Maestro ». Durante il ducato e poi il regno di Vittorio Amedeo II l'artiglieria fu accresciuta e riordinata, riducendo il numero dei calibri, in modo da avere artiglierie omogenee. Furono alleggeriti i pezzi da campagna, trainati da tre pariglie, mentre quelli dell'artiglieria pesante o da assedio erano trainati da buoi. Il 20 maggio 1696 fu creato un battaglione « Cannonieri » di 6 compagnie « bombardieri », una di « maestranze » e una di «minatori » e fu definita una speciale uniforme.

Nel quadro della riorganizzazione dell'esercito del Regno di Sardegna, Carlo Emanuele III concesse il 6 aprile 1739 la bandiera al Battaglione Cannonieri e nello stesso anno istituì la Scuola di artiglieria e fortificazione. Il 25 maggio 1743 creò un reggimento di artiglieria che, poi, nel 1775, divenne il « Corpo Reale di Artiglieria» e fece costruire nel cuore di Torino il Palazzo dell'Arsenale, oggi sede delle Scuole di Applicazione d'Arma. Già nel 1752, dopo quattordici anni dall'inizio della costruzione, il palazzo ospitava la fabbrica delle artiglierie e la scuola di artiglieria e fortificazione; dal 1781 vi ebbe sede anche il Corpo Reale di artiglieria. Esistevano, inoltre, nel sobborgo del Valdocco, una fabbrica di polveri e una fonderia, per cui la fabbricazione delle artiglierie era sotto il controllo dello Stato e gestita dal Corpo Reale di artiglieria.

A imprese private Il traino dei pezzi

A quel tempo dell'artiglieria faceva anche parte il Corpo Reale degli Ingegneri, creato nel 1745, e l'ingegnere militare Ignazio Bertola fece costruire, appunto nel 1745, a Torino, il primo cannone scomponibile da montagna, di 4 libbre, trainabile da quattro uomini su un piccolo affusto, scomponibile per il someggio in due parti, unite ad incastro e forzate fra quattro sbarre di ferro, sistemate in appositi costoloni longitudinali.

Durante la Rivoluzione francese e le campagne napoleoniche gli eserciti impiegarono artiglierie con caratteristiche che possono dirsi moderne. Dal 1800 fu abbandonato il sistema di affidare a imprese il traino dei pezzi; sovente i conducenti, non soggetti alla disciplina militare, abbandonavano le bocche da fuoco e si allontanavano dal campo di battaglia per sfuggire ai pericoli. Il traino fu affidato al « treno di artiglieria » militarizzato.

L'artiglieria francese era stata perfezionata da un insigne innovatore, il Gribeauval (1715-1789) che aveva ridotto i calibri, aumentato la mobilità dei pezzi, distinto l'artiglieria in « specialità » (campagna, assedio, piazza, costa) e assegnato a ciascuna i calibri più adatti. Aveva aumentato la funzionalità eliminando gli ornamenti, rendendo più robusti gli affusti mediante l'adozione di sale di ferro, applicando le viti di puntamento.

Nell'esercito napoleonico l'artiglieria da campagna si distingueva in artiglieria « a piedi » e « a cavallo », per la diversa mobilità, in quanto la prima aveva i serventi appiedati, per insufficienza di cavalli, e la seconda i serventi montati. Per rendere l'artiglieria « a piedi » più mobile fu imitato il sistema austriaco di trasportare i serventi sui wurtz, cassoni a quattro ruote, sui quali i soldati stavano a cavalcioni, l'uno dietro l'altro, e poi il sistema inglese di sistemare i serventi sugli avantreni e sui cofani delle munizioni.

L'artiglieria da campagna impiegò cannoni da 12 (mm. 121,3) e da 8 (mm. 106,1) che avevano gittata fino a 900 metri, il cannone da 4 (mm. 84) con gittata fino a 800 metri e l'obice (mm. 165,7). I pezzi da 8, con relativo avantreno, erano trainati da due pariglie e quelli da 12 da tre. Le batterie erano armate di 6 cannoni e 2 obici, se « a piedi », e di 4 cannoni e 2 obici, se « a cavallo ». Tutte le bocche da fuoco usavano la palla piena e la scatola a mitraglia; quest’ultima era efficace soltanto fino a 600 metri. L’obice usava pure una palla esplodente, con gittata utile fino a 500 metri, ma le schegge avevano effetto soltanto in un raggio di circa 25 metri. Il tiro dei cannoni era di « lancio o di a striscio ». Col primo si mirava a colpire direttamente un bersaglio, col secondo la palla, sempre sferica, era lanciata in modo che toccasse il terreno con un angolo di caduta molto piccolo e quindi rimbalzasse più volte, fino ad esaurire la forza viva.

