Un evento storico può essere esaminato sotto molteplici aspetti. La perdita della corazzata Roma, ammiraglia della Regia Marina può essere inquadrata nel novero delle vicende dell'otto settembre (giornata da considerarsi una delle più oscure – in ogni senso – della vita nazionale, le cui conseguenze morali politiche e sociali ritengo non siano mai state completamente considerate in tutta la loro portata e gravità). Nel presente topic voglio porre quel tragico evento, vera disgrazia nella tragedia, sotto una luce particolare: quella del tramonto della corazzata.
Questo peculiare tipo di naviglio ha un corso breve ma intenso: se prendiamo a riferimento la giornata di Hampton Roads (9 marzo 1862), che vide il confronto tra l' unionista Monitor ed il confederato Merrimac, ed il 1960 con la radiazione delle unità superstiti della II guerra mondiale (la francese Richelieu, la sovietica Novosibirsk,l'inglese Vanguard), un secolo scarso. Che di poco verrebbe superato se volessimo far risalire la data di nascita alla costruzione delle tre batterie galleggianti (Devastation, Tonnante e Lave) che ebbero ragione delle fortezze russe di Sebastopoli. Correva l'anno 1855 ed era in corso la guerra di Crimea.
Un secolo dunque, anno più o meno, una breve frazione nel lungo arco temporale in cui l'uomo è andato per mare, per pace o per guerra.
Eppure la corazzata è stata la regina dei mari, tangibile segno di potenza delle maggiori marine del mondo.
A porre in crisi questa preminenza è stato essenzialmente la rapida crescita del potere aereo che con inediti, micidiali mezzi offensivi ha vanificato la protezione offerta da corazze di sempre maggior spessore. Il palmares del potere navale spetta oggi alla portaerei, unione del potere navale e di quello aereo.
Come di consueto pongo a disposizione una messe di documenti e materiali che spero potranno fornire validi elementi di giudizio, almeno sul piano tecnico-militare. Per quello più strettamente politico quella giornata rappresentò, a dirla senza mezzi termini, una circostanza appropriata per mandare, senza revoche e ripensamenti, una classe dirigente nella pattumiera della storia.
TRENT'ANNI FA AL LARGO DELL'ASINARA L'AGONIA DELLA ROMA
L'8 settembre 1943 durante un drammatico colloquio telefonico rimasto finora inedito, « Supermarina » ordina alla Squadra navale di La Spezia di raggiungere i porti alleati. Un gruppo di aerei tedeschi attacca le navi italiane alle 15,30 del 9 settembre. Colpisce il deposito munizioni della più grande delle nostre corazzate. Muoiono 1.352 uomini.
Non è il fungo nucleare ma gli rassomiglia. La Roma colpita a morte è esplosa
Alle ore 16 e 12 del 9 settembre 1943, al largo dell'Asinara, colpita da due bombe-razzo lanciate da aerei tedeschi, affondava la corazzata italiana Roma. In 39 mesi di guerra, fu l'unica nave da battaglia perduta dall'Italia in mare aperto. L'altra corazzata messa fuori combattimento, la Cavour, era stata colpita nella notte dell'11 novembre 1940 da aerosiluranti inglesi, mentre si trovava all'ormeggio di Taranto.
Con la scomparsa della Roma non solo si chiudeva in modo drammatico il capitolo dell'alleanza dell'Asse Roma-Berlino ma tramontava definitivamente anche la speranza che almeno una volta le corazzate italiane affrontassero quelle nemiche.
Questo atteggiamento di prudenza era per la nostra Marina l'applicazione pratica del principio secondo il quale strategicamente conta di più una flotta in potenza, al sicuro in un porto, che non una flotta in crisi sia pur reduce da scontri vittoriosi.
L'annuncio della resa italiana - dato dagli angloamericani l'8 settembre 1943 con appena trecentosessanta minuti di preavviso - colse di sorpresa il nostro Alto Comando Navale (Supermarina) anche perché il rovesciamento dell'alleanza così come era stato ipotizzato dal governo Badoglio e dal gen. Eisenhower, fu veramente un campionario di imprevidenze.
Secondo le istruzioni dell'ultima ora le navi italiane, adornate di pennelli e cerchi neri in segno di sottomissione, si sarebbero dovute trasferire a Malta in attesa di conoscere il proprio destino, le cui chiavi erano in mano al gen. Eisenhower. Un ordine che era in effetti un contr'ordine, poiché la Marina italiana era stata preparata - fino al pomeriggio dell'8 settembre - a sostenere la suprema prova contro il nemico pronto ad invadere la Penisola, dopo avere occupato la Sicilia. E siccome l'inizio delle operazioni di sbarco anglo-americano a Salerno (secondo il piano Avalanche) era previsto per la notte del 9, la Squadra navale della Spezia - la sera dell'8 settembre - si disponeva ad uscire dal porto per raggiungere La Maddalena, probabile suo trampolino di lancio verso la costa campana.
Nemmeno il comandante, ammiraglio Carlo Bergamini, che il giorno precedente aveva partecipato a Roma ad un « vertice » di emergenza, era stato messo al corrente degli sviluppi della situazione politica. Eppure un breve colloquio preliminare egli l'aveva avuto anche con il ministro e capo di Stato Maggiore della Marina, Raffaele De Courten. L'intesa fra i due ammiragli era stata chiarissima: « La Flotta entro il 9 settembre si sarebbe trasferita a La Maddalena per motivi prudenziali e per essere più vicina al teatro della battaglia ». Nella riunione, poi, gli ammiragli, che avevano tutti compiti di comando, trattarono un solo argomento: una eventuale reazione tedesca contro l'Italia, ma senza un preciso riferimento all'armistizio già firmato a Cassibile quattro giorni prima.
Il segreto più ermetico, per volere del capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio, continuava ad essere mantenuto sul documento della tregua militare che, a proposito delle navi italiane, all'art. 4 disponeva: « Il trasferimento immediato in quei luoghi che potranno essere designati dal comandante in capo alleato Dwight D. Eisenhower, insieme coi particolari sul loro disarmo che saranno da lui fissati. » La discussione fra i capi della Marina andò avanti stancamente fra ipotesi e speranze. Qualche ammiraglio prese appunti. Da Zara, che comandava la Flotta di Taranto, addirittura sonnecchiava sentendo ripetere le solite cose sulla disciplina, la fedeltà e il sacrificio.
Concluso l'incredibile rapporto, Bergamini fece un salto a casa sua. Sarebbe stata l'ultima notte che avrebbe trascorso in famiglia. La mattina all'alba ripartì in automobile per La Spezia, dove giunse sul mezzogiorno. Trovò. la Squadra in allarme con le navi fuori dei recinti. Solo la Roma era al suo posto, ormeggiata alla Porta Marola dell'Arsenale. Salito a bordo della sua nave Bergamini venne raggiunto dalla prima telefonata. Era De Courten che premurosamente si informava sul suo viaggio da Roma alla Spezia e lo avvertiva di tenersi pronto a partire: erano state avvistate le 450 navi del convoglio anglo-americano diretto a Salerno.
