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"Condottieri & Generali": Horatio Nelson Duca di Bronte


Guest galland
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Guest galland

nelsonz.jpgHORATIO NELSON il vincitore di Trafalgar

 

Presente in ogni battaglia dove si giocava il futuro dell'Inghilterra, l'ammiraglio Nelson consacrò la vita alla marina.

 

Anche le sue debolezze sentimentali appaiono riscattate dalla morte che egli fece, sul ponte della Victory, da vero marinaio.

 

 

Morendo a Trafalgar, dove la flotta inglese aveva battuto quella franco-spagnola e tolto per sempre a Napoleone la possibilità di vincere il lungo duello ingaggiato con l'Inghilterra, Nelson ancora una volta aveva confermato il suo destino, la coincidenza che da anni faceva di lui e della Royal Navy una cosa sola, la sua sorte di ammiraglio presente sempre là dove si giocava il futuro del suo paese. Dopo Trafalgar, l'Inghilterra era al sicuro da Napoleone, che inutilmente aveva concentrato a Boulogne un esercito per invadere le isole britanniche, e dai nemici futuri, per tutto il secolo XIX.

 

E aveva anche Orazio Nelson, morendo a 47 anni, confermato il suo destino di uomo, quella sua costante vulnerabilità, quell'accanirsi su di lui dei colpi dell'avversario in battaglia. Non era tipo da ripararsi quando i

 

suoi marinai combattevano; certo però che i colpi lo raggiungevano molto più spesso di quanto non capitava agli altri comandanti dell'epoca, anche ai più coraggiosi e ai più imprudenti.

 

All'assedio di Calvi, nel luglio 1794, Nelson aveva perso l'occhio destro per via di una cannonata francese che gli era esplosa vicino. All'assalto di Santa Cruz, mentre sbarcava alla testa dei suoi, fu colpito dal fuoco nemico e dovettero amputargli il braccio destro.

 

Siamo nel 1797; Nelson ha 39 anni, è contrammiraglio, si è già distinto alla battaglia di Capo S. Vincenzo, ma per la storia non è molto diverso da altri ufficiali della Royal Navy: le grandi vittorie debbono ancora venire. E già la sua sorte ha fatto di lui un uomo con un occhio e un braccio di meno, menomazioni serie per chiunque ma gravi per un marinaio, specie la seconda. Tanto che in un primo tempo Nelson temette che non lo avrebbero più imbarcato. Appena terminata la convalescenza, invece, l'Ammiragliato gli affidò una divisione e lo rispedì in Mediterraneo; e qui il 10 agosto 1798 venne Abukir, la vittoria eccezionale che ormai mostrava a tutti chi era Nelson, la battaglia dove perizia marinaresca e perfetto addestramento tattico si compendiavano in un capolavoro dell'arte della guerra in mare. Qui venne ferito ancora una volta, alla fronte.

 

Di salute era sempre stato piuttosto debole; da ragazzo lo consideravano assai delicato e nessuno in famiglia lo immaginava marinaio, professione che richiedeva, allora più di oggi, una notevole robustezza. Guardiamarina nelle Indie Orientali, a diciotto anni, dovette rimpatriare per ragioni di salute; tenente e poi capitano su varie navi in servizio nella Giamaica, dovette tornare dopo qualche anno in Inghilterra a curarsi seriamente per molti mesi. Si riprendeva sempre, non rapidamente forse, ma riusciva a essere in condizione da rimettere piede su una nave. Anche se col tempo, le malattie, le ferite, la stessa faticosa vita di mare fecero di lui un uomo precocemente invecchiato, afflitto dal mal di denti, e poi senza denti ancora abbastanza giovane, da dolori nevralgici, reumatismi; dal mal di mare e da una serie di disturbi e di acciacchi, tormentosa compagnia della sua giornata.

