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Guest galland

28 0ttobre 1940

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Guest galland

Il 28 ottobre 1940 avevano inizio le ostilità tra Italia e Grecia: nulla se non l’ambizione personale di Mussolini di controbilanciare l’occupazione della Romania – motivata per assicurare alla Germania le essenziali forniture petrolifere di Ploesti – davano giustificazione all’invasione. Basti che il governo di Metaxstas era una dittatura che aveva mutuato molti aspetti esteriori dal fascismo italiano (era stato introdotto il “saluto greco”, il fascio littorio, ed istituita un’organizzazione giovanile di stato: la “Neoleta” sul metro di quelle fasciste italiane). Piena sintonia vi sarebbe potuta essere tra i due governi, ma Mussolini ritenne di poter trarre un facile successo dichiarando guerra a una nazione debole e isolata. Tanto più che fidando sull’indipendentismo della regione di confine della Ciamuria e dalla corruzione dei generali greci, pagati secondo Ciano con undici milioni di Lire, la campagna sarebbe stata null’altro che una “passeggiata” che in poche settimane avrebbe portato gli italiani ad Atene.

 

Il sassolino ellenico divenne una frana rovinosa che solo per il coraggio dei nostri soldati - che salvarono l’onore d’Italia col loro sangue e non a chiacchiere - non assunse le proporzioni di una catastrofe.

 

I soldati greci, definiti con sprezzo dal generale Visconti Prasca “gente non grata di battersi” lottarono con coraggio e determinazione: la “passeggiata su Atene” venne prima arrestata sui monti epiroti, quindi respinta con decisione in territorio albanese.

 

Il 22 novembre 1940, in apertura del bollettino di guerra numero 168 il comando supremo italiano fu costretto ad ammettere la perdita della città albanese di Koritza [1].

 

La Grecia venne infine vinta nella primavera del 1941 dall’intervento tedesco.

 

Per il popolo ellenico fu l’inizio di un dramma: invasa da eserciti stranieri, stretta dalla morsa della fame, ed infine gettata nella più grave sciagura che possa colpire una nazione: la guerra civile. I partigiani comunisti - contro le indicazioni di Mosca (a Yalta la Grecia era entrata nella sfera d’influenza occidentale) -continuarono a combattere sino al 1948.

 

Il 28 ottobre, giorno del no al diktat di Mussolini, in Grecia è festa nazionale. Per ironia della storia il giorno in cui il fascismo celebrava la sua vittoria viene oggi festeggiato per la sua prima sconfitta.

 

Per ricordare questa data ecco un capitolo dal libro di Franco Pagliano “Aviatori Italiani”, dedicato a un nobile gesto avvenuto su quel fronte operativo.

 

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"Un altro figlio"

 

NEL 1940 Ernesto Trevisi era un sottotenentino di vent'anni che, appena uscito dall'Accademia Aeronautica, aveva ottenuto d'essere destinato a un reparto da caccia. Lo aveva comunicato a casa con una lettera così entusiasta da apparire crudele: « Tu non pensi, mammina, che cosa vuol dire? Uscire subito, sottotenente, andare in squadriglia... A vent'anni poter realizzare un sogno che facevo sin da quando ero bambino? Pericolo? Ogni momento, ogni attimo della vita è un continuo passo verso quello che può essere l'ultimo...»

 

Evidentemente il ragazzo si era lasciato prendere la mano dall'entusiasmo e non aveva capito che frasi di quel genere non si scrivono a nessuno e tanto meno alla mamma. Il padre, maggiore di fanteria Trevisi cavalier ufficiale Nicola, glielo fece certamente rilevare, ma c'è da scommettere che, sotto sotto, quella frase gli piaceva. Non era stato facile per lui, costretto alla vita un po' nomade dei militari di carriera, metter su famiglia e allevare i figli, educarli e farli studiare perché potessero a loro volta entrare in accademia e farsi la loro strada. C'erano voluti dei sacrifici e si eran dovuti anche superare momenti difficili, perché le entrate erano quelle che erano e il grado imponeva dignità e decoro. Ma ora il primo era già a posto, già sottotenente pilota alla 363a Squadriglia del 53° Stormo caccia, già pronto per la guerra, anzi già in guerra.

 

Tino in guerra! Sembrava quasi incredibile. Eppure la lettera al fratello Luciano, che era entrato a sua volta in Accademia, non lasciava dubbi: « Da una settimana sono giunto al campo. Pensa che appena arrivato la nostra squadriglia ha fatto una scorta agli S.79 a Salonicco: lì ha trovato i PZL con cui ha impegnato combattimento e ne ha abbattuti quattro, più uno probabile. Qui ogni tanto vengono a trovarci i loro bombardieri, tirano abbastanza bene, ma non riescono a farci nulla ».

