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lunedì 14 luglio 1919, Parigi


Guest galland
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Guest galland

Alistair Horne è nato a Londra nel 1925 e ha studiato negli Stati Uniti e in Svizzera; ha prestato servizio nella RAF e nel controspionaggio; ha insegnato letteratura inglese a Cambridge. Divenuto poi corrispondente del “"Daily Telegraph"”, ha trascorso tre anni in Germania. Ha dedicato alle guerre franco tedesche tre volumi divenuti classici della materia: “"Il prezzo della gloria Verdun 1916"” (Mondadori 1968),“"L'assedio e la Comune di Parigi"” (Mondadori 1971), “"Come si perde una battaglia" (Mondadori 1970). Recentemente ha pubblicato il volume "La guerra d'Algeria" (Rizzoli 2007).

 

Rendo parziale trascrizione del primo capitolo di “Come si perde una battaglia”, intitolato “Splendori e miserie della Vittoria”, in cui si rende vivida descrizione della parata della vittoria di lunedì 14 luglio 1919.

13 luglio 1919

Già il pomeriggio della domenica precedente al grande evento, la folla cominciò a raccogliersi lungo gli Champs-Elysées. Alle tre di quella notte avevano preso posto nel viale un centinaio di migliaia di persone. L’Arco di Trionfo era inavvicinabile. La folla era immersa in una atmosfera di giubilo trattenuto, quasi pudico, temperato dalla presenza di numerose donne ancora in gramaglie per la morte dei figli o dei mariti. Era molto diverso da quel giorno d’agosto di cinque anni prima quando i parigini, entusiasti, avevamo invaso la città intonando Le Chant du Départ e gridando: - A Berlino!

[...]

Il 14 luglio 1919 era il giorno della parata della vittoria, il momento di supremo trionfo per la Francia; per molti francesi forse il più gran trionfo di tutta la loro lunga storia. Indubbiamente non si sarebbe più ripetuta un’occasione degna del Jour de gloire immortalato dalla Marsellaise più di quanto lo fosse quel primo quattordici luglio successivo alla riconquista dell’Alsazia-Lorena dopo quarantotto anni di servitù.

La vigilia della parata , un cenotafio provvisorio riempiva quasi la maestosa volta dell’Arco di Trionfo(1). Ognuno dei quattro lati del cenotafio era protetto da una Vittoria, le cui ali erano state costruite con il metallo degli aerei da guerra. Sulla superficie del plinto era iscritta la triste dedica: Aux morts pour la patrie. Per tutta la notte le fiamme di un fuoco greco fumarono e ondeggiarono dalle urne montate agli angoli del cenotafio, mentre potenti riflettori trasformavano in oro gli stucchi dorati. Attorno al cenotafio, soldati appartenenti a tutte le specialità delle Forze armate francesi montavano la guardia coi fucili in spalla. I militari erano osservati dalla folla silenziosa e riverente, inginocchiata o appollaiata sul cerchio dei cannoni nemici catturati, disposti attorno all’Etoile.