Subito dopo il colloquio telefonico, Bergamini riferì ai suoi più diretti collaboratori sulla riunione romana. Messo al corrente sullo stato di preparazione della Squadra, l'ammiraglio convocò sulla Roma per le 15 tutti gli ammiragli e i comandanti delle navi, ai quali impartì le direttive per l'imminente partenza. Improvvisamente, poco dopo le 16, le radio straniere cominciarono a ripetere la notizia, già diffusa da Algeri, che l'Italia aveva deposto le armi. Alle 18, Eisenhower dà l'annuncio ufficiale dell'armistizio. De Courten l'apprende mentre si trova al Quirinale per decidere con gli altri capi di Stato Maggiore la partenza per il Sud del re e della sua famiglia. Dal Quirinale, De Courten avverte l'ammiraglio Luigi Sansonetti, vice capo di Stato Maggiore della Marina, che occorre chiamare subito Bergamini per dirgli che secondo il nuovo ordine egli deve trasferirsi con la Flotta a Malta anziché alla Maddalena, ma che Ambrosio gli aveva confermato che le navi, malgrado le clausole dell'armistizio, non sarebbero state disarmate. Sansonetti è folgorato dalla notizia. Conosce lo stato d'animo degli equipaggi e degli ammiragli. Di Bergamini in particolare sa che più volte aveva dichiarato di non essere disposto a una resa senza combattere almeno una battaglia, un vero scontro con le corazzate italiane da una parte e quelle inglesi dall'altra, circostanza che non si era mai registrata nel corso del lungo conflitto per quanto disponessimo, ancora all'8 settembre, di ben sei corazzate: Roma, Vittorio Veneto e Italia alla Spezia; Doria e Duilio a Taranto; Giulio Cesare a Pola.
Negli uffici di Supermarina, - racconta un valido testimone, il comandante M. A. Bragadin, - assolutamente nulla era trapelato di quanto stava succedendo. Alle 18,20 mi trovavo per caso nell'ufficio dell'amm. Girosi, capo del reparto operazioni, quando il telefono squillò: vidi l'ammiraglio sbiancarsi in volto e poi con voce rotta dalla commozione, mi disse: « Il centro radio comunica che Algeri sta diffondendo la notizia di un armistizio. Ma non ci credo. Possibile che noi non ne sappiamo nulla, mentre le corazzate stanno preparandosi a partire per Salerno? » In quel momento, però, il telefono squillò ancora e l'amm. Sansonetti confermò la notizia. Soltanto dopo la proclamazione dell'armistizio l'amm. De Courten fu messo a conoscenza nella loro integrità delle clausole riguardanti la Marina. Perciò i capi di questa dovettero prendere decisioni della più grande portata storica, si può dire in pochi minuti.
Sansonetti, per prima cosa, dirama ai ventidue sommergibili che erano stati inviati in agguato nel Mediterraneo l'ordine di limitarsi da quel momento a compiti esplorativi; ordine seguito alle 21 e 10, da quello di soprassedere definitivamente ad azioni offensive contro gli Alleati. Infine trasmette un solenne ma generico proclama di De Courten ai marinai.
Il problema più difficile era però quello di far partire le navi per Malta. Sansonetti si rese conto che a quel punto un discorso infarcito di "se" e di "ma" avrebbe raggiunto l'effetto contrario. In altre parole, se a Bergamini fosse stato detto: « Parti pure per Malta, tanto abbiamo la promessa generica che la Flotta non sarà disarmata » era come dirgli di non eseguire l'ordine. Mosso da queste preoccupazioni, Sansonetti impartì l'ordine alla Flotta di raggiungere i prescritti porti alleati, essendo « esclusa la consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera ». E per convincere amici e nemici trasmise l'ordine in chiaro.
Bergamini, ricevuto l'ordine da Roma, riesamina gli avvenimenti delle ultime ventiquattr'ore. Mentre è tormentato da questi pensieri, squilla il telefono. E Sansonetti che chiama per illustrare il suo ordine operativo.
Sansonetti: « È stato firmato l'armistizio. Da Supermarina abbiamo diramato le nuove disposizioni secondo le clausole dell'armistizio. Per evitare equivoci l'ordine
viene trasmesso e ripetuto in chiaro. E esclusa la consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera. La Flotta deve - però - trasferirsi a Malta. Per il riconoscimento occorre alzare il pennello nero sugli alberi maestri e dipingere cerchioni neri sulle prue. Anche Biancheri a Genova è stato avvertito ».
Bergamini: « Anzitutto desidero sapere perché sono stato tenuto all'oscuro di quanto si stava tramando alle nostre spalle. Ancora ieri ci sono stati fatti altri discorsi. Lì a Roma vi siete dimenticati quali responsabilità tecniche e morali ha il comandante della Flotta. Qui la situazione è confusa. L'orientamento generale è per l'auto-affondamento ».
Sansonetti: « E una soluzione gravissima contro gli interessi della patria la cui responsabilità ricadrà sul comandante della Flotta... »
Bergamini: « Per questo motivo chiedo di parlare con il ministro e capo di Stato Maggiore che, ancora a mezzogiorno, mi ha confermato l'ordine di tenermi pronto a partire per l'ultima battaglia ».
Sansonetti: « Riferirò ». Passano pochi minuti. Roma richiama. Questa volta è De Courten il quale ha ormai capito che Bergamini è riluttante ad accettare l'ordine di consegnarsi agli inglesi.
De Courten: « Sansonetti mi riferisce che alla Spezia vi sono difficoltà. Posso comprenderle ed anche giustificarle. Del resto anch'io, che sono il ministro e il capo di S.M. della Marina, solo due ore fa ho appreso per la prima volta che l'armistizio era stato firmato. Non siamo stati mai consultati. Ma ormai, visto come si sono messe le cose, non resta altro da fare
che eseguire gli ordini. Sansonetti ha già predisposto tutto. La Flotta deve trasferirsi a Malta. Non è previsto né il disarmo né l'abbassamento della bandiera. Quindi mi pare... ».
Bergamini: «Ripeto quanto ho già detto a Sansonetti. Lo stato d'animo degli ammiragli e dei comandanti che ho sentito nel pomeriggio è orientato verso l'autoaffondamento delle navi. E anch'io... ».
De Courten: « Ma se il comandante della Flotta non se la sente di eseguire gli ordini, è autorizzato a lasciare il comando, è un modo per risolvere i suoi problemi di coscienza ».
Bergamini: « Non ci sono precedenti di un comandante che abbandoni i propri marinai nel momento del pericolo. Questo è un invito che devo respingere ».
De Courten: « Il dovere più grave è quello di adempiere a qualunque costo le condizioni di armistizio perché questo sacrificio potrà portare in avvenire grande giovamento al Paese. La Flotta deve assolutamente lasciare La Spezia. Occorre sottrarre le navi al pericolo di un attacco da parte dei tedeschi e gli equipaggi dall'influenza dell'ambiente terrestre, occorre anche evitare le ripercussioni di eventuali discussioni fra marinai, ufficiali e comandanti. Ripeto che la decisione di accettare l'armistizio è stata presa dal re - con il quale ho parlato un'ora fa - che è stato confortato dal parere del grande ammiraglio Thaon di Revel.
