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Verso il baratro: da Inchon allo Ya-lu


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Quando MacArthur si presentò in plancia sul Mount McKinley, la mattina dopo lo sbarco a Inchon, la sua prima domanda al generale Shepherd fu: “Sappiamo niente dei russi e dei cinesi?”. Era una domanda che continuò a ripetere ogni giorno, in seguito, mentre le truppe delle Nazioni Unite incalzavano i reparti comunisti in fuga verso nord. Il viceré del Giappone sapeva benissimo quale imbarazzo politico e quali implicazioni avrebbe comportato l’uccisione o la cattura di consiglieri cinesi o sovietici. Eppure, mano a mano che i giorni passavano senza imbattersi in loro, la sicurezza di MacArthur aumentava. Pechino e Mosca, che pure avevano armato la Corea del Nord, ed erano quindi largamente responsabili dell’aggressione al Sud, che gli Stati Uniti, per contro, non avevano mai voluto equipaggiare troppo, forse imbarazzati dallo scomodo e francamente impresentabile Rhee, avevano fatto un passo indietro: questa era una lotta fra le Nazioni Unite e il regime banditesco di Kim Il-sung. I comunisti avevano aggredito il sud in cerca di una facile vittoria, e, per un pelo non l’avevano ottenuta, ma quando la volontà americana (in realtà sarebbe più corretto dire la volontà del comandante supremo americano in Asia, Douglas MacArthur) era stata messa alla prova, quella del nemico cedette. Secondo MacArthur, sempre più convinto ogni giorno che passava dal trionfo di Chromite, la fase peggiore della crisi era passata.

 

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Le operazioni delle Nazioni Unite in Corea, 1950

 

 

Dal 25 Giugno 1950, in tutto il mondo occidentale lo shock per l’aggressione comunista alla Corea del Sud lasciò il posto all’allarme per le sue implicazioni mondiali. Truman e i suoi generali vinsero questi timori con la decisione di far fronte all’aggressione comunista, anche se, con le continue sconfitte che si erano susseguite sui campi di battaglia della penisola coreana per tutto il mese di Luglio e di Agosto, sembrò che l’unico risultato dei loro sforzi sarebbe stata una grave umiliazione per le forze occidentali. Inchon aveva tolto quel peso enorme dalle loro spalle: dal baratro della disfatta, il genio di MacArthur li aveva riportati sull’orlo di un soverchiante trionfo militare, mentre i timori che l’aggressione coreana fosse solo preludio a una generale offensiva mondiale del comunismo si rivelarono infondati. I sovietici, sicuramente responsabili dell’aggressione per avere armato Kim ben oltre le reali necessità del Paese, apparivano ora desiderosi di prendere le distanze dall’avventurismo del loro compagno di merende, per nulla disposti comunque a farsi coinvolgere nel conflitto. Persino a Foggy Bottom, ritenuto dai più tempio supremo del culto mondiale dell’appeasement, si cominciava a dire che la fermezza pagava. I comunisti erano in piena ritirata e la penisola asiatica non sarebbe stata la scintilla della nuova conflagrazione mondiale a nemmeno cinque anni dalla fine della precedente.

 

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Skyraiders attaccano con razzi postazioni nordcoreane, Wonsan, 1950

 

 

