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Rick86

Gli SSN russi della classe Akula

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Gli SSN russi della classe Akula

 

Giovanni Martinelli, 8 settembre 2008 Pagine di Difesa (www.paginedidifesa.it)

 

 

Tra le tante conseguenze derivanti dalla dissoluzione dell’Unione sovietica nel 1991, una delle più note è rappresentata dai pesanti riflessi sulle condizioni delle Forze armate dei Paesi che sono nati all’indomani di quell’evento. Una sorta di regola alla quale non si è certo sottratto neanche chi può essere considerato l’erede diretto di quanto scomparso, e cioè la Russia. La grave crisi economica che precedette e fece seguito a quell’evento - e che, almeno in parte, ne costituì anche una delle cause - fini così con il coinvolgere anche il suo apparato militare, ivi compresa la componente navale ex-sovietica, in larga parte ereditata dalla neonata Voyenno-morskoy flot (Vmf) rossii, la Marina militare della federazione russa.

 

E all’interno di quest’ultima, particolarmente colpita fu quella componente subacquea che dovette fare i conti soprattutto con gli elevati costi di costruzione e di gestione tipici delle unità a propulsione nucleare; fu così che la costruzione di non pochi sottomarini venne interrotta e diversi di quelli già in servizio furono gradualmente fermati. Sorte alla quale non è sfuggita neanche la classe Akula e i battelli che la compongono.

 

È tuttavia preferibile fare subito una precisazione: quando si parla di sottomarini russi, una delle regole da utilizzare è rappresentata dall’esteso uso del condizionale. La segretezza, per certi versi il mistero, che da sempre avvolge questo settore, impedisce spesso di ricostruire il numero di unità effettivamente costruite, il loro nome e/o distintivo ottico di fiancata, le loro caratteristiche o anche il loro attuale status operativo.

 

A ogni modo, il progetto dei sottomarini Project 971 Shuka B - il nome Akula è quello utilizzato in ambito Nato - risale alla fine degli anni 70; all’epoca l’Unione Sovietica era impegnata in un consistente processo di potenziamento del proprio strumento militare. E quello subacqueo era uno dei settori privilegiati in termini di ricerca tecnologica e di risorse, con l’obbiettivo di disporre di nuove piattaforme in grado di reggere il confronto con le analoghe realizzazioni americane. Silenziosità, prestazioni elevate e armamento poderoso erano i tratti salienti di questo sforzo e proprio gli Akula, nel settore dei sottomarini d’attacco a propulsione nucleare, e i Typhoon, in quello delle unità lanciamissili balistici, ne diventano i simboli. La loro apparizione fece, all’epoca, molto scalpore in Occidente, destando anche non poche preoccupazioni viste le notevoli capacità.

 

Fu il Malakhit Design Bureau a occuparsi della progettazione delle unità, la cui costruzione venne poi affidata ai cantieri Amur di Komsomolsk-on-Amur e a quelli Sevmash di Severodvinsk; a partire del 1993, solo questi ultimi proseguiranno con l’allestimento delle successive piattaforme. Da un punto di vista tecnico, l’elemento distintivo degli Akula è rappresentato dalla presenza di un doppio scafo: in quello interno - suddiviso a sua volta in sette compartimenti - sono posizionati gli alloggi e i locali operativi, la camera di lancio dei siluri e l’apparato propulsore, mentre tra quello interno e quello esterno sono posizionate le casse di zavorra e il riduttore.

 

I pregi di una tale soluzione consistono in un significativo aumento della riserva di galleggiabilità e in una maggiore robustezza, sia nel caso di impatto di un siluro sia in termini di profondità massima raggiungibile (stimata in oltre 500 metri, 600 quella di rottura). D’altro canto esso richiede una maggiore potenza installata, oltre a un possibile aumento del rumore in corrispondenza dei passaggi d’acqua fra i due scafi; a tale scopo, gli Akula sono dotati di apposite coperture flessibili. Da notare come al tempo fosse in fase di realizzazione di un’altra classe di Ssn, i Sierra; anche’essi presentavano la soluzione del doppio scafo che però era realizzato in leghe di titanio. Proprio le difficoltà incontrate con i Sierra, legate alla produzione in quantità sufficienti di tali leghe, alle relative tecniche di lavorazione nonché ai costi elevati, condussero alla realizzazione degli Akula, per i quali venne invece usato acciaio a elevata resistenza.

 

Ma un'altra caratteristica importante di questi sottomarini è la silenziosità, raggiunta grazie a un accurato disegno delle linee esterne (con forme avanzate per la vela), a un affinamento delle componenti meccaniche, all’uso di piastrelle anecoiche nonché, solo sugli ultimi esemplari e non confermato, a un sistema di riduzione del rumore. Anche in questo caso tuttavia, i giudizi divergono; alcune fonti li ritengono - soprattutto gli ultimi realizzati - paragonabili agli Ssn americani delle classi Improved Los Angeles e Seawolf, mentre altri sostengono che questi ultimi conserverebbero un certo margine, confermato pure dai più recenti Virginia.