 

Era di statura modesta, magro, con un viso affilato e pallido, di un pallore che invecchiando tendeva al giallognolo, e dove spiccavano gli occhi grigi e tristi; teneva poco all'eleganza e il suo aspetto, specialmente dopo le mutilazioni, appariva nel complesso meschino. Questo aspetto melanconico, che sembrava anche apatico, nascondeva un temperamento capace di passare da un eccesso all'altro, di abbattersi o di scatenarsi con furori esplosivi, violento nelle decisioni, impaziente, così lontano dal freddo temperamento inglese; e che lo faceva apparire un malato di nervi. Eppure, nel momento dell'azione, di fronte al nemico, mentre negli altri iniziava la paura, quest'uomo, nato per la guerra sul mare, il cui solo posto era sul ponte di una nave da guerra, diventava un altro: la lucidità, la calma, la capacità di risolvere qualunque problema quando si era in battaglia o la si preparava erano in Nelson leggendarie. Allora anche malesseri, disturbi, deficienze fisiche sparivano.

 

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Nelson, giovane ufficiale di marina, in divisa da post captain. Sullo sfondo, il forte di San Juan, in Nicaragua, un particolare aggiunto su suggerimento dello stesso Nelson. Olio di Francis Rigaud (1771-81)

 

Era generoso, e molto sensibile. All'assalto di Santa Cruz, mentre una lancia lo riportava col gomito fratturato verso la flotta inglese al largo, dove un chirurgo gli avrebbe amputato il braccio, rifiutò di salire sulla Sea horse, la prima nave che i marinai si videro davanti, perché su quella nave era imbarcata una donna, la moglie del comandante, che certo (disse Nelson) avrebbe provato spavento a vederlo in quello stato. Dovettero continuare a vogare verso un'altra nave.

 

Vanitoso, si compiaceva delle decorazioni, che portava ricamate sulla giubba. Orgogliosissimo, disse una volta allo zar di Russia che la parola di un ammiraglio britannico valeva quanto quella di un re o di un imperatore.

 

Questi contrasti hanno sempre affascinato i suoi biografi; le contraddittorie espressioni che sussistevano nella stessa persona e che si componevano nel momento in cui emergeva il comandante sono state per anni oggetto di studio. Epico e romantico, uomo-poema, uomo-romanzo, così lo definiva uno scrittore francese del secolo scorso.

 

Né i superiori né i suoi pari grado ebbero per lui molta simpatia. Suscitava in loro diffidenza; lo sentivano diverso. Gli uomini politici lo trattavano con quel rispetto che si ha per chi si ritenga abbia poteri ignoti: non lo comprendevano ma si affidavano a lui. Dal canto suo Nelson era consapevole della sua superiorità e non lo nascondeva. Troppo spesso ignorava l'ordine di un superiore e agiva come meglio credeva; non gliene valse mai più di qualche rimprovero perché i fatti gli davano sempre ragione. Si può pensare che fosse un uomo eccezionalmente fortunato; in realtà conosceva la strategia e la tattica navale più di qualunque altro. Non disubbidiva mai per spirito di ribellione.

 

La più famosa delle sue disubbidienze fu quella di Copenaghen, nel 1801. La squadra inglese, al comando dell'ammiraglio Parker di cui Nelson era il vice, era entrata nel Sund, lo stretto che divide la Danimarca dalla Svezia, il 21 marzo e il 30 si trovava a contatto con la flotta danese. Il luogo era difficile per la manovra, e Parker incerto. Nelson propose allora di muovere egli stesso all'attacco con una dozzina di vascelli; la proposta fu accettata e Nelson il 2 aprile cominciò la battaglia. Parker era rimasto indietro, e, sempre dubbioso, a un certo momento fece alzare il segnale che ordinava di abbandonare l'azione. Ma Nelson aveva capito che ritornare non era possibile, e continuò ignorando l'ordine. Agli ufficiali che gli facevano notare: « L'ammiraglio sta ordinando di sospendere l'azione » rispose, applicando il cannocchiale all'occhio cieco, « davvero? non lo vedo questo segnale ». Dalla continuazione del combattimento, la flotta danese uscì quasi distrutta.