Ora bisognava trarre il massimo vantaggio politico e militare dal trionfo di MacArthur, anche perché l’opinione pubblica occidentale appariva inquieta dopo le rivelazioni dei corrispondenti di guerra al seguito delle truppe delle Nazioni Unite: prigionieri americani assassinati dopo la cattura con un colpo alla nuca (alcuni dopo efferate torture), civili inermi massacrati, spesso sepolti vivi secondo l’uso orientale, moltissimi torturati barbaramente, tutti uccisi in maniera rivoltante, perfino i bambini, a colpi di ascia, di spranga, fatti a pezzi, letteralmente, a rasoiate o con le mannaie dei macelli. Nelle parole di Dean Acheson, “permettere che Kim e i suoi scherani se ne tornassero al sicuro dietro i loro confini precedenti l’aggressione, sarebbe stato un altro e ben più grave crimine contro l’umanità”. Il mandato delle Nazioni Unite si basava sulle risoluzioni 82 e 83 del Consiglio di Sicurezza, del 25 e 27 Luglio 1950. In particolare, la 83 chiedeva agli Stati membri di “fornire l’assistenza necessaria alla repubblica coreana per respingere l’aggressione armata e restaurare la pace mondiale e la sicurezza nel settore”. Malik, il 3 Agosto, aveva sostenuto invano che il conflitto non rientrava nella definizione di aggressione, perché non si trattava di guerra fra due stati, ma fra due parti del medesimo popolo temporaneamente diviso in due sotto diverse autorità. L’assenza alle precedenti votazioni del delegato permanente dell’URSS (ufficialmente per protesta contro la presenza della Cina di Chiang Kai-shek, in realtà più probabilmente per la contrarietà di Stalin all’avventurismo del suo protégé coreano), aveva trasferito le responsabilità, e le sorti, del conflitto, dall’Assemblea generale, che avrebbe potuto essere manipolata in qualche modo da Mosca, al governo americano, soprattutto i suoi vertici militari, in particolare Dugout Doug, ferocemente anticomunista.

 

 

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Razzi da 5 pollici e bombe da 1000 libbre vengono caricati sui Corsairs della Navy

 

 

Alcune settimane prima di Chromite, vi fu comunque, a Washington, un serio e articolato dibattito in merito all’occupazione della Corea del Nord: sarebbe stato una scopo legittimo delle Nazioni Unite intese come tali, o, più prosaicamente, solo un risultato bellico americano? Dean Rusk, futuro segretario di Stato con JFK e LBJ, propendeva per la prima ipotesi, ma da più parti furono sollevate serie riserve alla possibilità di invadere il territorio a nord del 38° parallelo senza incorrere nell’intervento sovietico o cinese. Alla fine si decise, salomonicamente, di rimettere ogni decisione allo stabilizzarsi della situazione militare, in parole povere, cioè, a dopo lo sbarco di Inchon.

 

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MacArthur e Truman

 

 

Solo MacArthur non nutriva dubbi. A metà luglio, a Tokyo, disse a chiare lettere a Collins (J. Lawton Collins) e a Vandenberg (Hoyt S. Vandenberg) che, scopo della sua guerra, era non solo respingere l’invasione comunista, ma anche distruggere le forze armate della Corea del Nord, in modo che esse non potessero più costituire una minaccia per l’area. Collins lo avvertì che, personalmente, era favorevole a superare il 38° parallelo, ma Truman forse no, e comunque non aveva ancora preso una decisione in proposito. Oltre tutto, il Dipartimento di Stato vedeva Rhee come il fumo negli occhi, mentre MacArthur lo voleva a capo della futura Corea unificata. Ai primi di Settembre, si arrivò a un compromesso assolutamente inconcludente, noto come NSC, National Security Council, 81: il 38° parallelo sarebbe stato superato solo dalle truppe sudcoreane, mentre le Nazioni Unite (cioè gli americani) avrebbero potuto intervenire in caso di svantaggio tattico. Collins ricorda il commento sarcastico del suo collega dell’Air Force, alla lettura della nota: “Cos’è ― uno scherzo? È dal 15 Giugno che quelli sono in svantaggio tattico.”. La realtà, al di là delle battute, era che le truppe sudcoreane non erano equipaggiate né addestrate per combattere in territorio nemico, e, soprattutto, non avevano un’aviazione degna di questo nome e nemmeno un’artiglieria, Washington si rifiutava di fornire agli alleati pezzi di calibro superiore al 105 millimetri, e questo in un’epoca in cui l’artiglieria divisionale americana teneva in considerazione solo calibri superiori al 203.

