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Università e ricerca


samurai
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Circolano da anni classifiche internazionali sulle diverse Università del Mondo, in cui fra le prime cento nessuna è italiana. Si tratta certo di classifiche a volte discutibili, di criteri spesso un po' meccanici, e legati soprattutto al mondo della ricerca scientifica e tecnologica, ma bisogna tenerne conto. In effetti il grande limite della cultura postgentiliana e di quella postcrociana, recepita a metà da tanta parte della sinistra ignorandone le dimensioni liberali, sta proprio nel non aver saputo coniugare una grande tradizione umanistica, antica e tuttora presente, con le più avanzate esigenze della nuova ricerca, basata su grandi laboratori, su sforzi coordinati, su investimenti rilevanti.

Il problema, dunque, vien di lontano e investe numerosi aspetti della vita universitaria e degli istituti di ricerca. L'elenco dei fraintendimenti di ruolo, degli errori di valutazione e dei fallimenti sarebbe lungo: il Cnr, creatura fascista, non per caso assomiglia ad una copia in sedicesimo delle accademie delle scienze di tipo sovietico basate sostanzialmente sul principio della separazione di didattica e ricerca: dove la prima risulta posta su un gradino più basso ed è funzionale ad una concezione dell'Università di tipo "liceale". Ma in Italia, escludendo poche eccezioni, di rado il nostro Cnr è riuscito a dar buona prova attraverso i propri istituti di ricerca, mentre si è rivelato il solito inefficiente strumento di distribuzione a pioggia dei fondi per la ricerca condotta negli Atenei. Dal canto suo l'Università, forte di una gloriosa tradizione di abbinamento e affiancamento della didattica universitaria alla ricerca – tradizione che dovrebbe vaccinare i nostri Atenei dal rischio incombente della licealizzazione degli studi superiori –, fra egoismi e individualismi di Cattedra, di Istituto e di Dipartimento, mancanza di volontà di coordinamento, proliferazione abnorme di insegnamenti e di Atenei fino al più ridicolo e insignificante nanismo, non ha mai superato in modo pieno e cosciente la fase in cui buoni risultati potevano ancora essere ottenuti da piccoli gruppi con mezzi anche modesti, pure nel mondo delle materie scientifiche.

La situazione è tale, per cui se anche si decidesse di triplicare i fondi per la ricerca da un anno all'altro, i risultati sarebbero modestissimi, la gestione dei mezzi dissennatamente individualistica e dispersiva, il vantaggio per il Paese modesto. Del resto si fa sentire pesantemente anche la scomparsa dall'Italia di numerose imprese di grande dimensione, in grado di finanziare direttamente almeno le ricerche di carattere più applicativo.

Si fa presto, insomma, a dire ricerca: prima occorrerebbe ricalibrare le Università su dimensioni tali da giustificare concentrazione di mezzi, tecnologie, biblioteche, strutture e alloggi in scala adeguata. Bisognerebbe inoltre stabilire quali Istituti – fra quelli che godono di finanziamenti pubblici - hanno ragione d'essere e godono di una prospettiva ragionevole di successo e di crescita, e quali altri servono solo per distribuire magri stipendi o per ridurre la lontananza da casa nel soggiorno dello studente. E un criterio rapidamente adottabile e poco contestabile potrebbe proprio partire dalla abolizione del valore legale del titolo di studio

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