Nel 1803 era stato inventato in Inghilterra lo shrapnel, così chiamato dal nome dell'inventore, proietto ripieno di pallette che ad un certo punto della traiettoria erano espulse per mezzo di una carica esplosiva. Impiegato nelle guerre di Spagna, lo shrapnel fu poi abbandonato; ripreso molto più tardi in considerazione, fu largamente usato nella I Guerra Mondiale.

Negli eserciti napoleonici la quantità delle artiglierie andò progressivamente aumentando rispetto alla fanteria a per supplire con il cannone alle qualità che mancano alla giovane fanteria », come scrisse Napoleone. La proporzione che era, fino al 1800, di due pezzi ogni mille fanti, aumentò a tre pezzi all'inizio dell'Impero per giungere a quattro nel 1813.

Nella prima metà dell'Ottocento furono realizzati limitati progressi, ma ebbero inizio gli studi che rivoluzionarono poi le caratteristiche dei materiali e l'impiego delle artiglierie, realizzando la rigatura, l'adozione dei proietti cilindrico-ogivali, la retrocarica, l'affusto a deformazione.

Col sistema Gribeauval gli affusti da campagna erano quattro, uno per ogni tipo di bocca da fuoco; dopo il 1827, adottando il sistema Valée, in Francia gli affusti si ridussero a due: uno per il cannone da 12 e l'obice da 16 e uno per il cannone da 8 e l'obice da 15. Erano affusti del tipo inglese, con avantreni sui quali erano i sedili per i serventi.

Frattanto il capitano dell'Armata sarda, Giovanni Cavalli, ideava un affusto, adottato nel 1844 e denominato mod. 44, che fu imitato negli altri eserciti e che rimase in servizio nel nostro esercito fino al 1895. Il maggiore apporto dato dal Cavalli al perfezionamento delle artiglierie consistette nella sostituzione del proietto oblungo alla palla sferica, negli studi sulla rigatura dell'anima dei pezzi e sulla retrocarica. Durante l'assedio di Torino (1706) erano stati impiegati alcuni cannoni a retrocarica ideati e prodotti nel 1703 da tal Giovanni Chiappo, ma soltanto nel 1832 il Cavalli iniziò esperienze che gli consentirono di sparare nel 1835 alcuni colpi senza fuoruscita di gas dall'otturatore.

Nel 1843 Carlo Alberto ordinò che fossero a retrocarica le artiglierie per i forti di Genova che dovevano essere fuse in Svezia. Il Cavalli, recatosi in Svezia, per assistere alla fusione, esperimentò il proietto oblungo, per risolvere il problema della rigatura, poiché i tentativi fatti con palle sferiche erano falliti. Applicò al proietto cilindrico-ogivale due costole che, all'atto del caricamento si adattavano a due righe diametralmente opposte ed inclinate ad elica, praticate nell'anima della bocca da fuoco e la prima esperienza effettuata nel campo di Ciriè (Torino) dette come risultato un aumento di gittata del 20 per cento.

Innovazioni tanto radicali raramente vengono accolte con prontezza e l'Armata sarda continuò ad avere nelle guerre d'Indipendenza cannoni da campagna ad anima liscia da 16 e da 8 libbre e obici da 15 e da 12, tutti su affusti Cavalli mod. 44.

Nel 1831 era stato realizzato un primo ordinamento delle batterie da montagna, armate con tre cannoni di bronzo da 4 (min. 70) e tre obici di bronzo da 16 (mm. 121) someggiabili con 86 muli. Nel 1848 la batteria da montagna aveva otto obici da 16 libbre (mm. 120) « mod. 1844 montagna » con affusti Cavalli «mod.44».

Alla campagna del 1848 parteciparono Il batterie su 8 pezzi (6 cannoni e 2 obici) distinte in 7 « da battaglia», 2 « a cavallo » e 2 « da posizione ». Le batterie da battaglia avevano i serventi seduti sugli avantreni e sui cassoni e quelle a cavallo i serventi tutti montati. Erano le batterie denominate voloire. L'artiglieria piemontese era molto bene addestrata, ma aveva il difetto di avere materiale più pesante rispetto ai pezzi da 6 e da 8 libbre dell'artiglieria austriaca, e quindi era più lenta a muoversi sul campo di battaglia.