 

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Combattimenti a Wonsan, 1950

 

Come conseguenza, i JCS condannarono l’approccio “poco realistico” dell’NSC81 e pretesero che venisse data ai militari americani la possibilità di distruggere l’esercito comunista. Una versione emendata del protocollo, NSC81/1, venne di conseguenza concordata fra Acheson e i militari il 9 Settembre. Il paragrafo che stabiliva che “le forze delle Nazioni Unite non dovevano essere autorizzate a inoltrarsi in prossimità dei confini cinese e sovietico”, divenne semplicemente che quei confini non dovevano essere superati. Inoltre, pur ribadendo che non ci si doveva far coinvolgere in una guerra generale con la Cina, si dichiarava, in sostanziale continuità con la posizione presa da Washington fin dall’inizio del conflitto, che, se forze cinesi fossero intervenute in Corea, gli Stati Uniti si sarebbero difesi con tutti i mezzi a loro disposizione, non escluso bombardamenti di obiettivi in territorio cinese.

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I giorni che seguirono la stesura del nuovo documento, furono quanto mai confusi, sia a Washington che in Asia. Il Segretario alla Difesa, Louis Johnson, venne sostituito col generale Marshall, mentre a Inchon le truppe di MacArthur sbarcavano e trionfavano contro ogni aspettativa. Come conseguenza, i capi di stato maggiore ordinarono a MacArthur “… la distruzione delle forze nordcoreane, e per il perseguimento di questo obiettivo, siete autorizzati a svolgere qualsiasi tipo di operazione militare riterrete opportuna, compreso lo sbarco di truppe dal mare o dall’aria e operazioni aeree e terrestri a nord del 38° parallelo, a patto che non si verifichi alcun ingresso nel teatro di operazioni di grossi contingenti cinesi o sovietici, né vi siano annunci di un imminente loro ingresso. In nessun caso,comunque, le truppe delle Nazioni Unite attraverseranno i confini con la Manciuria o l’URSS, e, come linea politica generale, non dovranno essere usate forze di terra non coreane nelle province prossime al confine con l’URSS e la Cina”.

 

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La catena dei monti Taebaek, spina dorsale della penisola coreana come lo sono gli Appennini per quella italiana, rendeva estremamente difficili i collegamenti fra la parte occidentale e quella orientale del Paese, le vie di comunicazioni stradali e ferroviarie coreane sono vincolate quasi per intero alla direzione del corso dei fiumi e dalle vallate, cioè da nord a sud. MacArthur non voleva il ripetersi di una campagna italiana: a Inchon aveva sfruttato l’elasticità e le risorse della potenza navale americana per abbreviare una campagna terrestre su un terreno aspro, e ora si proponeva di fare altrettanto. Avrebbe imbarcato a Inchon il X Corpo di Almond , lo avrebbe trasportato via mare fino a Wonsan, sull’altra costa della penisola, da dove i Marines e la 7a Divisone dell’esercito avrebbero potuto raggiungere il confine cinese. Nel frattempo, l’8a Armata di Walker avrebbe proseguito verso Pyongyang sul lato occidentale.

 

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Il piano di MacArthur provocò l’opposizione di Walker, che considerava assurdo ritirare il X Corpo da Seoul e trasferirlo via mare sull’altro lato della penisola, e questo mentre le truppe sudcoreane, rinfrancate dalla vittoria, incalzavano i comunisti lungo la costa orientale senza praticamente incontrare opposizione. Oltre a questo, il Bulldog di Pusan, era profondamente irritato dall’esistenza di un comando diviso, con Almond che faceva capo direttamente a MacArthur, quando ogni logica militare richiede un’unica autorità per le operazioni di terra.