«Secondo le clausole dell'armistizio, ripeto, le navi non devono ammainare la bandiera né saranno cedute. Devono solo trasferirsi a Malta, poi si vedrà. Tuttavia Ambrosio, il capo di Stato Maggiore generale, mi ha assicurato d'aver chiesto agli anglo-americani che la Flotta per motivi tecnici possa trasferirsi alla Maddalena. Quindi intanto esci dalla Spezia, come avevamo del resto concordato ieri. E fino a questo punto mi pare che non ci siano novità e difficoltà. Poi, una volta in mare, la Flotta riceverà altri ordini con la speranza che nel frattempo gli alleati accolgano la variante della Maddalena al posto di Malta. Alla Maddalena tutto è pronto per l'ormeggio delle navi. Capisco, è un brutto momento, ma tutti dobbiamo fare il nostro dovere. Tutti dobbiamo far qualcosa ». Bergamini: « D'accordo. Esco stanotte con tutte le navi e mi dirigo alla Maddalena in attesa di nuovi ordini ».
Chiuso il concitato colloquio, Bergamini si rende conto che ormai gli avvenimenti sono determinati da altri. Al comandante Bedeschi che gli è vicino, dice: « E un dramma. Non consegnerò mai le navi al nemico. Le navi le porterò in un ancoraggio italiano o in un porto neutrale. Sento però che non ci vedremo più. Ci autoaffonderemo ».
A bordo delle unità l'animazione ha raggiunto punte pericolose. Bergamini è costretto a dare disposizioni perentorie che nessuno si presenti sulla Roma senza preventiva autorizzazione. Nessuno solleciti ordini. Al momento opportuno verranno. Alla fine decide di riconvocare ammiragli e comandanti. Sono le 22.
La partenza della Squadra, data per imminente nel corso della giornata, era stata rinviata più volte. La tensione fra gli equipaggi era, al massimo. Bergamini riprende in mano la situazione. Agli ammiragli e comandanti delle navi conferma la notizia dell'armistizio e brevemente accenna ai suoi colloqui telefonici con Roma. Esalta il supremo dovere dell'obbedienza, necessario più che mai in quel drammatico frangente. « La Marina » dice « finirà la guerra contro le maggiori potenze marittime essendo ancora materialmente abbastanza forte. Questa forza della Marina sarà per l'Italia il presidio della rinascita; il nostro dovere è di rimanere fedeli al giuramento prestato ». Concluse presagendo che la Marina sarebbe stata « la pietra angolare della ricostruzione nazionale ».
Diretta alla Maddalena la Squadra partì, quindi, alle ore 3 del 9 settembre anziché - secondo gli accordi del giorno 7 - al tramonto del giorno 8. Non inalbera i segni neri della resa. Alla stessa ora ha inizio nel golfo di Salerno l'Operazione Avalanche.
Escono dalla Spezia tre corazzate: la Roma, con a bordo lo stesso ammiraglio Bergamini, Vittorio Veneto e Italia (ex Littorio) con l'ammiraglio Garofolo, seguite da tre incrociatori (Eugenio di Savoia, con l'ammiraglio Oliva; Montecuccoli e Regolo) e da otto cacciatorpediniere (Legionario, Grecale, Oriani, Velite, Mitragliere, Fuciliere, Artigliere, e Carabiniere).
È una notte calma, di luna. La Flotta si mantiene a una ventina di chilometri dalle coste occidentali della Corsica, velocità22 nodi. Alle 6.15 la squadra di Bergamini è raggiunta dai tre incrociatori provenienti da Genova al comando dell'amm. Luigi Biancheri (Abruzzi, Garibaldi e Aosta). Precedono cinque torpediniere (Libra, Orsa, Pegaso, Impetuoso e Orione).
All'alba la Flotta è avvistata da un ricognitore alleato. Alle 8 della mattina l'amm. Meendsen Bohiken, comandante tedesco alla Spezia, dà l'allarme a Berlino: « La flotta italiana è partita nella notte per consegnarsi al nemico ». In realtà le navi italiane della Spezia e di Genova erano dirette alla Maddalena. Fra l'altro esse avevano fatto il pieno di nafta e di viveri sufficienti per una lunga crociera o per una prolungata sosta in qualche porto.
A mezzogiorno del 9 la Flotta è in vista delle Bocche di Bonifacio. Le navi avanzano in linea di fila. Bergamini accosta di 90 gradi a sinistra e punta verso La Maddalena. Ma alle 13.40 giunge l'allarme che La Maddalena è stata occupata dai tedeschi. Senza indugi, Bergamini inverte la rotta di 180 gradi.
Alle 14 Bergamini è in vista dell'Asinara. In cielo vengono avvistati ricognitori. All'improvviso da alta quota, da cinquemila metri, aerei lanciano poche bombe sulle navi, ma nessuna di esse viene colpita. Bergamini telegrafa di essere stato attaccato da apparecchi anglo-americani, secondo i dati di provenienza forniti dal radar DETE. Sansonetti informa Malta, la quale respinge la « insinuazione ». Gli aerei non sono alleati. Il mistero resterà tale.
Intanto a Berlino si prepara la rappresaglia. Goering in persona si assume il compito di dare una lezione ai traditori italiani. La missione viene affidata alla Terza Flotta aerea di base in Francia, il cui comandante gen. Hugo Sperrle trasmette il Befehl al gen. Fink, della Seconda Divisione aerea. Alle 10 l'ordine esecutivo raggiunge il Terzo Gruppo del 100° stormo di stanza a Istres (Marsiglia).
Alle 13.23 un ricognitore tedesco dà il segnale di scoperta della flotta italiana. Alle 14 il gruppo (15 bimotori DO 217 K) al comando del ventinovenne magg. Bernhard Jope si leva per la « spedizione punitiva 1943 » (vera Strafexpedition aerea). Gli apparecchi trasportano ciascuno una bomba del tipo FX-1400 che ha già dato buona prova contro la Warspite, uno dei gioielli della Marina di S.M. britannica.
L'ordigno era stato progettato, nel 1939, dal dott. Kramer e il suo primo nome era stato FritzX. L'FX-1400, che veniva anche indicata come SD1400, consisteva in una bomba da 1400 chili con alta capacità di penetrazione, alla quale erano state aggiunte quattro alette, un motore a razzo e piani di coda cinti da un anello di irrobustimento. In prossimità di questi ultimi erano sistemati il ricevitore radio e i relais. La guida era assicurata dall'aereo, che l'aveva lanciata, a mezzo radio. La bomba, con un carico esplosivo di 300 kg, era lunga m 3,30.
La Roma sarà la sua vittima più illustre. Jope - oggi comandante della Lufthansa - dopo un'ora di volo - giunge sul cielo della Flotta italiana. Compie ampi giri per studiare il piano di attacco. Alle 15.25 ordina ai suoi bombardieri di puntare sui rispettivi obiettivi. Alle 15.30 la prima bomba è diretta contro l'Italia e piomba nelle vicinanze della corazzata immobilizzandone temporaneamente il timone; la nave viene governata con gli « ausiliari ». Il punto è pressappoco a 14 miglia a Sud-Ovest di capo Testa.