La Marmora, ministro della guerra dal 1849 al 1859, riordinando l'esercito volle batterie più maneggevoli e omogenee; perciò le ridusse a 6 pezzi dello stesso calibro, cioè o da 8 o da 12. Nella campagna del 1859 furono impiegate 15 batterie « da campagna » e 2 «a cavallo ».

I francesi si erano intanto avvalsi degli studi del Cavalli sulla rigatura, permettendo a La Ritte di far adottare nel 1857 un proprio sistema, che differiva da quello del Cavalli per qualche particolare; immediatamente applicato, consentì all'esercito di Napoleone III di impiegare nella campagna del 1859 dei cannoni rigati da 4 (min. 84) ad avancarica, rigati, che dettero ottimi risultati.

La rigatura era stata applicata dal Cavalli a cannoni da 40 libbre (mm. 160) del Parco d'assedio dell'Armata sarda; a due esemplari aveva anche applicato la retrocarica. Il Parco fu impiegato nell'assedio di Gaeta e il rendimento dei cannoni rigati fu tale che il Cialdini telegrafò al generale Fanti: « La causa dei pezzi rigati di grosso calibro è guadagnata».

In realtà era guadagnata anche la causa dei pezzi rigati da campagna. Infatti, dal 1860 incomincia l'era dei cannoni rigati e, poco dopo, superando residue resistenze, anche quella dei pezzi a retrocarica, quando, con l'adozione del bossolo metallico contenente la carica di lancio, viene eliminato l'inconveniente della fuoruscita dei gas dall'otturatore.

Il primo pezzo leggero con rigatura prodotto nell'Arsenale di. Torino fu, nel 1860, il cannone da montagna da libbre 5 e mezzo (mm. 80) in bronzo, che aveva gittata massima di 2000 metri con granate "cilindrico -ogivali scoppianti. Poiché urgeva applicare la rigatura a tutte le artiglierie da 'campagna, il cannone di bronzo ad anima liscia da 8 fu trasformato, con la rigatura, nel mod. 9 B. R. (mod. 1863) calibro mm. 96, gittata m. 2.500. Ne furono armate le batterie da campagna e a cavallo. Il materiale da 16 fu dato alle batterie « da posizione ».

In quegli anni la rigatura fu applicata in tutti i paesi e l'artiglieria da campagna venne ad avere soltanto due specie di cannoni: pesante, trainato da tre pariglie, e leggero, trainato da due. Le batterie, fatta eccezione de?'-l'Austria, della Russia e della Prussia, che conservarono ancora per qualche tempo la formazione su 8 pezzi, si ridussero a 6 pezzi. In Prussia, fra il 1860 e il 1864 fu applicata, oltre alla rigatura, anche la retrocarica ai cannoni d'acciaio delle batterie campali da 6 (min. 91,5) e da 4 (mm. 78,5), ambedue trainate da tre pariglie.

Nel marzo 1860 l'artiglieria dell'esercito che stava formandosi con la fusione nell'Armata sarda dei contingenti lombardo e dell'Italia Centrale, fu ordinata su otto reggimenti: 1° « operai e pontieri » (8 compagnie); 2° 3° 4° « da piazza » (36 compagnie); 5° 6° 7° 8° « da campagna » (48 batterie). Una o due compagnie dei tre reggimenti « da piazza » erano armate col cannone da montagna mod. 1860 e il 5° «da campagna » aveva anche le batterie « a cavallo ».

Nel 1861 fu costituito il 9° « da campagna » e nel 1866 furono mobilitate 73 batterie da campagna, 2 a cavallo e alcune da montagna, una delle quali, 1'8° del 2° reggimento « da piazza » fu assegnata al Corpo dei Volontari che operò nelle Giudicarie agli ordini di Garibaldi.

L'esperienza della guerra 1870-71, durante la quale era stata manifesta la superiorità dell'artiglieria germanica a retrocarica, portò all'adozione della retrocarica in tutti gli eserciti. Quello germanico ebbe nel 1873 un cannone da 88 mm. per le batterie da campagna e da mm. 78,5 per quelle a cavallo. Nello stesso anno in Italia fu adottato un cannone di bronzo a retrocarica da mm. 75 su affusto in lamiera di ferro e furono acquistati 400 cannoni d'acciaio Krupp da mm. 88, che furono incavalcati sugli affusti mod. 44. Ottenuto, poi, col sistema Rosset, un bronzo compresso molto resistente, fu prodotto e distribuito alla artiglieria da campagna il cannone di bronzo da mm. 87, su affusto mod. 44, sostituito nel 1895 da un affusto in lamiera.