 

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Walker "Bulldog" Walker

 

 

 

In realtà, pur riconoscendo a MacArthur il torto di fare favoritismi e di voler quindi concedere all’ambizioso Almond una possibilità per mettersi in mostra, bisogna anche ammettere che quasi nessuno nutriva illusioni sulle capacità di Walker come comandante di grandi unità. I dubbi che erano sorti prima di Inchon, persistevano anche ora, sul 38°: chiunque in quel periodo avesse visitato il comando dell’Ottava armata, ne aveva riportato una pessima impressione per la confusione e la mancanza di direttive che vi avevano trovato. D’altronde, se MacArthur era poco propenso a dare più autorità in campo a Walker, ora che la guerra appariva quasi vinta, non c’erano nemmeno grossi incentivi a sostituirlo, il nemico appariva in rotta totale e sembrava poco importante avere un comandante più capace e organizzato. MacArthur e il Pentagono, soccombettero a una sensazione di euforia e di autocompiacimento per l’indiscutibile vittoria ottenuta a Inchon e quella finale ormai a portata di mano, senza analizzare meglio la situazione politica e militare.

 

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Il 28 Settembre le truppe sudcoreane oltrepassarono il 38°, mentre a Washington e nelle altre capitali occidentali continuavano le manovre politiche e diplomatiche. Improvvisamente gli inglesi si erano fatti cauti, il loro ambasciatore a Pechino aveva avvertito che vi erano segnali che facevano prevedere un intervento cinese in Corea. Bevin, mordace ministro degli esteri britannico, chiese un appello dell’ONU teso a ottenere la resa dei nordcoreani prima che le truppe di Walker mettessero piede nel loro territorio.

 

Il 7 Ottobre, l’Assemblea generale approvò con 47 voti a favore, 5 contrari e 7 astenuti una risoluzione nella quale si chiedevano “tutti i passi appropriati.. per garantire le condizioni di stabilità in tutta la Corea”, e la costituzione di un governo unificato eletto sotto gli auspici dell’ONU. Era una pudica foglia di fico per mascherare l’appoggio del Palazzo di Vetro alle operazioni a nord del 38°, pur mantenendo una certa precauzione in merito alla forma che queste operazioni avrebbero dovuto prendere.

 

MacArthur prese la palla al balzo e dichiarò apertamente che, se i comunisti non si fossero arresi, avrebbe preso “tutte le misure militari atte a mettere in pratica le disposizioni delle Nazioni Unite”. Essa un grave travalicamento dei limiti istituzionali del comandante militare americano, già a quel punto vi sarebbero stati i presupposti per la sua destituzione, ma Truman non si sentì di farlo, provocando un danno di immagine gravissimo all’autorità del suo governo stesso e della coalizione militare. Molti già si rendevano conto che il vecchio dio degli sbarchi li stava precipitando nel baratro, ma non riuscivano a vedere un modo realistico per liberarsene: il dramma doveva esser recitato fino alla fine.

 

C’è da dire che a Washington si commisero anche diversi errori sulla valutazione della intenzioni comuniste, complice anche il fatto di non avere una rete di informatori in Cina, mentre quella presente nell’URSS, ben radicata come si scoprirà dopo la fine della Guerra Fredda, nelle stanze del potere, segnalava come i dirigenti russi fossero molto irritati e contrariati per l’avventura di Kim, e intenzionati a prenderne le distanze al di là delle dichiarazioni di solidarietà di facciata, ben decisi a non permettere un allargamento del conflitto. E poiché si pensava, erroneamente, che Mosca e Pechino agissero di comune accordo nella crisi coreana, nessuno prese in considerazione, sul campo di battaglia come a Foggy Bottom, l’eventualità che i cinesi potessero intervenire in Corea per ragioni proprie, e in completa indipendenza dalle decisioni e dai desiderata del Cremlino.