14 luglio 1919

Subito dopo la mezzanotte, il massiccio pilone venne estratto dalla sua posizione per mezzo di trattori e posto nelle vicinanze dell’Arco di Trionfo, in modo di permettere alla parata di passare sotto l’Arco stesso. Quando spuntò l’alba di quella giornata tersa e serena (che ricordò ai più romantici giornalisti francesi il giorno di Austerlitz), uno spettacolo maestoso si offrì agli occhi di quanti erano stati tanto fortunati da trovare un posto sui balconi degli edifici che dominavano gli Champs-Elysées. A perdita d’occhio, lungo il nastro verde dell’avenue de la Grande-Armée, e per tutti gli otto chilometri del tragitto della parata, sventolavano le bandiere e i vessilli delle nazioni alleate sorgendo da una foresta di aste bianche. Su entrambe i lati del Rond-Point era ammassato un enorme cumulo di armi catturate ai tedeschi, sormontato, da una parte, dal gallo francese del 1914, che si alliscia le penne prima di prepararsi ad attaccare, e dall’altra dal vittoroso gallo del 1918, che lancia il suo grido al mondo per vantarsi della sua ascendenza. Vicino alla Porte-Maillot, le masse dei contingenti alleati si allineavano dietro i loro capi, salutate dai membri del Consiglio comunale che, come gli antichi Edili, avevano aperto la città agli eserciti vittoriosi. Alle ore 7,45 di mattina, all’Etoile giunse una vettura con a bordo Clemenceau, il temuto “tigre” che, dall’orlo della sconfitta, aveva guidato la Francia alla vittoria nell’ultimo disperato anno di guerra. Lanciando fiere occhiate a destra e a sinistra, il vecchio tigre, seguito dal suo inseparabile aiutante, un giovane serio e dal viso smorto di nome Georges Mandel, salì lentamente sul palco delle autorità. Poco dopo le otto comparve lo stesso presidente della Repubblica, Raymond Poincaré, l’uomo di Lorena, il simbolo di tutto quanto aveva spinto la Francia a lottare tanto valorosamente; a bordo di una macchina aperta, il presidente percorse gli Champs-Elysées tra due ali di folla plaudente, poi, accompagnato dai due gloriosi marescialli francesi, Joffre e Foch, depose una corona ai piedi del cenotafio. Alla fine i marescialli si allontanaro in macchina per andare a prendere posto alla testa del corteo. Mentre il presidente saliva sulla tribuna, i cannoni cominciarono a rombare in distanza: dal Bois de Boulogne, dal Mont-Valérien e da tutti iforti che, durante il rigido inverno del 1870, avevano tentato di salvare la città da quello stesso nemico oggi sconfitto. I razzi sfrecciavano verso il cielo e esplodevano sopra l’Arco di Trionfo. Alla Porte-Maillot un capitano estrasse l’orologio e dette l’ordine che era stato udito in tante albe micidiali durante i quattro anni precedenti: Avancez! I tamburi rullarono, le trombe squillarono quelle loro strane note acute, quasi querule, di pretta marca gallica e presto si udì avvicinarsi all’Arco di Trionfo la musica delle bande milita ricche suonavano il commovente inno Vous n’aurez pas l’Alsace et la Lorraine. La folla fu percorsa da una strana eccitazione. Tutta la stanchezza della lunga attesa scomparve.

Le catene che avevano imprigionato l’Arco fin dal giorno in cui, quarantotto anni prima, i prussiani avevano inciso un odio perpetuo nel cuore dei francesi insistendo per attraversare in marcia trionfale la città prostrata, erano state rimosse. Ora, per la prima volta dal giorno della vergogna, uomini cominciarono ad apparire marciando sotto l’Arco sacro. Ma coloro che apparvero per primi sotto l’Arco, in quel momento storico, non furono né Joffre, né Foch, né la cavalleria, né gli zuavi, né i distaccamenti alleati, bensì tre giovani, o ciò che rimaneva di loro, indescrivibilmente mutilati dalla guerra, ancora in uniforme, ma sospinti dalle infermiere a bordo di carretti rozzi simili alle carrozzine dei bambini poveri. Subito dopo di loro veniva un numeroso contingente di altri grandi invalidi. Ufficiali e soldati di tutti i gradi mescolati gli uni agli altri, molti già in borghese, marciavano, o zoppicavano, senza rispettare alcuna precedenza e senza alcuna apparenza d’ordine militare, in file di dodici. Quasi tutti avevano perduto almeno un occhio o un arto, e molti portavano appuntata sul petto la più ambita decorazione francese, la Médaille Militaire. I ciechi – ad alcuni dei quali era stato accordato il privilegio d’essere porta insegne – procedevano guidati da mutilati senza una gamba o senza braccia; uomini dalla faccia distrutta, pietosamente nascosta dalle bende; uomini privi di mani; uomini con la pelle ancora tinta di verde per l’effetto del cloro; uomini dagli occhi stravolti sotto calotte che proteggevano paurose ferite alla testa; alcuni erano eroi famosi, che la folla riconosceva facilmente. Tra loro, identificabile per la statura gigantesca, zoppicava il sergente André Maginot, già noto come membro dell’Assemblea, gravemente ferito a Verdun.