 

Grandissimo era l'ascendente che aveva sui dipendenti. Li amava, innanzi tutto. L'amicizia che stabilì con i suoi ufficiali era vera fratellanza e lui stesso nelle sue lettere parla di questa « compagnia di fratelli ». I giovani di talento, li seguiva, se li teneva accanto, li portava con sé a terra per abituarli alla vita dell'ufficiale di marina, partecipava alle loro esercitazioni. I capitani erano sempre al corrente dei suoi progetti, che discuteva con loro in dettaglio, accettando il consiglio di chi aveva qualcosa di interessante da proporre. Dopo la battaglia si preoccupava moltissimo che nessuno rimanesse escluso dalle ricompense. Chiunque voleva parlargli poteva sempre farlo; non poneva distanze tra sé e i subalterni.

 

Nelson arrivava a lasciare l'iniziativa in battaglia ai singoli capitani, cosa che dagli altri ammiragli era considerata un'eresia. La sua popolarità fu grandissima anche fra il popolo inglese; tanto che nel 1801, per tranquillizzare gli animi turbati dal pericolo di un'invasione, bastò all'Ammiragliato richiamare Nelson in servizio.

 

Se si guardano superficialmente le sue battaglie, Nelson potrebbe sembrare un temerario. In realtà prima dell'azione studiava tutte le possibili eventualità, come pochi capi facevano. Il successo parziale non lo interessava: la vittoria o era completa o non era vittoria. Nelle grandi battaglie applicò sistemi tattici in contrasto con le tradizioni e le teorie del tempo. Altri ammiragli prima di lui li avevano accennati o intuiti. Ma Nelson giunse a conclusioni cui gli altri non erano stati capaci di arrivare.

 

Era nato il 29 settembre 1758 a Burnham Thorpe, nella contea di Norfolk, e al collegio di Norwich seguì i primi studi fino a quando, dodicenne, entrò in Marina con l'appoggio di uno zio, il capitano Suckling, che continuò ad aiutarlo nei primi tempi della carriera. Non aveva seguito, come si potrebbe pensare, una prepotente vocazione: era soltanto desideroso di alleviare le spese familiari del padre, un pastore protestante.

 

Per sei anni passò da un imbarco all'altro, come si usava, e a diciott'anni sostenne gli esami di luogotenente e si imbarcò sulla fregata Lowestoft, in partenza per la Giamaica. Successivamente fu imbarcato sul Bristol, nave ammiraglia di Parker, il quale poco dopo lo destinò comandante in seconda sul brick Badger, alla fine del 1778. Nelson aveva vent'anni e le sue promozioni erano state rapide e continuarono ad esserlo: l'anno dopo infatti era già capitano, al comando della fregata Hinchinbrook prima, della Janus poi.

 

Quindi rientrò in patria per andare a curare a Bath la malferma salute. Tornato in servizio comandò la fregata Albemarle, con la quale raggiunse in America la squadra dell'ammiraglio Hood. Terminata la guerra di indipendenza americana la squadra di Hood rientrò in Inghilterra. Nelson riprese il mare nell'aprile del 1784, al comando della fregata Boreas, diretto ancora una volta alle Indie Occidentali. Qui, fra le sue varie attività di capitano, trovò il tempo di sposare una signora del luogo, Frances Nisbet, vedova con un bambino. La signora Nelson era una donna banale, che certo diceva poco alla fantasia del giovane capitano, nei suoi riguardi sempre corretto, affettuoso anche, mai appassionato. Nessuno storico ha finora trovato risposta alla domanda che tutti si sono posta: perché Orazio Nelson la sposò?

 

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Frances Nelson (nata Herbert), detta "Fanny", moglie di Horatio. Schizzo a matita di Daniel Orme (1798 ca.)