 

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Dean Acheson, Segretario di Stato americano

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Il 9 Ottobre, l’Ottava armata attraversò in forze il 38° parallelo, scontrandosi con le retroguardie comuniste che la impegnarono per una settimana più a causa delle difficoltà logistiche alleate che per il valore dei combattenti comunisti. Il 16, infine, le linee nordiste furono sfondate, e, mentre le truppe di Kim si ritiravano disordinatamente verso nord, la 1a divisione di cavalleria e la 24° di fanteria si lanciarono all’inseguimento appena disturbate da qualche scontro con gli sbandati che le colonne comuniste in rotta avevano lasciato dietro di sé.

 

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Secondo la didascalia: Pfc. Julias Van Den Stock of Company A, 32nd Regimental Combat Team, 7th Infantry Division with M1 or M2 Carbine, rests on a Chinese Communist bunker with a Russian DP light machine gun, along the slope of Hill 902 north of Ip-Tong.

 

 

In un momento del genere, con la vittoria a portata di mano, MacArthur rimase esterrefatto nel ricevere da Washington un messaggio nel quale il presidente richiedeva la sua presenza per un incontro personale sull’atollo di Wake, a mezza strada fra l’Asia e la costa occidentale degli Stati Uniti. Truman, nelle sue memorie, sostiene di aver voluto quell’incontro per conoscere di persona il comandante supremo americano nel Pacifico, i due, in effetti, non si erano mai incontrati di persona, visto che MacArthur non metteva piede in patria del 1935. Ma visti i problemi che aveva negli USA, pressato dall’opposizione repubblicana che lo accusava di mostrare troppa debolezza nei confronti dei comunisti, appare assai più probabile che il presidente americano abbia voluto associare la propria figura, agli occhi dell’opinione pubblica, a quella della vittoria in Corea e del suo vincitore materiale. MacArthur lo comprese perfettamente, e si presentò all’incontro con un cinismo che rasentava il disprezzo. “e' da tanto che desideravo incontrarla”, gli disse Truman nello stringergli la mano. “Spero non ci vorrà tanto la prossima volta”, fu la brutale risposta. I colloqui proseguirono in un hangar della base aerea americana dell’atollo, e non esiste nessun resoconto di quello che si dissero.

 

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Una delle tante fosse comuni riempite dai comunisti in Corea

 

 

Nelle dichiarazioni ufficiali al termine dell’incontro, MacArthur ribadì la propria convinzione che, anche nel caso improbabile di un intervento cinese nel conflitto, l’aviazione americana li avrebbe spazzati via in poche ore, e se i russi avessero fornito loro appoggio aereo, “l’addestramento dei loro piloti è talmente limitato che credo l’aviazione sovietica bombarderà i cinesi almeno altrettante volte di quanto faremo noi”.

 

Con questa battuta, e liquidando un invito a colazione di Truman con le urgenti e pressanti questioni militari che lo attendevano al fronte, MacArthur ripartì per Tokyo su tutte le furie. Si considerava offeso per essere stato convocato da “quel mollusco”. Quel gigante battagliero e dinamico che era stato FDR era scomparso, e al suo posto c’erano solo dei grigi burocrati che non sapevano fare altro che temporeggiare, sondare, dialogare.

 

Col senno di poi è facile vedere quale disastrosa influenza ebbe quell’incontro sulla conduzione della guerra. Esso fu fatale sia tanto agli interessi dell’amministrazione americana che a quelli del suo comandante sul campo. Benché Truman nutrisse molti dubbi sull’operato e sulle intenzioni di MacArthur, una volta incontratolo a quattrocchi non riuscì a fargli capire che doveva accettare le decisioni del governo, ma rimase affascinato del suo carisma, della sua sublime sicurezza, della sua apparente onniscienza sui fatti dell’Estremo Oriente.

 

I politicanti se ne tornarono a Washington sicuri che un intervento cinese o sovietico non avrebbe avuto conseguenze particolari, e MacArthur fece rotta per il Dai Ichi con la riconferma di tutta la sua antipatia per la classe politica.