A passo penoso, incerto, la colonna procedette lungo gli Champs-Elysées fino al palco issato appositamente da una parte. Quando passò sotto una tribuna gremita di centocinquanta ragazze alsaziane in costume nazionale, fu sommersa da una pioggia di fiori. Per un breve attimo, l’agghiacciante spettacolo di quegli uomini straziati fu accolto con una sorta di silenzio sbalordito. Poi “un grido immenso, che parve scaturire dalle viscere della razza, s’innalzò dalla vasta folla, un grido che era assieme un saluto e un voto”. Nessuno di coloro che assistettero al passaggio degli invalidi poteva non rendersi conto di quanto essi significavano: rappresentavano le molte migliaia di mutilati che non avrebbero mai più lasciato gli ospedali di tutto il paese, e le centinaia di migliaia di feriti, solo relativamente più fortunati, ai quali il futuro aveva ben poco da offrire e che a loro volta avrebbero potuto contribuire in ben poca misura alla ricostruzione del paese sfinito; ma soprattutto rappresentavano le legioni d’uomini che non erano tornati dal martirio del fronte occidentale, che non erano tornati né feriti né mutilati. Per la sola Francia metropolitana le vittime assommavano a 1.315.000, e cioè il 27 per cento degli uomini tra i diciotto e i ventisette anni. Nessuna nazione combattente, fatta eccezione per la piccola Serbia, aveva avuto una così alta percentuale di morti, che superava quella della Russia, quella della Germania e quella dei suoi alleati. Era una realtà che, messa così brutalmente in evidenza in quel giorno splendente di vittoriose celebrazioni, non avrebbe mai cessato di ossessionare il paese.

La parata ebbe una lunga pausa, “come per permetterci di respirare… o di asciugarci le lacrime”. Poi comparve la gloire stessa. Accompagnato dal sonoro rullare dei tamburi e dagli squilli delle trombe, uno squadrone delle superbe gardes républicains passò sotto l’arco di Trionfo, quindi a una cinquantina di metri di distanza, a cavallo, Foch e Joffre. Al momento decisivo, vi erano state discussioni circa l’opportunità di far prendere parte alla parata a Joffre, caduto in disgrazia durante la battaglia di Verdun. Alla fine Foch aveva risolto la questione dichiarandi con ammirevole magnanimità che se Joffre non avesse cavalcato al suo fianco, inter pares, neanche lui avrebbe sfilato. E così ora erano entrambe presenti, uno accanto all’altro, l’uomo che aveva salvato la Francia sulla Marna nel 1914, e colui che l’aveva condotta verso la vittoria finale nel 1918. La Francia che resisteva e la Francia che attaccava. Entrambi indossavano l’uniforme che per tanti anni li aveva distinti: Foch tutto in grigio, col kepì ornato di tre file di foglie di quercia; Joffre imponente con la mantella nera e i calzoni scarlatti. Joffre, che accusava la sua età, sembrava commosso dalla folla, e continuava a indicarla a Foch, come sorpreso che ancora lo riconoscesse. Foch, rigido e eretto in sella al suo famoso cavallo da battaglia, Emir, il bastone da maresciallo con le sette stelle d’oro saldamente stretto nella destra, era il ritratto del generale vittorioso. A qualche passo di distanza – una posizione che da tempo gli era abituale – cavalcava la figura elegante e inappuntabile del generale Maxime Weyngard, capo dello Stato Maggiore di Foch. Poi veniva il resto dello Stato Maggiore, incluso un certo colonnello Georges che, come Weyngard, vent’anni dopo sarebbe stato chiamato a svolgere un ruolo di vitale importanza.