 

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Il tesserino di una piscina che il capitano greco Achille Cristacos trovò sulla

salma del sottotenente Tino Trevisi e che gli consentì di rintracciare la famiglia

dell'ufficiale

 

 

La lettera, datata da Koritza, teneva già conto delle raccomandazioni paterne: riferimento alle azioni del reparto, ma niente che riguardasse lui. E sì che Tino in quei giorni aveva lavorato sodo! Tre crociere di vigilanza nella zona di Presba, due sull'alto bacino della Vistrizza, una nella zona di Bilistri conclusa con un mitragliamento di truppe,tutto tra il 2 e il 12 novembre. Il 13 ottiene la prima vittoria: parte su allarme con altri due apparecchi per attaccare una pattuglietta di Potez che ha bombardato il campo, riesce a raggiungere uno degli avversari, gli si mette in coda e spara sino a quando l'altro non cade. Non sono ancora trascorse ventiquattr'ore che l'occasione gli si ripresenta ancora più allettante della prima: hanno segnalato che sei PZL si stanno avvicinando alle nostre linee. I piloti greci sono in condizioni di netta inferiorità, ma si battono coraggiosamente con le loro vecchie macchine e occorre intercettarli prima che compiano l'attacco.

 

In campo sono disponibili soltanto tre C.R.42 che vengono immediatamente messi in moto, ma uno non ce la fa a decollare e con Trevisi parte soltanto il sergente Pirchio: anche con macchine superiori, in due contro sei si giostra male; comunque bisogna assolutamente raggiungere i greci prima che attacchino. Eccoli! Una virata per tagliar loro la strada e il combattimento già divampa. Non c'è quota sufficiente per lunghe affondate e inoltre gli altri virano stretto: bisogna guardare in ogni direzione e tenere a bada tre apparecchi per ciascuno. Maledizione! Hanno preso in mezzo Pirchio! Le traccianti convergono sull'apparecchio del gregario, questi manovra, riesce a svincolarsi, ma è stato ferito ed è costretto a rientrare prima che l'emorragia lo esaurisca.

 

Tino Trevisi rimane quindi solo a lottare contro sei avversari; per un po' dalle nostre linee riescono a seguirlo, vedono che abbatte uno degli avversari, che resiste all'assalto degli altri cinque, che ne colpisce ripetutamente un secondo, poi il combattimento si sposta oltre le linee greche e non c'è più modo di vedere e di sapere nulla perché Trevisi non rientra.

 

Al padre, che allora era in servizio a Torino col 91° Reggimento Fanteria, giunge prima la notizia della dispersione: è una formula che lascia aperto l'animo ad ogni speranza, ma che determina un'ansia incontenibile. Troppe famiglie hanno ricevuto comunicazioni del genere e troppe hanno conosciuto quest'ansia perché la vicenda , possa apparire diversa dalle altre. Ma i suoi aspetti eccezionali si delineano a poco a poco, testimonianza per testimonianza, colpo per colpo.

 

Appena ricevuta la prima comunicazione, il padre scrive a tutti i colleghi che ha in Albania, ai superiori, al ministero, alla Croce Rossa, ai comandi aeronautici, chiede di partire per il fronte e cerca Le loro dichiarazioni furono verbalizzate, ma purtroppo nessuno dei due era in condizione di precisare il punto esatto in cui era caduto il C.R.42; fu però accertato che un altro ufficiale, il capitano Mallicourtis, aveva per alcuni mesi avuto un comando in quella zona e sapeva dove erano i resti dell'aeroplano e dove era stato sepolto il pilota.

 

Mallicourtis fu a sua volta rintracciato, si offerse di accompagnare il maggiore Trevisi sul posto chiedendo per sé soltanto l'autorizzazione a rivestire la sua uniforme, il che fu concesso. Il viaggio da Atene al confine albanese fu complicato, le ricerche nella zona impervia e priva di strade furono difficili, ma la sera del 23 maggio 1941 il maggiore Trevisi poteva chinarsi sulla tomba del suo eroico figliolo. La salma fu ricuperata il giorno dopo, portata a spalla dai nostri soldati fino alla strada più vicina e quindi a Koritza, sullo stesso campo dal quale Tino era partito sei mesi prima per il suo ultimo volo.

 

Dopo le solenni onoranze funebri svoltesi a Tirana, il maggiore Trevisi rientrò in Italia e ripartì subito in volo per l'Albania, accompagnato questa volta dalla moglie e dal figlio Luciano che egli condusse nei luoghi dove Tino aveva combattuto e dove ora riposava. Un pellegrinaggio triste e doloroso che però consentì a tutti di essere uniti per l'ultima volta.