Stava per essere superata un'altra tappa nello sviluppo dell'artiglieria: l'adozione del materiale a deformazione. Con gli affusti rigidi il pezzo, ad ogni colpo, rinculava anche di 6-8 metri e doveva essere riportato in batteria a braccia ed ogni volta puntato. Espedienti, come corde che si attorcigliavano agli assali, code che venivano interrate, davano scarsi risultati e causavano grave tormento all'affusto. Si trattava di risolvere il problema di far scorrere all'indietro la bocca da fuoco propriamente detta, su un affusto che rimanesse immobile e poi farla ritornare automaticamente al suo posto, mediante un complesso di freni e di molle.

Nel 1874 il generale Giuseppe Biancardi presentò un modello di cannone con scudi di protezione dei serventi, nel quale il problema era risolto, vent'anni prima che comparisse il cannone francese a deformazione. Inceppamenti verificatisi alle prove fecero trascurare gli studi per il perfezionamento del sistema e fra il 1895 e il 1900 furono ancora adottate artiglierie ad affusto rigido: il cannone da 149 in ghisa e in acciaio, i cannoni d'acciaio da 75 da campagna e 70 da montagna, prodotti negli arsenali di Torino e di Napoli.

Il cannone da 149, ottima bocca da fuoco, era, per il peso, poco mobile; nel 1898 il capitano Crispino Bonagente ideò la rotaia a cingoli, avvolta intorno alle ruote, che consentì al pezzo di muovere su terreno vario e, in Libia, anche sulle sabbie del deserto. Il « cingolo Bonagente » fu applicato tosto in tutti gli eserciti e fu all'origine dei cingoli dei carri armati.

L'opposizione ai materiali a deformazione era assai diffusa, specialmente in Germania; persino la casa Krupp era contraria. Le opinioni mutarono allorché alle grandi manovre del 1900, in Francia, comparvero i cannoni da 75 mm, Deport a deformazione. In Italia fu adottato nel 1906 il cannone da 75 Krupp e nel 1911 il Deport, che rimase armamento principale dell'artiglieria da campagna fino alla II Guerra Mondiale. Nel 1910 fu costruito nell'Arsenale di Torino il primo cannone a deformazione di concezione italiana: il 65 da montagna. Fu poi adottato il 149 pesante campale, mentre venivano allestite le artiglierie che dovevano essere impiegate sul Carso, da 102, 105, 210, 260, 280, 305.

All'inizio della Grande Guerra le artiglierie erano ancora tutte ippotrainate e quelle d'assedio anche trainate da buoi. Poco dopo si incominciò a impiegare dei trattori per le artiglierie più pesanti e furono adottati affusti a candeliere montati su autocarri per il tiro contro gli aerei. Gli organici dell'artiglieria italiana si dilatarono a dismisura. I reggimenti da campagna divennero 59, i tre reggimenti da montagna mobilitarono 99 batterie, alle quali si aggiunsero 76 batterie someggiate con cannoni da 70 mm., poi sostituiti dal 65; l'artiglieria pesante campale (cannoni da 105 e obici da 149) ebbe fino a 300 batterie; l'artiglieria pesante o d'assedio, 890 batterie. La nuova specialità « controaerei » dispose di 69 batterie e di 25 sezioni autonome. Grande sviluppo ebbe la nuova specialità dei « bombardieri », con 160 batterie e 176 sezioni autonome, che tanta parte ebbe nelle battaglie dal 1916 in poi.

Nel periodo fra le due guerre le artiglierie pesanti e pesanti campali furono dovunque motorizzate; la motorizzazione fu soltanto parziale per le artiglierie da campagna. La Germania, quando si riarmò, dovendo ricostruire l'artiglieria dal nulla, produsse bocche da fuoco moderne; la Francia conservò invece il 75 e il 155 della I Guerra Mondiale e produsse un obice da 105 e un cannone da 120.

In Italia furono adottate due bocche da fuoco austriache, di preda bellica: il 75/13 da montagna e l'obice- 100/17 nelle due versioni: « da campagna » e scomponibile « da montagna », e si conservarono le artiglierie già in uso durante la I Guerra Mondiale.

