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"Soldato fino all'ultimo giorno"


Guest galland
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Di recente la LEG (Libreria Editrice Goriziana) ha ripubblicato il volume delle memorie di Albert Kesselring, edite negli anni 60 da Garzanti e ormai esaurite da decenni. Il libro, presentato con la consueta cura editoriale cui la casa editrice di Gorizia ci ha abituati contiene importanti elementi di giudizio sulle operazioni delle forze armate tedesche nella seconda guerra mondiale.

Nel consigliarne l’acquisto accludo l’articolo pubblicato dallo storico e pubblicista Giuseppe Mayda su “Storia Illustrata” n. 169 del dicembre 1971.

Accludo anche i link della LEG e della Libreria Militare Ares di Roma:

 

http://www.leg.it/index.html

 

http://www.libreriamilitareares.it/

 

 

KESSELRING SOLDATO SENZA PIETA’

Dei cinque « feldmarescialli di Hitler », i fedelissimi, era rimasto l'unico superstite: il più anziano, Keitel, impiccato a Norimberga, von Reichenau ucciso da un attacco di apoplessia, Model e Greim suicidi. Quando anche lui, Albert Konrad Kesselring, il più giovane, morì all'alba del 16 luglio 1960 in una clinica di Bad Neuheim stroncato dal cancro alla gola, da tutta la Germania gli « Alte Kampfer » nazisti andarono in pellegrinaggio a Wiessee, nella Bassa Baviera, per tributargli l'estremo saluto. Il settantacinquenne feldmaresciallo giaceva nel feretro di bronzo, chiusi i gelidi occhi cilestrini, immoto il sorriso scostante. L'avevano rivestito con l'azzurra divisa della Luftwaffe, stringeva nelle mani il corto e pesante bastone che era stato il simbolo del suo comando e sul petto spiccava la « Ritterkreuz », la croce di cavaliere , con spade guadagnata nella campagna di Polonia.

Dalle finestre della villa, posta in cima alla Hirtenweg, si scorgeva lo specchio placido del Tagernsee; il lago a 50 km. da Monaco, dove un tempo i capi del Terzo Reich avevano costruito le loro residenze estive, splendeva circondato di foreste e di prati. Davanti alla bara di Kesselring, mentre 'la banda dello «Stahlhelm» suonava, solenne, Ich hatte'nen Kamerad (« Io avevo un camerata », il vecchio inno caro ad Hindenburg) sfilarono il torvo Sepp Dietrich, ex generale SS e comandante della guardia del corpo del Fuehrer, il canuto ex Cancelliere Franz von Papen, la « volpe di Hitler », il feldmaresciallo Ferdinand Schirner, l'« uomo dal pugno di ferro », l'ex Grande Ammiraglio Karl Doenitz, ultimo capo della Germania nazista, l'ex maggiore Otto Remer, che aveva salvato Berlino dal « putsch » antihitleriano del 20 luglio 1944, l'ex Standartenfuehrer-SS Peiper, incendiario di Boves e massacratore di prigionieri americani, l'ex ambasciatore Rahn, il «viceré d'Italia»dopo l'8 settembre: una sfilata di fantasmi.

A mezzogiorno il feretro fu sollevato a spalle e portato nel cimitero di Wiessee. Innanzi alla folla camminava, solo, il figlio adottivo dello scomparso, il dottor Rainer Kesselring, funzionario statale ad Ansbach. La tomba era stata collocata accanto a quella della moglie del feldmaresciallo, Luise Anna Pauline, morta tre anni prima, il 26 gennaio 1957. Come lei, anche Kesselring aveva voluto una lapide semplice, solo il grado, il nome, la data,