 

La missione della Boreas terminò alla fine del 1787. Nelson tornò in Inghilterra e passò molti anni in famiglia. Non doveva rivedere il mare che nel 1793, quando, profilandosi ormai la guerra con la Francia rivoluzionaria, assunse il comando del vascello Agamennon da 64 cannoni e raggiunse il Mediterraneo, ancora alle dipendenze dell'ammiraglio Hood.

 

Una prima missione presso il governo di Napoli, l'assedio di Bastia e quello di Calvi furono gli episodi salienti del primo anno e mezzo di servizio. All'ammiraglio Hood successe l'ammiraglio Hotham, poi l'ammiraglio Parker, poi l'ammiraglio Jervis: Nelson scorrazzava sempre per il Mediterraneo, in missioni varie connesse al blocco di Tolone, fino a quando la flotta inglese fu costretta ad abbandonare il blocco e il Mediterraneo.

 

L'Agamennon andò ai lavori in Inghilterra ma Nelson rimase con Jervis, al comando del Captain. Su questa nave partecipò alla battaglia di capo S. Vincenzo, dove contravvenendo a tutte le regole abbandonò la fila e Poco dopo fu promosso contrammiraglio e nello sfortunato assalto di Santa Cruz delle Canarie perse il braccio destro.

 

Rientrato in Mediterraneo, vi cercò la flotta francese, la trovò nella rada di Abukir, la distrusse. L'esercito di Bonaparte era bloccato in Egitto, gli inglesi avevano ora il dominio del mare.

 

Nelson lasciò il grosso delle sue navi a continuare il blocco e con i quelle più danneggiate si portò a Napoli per farle raddobbare.

 

Napoli accolse Nelson come un trionfatore; davanti allo spauracchio della Francia giacobina e dei suoi eserciti rivoluzionari che dove giungevano abbattevano troni e alzavano repubbliche, la monarchia napoletana aveva bisogno dell'appoggio inglese. La vittoria di Abukir sembrava avesse tolto molte paure. Le accoglienze eccezionali eccitarono la unità di Nelson. Lady Hamilton, moglie dell'ambasciatore inglese, gli era corsa incontro prima ancora che lui entrasse in porto, era salita a bordo del Vanguard, dove Nelson aveva la sua insegna, ed era svenuta davanti a lui per un'emozione vera o simulata, ma che la sua abilità ed esperienza (era stata attrice) avrebbero fatto passare per vera anche agli occhi di un uomo meno ingenuo di Nelson.

 

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Emma Hamilton, pastello di Heinrich Schmidt: Nelson teneva questo ritratto dell'amante nella sua cabina sull'Elephant, la nave a bordo della quale partecipò alla battaglia di Copenaghen

 

Questi cominciò a compiacersi delle attenzioni che la Hatnilton aveva per lui e dei festeggiamenti napoletani e ben presto si trovò ospite degli Hamilton, iniziando quella convivenza che doveva durare per tutta la vita del vecchio ambasciatore prima e di Nelson stesso poi, interrotta solo dal servizio in mare; si trovò anche, rispettatissimo e influente e subito ascoltato, a far parte del consiglio del re di Napoli.

 

Un altro forse non avrebbe perso la testa; Nelson la perse. Fino a quel giorno non era stato che un marinaio di vita semplice, legato in patria ad affetti familiari del tutto tradizionali, con solo esperienze di mare e di guerra, spesso sotto superiori di cui avvertiva la mediocrità; ora era invischiato nell'amicizia e poi nell'amore di una bella donna, ascoltato alla corte dì un regno straniero che credeva di poter manovrare come il burattinaio muove le marionette. In realtà, senza che egli se ne rendesse conto, la marionetta fu proprio lui. Emma Hamilton aveva a quell'epoca trentaquattro anni. Era molto alta, di capelli castani ed occhi celesti, ancora piacente.