Ora toccava agli Alleati. Primi, in ordine alfabetico, apparvero gli americani con alla testa il generale Pershing . avanzando lungo la strada, suscitarono l’ammirazione di un corrispondente del “Times” che li definì “le più belle truppe americane che Parigi avesse mai visto, con un ordine di marcia perfetto”. Quando la banda attaccò Over There, qualcosa nel suo ritmo ricordò ai francesi eccitati il jazz che ormai imperversava per tutta Parigi. Poi vennero i belgi, seguiti a un intervallo di cinque minuti dagli inglesi, guidati da sir Douglas Haig. Mentre sfilavano le bandiere dei duecento reggimenti che avevano combattuto e versato il loro sangue nelle Fiandre e lungo la Somme, la folla dimostrò il suo entusiasmo attaccando il ritornello Tipperary, che la Francia aveva imparato a conoscere bene. Venivano poi gl’italiani, con le loro uniformi grigioverdi, i piccoli giapponesi in kaki, i portoghesi, i romeni, i serbi e i siamesi e uomini con indosso la giubba francese bleu horizon, uomini delle “nuove” nazioni che dovevano la loro esistenza alla vittoria alleata e che nel giro di due decadi sarebbero stati abbandonati dagli stessi Alleati: i cecoslovacchi e i polacchi. Tanti erano stati gli eserciti necessari per sconfiggere la potenza dell’impero germanico. Ma ne mancava uno, l’esercito senza il quale il miracolo della Marna non avrebbe mai potuto verificarsi e senza le cui illimitate riserve di uomini non vi sarebbero mai state celebrazioni della vittoria: la Russia, divisa dai suoi alleati dalla guerra civile e dalla rivoluzione, e apparentemente dimenticata.