Era stato preparato dallo Stato Maggiore, nel 1929, un piano per il rimodernamento delle artiglierie, ma non fu attuato per difficoltà finanziarie. Furono però effettuati studi, conclusi con esperienze che consentirono di adottare bocche da fuoco modernissime, alcune delle quali furono prodotte in limitate quantità durante la guerra, perché la disponibilità di materie prime e l'attrezzatura industriale non consentirono di fare di più.

Stati Uniti e Gran Bretagna furono invece in grado di poter dotare i loro eserciti di artiglierie modernissime. Caratteristiche essenziali (anche di quelle italiane) furono le grandi gittate, la maggior potenza delle granate, l'adozione di affusti con ruote metalliche e pneumatici, che consentirono il celere movimento su strade e su terreno vario. Durante la guerra si ebbe la più interessante trasformazione subita dall'artiglieria, per quanto riguarda la mobilità, dopo, l'adozione dell'affusto nel XV secolo: la produzione dei « semoventi», bocche da fuoco montate su scafi di carri armati, inizialmente di piccolo calibro e poi di calibro sempre maggiore.

Anche il mulo sull'autocarro

Ricordiamo le ottime artiglierie, di produzione italiana, che furono adottate, ma che poterono essere prodotte soltanto in quantità limitate: il 75/18, il 75/32 a grande gittata, il 75/34 montato su carri armati, cannoni a grande gittata da 149/40 e 155/45, obici da 155/23 e 210/ 25, il cannone controaereo da 90/53, impiegato con successo e per nulla inferiore al famoso 88 tedesco.

Dopo l'ultima guerra l'artiglieria, ormai totalmente rinnovata, ebbe una nuova arma: i missili terra-terra e terra-aria. Attualmente le specialità dell'artiglieria italiana sono: «da campagna », «da montagna », « a cavallo », «corazzata », « pesante campale », « pesante », « missili », «semoventi pesante », « controaerei ». Naturalmente tutta l'artiglieria è motorizzata, fatta eccezione di quella da montagna che, però,, se impiega ancora il fedele mulo, è in grado di autotrasportare anche i muli, per movimenti su strade ordinarie. Il reggimento « a cavallo » conserva la tradizionale, gloriosa denominazione, ma è armato di semoventi. I semoventi hanno avuto un notevole sviluppo: ve ne sono in servizio anche armati di pezzi da 155, 175 e 203.

Fra le bocche da fuoco dell'odierna artiglieria, va ricordato il105/14 scomponibile da montagna e impiegabile anche con i paracadutisti, di ideazione italiana, adottato anche da altri eserciti della N.A.T.O. per le sue eccezionali qualità.

Gli ufficiali di artiglieria in servizio permanente sono formati nella Accademia Militare di Modena nella quale si è fusa l'Accademia Militare di Artiglieria e Genio che era stata creata a Torino nel 1677, e vengono perfezionati nella Scuola di Applicazione di Artiglieria, nel quadro delle Scuole di Applicazione di Arma che hanno sede nell'antico palazzo dell'Arsenale, in Torino. Gli ufficiali di complemento ed i sottufficiali sono preparati nella Scuola Allievi Ufficiali e Allievi Sottufficiali di artiglieria. La Scuola di Artiglieria di Bracciano, quella di Artiglieria Controacrei e la Scuola elettromeccanici di Artiglieria provvedono alla preparazione tecnica degli specialisti.

Non possiamo concludere questa sintetica corsa nel passato, senza ricordare l'artiglieria coloniale, servita con abnegazione, fedeltà e valore dagli ascari eritrei, somali, libici. Le batterie someggiate che si sacrificarono ad Adua, le batterie cammellate della campagna di Libia, quelle someggiate della campagna 1935-36, le batterie autotrainate, cammellate, someggiate della Il Guerra Mondiale furono ben degne delle gloriose tradizioni dell'Arma di Artiglieria.

Di queste tradizioni è simbolo la bandiera dell'Arma, custodita nella Scuola di Artiglieria di Bracciano, decorata della Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia, di tre medaglie d'oro, una d'argento e una di bronzo. Dei reggimenti di artiglieria attuali, nove sono decorati di medaglia d'oro e dal 1848 al 1945. ben 214 medaglie d'oro furono concesse ad artiglieri. La Festa dell'Artiglieria, celebrata il 15 giugno, ricorda che alla vittoria nella battaglia del Piave l'Arma diede un contributo eccezionale, con la perfezione, la prontezza, la violenza del suo intervento.