Alle 15.45 la Roma viene, a sua volta, colpita in pieno. La bomba scoppia dopo aver perforato lo. scafo. La velocità viene ridotta a 10 nodi. Ma cinque minuti dopo, una seconda bomba colpisce la corazzata-ammiraglia. Esplode per malasorte nei depositi prodieri delle munizioni. Il torrione di comando scompare proiettato in alto a pezzi. È la fine per Bergamini e tutto il suo stato maggiore, con in testa l'ammiraglio Stanislao Caracciotti.
Una colonna di fumo si eleva per un migliaio di metri. Alle 16.12 la Roma si gira su un fianco, capovolgendosi. Si spezza in due tronconi e affonda. Si trascina per sempre in fondo al mare due ammiragli, 86 ufficiali e 1264 uomini di equipaggio. Una seconda bomba colpisce l'Italia. Esplode in mare e provoca una falla di 24x9. Ma la nave continua a navigare alla velocità di 24 nodi.
Con la scomparsa di Bergamini viene rimosso l'ostacolo più difficile da superare per convincere la Flotta a dirigersi verso Malta. Il comando viene assunto dall'ammiraglio più anziano, Romeo Oliva, il quale lascia indietro il Regolo, tre caccia (Mitragliere, Carabiniere e Fuciliere) e la torpediniera Pegaso per raccogliere i sopravvissuti della Roma (596 su 1948 a bordo) che poi verranno trasportati a Port Mahon, nelle Baleari. Resteranno internati per un anno.
Per l'ennesima volta gli Alleati, nel frattempo, respingono la richiesta di dislocare la Flotta italiana alla Maddalena. Le navi intanto proseguono nella rotta verso Minorca, il porto neutrale meta di Bergamini.
Alle 17.14 in lat. 7° Nord e long. 41° 10' Est, cioè ad un terzo della distanza tra l'Asinara e l'isola spagnola, sul diario dell'amm. Biancheri è segnato un altro bombardamento aereo senza danni per le navi. Supermarina tempesta Oliva di messaggi.
Finalmente alle 21 l'ordine di trasferirsi a Malta viene eseguito. Sono passate o l t r e 24 ore da quando era stato impartito. Le navi inalberano i pennelli neri.
Alle 8.38 del giorno 10 la Flotta italiana incontra quella britannica. Sfilarono controbordo la Valiant e la Warspite che innalzava le insegne dell'ammiraglio Cunningham. Le due corazzate erano vecchie conoscenze dei marinai italiani. Il « gregge » delle navi italiane aveva cambiato pastore. Sotto la sua nuova guida venne accompagnato all'ovile: a Malta. Tramontava una grande Marina.
Il maggiore Jope racconta
AFFONDARE LA ROMA? NIENTE DI SPECIALE
Abbiamo rintracciato in Germania il protagonista dell'episodio. Ha 59 anni, vive a Maibach, di professione è pilota civile. Quando bombardò la Flotta italiana comandava il Terzo Gruppo del 100° stormo della Luftwaffe.
Bernhard Jope, l'affondatore della Roma, ha quasi sessant'anni: dieci li ha passati nella Luftwaffe, prima come pilota e poi alla guida di un Gruppo di aerei da bombardamento, da altri diciotto vola con il grado di comandante della Lufthansa, sulle rotte transcontinentali. Ha percorso in aereo centinaia di migliaia di chilometri, eppure confessa sinceramente che gli dispiacerà molto abbandonare i Boeing 707 con cui vola regolarmente a Karaci, Bombay, in Australia o in Canada.
E nato nel 1914 a Lipsia, vive a Maibach, un paesino di poco più di duecento abitanti a circa sessanta chilometri da Francoforte. Da pochi anni si è sposato per la seconda volta. Nella città dove è nato e ha trascorso la prima giovinezza, a Lipsia, non è più tornato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, perché la città è rimasta compresa nel territorio della Germania Est.
Sul terrazzo della sua villa circondata da un piccolo prato all'inglese, Jope racconta di essere entrato nell'aviazione della Germania nazista nel 1935, e di avere combattuto per tutta la durata della guerra prima in Polonia, poi in Francia, in Norvegia, di nuovo in Francia dove nel 1945 fu catturato dai francesi. Era soltanto un soldato, uno dei tanti che avevano combattuto in difesa del Terzo Reich. Fu liberato dopo poche settimane di detenzione e, in luglio poté rientrare in patria.
La guerra era finita, la Germania sconfitta non aveva più aviazione, né militare né civile. Jope non conosceva che un mestiere, pilotare aerei: dovette ritornare a scuola, prendere la laurea in ingegneria, e come ingegnere lavorare alcuni anni nell'edilizia. Nel 1955, rispondendo a un invito della ricostruita Lufthansa ritornò a volare, pilotando gli aerei destinati alle rotte transoceaniche. Per cinque anni è vissuto in Sud America, volando dal Cile a New York, e di qui in Brasile. Nel 1971 è rientrato in Germania, l'anno prossimo andrà in pensione per raggiunti limiti di età, e sarà costretto a lasciare l'aviazione.
Dal giorno lontano in cui guidò un gruppo di bombardieri sulla Flotta italiana che da La Maddalena dirigeva a Minorca sono passati trent'anni. Alto, stempiato, il corpo un po' appesantito dall'età, Bernhard Jope dice di ricordare bene l'azione. Affabile, sicuro di sé, risponde cortesemente alle nostre domande.
D.: Come e da chi fu comunicato l'ordine di bombardare le navi italiane?
Jope: il 6 o 7 settembre 1943 fui chiamato al Comando di Gruppo, e il comandante, che credo fosse il generale Richtofen, mi ordinò di preparare l'azione contro la Flotta italiana, dandomi tutte le istruzioni del caso. Fu però soltanto due ore prima dell'attacco che, come comandante di Gruppo, ricevetti l'ordine di levarmi in volo, e con me gli aerei del Gruppo che comandavo.
D.: Che cosa sapeva della"bomba FX 1400? L'aveva già usata nel corso di altri bombardamenti?
Jope: Della bomba, che dalle iniziali del suo nome in codice avevamo soprannominata Fritz, conoscevamo soltanto gli effetti teorici, e il metodo di puntamento radio-guidato mediante un piccolo congegno sistemato nella coda dell'ordigno, che serviva a dirigere la bomba stessa fino al bersaglio, con una certa approssimazione. L'FX 1400 era un'arma segreta, che prima era stata sperimentata in Germania, e che veniva usata per la prima volta contro un nemico proprio in occasione del bombardamento della Flotta italiana. Il Gruppo di aerei che comandavo era il solo a esserne armato. A Istres-Marsiglia c'era un altro Gruppo di bombardieri che aveva in dotazione un'altra arma segreta, una bomba razzo radioguidata chiamata Henschel 293, ma l'FX 1400 era in dotazione solo agli aerei del mio Gruppo,
D.: Perché proprio lei con il suo Gruppo foste prescelti per quella missione? C'era qualche motivo particolare?