 

Il 19 Ottobre, i soldati della 1a Divisione sudcoreana entrarono a Pyongyang aggrappati alle torrette dei carri armati americani. Trovarono una città deserta, i comunisti erano fuggiti al nord e la popolazione era nascosta nelle case, rari soldati gettavano le armi appena vedevano le truppe delle Nazioni Unite. Il giorno dopo, l’aviolancio di un reggimento di paracadutisti una ventina di chilometri a nord della capitale nordcoreana, mise completamente in crisi il sistema difensivo comunista, che parve sciogliersi come neve al sole.

 

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L'aerosbarco di Sunchon

 

 

E mentre l’Ottava Armata si muoveva verso nord, i Marines sbarcavano caoticamente a Wonsan, accolti dalle truppe sudcoreane arrivate via terra due giorni prima di loro: parecchie cose avevano complottato per trasformare quella che doveva essere la replica del trionfo di Inchon in una cupa farsa, dalle mine che avevano affondato cinque navi delle Nazioni Unite e costretto a dragare il porto per permettere alle navi di avvicinarsi in sicurezza, alla mancanza di addestramento e disciplina delle truppe americane. Secondo il tenente Jim Sheldon, comandante di un plotone di fanteria della 7a Divisione sbarcato ai primi di Novembre a Iwon, le truppe americane patirono più perdite a causa degli incidenti stradali causati dai soldati alla guida ubriachi che per il fuoco nemico. Uno Sherman M4 esplose misteriosamente uccidendo l’equipaggio, poi si scoprì che avevano stipato la torretta e il deposito munizioni di bottiglie di acquavite di riso e che qualche scintilla aveva fatto scoppiare tutto, alcol e proiettili; un intero plotone saltò in aria con le bombe da mortaio che stava maneggiando, pare che qualcuno ne abbia fatto cadere inavvertitamente una innescata e dalle testimonianze risulta fossero tutti ubriachi fradici. Dei soldati scoprirono per caso la marijuana, piuttosto diffusa fra i nordcoreani, e ne apprezzarono subito gli effetti al punto che una pattuglia si barricò in una casa per fumarsi quello che aveva trovato. Vi furono risse e sparatorie per impossessarsi di birra e grappa di riso, e anche episodi più sgradevoli, come quando un soldato americano, avendo notato dei denti d’oro su un cadavere coreano, prese a strapparglieli. Sennonché, l’uomo, che morto non era, ma solo stordito probabilmente per un esplosione ravvicinata, si riprese e cominciò a gridare. Il soldato gli sparò, freddandolo, e riprese il proprio lavoro.

 

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L'esplosione di una mina, nel porto di Wonsan

 