Emilio Faldella

 

Artiglierie divisionali in servizio

 

 

DIVISIONE DI FANTERIA

 

Obice 105/22

affusto a ruote - coda unica - peso kg. 1850

grande settore di tiro (360°)mediante rotazione dell'affusto di piattaforma

gittata massima km. 11 - peso granata kg. 13-15

 

Obice da 155/23

affusto su installazione mobile da rimorchio, costituito da testata d'affusto a due

code, peso kg. 6000 circa

gittata massima: km. 15 - peso granata kg. 43

celerità di tiro: un colpo al minuto

 

 

BRIGATA ALPINA

 

Obice da 105/14 mod. 56

di ideazione e costruzione italiana bocca di fuoco scomponibile in tubo-obice

e blocco culatta - Affusto a due code, adattabile al terreno mediante doppia altezza dei ginocchiello e doppia ampiezza di carreggiata idoneo anche al tiro contro carri - celerità normale di tiro: 4 colpi al minuto

gittata massima km. 10 - peso granata kg. 15 - (impiega lo stesso proietto del 105122)

peso: circa kg. 1300

 

Mortaio da 120 A. M. 50

bocca da fuoco ad anima liscia, ad avancarica

affusto a bipiede; può essere poggiato a terra o sul carrello che serve per il traino

peso: kg. 70 - lunghezza m. 1,750

gittata massima km. 5,300/6,650

peso del proietto: kg. 13/17

celerità di tiro: 10 colpi ai minuto

 

 

DIVISIONE CORAZZATA

 

Obice da 105/22 su semovente M7

bocca da fuoco analoga all'obice 105 affusto semovente a piattaforma

peso: tonn. 21 (obice incluso)

Obice da 155/23 su semovente

bocca da fuoco analoga all'obice 155/23

affusto semovente di due tipi diversi

peso: tonn. 24128 (a seconda del tipo)

larghezza: circa m. 3,20

lunghezza: m. 6,10/6,60

 

Obice da 203/25 su semovente M55

peso totale: tonn. 45

larghezza dei semovente m. 3,50

peso della granata kg. 90

gittata massima km. 17

celerità di tiro: 1 colpo ogni due minuti

 

 

[1]Emilio Faldella, note biografiche (da Wikipedia)

 

La prima guerra mondiale

Faldella nasce a Maggiora (No) nel 1897 da un'antica famiglia del Monferrato. Nel 1914 entra nella Scuola Militare di Modena e nel maggio 1915 è nominato sottotenente destinato al 3° Reggimento alpini. Combatte sul Monte Nero, a Santa Maria di Tolmino, sul Vodhil e sul Mrzli, sul Kukla (conca di Plezzo), nell'intera battaglia difensiva del Trentino.

Per l'esfiltrazione dal Monte Biserto (Val Terragnolo) viene decorato nell'ottobre 1916 con medaglia d'argento. Partecipa quindi a tutte le operazioni nella zona del Pasubio, al Monte Corno Battisti di Vallarsa e sul Coni Zugna. Dal luglio 1917 segue le sorti del generale Guido Liuzzi in quasi tutti i suoi comandi. Quale aiutante maggiore del 1° Gruppo alpino partecipa alle battaglie del Piave e di Vittorio Veneto.

 

Il Servizio Informazioni Militare e la guerra di Spagna

Dopo il conflitto frequenta la scuola di guerra e viene trasferito allo stato maggiore col grado di capitano. Nel 1928 è promosso maggiore e nominato comandante del Battaglione Dronero del 2° Reggimento alpini. Nel giugno 1930 avviene la svolta con il suo ingresso nel Servizio Informazioni Militare: dal luglio 1930 al giugno 1935 è console a Barcellona; nel gennaio 1935 venne promosso tenente colonnello; dal luglio 1935 all'agosto 1936 è capo della sezione speciale Africa Orientale (AO). In questo periodo si occupa dell'affare Jacir Bey.

Con l'inizio della guerra di Spagna, dal 28 agosto 1936 è inviato al quartier generale dal generalissimo Francisco Franco, come "osservatore" e ufficiale di collegamento. Assume poi il comando del "Raggruppamento carri-artiglieria" (due compagnie carri e sei batterie di artiglieria autotrasportate) nel corso della prima battaglia di Madrid (ottobre-novembre 1936). Dal dicembre 1936, con l'arrivo più massiccio di aiuti militari italiani in Spagna, è nominato capo di stato maggiore del Corpo Truppe Volontarie (in assenza del comandante Roatta, in Italia per conferire, prepara la battaglia per la conquista di Malaga).