Jope: Date le caratteristiche del bersaglio, navi da guerra pesantemente corazzate, il Comando della Luftwaffe ritenne che solo con l'FX 1400 sì avesse buone possibilità di fare centro. Fu scelto il mio Gruppo perché era il solo armato con quel tipo di bomba, che doveva essere sganciato da grande altezza. Avrebbe potuto toccare a qualsiasi altro comandante di Gruppo, se si fosse trattato di una azione normale, ma in quel caso specifico l'ordine fu invece dato a noi.
D.: Che tipo di aerei c'erano, nel suo Gruppo, e quanti?
Jope: Erano bimotori Dornier del tipo 217 K. A Istres-Marsiglia ogni Gruppo era composto da 80 o 100 aerei, ma all'azione contro la Flotta italiana, ai miei ordini, non parteciparono che 10 o 12 aerei in tutto.
D.: Riteneva possibile incontrare aerei italiani a difesa delle navi da guerra?
Jope: Era forse possibile che ci fossero aerei italiani, ma nessuno mi aveva detto nulla in proposito, e personalmente non lo ritenevo probabile.
D.: Ricorda come si svolse l'azione, quando furono avvistate le navi, e che cosa fecero gli aerei del Gruppo durante l'attacco?
Jope: Ricordo benissimo l'insieme delle navi, quattro o cinque da battaglia, e intorno le altre più piccole, un convoglio di venti o venticinque navi in tutto. Venivamo da Est, volavamo da circa un'ora e mezza. Erano le prime ore del pomeriggio quando avvistammo la squadra, e quando fummo sicuri che si trattava proprio della Flotta italiana ciascuno di noi si preparò a fare quello che gli era stato ordinato. Con tutti gli aerei a poca distanza gli uni dagli altri, sorvolammo l'obiettivo, e cercammo una buona posizione di attacco. Ciascun pilota scelse il proprio bersaglio, ma come avevamo fatto per tutto il volo senza usare troppo le comunicazioni radio, perché altrimenti il nemico, gli italiani - dico - avrebbero potuto intercettarle, e sarebbe mancata la sorpresa. Poi il primo che avrebbe iniziato il bombardamento comunicò agli altri che iniziava il bombardamento, e ciascun aereo incominciò a sganciare le bombe, cercando poi di dirigerle con la radioguida sul bersaglio prescelto.
D.: Temeva che qualcuno degli aerei del Gruppo potesse essere colpito dalle artiglierie delle navi italiane?
Jope: No. Non conoscevo i calibri della contraerea italiana, ma sapevo che potevano sparare a una distanza di circa 4.000 metri. E il mio aereo, e quelli del mio Gruppo, volavano a circa 5.000 metri perché quella era l'altitudine ottimale per poter dirigere via radio la bomba. Quindi avevamo un buon margine di sicurezza. Ricordo di aver visto molti proiettili esplodere al di sotto di noi, ma sempre a una notevole distanza, e naturalmente senza procurarci alcun danno.
D.: Riteneva legittimo il bombardamento?
Jope: Era una normale azione di guerra, non credo di essermi mai posto il problema se fosse giusto o meno. D'altra parte gli italiani erano diventati nostri nemici, e avevo ricevuto l'ordine di bombardarli. Non c'era nient'altro da fare.
D.: Fu la bomba sganciata dal suo aereo a colpire la Roma o l'Italia?
Jope: No, non sono stato io. Furono altri due piloti del mio Gruppo, dei quali adesso non ricordo neppure il nome.
D.: Sapeva che molti uomini sarebbero morti per causa sua, o a causa delle bombe lanciate dagli aerei del suo Gruppo. Che cosa ne pensava?
Jope: Non mi sono mai posto il problema, e credo neanche gli altri piloti. Era un'azione di bombardamento, con un bersaglio speciale, per il quale eravamo stati prescelti proprio perché i nostri aerei erano armati di bombe speciali, adatte allo scopo. Tutto qui.
D.: Che cosa vide, dopo aver sganciato la bomba?
Jope: Non ci accorgemmo subito di avere colpito le due navi italiane. Non potevamo rimanere sul posto molto tempo, né potevamo vedere con esattezza quanto succedeva, data l'altezza a cui volavamo. Dovevamo ritornare immediatamente a Istres-Marsiglia, e poi ciascuno di noi aveva l'impressione d'avere colpito il proprio bersaglio.
D.: Era molto difficile, con i mezzi di puntamento in dotazione alla Luftwaffe, essere sicuri di avere centrato l'obiettivo?
Jope: Dipendeva dall'altezza da cui era effettuato il bombardamento. È vero che avevamo in dotazione delle bombe speciali, un'arma segreta che avrebbe dovuto essere radioguidata fino al bersaglio, ma era la prima volta che veniva impiegata in azione, e i risultati non furono quelli che ci eravamo aspettati.
D.: Che cosa fece al suo ritorno a Istres-Marsiglia, e quando seppe che aveva affondato la Roma?
Jope: Prima impiegammo un'altra ora e mezza di volo per raggiungere la base, e immediatamente una parte degli aerei del Gruppo ripartì per un'altra azione di bombardamento sulla Flotta italiana. Non c'ero più io, con questo secondo Gruppo, io partecipai soltanto al primo bombardamento. Non mi pare di ricordare che ci fosse uno speciale nome in codice per l'azione, e non ricordo nemmeno il nome di chi guidava questo secondo Gruppo di aerei. Quando anche i piloti di questo Gruppo furono ritornati a Istres-Marsiglia dissero che dallo schieramento mancavano due navi, e così sapemmo che le avevamo colpite, ma senza sapere che navi fossero, e neppure senza essere sicuri di averle affondate.
D.: Quanti erano gli aerei del secondo Gruppo, e che cosa ottennero con il loro bombardamento?
Jope: Mi pare che vi abbiano partecipato soltanto cinque aerei. I piloti sganciarono le loro bombe, una per ciascun aereo come tutti quelli del Gruppo, ma non colpirono nessuna nave.
D.: Ha mai avuto contatti con i sopravvissuti della Roma, e dell'Italia?
Jope: No, mai. Né durante la guerra, né al termine della guerra.
D.: Aveva già compiuto bombardamenti del genere?
Jope: Nel febbraio 1940 avevo affondato una nave da trasporto inglese, di circa 42.000 tonnellate, senza naturalmente impiegare bombe come I'FX 1400. Quello fu il mio miglior successo personale, per il quale fui decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe.
D.: E per l'affondamento della Roma ricevette un'altra decorazione?
Jope: No. Ottenni la Croce di Ferro di Seconda Classe con le Fronde di Quercia verso la fine della guerra, nel 1944, per i successi che avevo ottenuto personalmente, e per tutti quelli conseguiti dal Gruppo che comandavo. Per tutta la durata della guerra ho partecipato, con il grado di maggiore, a circa 300 azioni di bombardamento contro il nemico.
