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24 giugno 1859 la battaglia di Solferino e San Martino


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Il 24 giugno 1859 si combatté la battaglia di Solferino e San Martino, una battaglia risorgimentale che ridisegnò le mappe dell'Europa e fu definita il punto di non ritorno dell'Unità d'Italia.

 

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Per ricordare quegl'avvenimenti posto un articolo apparso sul Corriere del Ticino il 24.06.2009 ad opera di Matteo Airaghi:

 

Solferino e San Martino

 

Sui luoghi dell'epica battaglia <<europea>> nel 150. anniversario

 

Quel 24 giugno di 150 anni fa, nessuno pensava di dover combattere. La battaglia di Solferino e San Martino è infatti il classico esempio di ciò che gli storici militari definiscono tecnicamente «battaglia d'incontro». E, nel suo genere, riuscì benissimo. Fu infatti un colossale bagno di sangue in cui i combattimenti si svolsero spesso in modo caotico e gli scontri, tra innumerevoli assalti e contrassalti, si decisero spesso all'arma bianca. Alla fine il più cruento e gigantesco scontro campale del XIX secolo vide la vittoria degli alleati franco-piemontesi e la sconfitta delle truppe dell’impero austriaco, rilevandosi decisivo non solo per le sorti della seconda guerra d’indipendenza e per l'intero Risorgimento italiano ma anche per la Storia d'Europa e del mondo. Fu infatti dinanzi alla carneficina di Solferino e alla tragedia dei feriti che lo svizzero Henry Dunant, sconvolto testimone di quegli eventi terribili, diede vita al primo embrione di ciò che poi diventerà la Croce Rossa internazionale. Tornare oggi (le celebrazioni per il 150. culmineranno con la spettacolare rievocazione storica di domenica 28 cui però i presidenti Napolitano, Merkel e Sarkozy, in un primo tempo annunciati , a quanto pare, non presenzieranno) in quei luoghi divisi tra la provincia di Brescia e quella di Mantova, è molto di più che fare un ripasso di storia sul terreno. E nel contempo un viaggio nella memoria, negli ideali che mossero fanti giovani al sacrificio, nel rispetto per i caduti di ogni nazione e, soprattutto, nell'errore insensato della guerra. Guardando il teatro degli eventi dall'alto (vuoi dalla Rocca di Solferino, la cosiddetta Spia d’Italia vuoi dalla maestosa Torre di San Martino eretta nel 1393 a perenne memoria dell'evento) si rimane a bocca aperta per la dolcezza e la bellezza di questo meraviglioso entroterra gardesano. Un paesaggio magnificamente aperto alla vista fatto di alture moreniche appena accennate e dove vigne, frutteti, gelsi e campi di frumento dominano ancora la scena a dispetto di qualche villetta a schiera e dalle immancabili rotonde stradali. E allora I'immaginazione colloca in quella sorta di enorme plastico il movimento di quei 230.000 soldati, con le loro uniformi sgargianti, e porta a pensare a cosa dovevamo essere in quelle ore le manovre e le cariche di 20.000 cavalli e infine fa capire perché, proprio in quegli anni li leggendario generate sudista Robert Lee ebbe a dire: «E un bene che la guerra sia così terribile, altrimenti cresceremmo amandola». Perché a Solferino e nelle contrade circostanti, si respira un’aria di rispetto per il sacrificio di quanti si batterono con eroismo in nome di un ideale, più o meno comprensibile ai nostri occhi disincantati. Tutto, a un secolo e mezzo di distanza, evoca ancora il dramma della battaglia e le sue spaventose conseguenze come «vissuto» nella carne viva di questi luoghi. Persino i muri delle case, gli incroci delle strade, i campi, i fossati e i ripidi terrapieni dove i caduti e i feriti si ammassarono gli uni sugli altri; addirittura gli alberi danneggiati dai bombardamenti raccontano di quel 24 giugno. Per non parlare degli abitanti, specie i più anziani, dei villaggi che sono per il visitatore interessato una fonte inesauribile di aneddoti, racconti e curiosità, quasi che i cannoni abbiamo appena smesso di rombare. E poi ci sono le uniformi, le bandiere, le armi e i più disparati oggetti personali (splendide-anche per la forma e il lessico- le lettere dei giovani volontari provenienti da varie regioni d'Italia) di entrambi gli schieramenti custoditi nei due musei che ti fanno sentire immerso in una sorta di memoria condivisa Così sembra quasi di vederlo Vittorio Emamuele II che a San Martino, nelle fasi decisive del pomeriggio incita i suoi gridando in piemontese «Fieui, o i piouma San Martin, o an fan fé San Martin a noui». (Ragazzi, o prendiamo San Martino a fan fare San Martino a noi, riferendosi ai giorno di San Martino in cui scadendo i contratti colonici i proprietari agrari potevano disfarsi, sloggiandoli, dei mezzadri o dei fittavoli) Certo, ha ragione chi dice che oggi il Risorgimento non va più di moda, che alcuni monumenti come la Torre manifestano i segni del tempo e dell’incuria e che una certa retorica da libro Cuore oggi ha perso qualsiasi significato. Tuttavia questo consente nella specifico qualche riflessione su certi aspetti poco noti (perché a vario titolo ritenuti scomodi in passato) di quelle battaglia e del Risorgimento Italiano in generale. Una rilettura in chiave «europea» di quegli aventi che il sociologo Costantino Cipolla ha definito il «crinale dei crinali» e il punto di non ritorno dell'Unità d'Italia. Solferino e Sam Martino dunque come primo concreto passo di una nazione e come ultimo episodio della storia in cui erano contemporaneamente presenti sul campo di battaglia i sovrani di tutte le potenze in conflitto (Napoleone III per la Francia, Francesco Giuseppe I per l'Austria e Vittorio Emanuele II per il Piemonte). Ma anche spaventoso scempio che coinvolse direttamente le popolazioni civili con importanti effetti psicologici, economici, sociologici e relazionali. Senza dimenticare certi aspetti a lungo trascurati anche dagli storici come le curiosità legate alle provenienza etnica dei combattenti. Basti pensare alla presenza di molti soldati di colore nell'armata francese o al ruolo decisivo degli Zuavi che, pochi lo sanno, in gran parte erano algerini e tunisini e si trovarono di fronte ai tanti lombardi, véneti e friulani che fedeli all'imperatore (a Solferino e San Martino inquadrati nel XVI e XXII reggimento) si batterono e morirono coraggiosamente sotto le insegne dell'aquila bicipite. Scoperte che ribaltano molte convinzioni e radicati pregiudizi e che trovano comunque una sorta di composizione ideale nei due ossari che a Solferino e a Sam Martino assurgono a manifesto sfrontato e quasi urtante (per la nostra sensibilità così ipocritamente ferita dall'immagine della morte) della bestiale ferocia della guerra. Due piccole chiese dove esposti per tutta l'altezza delle pareti, dalla cripta al soffitto, senza distinzioni di nazionalità o grado, decine di migliaia di teschi e di ossa umane intrecciate Interrogano il visitatore sull'assurdità della violenza in nome di un ideale. In quella di Sam Martino (che accoglie i resti dei caduti di almeno una dozzina di nazionalità) una lapide recita:

 

«Alle Commiste Reliquie dei Prodi Porgete fiori Recitate parole pie.

Nemici in battaglia,

Fratelli nel silenzio del Sepolcro

Riposano uniti».

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