Superato l’attimo d’angoscia imposto dalla triste ouverture della parata, la folla si abbandonò all’entusiasmo. Al passare di ogni rappresentanza militare , esplodeva una nuova ovazione. Disubbidendo agli ordini, i cavalleggeri di guardia agli incroci issavano in sella le ragazze per metterle in grado di vedere meglio. Bambini e donne vuotavano cestini di fiori sulla strada trionfale e decoravano le baionette dei soldati con ghirlande di carta verde e dorata, sicché col passare della mattina parve che le truppe marciassero su un tappeto di fiori. Almeno quel giorno, non vi era ombra di risentimento nella gratitudine della Francia nei confronti dei suoi Alleati. Ma – comprensibilmente del resto – fu il potente contingente francese che chiudeva la parata a riscuotere il grido più entusiasta della folla. Una figura solitaria in sella a un cavallo bianco sbucò di sotto l’Arco di Trionfo, maestosa e grave, alta ed elegante nell’ uniforme bleu horizon , la faccia austera ancor più pallida del solito, e parve dare il segnale per la più grande apoteosi della giornata. Era la figura del maresciallo Pétain, comandante supremo. Lo seguivano i poilus che egli aveva guidato per i dieci mesi d’inferno di Verdun e aveva calmato durante le rivolte che l’anno successivo per poco non avevano distrutto l’esercito francese. Per ognuno dei ventun corpi d’armata francesi era stata scelta una compagnia del reggimento che si era meritato il maggior numero di decorazioni al valor militare. Che spettacolo di gloria trionfante offrivano mentre sfilavano davanti alla banda che suonava Sambre-et-Meuse e Marche Lorraine, gli inni di battaglia che tanto avevano commosso i cuori dei francesi durante gli anni di dolore! Poi venivano i piccoli chasseurs col loro passo veloce e i grandi berretti flosci, gli uomini che avevano sostenuto il peso del primo attacco tedesco a Verdun; ussari elegantissimi e cuirassiers nelle splendenti corazze, che in quella guerra non avevano avuto molta fortuna, dopo il primo sterminio della battaglia delle frontiere; bellissimi uomini dell’impero d’oltremare francese, membri della Legione straniera, feroci goums marocchini in turbante e svolazzante mantello bianco, tirailleurs algerini e indocinesi, senegalesi neri come il carbone con l’allarmante reputazione di non fare prigionieri; artiglieri che trainavano una batteria del famoso 75 col quale avevano bloccato i tedeschi sulla Marna, e una batteria del meno elegante, tozzo, 155 che aveva svolto un ruolo di vitale importanza nella difesa di Verdun; piloti guidati da uno dei pochi assi dell’aria superstiti, Rene Fonck, che portava una bandiera; marinai in uniformi blu mare che, fianco a fianco con belgi e inglesi, avevano gettato l’ancora sulle coste fangose delle Fiandre. A intervalli procedevano i comandanti vittoriosi, che la folla riconosceva immediatamente e applaudiva. Gourand, l’eroe monco; Pau, anch’egli senza un braccio, ma in seguito alla guerra del 1870; Fayolle e Debeney; Maistre e Mangin, soprannominato un tempo dai suoi soldati “il macellaio”. Castelnau, il cui bracciale nero ricordava che aveva perso tre figli in guerra, ricevette dalle tribune un applauso particolarmente caloroso. Tutti nomi di guerrieri famosi, e nell’ovazione che accolse ognuno di loro, in quell’attimo di sublime riconoscenza, venne dimenticato l’amaro ricordo delle offensive futilmente costose, delle spaventose sconfitte, delle critiche mosse dei generali, accusati di sprecare inutilmente le vite dei loro uomini. Ma la folla salutava soprattutto i soldati, non i capi, e in particolar modo la fanteria, che formava il grosso della parata. I fanti arrivavano ad ondate successive, simbolo della rinnovata forza e della stessa sostanza dell’esercito francese, che aveva combattuto e sofferto, che si era prodigato e aveva versato il proprio sangue nelle più indescrivibili condizioni imposte all’umanità, per tutta la guerra, dal primo sanguinoso scontro sulle frontiere, fino a Verdun e alla Somme e a Chemin-des-Dames, e poi ancora sino alla seconda Marna e ala gloriosa avanzata finale dell’ottobre 1918. Nel veder sfilare le bandiere lacere dei reggimenti di fanteria, la folla fu presa da una sorta di delirio. Molti, istintivamente, intonarono La Madelon, mentre lacrime scorrevano copiose sui loro volti. Quali pensieri, quali ricordi si affollavano nelle menti dei soldati in marcia davanti alla statua di Strasburgo in Place de la Concorde, quella statua spogliata finalmente dal suo drappo nero, per la prima volta dal 1870! Per tutti i francesi quel Quattordici luglio era un giorno sognato da tempo, e non solo negli ultimi dolorosi cinque anni, ma per altri quarantatre, prima. Molti dei francesi che marciavano nella parata o applaudivano ai lati della strada erano sufficientemente vecchi per ricordare la vergogna della sconfitta. Pétain (che, purtroppo, sarebbe vissuto tanto da divenire vessillifero di una nuova e ancor più cocente disfatta), nel 1870 era ancora un bambino, ma Foch, in gioventù, aveva assistito alla disfatta di Napoleone III che, stanco e malato, aveva attraversato Metz; e Joffre era stato addetto a una batteria sulle fortificazioni di Parigi durante l’assedio di quattro mesi; Clemenceau, poi, era stato uno dei deputati che avevano protestato contro la resa dell’Alsazia-Lorena del 1871, ed era miracolosamente sfuggito al linciaggio durante la guerra civile che aveva seguito la Comune. Ma ora, come il presidente Poincaré gli aveva detto in un messaggio speciale: “Alla luce di questo glorioso mattino le ultime tracce del doloroso passato sono state rimosse per sempre”. La marcia del contingente francese continuò per più di un’ora. Era difficile rendersi conto che, durante l’anno precedente, la Francia aveva già smobilitato quasi tre milioni di uomini. Ed è comprensibile se qualche francese, assistendo a quella stupenda parata delle sue Forze armate, pensò che la Francia aveva vinto la guerra in gran parte con il suo solo sforzo, e con le sue sole perdite. Alla fine, a chiusura della parata, sotto l’Arco di Trionfo passarono rombando nove carri armati d’assalto del generale Estienne. L’odore acido dell’olio in combustione e l’assordante ruggito del loro procedere si ripercuoteva sotto la grande arcata, sembravano un segno della potenza dell’esercito francese d’allora più che un preludio delle battaglie future. Chi poteva dubitare che la Francia, risorta trionfante dall’inferno, non possedesse il più potente strumento di guerra del mondo? Che giornata! Che spettacolo mentre la polvere dei carri armati si posava e il cenotafio dorato veniva riportato lentamente sotto l’Arco, uno spettatore meditò: “uno spettacolo come questo non si vedrà più. Perché non vi saranno più guerre”.

Edited by galland
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Grazie, Galland :okok: , per questa straordinaria ed intensissima pagina, ad un tempo, di storia e di vita, di un intero popolo!!! :adorazione:

 

La ricordero' sempre ogni qualvolta mi capiterà di assistere alla cerimonia del ravvivamento della fiamma perenne, che si ripete ogni giorno, alle 18,30, sotto l'Arco di Trionfo!!!

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