Albert Konrad Kesselring era nato il 30 novembre 1885 a Markstedt am Mein, in Baviera. Non proveniva da urla famiglia di militari. Gli antichi Chezelrinch, originari della Bassa Austria, s'erano trasferiti nel meridione della Germania attorno al 1600 ed erano stati tutti solidi e ricchi borghesi, proprietari terrieri, fabbricanti di birra, produttori di vini. Il padre di Kesselring, intrapresa la carriera dell'insegnamento, era divenuto prima preside di una scuola elementare di Wursiedel, in Alta Baviera poi di un. liceo femminile a Bayreuth: qui il giovane Albert, terminato il ginnasio nel 1904, aveva conosciuto la futura moglie, una bruna ragazza diciassettenne, figlia di un farmacista. Ma a scavare nell'infanzia e nella gioventù di Kesselring non si trova il più vago presagio dell'uomo che diverrà il « lugubre Gauleiter d'Italia », il responsabile delle Ardeatine, che legherà il proprio nome a quello, tragico, di Marzabotto e alle spietate rappresaglie del 1944/1945 contro i civili italiani. Kesselring dice di sé che « la scelta di una carriera fu assai semplice; volevo diventare soldato, avevo una grande passione per il mestiere delle armi... > Non a caso, molto più tardi, dopo la guerra, dopo la condanna a morte, dopo la grazia e la scarcerazione, intitolerà le sue memorie: « Soldato fino all'ultimo giorno ». Tuttavia: che razza di soldato?

Anche se qualche volta respingerà quasi con fastidio l'attributo di « prussiano » (una calda sera dell'estate 1943, a Frascati, e aveva bevuto un po' troppo, disse: « Sono un maresciallo tedesco ma rimedio a questo difetto col mio certificato di nascita bavarese ») la formazione di Kesselring avviene sotto le armi ed è quella, tipica, dello « Junker », lo voglia o no: rigido formalismo, assoluta mancanza di critica, spirito di completa subordinazione, l'autorità che va obbedita sempre, quale che sia.

L'ex ministro degli armamenti, Speer, racconta che la notte del 18 marzo 1945 partecipò a Berlino ad un rapporto tenuto da Hitler nel « bunker » della Nuova Cancelleria. C'era anche Kesselring, divenuto comandante in capo del fronte occidentale al posto di von Rundstedt, e lamentava col Fuehrer che, durante i combattimenti nella Saar, la popolazione era «di impaccio»: accadeva di frequente - spiegava Kesselring - che gli abitanti dei villaggi non lasciassero entrare le stesse truppe tedesche e le scongiurassero di evitare azioni di guerra che provocassero distruzioni. Speer soggiunge che Hitler andò su tutte le furie ed ordinò immediatamente l'evacuazione forzata della Saar. «Ma non ci sono treni né altri trasporti», interruppe stupito ed indignato un generale. «Allora vadano a piedi!» - urlò Hitler e firmò l'ordine preparato nel frattempo da Keitel. Kesselring, che avrebbe potuto evitare, prima, e intervenire poi, non batté ciglio ed eseguì. Soldato fino all'ultimo?

Nei Corpi Franchi contro gli Spartachisti

Torniamo al giovane ginnasiale che sogna il mestiere delle armi. Su questa strada i primi passi di Kesselring sono quelli, consueti, che si ritrovano in qualsiasi biografa del genere, Entra come aspirante nel 20 reggimento bavarese di artiglieria a piedi e nel 1907, ventiduenne, è promosso sottotenente. La prima guerra mondiale lo vede capitano nel settore occidentale. Nel 1917 è chiamato a far parte dello Stato Maggiore sul fronte orientale ma l'anno dopo la Germania si arrende, la guerra finisce e il Kaiser, ultimo degli imperatori tedeschi, parte per l'esilio.

Come tanti altri militari frustrati dalla sconfitta e convinti della «Dolchstosslegende», la leggenda della pugnalata alle spalle, cioè l'antistorica tesi che l'esercito non è stato vinto sui campi di battaglia ma colpito alla schiena all'interno dal traditori del Paese, radicali, socialisti ed ebrei, Kesselring partecipa ai «Corpi Franchi»e combatte contro i movimenti democratici sorti in Baviera. La sua biografia ufficiale, infatti, dopo aver detto che al termine della guerra «fece parte del comando interinale del 111 corpo d'armata a Norimberga » soggiunge, pudicamente, che « collaborò alla costituzione di reparti volontari e durante i disordini spartachiani fu presente all'assalto contro il comando generale nella caserma "Deutscherren". Avendo cercato di stroncare il terrore de. radicali di sinistra, nel giugno 1919 s, vide colpito da un mandato di arresto; tuttavia non si giunse ad un processo».