 

Goethe che l'aveva conosciuta undici anni prima, in occasione di una visita a Napoli a sir William Hamilton, ce la descrive « bella e ben fatta ». Nata in Inghilterra da una famiglia operaia, cresciuta senza particolare

 

educazione, presto si era sbandata come può succedere a una ragazza attraente e indifesa. Aveva avuto degli amanti, il primo dei quali, ironia del caso, era stato un capitano di vascello, fino a quando era divenuta l'amica di Carlo Francesco Greville, un giovane ganimede che conduceva vita dissipata. Per sollevarsi dai suoi debiti Greville fece un patto con lo zio, che era sir Hamilton, e al quale la ragazza aveva fatto impressione: in cambio di una certa somma e con la promessa del testamento a suo favore spedì Emma a Napoli a far compagnia al vecchio che da poco era rimasto vedovo.

 

Sinceramente affezionata a Greville, che fu certo il solo amore della sua vita, Emma attese invano che l'amante la raggiungesse a Napoli, come le aveva promesso per convincerla a partire. Scoperto l'inganno, decise di vendicarsi sposando il vecchio ambasciatore, cosa che doveva dispiacere a Greville e che le riuscì dopo molti anni di convivenza nel 1791, quando sir Hamilton aveva 68 anni e lei 27.

 

Il matrimonio appagava l'ambizione di Emma che poteva entrare a far parte di una società dove non era nata e alla quale aspirava, tanto che a Napoli divenne amica della regina.

 

Questa donna affascinante turbò presto i pensieri di Nelson. Egli ne scriveva con entusiasmo alla moglie. La idealizzava, ne faceva il suo idolo. Presto impallidirono ricordi e legami; e perdeva consistenza il vecchio sogno di ritirarsi da vecchio in compagnia della moglie nelle campagne inglesi.

 

Sono noti i fatti che seguirono. L'influenza di Nelson spinse il regno di Napoli a una inutile e sfortunata campagna di guerra; e quando i francesi partirono alla riscossa e marciarono verso Napoli, Nelson accolse sulle sue, navi la famiglia reale e il seguito e li portò a Palermo. Qui divenne inseparabile da Lady Halmilton; con lei passava le notti al tavolo da gioco, seguiva tutto quel mondo nella sua vita dissipata. I colleghi lo rimproveravano, esortandolo a riprendere la via del mare.

 

Nelson invece stava troppo bene a terra: al punto persino di trascurare il suo dovere. Più volte infatti in quell'epoca la squadra partì senza il contrammiraglio che poco prima della partenza ammainava la sua insegna dal Vanguard e la alzava su una nave trasporto che rimaneva in porto. Nelson giustificava la sua presenza a Palermo come necessaria per la politica delle Due Sicilie; in realtà stava diventando un pupazzo nelle mani di Lady Hamilton e in quelle, più consapevoli, della regina Maria Carolina.

 

Probabile che la sua debolezza fisica, il bisogno di essere adulato, la sua sensualità che forse lui stesso non conosceva (questo quando l'amicizia e poi l'amore divennero un legame più consistente, non tanto presto come si può pensare) avevano trovato in Emma la compagna ideale. Abbandonandosi totalmente a lei, Nelson iniziò quella serie di sciocchezze che doveva terminare coi delitti di Napoli. Né lo arrestarono i rimproveri degli amici, la freddezza dell'Ammiragliato, l'imbarazzo degli inglesi che lo amavano.

 

L'amicizia fra Lady Hamilton e la regina Maria Carolina ebbe indubbiamente, specie da parte dell'inglese, accenti di sincerità; ma era nata nella regina per servire la politica del regno minacciato dai rivoluzionari, nell'ambasciatore perché soddisfaceva fa sua vanità e la sua ambizione. L'amicizia si rafforzò a Palermo e ne abbiamo tracce evidenti nelle lettere che la regina mandava alla Hamilton. Scriveva Maria Carolina alla sua « cara Lady Hamilton » o alla sua « cara Mi lady » in un francese non molto corretto e qualche volta in un pessimo italiano (era austriaca). Nelson in queste lettere era il « nostro caro ammiraglio », « Nelson nostro amico », « il bravo Nelson », « il liberatore e salvatore », « il nostro caro virtuoso e caro ammiraglio », « il coraggioso e valoroso Nelson », « il mio eroe Nelson ».