 

Si accennava ad alcune differenze tra i vari sottomarini; in effetti, si distinguono tre diverse sottoclassi: quella iniziale e cioè gli Akula I, gli Impoved Akula I (Project 971U) e gli Akula II (Project 971A o M). In totale ne dovrebbero essere stati completati - indicativamente tra il 1985 e il 2001 - almeno 15; sette della prima serie (di cui due ancora in servizio), cinque della seconda e due della terza (tutti in servizio). Un numero imprecisato di piattaforme (da due a quattro) sarebbero ancora in fase di allestimento, ma non è chiaro se è quando verranno completate; dei nove sottomarini operativi, sei sono assegnati alla Flotta del nord e i restanti a quella del Pacifico.

 

Gli elementi comuni a tutte le unità sono rappresentati dall’apparato di propulsione e dalla suite di sensori. Il primo risulta composto da un reattore nucleare - inizialmente si pensava che fossero due - ad acqua pressurizzata con una potenza di 190 Mw; il vapore così prodotto alimenta una turbina che sviluppa 32 Mw e due turbogeneratori da 2.000 Kw, ai quali si aggiungono altrettanti generatori ausiliari diesel da 750 Kw. Ne risultano prestazioni di assoluto rilievo, con una velocità massima in immersione stimata in 33/35 nodi, impressa da un’elica a sette pale; l’autonomia operativa è valutata in almeno 80 giorni.

 

I sensori comprendo una suite attiva/passiva per la navigazione, sorveglianza e attacco con un sonar a prua e altri laterali; a questi se ne aggiunge uno per la scoperta delle mine e uno rimorchiato - per la sorveglianza nel settore poppiero - contenuto nel caratteristico alloggiamento posto sulla superficie di controllo di poppa; completa la dotazione un radar di scoperta di superficie. Anche in questo caso, sembra che le prestazioni dei sonar e del sistema di combattimento non siano pari a quelle dei battelli americani, con una capacità di tracciamento limitata a pochi bersagli. Da segnalare anche la suite di sistemi di comunicazione, con apparati in Vlf (very low frequency), subacquei e satellitari.

 

Ciò che accumuna invece le prime due serie sono le dimensioni: 108 metri di lunghezza, e 13,5 di larghezza, per un dislocamento in immersione che dovrebbe essere di circa 9.100 tonnellate. La differenza consiste invece nel numero di tubi lanciasiluri, quattro da 533 mm e altrettanti da 650 sugli Akula I, ai quali se ne aggiungono altri 6 da 533 mm - ma in posizione esterna, non ricaricabili in immersione - sulla versione Improved. In dotazione vi sono almeno 40 ordigni fra missili nucleari da crociera Ss-n-21 Granat, antinave Ss-n-15 Starfish e 16 Stallion e siluri Ugst o Uset-80 e 65-76 per il contrasto, rispettivamente, di bersagli subacquei e di superficie; è inoltre presente un lanciatore spalleggiabile per missili antiaerei Sa-n-10 Igla. A questi si aggiungono i decoys per l’inganno dei siluri (che utilizzano gli stessi tubi per il lancio delle armi), un sistema di intercettazione dei sonar e un apparato Esm/Ecm (Electronic support/counter measures).

 

Gli Akula II, infine, hanno le stesse dotazioni degli Improved ma differiscono per la presenza di un’ulteriore sezione di scafo lunga 3,7 metri, con il dislocamento in immersione che dovrebbe salire a 9.500 tonnellate. In tale sezione sarebbe contenuto proprio quel sistema di riduzione del rumore già menzionato, senza che in realtà vi siano mai state conferme in proposito. Anche il dato sul numero di uomini di equipaggio diverge a seconda delle fonti; quelle più attendibili lo indicano in poco più di 60 uomini, con differenze minime tra le varie versioni.

 

Ma gli Akula sono tornati alla ribalta proprio di recente; l’India ha infatti da poco annunciato che il prossimo anno riceverà dalla Russia, in leasing, un battello nella versione II. L’obbiettivo è evidente: accumulare esperienza - da un punto di vista tecnologico, operativo e di addestramento dell’equipaggio - per l’Advanced technology vessel (Atv), il primo di una classe di tre sottomarini nucleari lanciamissili balistici completamente realizzati in India.

 

E così, a distanza di 30 anni dall’inizio del suo sviluppo, la classe Akula continua a destare un certo interesse; interesse più che giustificato di fronte alle sue capacità operative che, sebbene ritenute complessivamente inferiori a quelle raggiunte in campo occidentale, restano pur sempre di tutto rilievo. Tanto che, nonostante i molti problemi, gli Akula rappresentano ancora oggi la ‘spina dorsale’ della componente subacquea d’attacco della Marina russa.

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