Non solo Kesselring non è giudicato da un tribunale ma la sua carriere fa un balzo in avanti. È,senza ombra di dubbio, un ottimo ufficiale, primo o secondo in tutti i corsi, esperte riconosciuto di tiro e di tattica, decorato per atti di valore, capace nel mestiere, pronto nelle decisioni, amate dalla truppa: il suo nome non sfuggi a von Seeckt che sta segretamente organizzando l'« esercito dei centomila » nucleo della futura Wehrmacht. Divenuto nel 1930 colonnello e comandante di gruppo nel 4° reggimento d artiglieria a Dresda, Kesselring sì de dica al servizio anima e corpo, lavori a « scegliere ed educare fra la massa dei soldati i futuri sottufficiali e ufficiali ».

Verso il nazismo, ch'è ormai alle porte, non un cenno - nelle memorie -, non una parola. Hitler proclama che la Germania spezzerà le catene d Versailles, che tutti i tedeschi si riuniranno alla madre patria, che sorgerà un nuovo Stato: Kesselring, al pari d molti suoi colleghi, nel loro modo unilaterale di giudicare la nuova situazione politica, accoglie favorevolmente questa risoluta energia del nazionalsocialismo. La responsabilità nazionale di Hitler - che gli appare tanto efficace dopo l'atteggiamento rinunciatario del periodo di Weimar -, la sua politica in fatto di riarmo e pertanto la valorizzazione della propria classe, della propria casta, gli sembrano la soluzione di ogni problema.

Siccome, soldato dall'età di 19 anni, non ha mai imparato a vedere ; di là dei suoi scopi di « tecnìcista della guerra », anche ora - chiuso nei miti specifici dei programmi militari passa sopra, con indifferenza, a questi pericolosi avvenimenti della vita pubblica. La proclamazione delle « leggi speciali » l'indomani dell'incendio del Reichstag, L'abolizione dei partiti, la censura, la persecuzione delle chiese, la lotta « legalizzata » agli ebrei li considera, acriticamente, come fenomeni concomitanti di un nuovo inizio rivoluzionario. Per lui è importante che il nazismo realizzi la promessa di un esercito nazionale, dia i mezzi per forgiare «quest'arma invulnerabile». A ragione Hitler, il 31 agosto 1944, dirà di aver visto subito in Kesselring «un incredibile idealista politico».

Un fedelissimo esecutore, soprattutto, uri efficiente tecnico, un perfetto organizzatore. Il nazionalsocialismo è al potere da otto mesi quando propongono a Kesselring di abbandonare l'artiglieria e passare alla Luftwaffe come capo dei servizi amministrativi. Lui esita: odia le scrivanie, gli piace d servizio con la truppa, la vita in caserma a Dresda accanto alla moglie. Nicchia per qualche settimana; poi von Hammerstein, comandante dell'esercito, tronca ogni suo dubbio con poche parole: «Le è stata comunicata

la sua nuova destinazione?», gli chiede. «Sì, signore». «Accetta?». « No,signore ». « Lei è un soldato e deve obbedire. Accetta? » « Sì, signore ».

Così, già quarantottenne, Kesselring impara a volare. Lo chiamano « il vecchio »; eppure, con Goering e Milch, in soli cinque anni, trasforma la Luftwaffe, crea nuovi piloti, rovescia le antiche tattiche di combattimento. L'aereo lanciato su obiettivi distanti e nella lotta per il dominio del cielo è ormai un fatto superato; nella guerra moderna deve appoggiare a bassa quota l'armata terrestre impegnata nell'invasione del territorio nemico. Ecco, straordinario nella sua semplicità, l'impiego rivoluzionario dell'aereo che - con i carri armati usati come strumento di rottura, anziché di copertura della fanteria - diverrà il cardine assoluto della « Blitzkrieg ».