 

Poi gli anni trascorsero lenti e tragici e la famiglia Trevisi ebbe anche l'amarezza di apprendere che la proposta per la concessione della medaglia d'oro a Tino non era stata accettata e che alla sua memoria era stata concessa una medaglia d'argento « sul campo » [2] Ma questo era nulla in confronto al disorientamento morale che seguì l'armistizio e la guerra civile: sembrava quasi che chi aveva perduto un congiunto prima dell'otto settembre dovesse vergognarsene. Assurdo rivolgersi a qualcuno per sapere qualcosa delle salme, assurdo chiedere che qualcuno se ne interessasse: tutto quanto riguardava i Caduti dava fastidio e le famiglie dovevano chiudersi nel loro dolore e ricordare nell'ambito familiare i loro morti.

 

Ma anche nell'abbandono generale non si deve mai disperare perché la forza" dell'eroismo è tale da sopravvivere a tutto e da manifestarsi a volte nei modi più impensati. In casa Trevisi si manifestò improvvisamente nell'aprile '53 attraverso una lettera arrivata dalla Grecia. Chi poteva scrivere di laggiù? Come poteva qualcuno avere l'indirizzo esatto? Che cosa significavano quei caratteri difficili da interpretarsi ma che contenevano nella grafia il nome di Tino? Significavano tante cose, ma prima di ogni altra significavano che esistono ancora sentimenti nobili, senso cavalleresco e bontà.

 

La lettera era stata scritta da Achille Cristacos, un ufficiale greco che tredici anni prima aveva assistito alla fase finale del combattimento di Trevisi e che, dopo l'abbattimento, ne aveva ricuperata la salma e l'aveva sepolta con gli onori militari accanto ai resti dell'apparecchio. Di. tutto quanto aveva rinvenuto sul corpo del Caduto aveva conservato un tesserino dove era segnato un indirizzo: lo aveva fatto perché, a guerra finita, voleva scrivere alla famiglia dell'aviatore italiano che egli lo aveva visto battersi e cadere da prode e che, dopo averlo sepolto, aveva posto sulla sua tomba una croce [3].

 

Poi aveva smarrito il documento e soltanto dopo molti anni lo aveva ritrovato per caso tra le pagine di un libro. Allora aveva scritto all'indirizzo segnato sulla tessera e la lettera era pervenuta alla famiglia Trevisi.

 

Dopo aver ricevuto una prima, commossa risposta, aveva scritto ancora ripetutamente, fornendo tutti i particolari della fase finale del combattimento, quando Tino era rimasto ormai solo a lottare contro l'apparecchio greco che lo abbatté. La delicatezza e il calore umano delle lettere dell'ufficiale greco portarono i familiari di Trevisi a chiedergli di venire in Italia, dove essi sarebbero stati lieti di accoglierlo e di manifestargli tutta la loro commossa gratitudine.

 

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Il padre, la madre e il fratello del sottotenente pilota Tino Trevisi

insieme al capitano greco Achille Cristiacos

 

E il tenente Achille Cristacos, ormai smobilitato da tredici anni e divenuto nel frattempo funzionario di una banca di Atene, accettò l'invito, venne in Italia e si incontrò a Torino cori il padre, la madre e il fratello di Tino Trevisi, l'aviatore nemico che aveva destato la sua ammirazione e che egli aveva visto morire.

 

« Vi prego di considerarmi come un altro figlio », aveva scritto in una delle prime lettere al maggiore Trevisi. E aveva diritto ad essere considerato così perché, nel lontano novembre 1940, mentre infuriava la lotta, egli aveva raccolto il corpo di Tino e lo aveva composto nella tomba amorevolmente, come se fosse stato un suo fratello.

 

[1] “Le nostre truppe di copertura, formate da due divisioni all’inizio delle operazioni, si sono attestate in difensiva sul confine greco albanese di Korcia e si sono ritirate dopo undici giorni di lotta, su una linea ad ovest della città che è stata evacuata. Durante questo periodo si sono svolti aspri combattimenti. Le nostre perdite sono sensibili. Altrettanto e forse più gravi quelle del nemico. Sulla nuova linea si concentrano i nostri rinforzi. Malgrado le condizioni atmosferiche proibitive la nostra aviazione ha cooperato con le truppe bombardando alcuni obiettivi nemici. […]

 

[2] Nel 1959, in seguito a nuove testimonianze sull’eroico comportamento del sottotenente Trevisi, alla sua memoria venne concessa la medaglia d’oro.

 

[3] Si confronti questo atto con quello, identico, dell’abbattimento di due ricognitori italiani Ro.37 citato nel profilo del velivolo.

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