Nel febbraio 1937 sostituisce ancora Roatta, ferito nei combattimenti di Malaga, finché non viene conquistata. Dopo la battaglia di Guadalajara, Roatta viene avvicendato con il generale Ettore Bastico e Faldella con il colonnello Gastone Gambara. Faldella assume quindi il comando del 5° Reggimento di fanteria legionaria: con questo incarico partecipa alla conquista di Bilbao ed alla battaglia di Santander (giugno - agosto 1937), ottenendo la croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia.

 

La seconda guerra mondiale

Nel dicembre 1937 termina de facto il suo periodo al SIM e viene trasferito all'Ufficio Addestramento dello stato maggiore dell'Esercito. Nel 1939 è promosso colonnello e diviene comandante del 3° Reggimento alpini, con il quale combatte nel 1940 sul fronte occidentale. Dall'agosto 1941 al maggio 1943 è al comando dell'Ufficio Addestramento dello Stato Maggiore.

Successivamente è capo di stato maggiore della 6ª Armata e delle Forze Armate della Sicilia (sotto il comando del generale Alfredo Guzzoni). Generale di Brigata il 1° luglio 1943. L'8 settembre i pochi resti ed il comando della 6ª Armata sopravvissuti allo sbarco in Sicilia sono stati messi a riposo. Dopo l'armistizio, per ordine del generale Antonio Sorice, ministro della Guerra, Faldella torna all'attività di intelligence: aderisce alla Repubblica Sociale Italiana dove viene nominato Intendente generale delle forze armate, ma al contempo assume il comando di una vasta ed efficiente rete clandestina operante in Venezia Giulia. Tradito, è arrestato il 16 maggio 1944.

Viene liberato grazie all'intercessione del Maresciallo Rodolfo Graziani e vive nei mesi successivi a Milano in una curiosa situazione di semiclandestinità. Il 26 aprile 1945 per ordine di Raffaele Cadorna Jr assume il comando della piazza di Milano.

 

Il congedo e gli studi storici

In riserva dal 1946, si dedica successivamente ad attività sociali ed allo studio delle discipline militari, con particolare riguardo alla dimensione addestrativa. È anche uno storico militare di vaglia. Muore nel 1975.

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... Gli ufficiali di artiglieria in servizio permanente sono formati nella Accademia Militare di Modena nella quale si è fusa l'Accademia Militare di Artiglieria e Genio che era stata creata a Torino nel 1677...

In primo luogo, un grazie riconoscente, dal figlio di un "artigliere"!!!

 

Non ho ancora letto quello che già do per scontato, sarà un interessantissimo post che, ovviamente, memorizzerò nel mio computer!

 

Però mi permetto di farti notare una piccola-grande imprecisione che mi è subito balzata agli occhi.

 

Ho a casa il crest dell'Accademia frequentata, a suo tempo (negli anni trenta), dal mio amato e rimpianto papà e lì è presente questa iscrizione: Regia Accademia di Artiglieria e Genio.

 

Mi riservo ulteriori commenti quando avrò letto con attenzione il post e penso anche di inserire alcune foto, di natura "artiglieresca", che ho a casa.

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Inserisco le foto di alcuni cimeli artigliereschi di famiglia (berretti militari appartenuti a mio padre).

 

 

Berretto (grande uniforme) da tenente di artiglieria pesante campale (12° reggimento, 1938).

 

Il reggimento aveva sede, nell'anno indicato, a Palermo.

 

dsc00693el4.jpg

 

 

 

 

Bustina per uniforme invernale da maggiore di artiglieria; periodo anni cinquanta.

 

dsc03914cg0.jpg

 

 

 

 

Berretto per uniforme da cerimonia, da tenente colonnello di artiglieria; periodo anni sessanta.

 

dsc03911dg9.jpg

 

 

 

 

Berretto per uniforme ordinaria invernale, da tenente colonnello di artiglieria; periodo anni sessanta.

 

dsc03910dp3.jpg

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Guest galland

Bella carrellata di cimeli, seppur digiuno di uniformologia sono pezzi di grande fascino e interesse!

Molte grazie!

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