Tutti i gradi che Kesselring sale da questo momento (maggior generale nel 1935, capo di Stato Maggiore della Luftwaffe nel 1936, generale d'aviazione nel 1937) sono meritati e del suo lavoro di « tecnicista della guerra » ne faranno presto tragica esperienza i polacchi, gli olandesi, i britannici: Varsavia spianata dagli « Ju-87 », Rotterdam bombardata a tappeto nel momento stesso in cui si arrende, Coventry polverizzata in una notte di luna da 500 « Dornier 17 ». Milleduecento morti civili nella prima città, 850 nella seconda, 554 nella terza.

A Norimberga, ascoltato come testimone dal tribunale internazionale che giudicava i capi del Terzo Reich, Kesselring disse che «ì miei aerei non sono mai stati usati per uccidere o terrorizzare le donne e i bambini polacchi», che a Rotterdam né Goering né lui erano stai informati in tempo della resa, che a Coventry i suoi uomini puntavano alle fabbriche d'armi ma « gli incendi e il fumo impedirono ai nostri di mirare con precisione » e « si finirono per colpire le zone circostanti agli obiettivi, prive di interesse strategico »,

In realtà egli aveva fatto tesoro del discorso col quale Hitler aveva annunciato ai generali la decisione di aggredire la Polonia. Anche se Kesselring scrive nelle memorie che « visse quell'interessante periodo [estate 1939] soltanto ai margini degli avvenimenti », dagli archivi tedeschi sequestrati alla fine della guerra risulta la sua presenza alla riunione indetta dal Fuehrer all'Obersalzberg il 29 agosto e che né lui né gli altri trovarono qualcosa a ridire quando Hitler li incitò a scagliarsi sul nemico senza tregua e senza pietà: «Il nostro obiettivo» disse il Fuhrer « è la distruzione della potenza militare della Polonia» e quindi «dobbiamo corazzarci contro qualsiasi considerazione umanitaria. Dobbiamo indurire e chiudere il nostro cuore.., Il vincitore non è mai chiamato a giustificare le sue azioni. Nel nostro caso non si tratta di una questione di giustizia ma soltanto di raggiungere la vittoria».

Il 19 luglio 1940, caduta la Francia, Hitler interruppe il discorso al Reichstag, nel quale offriva la pace alla Gran Bretagna per consegnare il bastone di feldmaresciallo a dodici generali vittoriosi. Tre erano della Luftwaffe, Milch, Speerle e Kesselring, ma soltanto a quest'ultimo - con grande rabbia di Goering - Hitler rivolse la parola: «Non so chi altri avrebbe potuto impiegare con tanto successo la flotta aerea tedesca». Obbediente, il fedele Kesselring aveva chiuso il cuore alla pietà (lo avrebbe fatto anche in seguito, senza bisogno di ordini) e il suo Fuhrer gliene era stato riconoscente.

In Italia Kesselring arriva alla fine del novembre 1941 come comandante in capo delle forze armate operanti nel teatro del Mediterraneo. Fallita l'invasione dell'Inghilterra, dove la Luftwaffe malgrado alcuni successi iniziali ha subìto duri colpi, il feldmaresciallo ha diretto le operazioni in Russia del 7° e 8° corpo aereo e forse proprio allora ha cominciato a non credere più nella vittoria: i primi dubbi, racconterà in seguito, li ebbe nel terribile inverno 1941, « dopo che non riuscimmo a prendere Mosca ». Da noi Kesselring è uno sconosciuto; il corsodella guerra vorrà che il suo nome, in Italia, divenga famoso soltanto nel terrore.

L'uomo è scostante, concede poco all'esteriorità. Alto, solido, capelli castani, un perenne e meccanico sorriso che gli scopre i denti, occhi azzurri e gelidi, manca di spontaneità, non muove a simpatia. Vive in prima linea, se è necessario, e per questo sfiora tre volte la morte, prima a Trapani, durante lo sbarco anglo-americano, poi a Frascati, a causa di un bombardamento aereo; infine, sulla Bologna - Forlì, il 23 ottobre 1944, la sua auto si schianterà contro un cannone in marcia e Kesselring, ferito gravemente alla testa, cederà per tre mesi il comando al generale Von Vietinghoff.