 

Tramite la Hamilton, il contrammiraglio inglese servì ingenuamente il gioco della regina che aveva dei giacobini e delle nuove idee una isterica paura (cui certo non era estranea la fine della sorella Maria Antonietta di Francia). Questo potrebbe spiegare i fatti di Napoli, le esecuzioni di tanti patrioti, la condanna di Caracciolo; che altrimenti sarebbero così difficili da capire perché Nelson fin allora era stato generoso e anche buono, feroce solo in battaglia, mai nella repressione.

 

Occorre ricordare che la grande influenza di Maria Carolina fu favorita anche da due fattori: in primo luogo quel fanatico attaccamento che Nelson dimostrò sempre per l'ordine costituito; per cui i patrioti napoletani gli apparivano come banditi e traditori. In secondo luogo l'odio che egli aveva per i francesi, naturale in un inglese del tempo ma in Nelson più netto, eccessivo, senza compromessi.

 

Nel 1800 il governo inglese richiamò l'ambasciatore, sir Hamilton. Nelson naturalmente accompagnò la coppia e il loro viaggio di ritorno coincise col viaggio della regina di Napoli che andava a passare un periodo di tempo a Vienna. Li imbarcò tutti sul Foudroyant fino a Livorno; e poiché qui la regina esitava fra un viaggio di terra o riprendere il mare fino a Trieste, Nelson chiese permesso a Keith, che comandava allora la flotta del Mediterraneo, di portare la regina a Trieste. Ebbe l'umiliazione di sentirsi rispondere che Lady Hamilton aveva comandato anche troppo la Royal Navy.

 

Giunto in patria, dopo aver accarezzato l'idea di una impossibile convivenza a quattro, lui e la moglie, sir Hamilton ed Emma, Nelson visse a Londra con gli Hamilton; si separò dalla moglie; ebbe da Emma una figlia. Sir Hamilton tollerava una situazione che era almeno strana, o per il grande affetto che aveva per Nelson o per amore del quieto vivere. L'alta società li evitava; il popolo fingeva di ignorare, perché amava il suo ammiraglio.

 

Lui sembrava non accorgersi di nulla; né capiva che quando un uomo raggiunge una posizione come la sua ha anche dei doveri che possono limitare la libertà privata.

 

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Chatam Royal Dockyard, il cantiere navale dove fu costruita la Victory, la più celebre delle navi comandate da Nelson.

 

Nel 1801 Nelson, promosso viceammiraglio, fu nel Baltico sotto gli ordini dell'ammiraglio Parker per la breve campagna che doveva portare alla battaglia di Copenaghen. Poi chiese di essere sbarcato e tornò a vivere con gli Hamilton; senza Emma non poteva stare.

 

Anche se egli però non desiderava più il servizio in mare, l'Inghilterra aveva ancora bisogno di lui e quando si temette l'invasione francese, l'Ammiragliato lo richiamò. Ne seguì la campagna della Manica; poi venne la pace di Amiens. Nelson tornò a terra; con gli Hamiltol si ritirò nei dintorni di Londra Sir William morì nel 1803, lo stesso anno in cui riprese la guerra con la Francia. A Nelson toccò il comando in capo del Mediterraneo: il 20 maggio il viceammiraglio partì da Portsmouth alzando la sua insegna sulla Victory, e per tre anni fu lontano dall'Inghilterra. Rientrò nell'agosto del 1805. Ma per poco. Il 14 settembre Nelson partiva d suo paese per l'ultima volta.