D.: Ha ricevuto lettere di congratulazioni dai comandanti della Luftwaffe che si riferiscano al bombardamento della Roma, o documenti ufficiali che ne parlino?
Jope: No, non ho nulla, e non ricordo di averne mai ricevuto. Si era trattato di un'azione del tutto normale, e come tale fu sempre considerata da tutti.
Storia Illustrata, settembre 1973
ROMA (1942) - Nave da battaglia classe "Vittorio Veneto"
8 caldaie a tubi d'acqua Yarrov con surriscaldatore, 4 gruppi turbo riduttori tipo Belluzzo
Potenza: 140.000 hp
Velocità: 30 nodi
Combustibile: 4.000 t di nafta
Autonomia: 3.930 miglia a 20 nodi, 4.580 miglia a 16 nodi
Protezione
Verticale massima: 350 mm
Orizzontale massima: 207 mm
Artiglierie massimo torri grandi calibri: 350mm
Artiglierie massimo torri medi calibri: 150 mm
Torrione massimo: 260 mm
Armamento
9 da 381/50, 12 da 152/55, 12 da 90/50 a.a., 20 da 37/54 a.a., 24>30 da 20/65 a.a., 4 da 120/40 ill.; una catapulta e 3 aerei.
Equipaggio
120 ufficiali + 1800 sottufficiali, graduati, comuni
Giorgerini, Martino, Nassigh
Storia della Marina profili vol. 9
Fabbri Editori, Milano, 1978
RUHRSTAHL/KRAMER X-1 FRITZ-X
La Fritz-X era una bomba guidata piuttosto che un missile aria-superficie, il cui sviluppo ebbe inizio nel 1938 da parte del Dr. Max Kramer che nel 1940 proseguì i suoi studi presso la Ruhrstahl di Brackwede mentre la successiva produzione in serie fu affidata alla Rheinmetall.
Contrariamente a quanto riportato da molte fonti, la Fritz-X era priva di ogni forma di propulsione e quelli che sono stati spesso scambiati per cinque razzi a propellente solido nella parte posteriore in realtà erano artifizi pirotecnici per segnalare la posizione dell'ordigno all'operatore che doveva controllarne la traiettoria. I cinque fuochi, combinando diversi colori, costituivano un vero e proprio codice con il quale il tiratore poteva riconoscere la «sua» Fritz-X durante gli attacchi in massa da parte di diversi aeroplani. La produzione, che totalizzò 2.500 esemplari, era frazionata tra Rheinmetall (corpo e montaggio finale), Rheinmetall e GEA Fallbach (impennaggi), Strassfurter Rundfunk (radio) e Sonnenschein (batterie) e contrariamente a quanto si legge sovente, non vi era alcuna partecipazione della Ruhrstahl.
L'idea risale al 1938, quando il Dr. Kramer lavorava presso il DVL (Deutsche Versuchsanstalt fùr Luftfahrt, Istituto tedesco per le ricerche aeronautiche) e nel 1940 fu deciso di basare l'arma sulla bomba esplosivo-perforante PC-1400 da 1.400 kg nominali, tanto che il progetto fu indicato anche come PC-1400X. Il sistema di guida era costituito dal radiocomando usato anche da altre armi simili, con un trasmettitore Kehl ed un ricevitore Strassburg. Quest'arma fu impiegata principalmente dai Do. 217E-5 e dai Do.217K-2 ed entrò in azione per la prima volta il 25 agosto 1943: il suo risultato più clamoroso fu l'affondamento, il 9 settembre, della corazzata italiana Roma ed il danneggiamento dell'Italia.
Foto tratta da un manuale tecnico di una bomba guidata Fritz-X nella posizione in cui veniva agganciata ai bombardieri della Luftwaffe.Tra quelli che ne fecero maggiormente uso vi erano gli He.111H6, i Do.217E-5, i Do.217K2, i Do.217M-11 e gli He.177A-51R2; parte di questi tipi furono impiegati solo per addestramento.
Spaccato dell'ordigno.
Nico Sgarlato
Le armi segrete
West-Ward Edizioni, Parma, 2000
L'undici agosto [1943] mi presentai al feldmaresciallo Kesselring a Roma e gli riferii sulla situazione. Fu molto affabile con me, e la vecchia tensione che si era manifestata durante la lotta in Sicilia tra noi due pareva completamente scomparsa. Il feldmaresciallo mi diede un suo ritratto con una dedica lusinghiera. Può darsi che lo abbia fatto perché la situazione in Sicilia si era sviluppata esattamente secondo le mie previsioni. L'invio di nuove forze non aveva ristabilito la situazione bensì solo procrastinato lo sgombero.
Fui presente al colloquio del feldmaresciallo con il nuovo ministro italiano della Marina, che a suo tempo era stato addetto navale a Berlino. Non mi fu possibile stabilire quale fosse il suo atteggiamento personale. Il feldmaresciallo e il ministro erano obiettivamente d'accordo sul fatto che la flotta italiana nei porti dì La Spezia e di Taranto praticamente non poteva entrare in azione. Spesso si è trascurato il fatto che l'impiego di forze navali esige una protezione aerea ancora più forte di quella necessaria alle forze terrestri. Lo sviluppo dell'aviazione ha provocato nella tattica navale mutamenti più rivoluzionari di quelli imposti alla tattica terrestre. Così un impiego delle navi da guerra italiane non sarebbe stato altro che una nuova manovra dettata dalla disperazione. Qualsiasi ufficiale competente poteva rendersi conto che una nave da battaglia, appena uscita dal porto, sarebbe stata immediatamente individuata dall'avversario in possesso della supremazia aerea, per essere affondata da superiori forze aeree e navali.
Frido von Senger und Etterlin
Combattere senza paura e senza speranza
Longanesi & C., Milano, 1968
Un'altra deficienza tecnica, che, nel campo delle artiglierie e del tiro, esisteva nella nostra Marina all'atto dell'entrata in guerra, e di cui ci accorgemmo soltanto dopo le prime azioni aeronavali, era costituito dallo scarso armamento c.a. di tutte le nostre unità. Non solo il numero dei cannoni e delle mitragliere c.a. era insufficiente a respingere un violento e deciso attacco di velivoli moderni, ma lo stesso calibro di quelle armi, che non superava i 100 mm, era troppo piccolo per poter colpire gli aerei nemici a grande distanza, come sarebbe invece stato necessario per tenerli lontani dal cielo di navi, che non disponevano mai di una sicura ed efficace protezione di aerei da caccia.
La Marina americana costruì e impiegò sulle sue unità, durante la guerra, impianti c.a. singoli e binati da 127 mm, con risultati soddisfacenti; tuttavia nel 1945, aveva già pronti cannoni c.a. da 203 mm di portata molto maggiore. I giapponesi erano, sotto questo aspetto, anche meglio attrezzati, poiché i cannoni di grosso calibro delle loro corazzate e dei loro incrociatori avevano grandi angoli di elevazione e quindi intervenivano normalmente negli sbarramenti di fuoco c.a. a grande distanza.