Il feldmaresciallo ha una cura particolare per i suoi soldati. Nei confronti della truppa è una specie di geloso guardiano ma in maniera esclusiva ed egoista come l'abile artigiano è geloso dei segreti del mestiere: in fondo, fra lui e i subordinati non c'è un vero cameratismo, alla Rohtmel, per intenderci. L'uomo ha anche Una vita propria, ed è severa e riservata: non fuma, non va al cinema, non frequenta teatri o salotti. Gli piace la cucina italiana, beve volentieri vino e caffè e il tempo libero Io passa a scrivere alla moglie. Naturalmente, mai una parola sulla guerra; invece, progetti di tornarsene qui, quando tutto sarà finito, per visitare con calma, da turisti, Roma, Venezia, Firenze, Ravenna, Per questo la feldmarescialla. (così si chiamano in Germania le consorti dei feldmarescialli) studia l'italiano su un dizionario e una grammatica che lui le ha mandato in dono il 21 novembre 1942, per il suo cinquantaseiesimo compleanno.

I giudizi di chi lo frequenta sono contrastanti: «Una primadonna, un ambizioso, senza alcuna capacità di capire i problemi generali» dice l'ambasciatore tedesco Rahn; «un uomo duttile e amabile» lo definisce l'SS Dollmann -, «non un testardo brutale come Rommel». E il suo capo di Stato Maggiore, Westphal: «Un temperamento modesto. Un cuore generoso e sensibile. Ha fatto molto per gli italiani, specialmente per la popolazione civile».

Giudizi interessati. La verità è un po' diversa. Gli italiani non vanno a genio a Kesselring; forse li intuisce ostili al suo modo di concepire la guerra: «Li ho amati troppo, adesso li odio», confida al console generale tedesco Moellhausen nel marzo 1944. Più tardi muterà giudizio: «Ho ancora molta simpatia per il vostro popolo», dirà al giornalista Enzo Biagi. Il fatto è che il feldmaresciallo non ama neppure certi suoi compatrioti (Rommel, ad esempio) ma si adatta alle circostanze: fedelissimo di Hitler, in privato si vanta di non essere mai stato nazista; altero esponente della casta militare, sussurra agli intimi di avere in antipatia i generali di carriera e ostenta la propria origine cattolica e bavarese, quindi potenzialmente antiprussiana.

Ambiguo e distante, non è neppure Un personaggio da biografie: con gli estranei, e poi nelle memorie, parla spesso dei suoi soldati ma a differenza di von Reichenau non va a consumare il rancio in mezzo a loro, né li sfida ad attraversare a nuoto un fiume della steppa russa; dice che la sconfitta è un disonore al quale si può opporre soltanto il proprio annientamento ma disprezza Model che, accerchiato dagli americani nelle Ardenne, s'è sparato alla testa dopo aver scelto la quercia sotto la quale essere sepolto. Kesselring non legge i classici, come Greim che faceva l'avvocato, dirigeva una banca e, divenuto aviatore, atterra con un caccia sulla Unter den Linden in Berlino assediata dai sovietici; le sue letture preferite, se stiamo all'attendente, sono i «Baedeker» italiani e greci. Non somiglia neppure a Keitel, nobile proprietario terriero e amante del pianoforte, perché - confessa senza umiltà - «la musica è un rumore che non capisco».

Quando avviene l'attentato a Hitler, il 20 luglio 1944, lui è appena tornato dalla Wolfschanze dove il Fuhrer gli ha consegnato un'altra « Ritterkreuz ». Per Kesselring l'idea di una congiura contro Hitler «è inconcepibile»: «l'impegno assunto col giuramento» scriverà «conservava il suo carattere solenne». Tutto lì, il suo «requiem». Educato a soffocare la propria personalità, a rinunciare ad ogni contraddizione e a tutti i sentimenti - in particolare a quelli della rivolta contro un ordine prestabilito - è tipico per Kesselring il dubbio, che conserverà fino alla morte, circa il diritto del dittatore al potere assoluto ma continuamente respinto dal dubbio stesso di aver diritto di dubitare.