 

Il 21 ottobre è il giorno della battaglia di Trafalgar. Marciando su due colonne, la squadra inglese si abbatté sul fianco dei flotta avversaria: tutta la tattica classica, che voleva il combattimento linea contro linea, era buttata all'aria dal genio militare di Nelson. Alle 11 circa cominciò la battaglia. Due ore dopo Nelson era mortalmente ferito. Spirò tre ore dopo, quando la battaglia era già vinta.

 

 

 

LA VITA DI HORATIO NELSON

 

1758 - Il 29 settembre nasce a Burnham Thorpe, nella regione inglese del Norfolk.

 

1770 - Per opera di suo zio, comandante Maurice Suckling, viene fatto imbarcare sul « Raisonnable »,

 

mercantile che viaggiava verso le Indie Occidentali.

 

1777 - In aprile sostiene gli esami per il passaggio a luogotenente di vascello.

 

1778 - Gli viene affidato il comando del brigantino « Badger », e l'anno seguente quello della fregata « Hichinbrook ».

 

1780 - Prende parte a una spedizione contro S. Juan de Nicaragua, ma si ammala così gravemente da rendere necessario il suo rimpatrio.

 

1781 - Nell'agosto viene nominato comandante dell' « Albemarle », fregata di 28 cannoni.

 

1787 - Il 21 marzo sposa Frances Nisbet.

 

1794 - Viene inviato in Corsica per bloccarne i porti principali. Il 7 febbraio si imbarca sull'« Agamennon », del quale gli è stato affidato il comando, partecipando alle operazioni contro Tolone. Recatosi a Napoli vi conosce Emma Lyons, moglie di Sir William Hamilton.

 

1794 - Nell'aprile partecipa alla presa di Bastia in Corsica, e nel luglio alla presa di Calvi, dove riporta la ferita causa della perdita dell'occhio destro.

 

1796 - L'11 giugno alza il guidone di commodoro sul « Captain » di 74 cannoni.

 

1797 - L'11 febbraio partecipa alla; battaglia di Capo S. Vincenzo, e dopo la vittoria viene nominato

 

contrammiraglio. Il 24, febbraio a Santa Cruz delle Canarie viene ferito ai braccio destro, che deve essergli

 

amputato.

 

1798 - Il 10 aprile ritorna alla flotta col grado di contrammiraglio, imbarcandosi sul «Vanguard» di 74 cannoni. Il I° agosto riporta la vittoria a Abukir, la Gran Bretagna lo crea barone del Nilo. Tornato a Napoli il 22 settembre viene accolto come un trionfatore.

 

1799 - Nel luglio viene rimproverato dall'Ammiragliato per disobbedienza agli ordini.

 

1800 - Ferdinando IV re di Napoli lo crea duca di Bronte, e il 20 gennaio partecipa a un'azione contro la Corsica. Si separa legalmente dalla moglie.

 

1801 - Il I° gennaio viene promosso vice ammiraglio. Il 2 aprile distrugge la flotta danese a Copenaghen. Il 24 luglio gli viene affidato il comando in capo della squadra destinata alla difesa della costa sud-orientale.

 

1803 - Gli viene affidato il comando in capo della flotta nel Mediterraneo. L'8 luglio raggiunge le sue navi a

 

Tolone.

 

1805 - Dopo un lungo inseguimento alla flotta francese, si reca a Merton per un breve riposo. Il 28 settembre è al largo di Cadice. Il 21 ottobre muore a Trafalgar. Viene sepolto a Londra, nella cattedrale di S. Paul.

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Guest iscandar

OT

.....Lui sembrava non accorgersi di nulla; né capiva che quando un uomo raggiunge una posizione come la sua ha anche dei doveri che possono limitare la libertà privata.

 

questa frase dovrebbe essere impressa nel cervello di ogni politico

 

/OT

 

Galland... SEI UN MITO!!!!

 

per curiosità, fino a qualche anno fa il ducato di Bronte era ancora prorpietà degli eredi di Nelson, il comune di Bronte lo ha acquistato

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