Le spolette dei nostri proiettili c.a., di ingegnosa costruzione nazionale, erano piuttosto delicate, e spesso ne provocavano lo scoppio prima che avessero raggiunto la distanza prestabilita. Infine nei cannoni da 90 mm, che formavano il principale armamento c.a. delle nostre più recenti corazzate, il proiettile si frantumava in schegge troppo minute per poter danneggiare seriamente un grande velivolo moderno.
In conclusione, sia per questi inconvenienti, sia per la complessità delle ultime centrali di tiro c.a. che ne rendeva l'impiego difficile e troppo lento, la reazione di fuoco delle nostre unità agli attacchi aerei nemici non fu mai molto efficace, e riuscì ad abbattere apparecchi nemici soltanto quando questi si avvicinarono molto al bersaglio. Di conseguenza, le nostre formazioni navali quando erano attaccate da aerei, fidavano soprattutto sulla manovra evasiva delle singole unità di giorno, e sulle cortine di nebbia artificiale di notte.
Un evento storico può essere esaminato sotto molteplici aspetti. La perdita della corazzata Roma, ammiraglia della Regia Marina può essere inquadrata nel novero delle vicende dell'otto settembre (giornata da considerarsi una delle più oscure – in ogni senso – della vita nazionale, le cui conseguenze morali politiche e sociali ritengo non siano mai state completamente considerate in tutta la loro portata e gravità). Nel presente topic voglio porre quel tragico evento, vera disgrazia nella tragedia, sotto una luce particolare: quella del tramonto della corazzata.
Questo peculiare tipo di naviglio ha un corso breve ma intenso: se prendiamo a riferimento la giornata di Hampton Roads (9 marzo 1862), che vide il confronto tra l' unionista Monitor ed il confederato Merrimac, ed il 1960 con la radiazione delle unità superstiti della II guerra mondiale (la francese Richelieu, la sovietica Novosibirsk,l'inglese Vanguard), un secolo scarso. Che di poco verrebbe superato se volessimo far risalire la data di nascita alla costruzione delle tre batterie galleggianti (Devastation, Tonnante e Lave) che ebbero ragione delle fortezze russe di Sebastopoli. Correva l'anno 1855 ed era in corso la guerra di Crimea.
Un secolo dunque, anno più o meno, una breve frazione nel lungo arco temporale in cui l'uomo è andato per mare, per pace o per guerra.
Eppure la corazzata è stata la regina dei mari, tangibile segno di potenza delle maggiori marine del mondo.
A porre in crisi questa preminenza è stato essenzialmente la rapida crescita del potere aereo che con inediti, micidiali mezzi offensivi ha vanificato la protezione offerta da corazze di sempre maggior spessore. Il palmares del potere navale spetta oggi alla portaerei, unione del potere navale e di quello aereo.
Come di consueto pongo a disposizione una messe di documenti e materiali che spero potranno fornire validi elementi di giudizio, almeno sul piano tecnico-militare. Per quello più strettamente politico quella giornata rappresentò, a dirla senza mezzi termini, una circostanza appropriata per mandare, senza revoche e ripensamenti, una classe dirigente nella pattumiera della storia.
TRENT'ANNI FA AL LARGO DELL'ASINARA L'AGONIA DELLA ROMA
L'8 settembre 1943 durante un drammatico colloquio telefonico rimasto finora inedito, « Supermarina » ordina alla Squadra navale di La Spezia di raggiungere i porti alleati. Un gruppo di aerei tedeschi attacca le navi italiane alle 15,30 del 9 settembre. Colpisce il deposito munizioni della più grande delle nostre corazzate. Muoiono 1.352 uomini.
Non è il fungo nucleare ma gli rassomiglia. La Roma colpita a morte è esplosa
Alle ore 16 e 12 del 9 settembre 1943, al largo dell'Asinara, colpita da due bombe-razzo lanciate da aerei tedeschi, affondava la corazzata italiana Roma. In 39 mesi di guerra, fu l'unica nave da battaglia perduta dall'Italia in mare aperto. L'altra corazzata messa fuori combattimento, la Cavour, era stata colpita nella notte dell'11 novembre 1940 da aerosiluranti inglesi, mentre si trovava all'ormeggio di Taranto.
Con la scomparsa della Roma non solo si chiudeva in modo drammatico il capitolo dell'alleanza dell'Asse Roma-Berlino ma tramontava definitivamente anche la speranza che almeno una volta le corazzate italiane affrontassero quelle nemiche.
Questo atteggiamento di prudenza era per la nostra Marina l'applicazione pratica del principio secondo il quale strategicamente conta di più una flotta in potenza, al sicuro in un porto, che non una flotta in crisi sia pur reduce da scontri vittoriosi.
L'annuncio della resa italiana - dato dagli angloamericani l'8 settembre 1943 con appena trecentosessanta minuti di preavviso - colse di sorpresa il nostro Alto Comando Navale (Supermarina) anche perché il rovesciamento dell'alleanza così come era stato ipotizzato dal governo Badoglio e dal gen. Eisenhower, fu veramente un campionario di imprevidenze.
Secondo le istruzioni dell'ultima ora le navi italiane, adornate di pennelli e cerchi neri in segno di sottomissione, si sarebbero dovute trasferire a Malta in attesa di conoscere il proprio destino, le cui chiavi erano in mano al gen. Eisenhower. Un ordine che era in effetti un contr'ordine, poiché la Marina italiana era stata preparata - fino al pomeriggio dell'8 settembre - a sostenere la suprema prova contro il nemico pronto ad invadere la Penisola, dopo avere occupato la Sicilia. E siccome l'inizio delle operazioni di sbarco anglo-americano a Salerno (secondo il piano Avalanche) era previsto per la notte del 9, la Squadra navale della Spezia - la sera dell'8 settembre - si disponeva ad uscire dal porto per raggiungere La Maddalena, probabile suo trampolino di lancio verso la costa campana.
Nemmeno il comandante, ammiraglio Carlo Bergamini, che il giorno precedente aveva partecipato a Roma ad un « vertice » di emergenza, era stato messo al corrente degli sviluppi della situazione politica. Eppure un breve colloquio preliminare egli l'aveva avuto anche con il ministro e capo di Stato Maggiore della Marina, Raffaele De Courten. L'intesa fra i due ammiragli era stata chiarissima: « La Flotta entro il 9 settembre si sarebbe trasferita a La Maddalena per motivi prudenziali e per essere più vicina al teatro della battaglia ». Nella riunione, poi, gli ammiragli, che avevano tutti compiti di comando, trattarono un solo argomento: una eventuale reazione tedesca contro l'Italia, ma senza un preciso riferimento all'armistizio già firmato a Cassibile quattro giorni prima.
Il segreto più ermetico, per volere del capo di Stato Maggiore generale Vittorio Ambrosio, continuava ad essere mantenuto sul documento della tregua militare che, a proposito delle navi italiane, all'art. 4 disponeva: « Il trasferimento immediato in quei luoghi che potranno essere designati dal comandante in capo alleato Dwight D. Eisenhower, insieme coi particolari sul loro disarmo che saranno da lui fissati. » La discussione fra i capi della Marina andò avanti stancamente fra ipotesi e speranze. Qualche ammiraglio prese appunti. Da Zara, che comandava la Flotta di Taranto, addirittura sonnecchiava sentendo ripetere le solite cose sulla disciplina, la fedeltà e il sacrificio.