Attorno al tavolo da pranzo di Kesselring, la sera dopo l'attentato di Hitler, si accende una discussione fra gli ufficiali circa il concetto di « insubordinazione » e « disobbedienza ». Un giovane colonnello citò il generale di Federico il Grande che, ad uno dei suoi subordinati che eseguiva meccanicamente un ordine, aveva detto: « Il re di Prussia vi ha nominato ufficiale di Stato Maggiore affinché impariate quando sia il caso di non obbedire ». A queste parole Kesselring si alzò in silenzio e abbandonò la riunione.

Così l'uomo. Ben diverso lo stratega. Lo si vede già, dopo l'arrivo a Roma, quando Rommel sull'onda del successo militare progetta l'«Operazione Aida», la cavalcata col suo «Afrika Korps» verso il Nilo. Kesselring è di parere contrario. C'è chi dirà per spirito di contraddizione (ma non è nel suo carattere); o gelosia di mestiere; più probabilmente, invece, per lungimiranza. A Rommel e a Bastico dichiara secco secco che una marcia sull'Egitto è pericolosa se, prima, non si è conquistata Malta: finché l'isola minaccia le vie di rifornimento dell'« Afrika Korps » allungare smisuratamente le linee di penetrazione nel deserto significa indebolirsi al punto di non poter contenere una eventuale controffensiva.

Rommel replica che l'ostacolo di Malta, per quanto grave, non è determinante e tale da impedire una travolgente avanzata:' « Mi bastano dieci giorni », assicura. Hitler, cui è rimessa là decisione, approva l'audacia della

volpe del deserto ». Kesselring sosterrà in seguito che Rommel, per far trionfare le proprie tesi, si servì dell'«influsso quasi ipnotico» esercitato sul Fuhrer e anche di “una montatura propagandistica” (propaganda-maschinerie). Comunque i fatti danno ragione al feldmaresciallo: conquistata Tobruk, varcata la frontiera egiziana e giunto ad El Alamein, a 100 km. da Alessandria, Rommel è inchiodato nel deserto da Montgomery. Non andrà mai più in là; e le forze tedesche, strette nella morsa dell'VIII armata britannica e dello sbarco alleato in Algeria, dovranno abbandonare l'Africa.

Ma è nella campagna d'Italia che emergono le migliori qualità dello stratega Kesselring. Molto prima dello sbarco in Sicilia egli ha intuito che la nostra penisola fa parte del «debole pancino d'Europa» e che un colpo all'Italia avrebbe un grosso risvolto politico-militare, la caduta di Mussolini e la defezione dell'alleato fascista. Benché a corto di munizioni e di carburante, quasi .privo di aviazione, all'8 settembre 1943 riesce a recuperare intatti i suoi eserciti al sud. Lo sbarco di Anzio, se Hitler non si intestardisse a «dare ordini precisi ai singoli comandi sul modo di condurre l'attacco», potrebbe essere una vittoria tedesca. La testa di ponte angloamericana è così vicina al fallimento da provocare l'amara riflessione di Churchill: «Avevo sperato di gettare un gatto selvatico sulla spiaggia, ma tutto ciò che abbiamo avuto non è che una balena arenata».

Nonostante il rapporto col nemico sia di 1 a 3 nella fanteria, di 1 a 5 e a 10 nell'armamento e peggio ancora nel resto, nonostante Kesselring sia solo e quasi abbandonato dall'OKW che considera l'Italia perduta, il feldmaresciallo oppone al «rastrello rovente» degli alleati che risalgono la penisola una accorta, spietata strategia di linee e di capisaldi che sfrutta ogni palmo di terreno. Con la «Linea Gustav», sui fiumi Garigliano, Rapido e Sangro, ferma l'avversario attorno a Cassino; quando cede questo baluardo, Kesselring guida abilmente il suo esercito in una resistenza elastica, con battaglie di rallentamento e tempestive ritirate, fino ad attestarsi sulla « Linea Gotica », l'Appennino tosco-emiliano, dove blocca Alexander per un intero inverno.