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Gli inglesi erano costernati dal comportamento dei loro alleati. “I comunisti avrebbero potuto vincere la guerra se solo avessero avuto più sgnappa da lasciare dietro per far ubriacare i GIs”, sostiene l’allora capitano Anthony Farrar-Hockley dei Glorious Glosters. Molti reduci inglesi ricordano gli americani andare all’attacco sparando in aria con le pistole dalle torrette dei carri armati e perfino un improvvisato trombettiere con cappello da Far West; Hockley stesso vide un ufficiale superiore della 1a Divisione di cavalleria guidare le sue truppe all’assalto seduto a cavalcioni di una sella da cavallo piazzata non si sa come sulla torretta di un Pershing M26: in una mano brandiva una sciabola, nell’altra agitava una bottiglia di qualche alcol, probabilmente l’onnipresente acquavite di riso coreana, molto più forte e saporita di quella giapponese. L’indisciplina delle truppe americane, che pareva assoluta, li infastidiva oltre modo. “Entrammo in una vecchia stazione polizia giapponese a Sunchon,” sono sempre le parole di Hockley. “I nordcoreani che la utilizzavano come caserma erano appena fuggiti, trovammo la mensa ufficiali ancora apparecchiata e carica di cibo fumante nei piatti. Si scatenò una gazzarra indescrivibile, i GIs si gettarono sul cibo e sulle bevande alcoliche, abbuffandosi come bestie, finché un maggiore non li cacciò letteralmente a pedate”. Ma anche gli ufficiali americani provocarono le critiche degli inglesi. Il tenente John Willoughby, Royal Ulsters: “Parevano non conoscere il galateo, appiccicavano la dannata gomma masticata dappertutto, molti prima di mettersi a tavola la sputavano platealmente, e, come non bastasse, ruttavano, scoreggiavano e si scaccolavano mentre mangiavano. Una volta un colonnello si alzò dalla tavola e annunciò ‘devo andare a cagare, qualcuno ha della carta igienica?’ Un tenente disse ‘ho una copia di Star and Stripes, ma c’è la foto di Dougout (il generale MacArthur, nda) sopra’. ‘Sarà un piacere pulirsi il culo con la sua faccia’, rispose il colonnello e se ne andò col giornale verso le latrine. Nessun ufficiale inglese, per quanto potesse disprezzare o detestare un suo superiore avrebbe tenuto un simile comportamento”. D'altronde,parecchi soldati inglesi ammettono: "Vorremmo aver potuto dire lo stesso dei nostri comandanti".

 

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Dragaggio di mine nelle acque di Wonsan

 

Benché gli americani si comportassero spesso come una banda di tagliagole più che un esercito regolare, respinsero comunque gli sporadici contrattacchi nordisti, mettendo in fuga l’esercito di Kim verso nord. E il 20 Ottobre, MacArthur impartì l’ordine di prepararsi a uno sforzo massimo per avanzare rapidamente fino ai confini settentrionali della Corea. Quattro giorni più tardi, Walker e Almond furono autorizzati a fare tutto quanto ritenevano necessario per occupare ogni pollice quadrato di territorio nordcoreano. La CIA mise in guardia da un possibile intervento cinese, Pechino, avvertì la Compagnia, guardava con apprensione l’avvicinarsi dei combattimenti al suo complesso idroelettrico di Sui-ho, affacciato sullo Ya-lu a ridosso del confine e dal quale dipendeva praticamente tutta la regione mancese. MacArthur ignorò semplicemente l’avvertimento, mentre il DoD si limitò a un vago e incongruo “Cercheremo di addivenire a un chiarimento”.

 

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Lo sbarco a Wonsan

 

La decisione di avanzare a nord, oltre il 38° parallelo, fu un classico esempio in cui un’occasione militare diventa la spinta dell’azione a spese delle valutazioni politiche. Non venne fatto nessun approfondito dibattito in merito agli obiettivi reali dell’ONU, all’occupazione della Corea del Nord e alle garanzie per la Cina. I gravissimi rischi politici e diplomatici vennero totalmente sottovalutati da un’opinione pubblica ebbra della vittoria imminente e da una classe politica che disprezzava le capacità della nazione e delle forze armate di Mao Tse-tung. I comunisti cinesi erano valutati come una scocciatura ma nulla di più, e comunque si riteneva fossero totalmente asserviti e ligi al comintern e quindi non sarebbero intervenuti vista contrarietà del Cremlino a impegnarsi direttamente.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

Farrar-Hockley, Anthony The British Part in the Korean War: A Distant Obbligation; An Honourable Discharge (2 voll.), HMSO, 1990

 

Hastings, Max The Korean War, Touchstones, 1988.

 

Toland, John W. In Mortal Combat: Korea, 1950-1953, Harper & Collins, 1991

 

Clayton James, Dorris The Years of MacArthur: Triumph and Disaster, 1945-1964 Houghton Mifflin, 1985

 

 

 

Il topic è un collante della traduzione dei capitoli dedicati al dopo Inchon e contenuti nei libri citati sopra. Spero di non avervi deluso.

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