L'Italia non dimenticherà facilmente quei venti mesi; ad ogni passo che fa indietro, l'esercito di Kesselring lascia una lunga scia di delitti e di sangue, di città sacrificate come i villaggi, di civili uccisi come i soldati. Napoli, Firenze, Ancona, Livorno devastate; vecchi, donne, bimbi assassinati per rappresaglia (Marzabotto), paesi messi a ferro e fuoco (Boves), rastrellamenti, torture, deportazioni, razzie.

Al processo di Venezia, fra il 10 febbraio e il 6 maggio 1947, i giudici inglesi accusarono Kesselring non soltanto della strage delle Fosse Ardeatine («Uccidete dieci italiani ogni tedesco morto» telefonò il feldmaresciallo al comandante della XIV armata dopo aver conferito con l'OKW «Esecuzione immediata») ma anche dei feroci decreti antipartigiani, contrari ad ogni norma di guerra. Kesselring aveva ordinato ai suoi sottoposti di condurre la lotta alle bande armate dei patrioti italiani «con tutti i mezzi possibili e la maggiore asprezza» assicurandoli che «difenderò qualsiasi comandante che, nella scelta e nel rigore dei mezzi impiegati, abbia oltrepassato la misura moderata da noi considerata normale». I magistrati, sulla base di 18 rapporti, provarono che, per ordine di Kesselring, fra il giugno e il settembre 1944 erano stati uccisi 1.078 ostaggi.

Il tribunale condannò il feldmaresciallo alla pena di morte mediante fucilazione ma il 4 luglio il generale Harding la commutò nell'ergastolo. Kesselring, in cappotto borghese e bustina militare, fu trasferito prima a Wolfsberg, in Carinzia, poi a Werl (Vestfalia), in un reclusorio dove per cinque anni incollò sacchetti di carta assieme al generale Mackensen e al. generale Maelzer, brutale governatore di Roma nazista. Il 23 ottobre 1952 il ministro Eden concesse a Kesselring la grazia e il feldmaresciallo tornò libero. Aveva 67 anni, era un vecchio roso non solo da un male incurabile ma da un inestinguibile rancore. Meglio gli sarebbe servito il silenzio per i pochissimi anni che gli restavano da trascorrere con la moglie, i pochi che gli restavano di vita. Preferì parlare. «Che ne pensa di Marzabotto?» gli chiese Enzo Biagi. «Una operazione militare», replicò. Era il 1953 e in Italia scoppiò una indignata protesta, con echi in Parlamento. Il feldmaresciallo espresse il proprio stupore in una intervista: «Gli italiani» disse«dovrebbero farmi un monumento».

Dopo queste parole, il professor Piero Calamandrei dettò questa epigrafe a Kesselring, affissa nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo: « Lo avrai, camerata Kesselring / il monumento che pretendi da noi italiani / ma con che pietra sì costruirà / a deciderlo tocca a noi. / Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio / non colla terra dei cimiteri / dove i nostri compagni giovinetti / riposano in serenità / non colla neve inviolata delle montagne / che per due inverni ti sfidarono / non colla primavera di queste valli / che ti vide fuggire. / Ma soltanto col silenzio dei torturati / più duro di ogni macigno / soltanto colla roccia di questo patto / giurato fra uomini liberi / che volontari si adunarono / per dignità non per odio / decisi a riscattare / la vergogna e il terrore del mondo. / Su queste strade se vorrai tornare / ai nostri posti ci ritroverai / morti e vivi collo stesso impegno / popolo serrato attorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / Resistenza ».

Quando Kesselring divenne presidente dello «Stahlhelm», l'organizzazione neonazista degli « Elmetti d'acciaio », il giornalista Giorgio Bocca, ex partigiano cuneense di «Giustizia e Libertà», andò in Germania ad intervistare il feldmaresciallo. Lo trovò gelido e smorto, gli occhi freddi, il gesto secco, la maschera impenetrabile. Durante una conferenza stampa Bocca gli chiese se era a conoscenza della lapide murata nel municipio di Cuneo. Kesselring si finse sorpreso, rispose di no ma era evidente che sapeva. Per tutta la conferenza - racconta. Bocca - il feldmaresciallo non lo abbandonò più con lo sguardo; solo al momento del congedo gli si avvicinò e gli domandò: « Du, partisan? ».

Giuseppe Mayda

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