Concluso l'incredibile rapporto, Bergamini fece un salto a casa sua. Sarebbe stata l'ultima notte che avrebbe trascorso in famiglia. La mattina all'alba ripartì in automobile per La Spezia, dove giunse sul mezzogiorno. Trovò. la Squadra in allarme con le navi fuori dei recinti. Solo la Roma era al suo posto, ormeggiata alla Porta Marola dell'Arsenale. Salito a bordo della sua nave Bergamini venne raggiunto dalla prima telefonata. Era De Courten che premurosamente si informava sul suo viaggio da Roma alla Spezia e lo avvertiva di tenersi pronto a partire: erano state avvistate le 450 navi del convoglio anglo-americano diretto a Salerno.
Subito dopo il colloquio telefonico, Bergamini riferì ai suoi più diretti collaboratori sulla riunione romana. Messo al corrente sullo stato di preparazione della Squadra, l'ammiraglio convocò sulla Roma per le 15 tutti gli ammiragli e i comandanti delle navi, ai quali impartì le direttive per l'imminente partenza. Improvvisamente, poco dopo le 16, le radio straniere cominciarono a ripetere la notizia, già diffusa da Algeri, che l'Italia aveva deposto le armi. Alle 18, Eisenhower dà l'annuncio ufficiale dell'armistizio. De Courten l'apprende mentre si trova al Quirinale per decidere con gli altri capi di Stato Maggiore la partenza per il Sud del re e della sua famiglia. Dal Quirinale, De Courten avverte l'ammiraglio Luigi Sansonetti, vice capo di Stato Maggiore della Marina, che occorre chiamare subito Bergamini per dirgli che secondo il nuovo ordine egli deve trasferirsi con la Flotta a Malta anziché alla Maddalena, ma che Ambrosio gli aveva confermato che le navi, malgrado le clausole dell'armistizio, non sarebbero state disarmate. Sansonetti è folgorato dalla notizia. Conosce lo stato d'animo degli equipaggi e degli ammiragli. Di Bergamini in particolare sa che più volte aveva dichiarato di non essere disposto a una resa senza combattere almeno una battaglia, un vero scontro con le corazzate italiane da una parte e quelle inglesi dall'altra, circostanza che non si era mai registrata nel corso del lungo conflitto per quanto disponessimo, ancora all'8 settembre, di ben sei corazzate: Roma, Vittorio Veneto e Italia alla Spezia; Doria e Duilio a Taranto; Giulio Cesare a Pola.
Negli uffici di Supermarina, - racconta un valido testimone, il comandante M. A. Bragadin, - assolutamente nulla era trapelato di quanto stava succedendo. Alle 18,20 mi trovavo per caso nell'ufficio dell'amm. Girosi, capo del reparto operazioni, quando il telefono squillò: vidi l'ammiraglio sbiancarsi in volto e poi con voce rotta dalla commozione, mi disse: « Il centro radio comunica che Algeri sta diffondendo la notizia di un armistizio. Ma non ci credo. Possibile che noi non ne sappiamo nulla, mentre le corazzate stanno preparandosi a partire per Salerno? » In quel momento, però, il telefono squillò ancora e l'amm. Sansonetti confermò la notizia. Soltanto dopo la proclamazione dell'armistizio l'amm. De Courten fu messo a conoscenza nella loro integrità delle clausole riguardanti la Marina. Perciò i capi di questa dovettero prendere decisioni della più grande portata storica, si può dire in pochi minuti.
Sansonetti, per prima cosa, dirama ai ventidue sommergibili che erano stati inviati in agguato nel Mediterraneo l'ordine di limitarsi da quel momento a compiti esplorativi; ordine seguito alle 21 e 10, da quello di soprassedere definitivamente ad azioni offensive contro gli Alleati. Infine trasmette un solenne ma generico proclama di De Courten ai marinai.
Il problema più difficile era però quello di far partire le navi per Malta. Sansonetti si rese conto che a quel punto un discorso infarcito di "se" e di "ma" avrebbe raggiunto l'effetto contrario. In altre parole, se a Bergamini fosse stato detto: « Parti pure per Malta, tanto abbiamo la promessa generica che la Flotta non sarà disarmata » era come dirgli di non eseguire l'ordine. Mosso da queste preoccupazioni, Sansonetti impartì l'ordine alla Flotta di raggiungere i prescritti porti alleati, essendo « esclusa la consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera ». E per convincere amici e nemici trasmise l'ordine in chiaro.
Bergamini, ricevuto l'ordine da Roma, riesamina gli avvenimenti delle ultime ventiquattr'ore. Mentre è tormentato da questi pensieri, squilla il telefono. E Sansonetti che chiama per illustrare il suo ordine operativo.
Sansonetti: « È stato firmato l'armistizio. Da Supermarina abbiamo diramato le nuove disposizioni secondo le clausole dell'armistizio. Per evitare equivoci l'ordine
viene trasmesso e ripetuto in chiaro. E esclusa la consegna delle navi e l'abbassamento della bandiera. La Flotta deve - però - trasferirsi a Malta. Per il riconoscimento occorre alzare il pennello nero sugli alberi maestri e dipingere cerchioni neri sulle prue. Anche Biancheri a Genova è stato avvertito ».
Bergamini: « Anzitutto desidero sapere perché sono stato tenuto all'oscuro di quanto si stava tramando alle nostre spalle. Ancora ieri ci sono stati fatti altri discorsi. Lì a Roma vi siete dimenticati quali responsabilità tecniche e morali ha il comandante della Flotta. Qui la situazione è confusa. L'orientamento generale è per l'auto-affondamento ».
Sansonetti: « E una soluzione gravissima contro gli interessi della patria la cui responsabilità ricadrà sul comandante della Flotta... »
Bergamini: « Per questo motivo chiedo di parlare con il ministro e capo di Stato Maggiore che, ancora a mezzogiorno, mi ha confermato l'ordine di tenermi pronto a partire per l'ultima battaglia ».
Sansonetti: « Riferirò ». Passano pochi minuti. Roma richiama. Questa volta è De Courten il quale ha ormai capito che Bergamini è riluttante ad accettare l'ordine di consegnarsi agli inglesi.
De Courten: « Sansonetti mi riferisce che alla Spezia vi sono difficoltà. Posso comprenderle ed anche giustificarle. Del resto anch'io, che sono il ministro e il capo di S.M. della Marina, solo due ore fa ho appreso per la prima volta che l'armistizio era stato firmato. Non siamo stati mai consultati. Ma ormai, visto come si sono messe le cose, non resta altro da fare
che eseguire gli ordini. Sansonetti ha già predisposto tutto. La Flotta deve trasferirsi a Malta. Non è previsto né il disarmo né l'abbassamento della bandiera. Quindi mi pare... ».
Bergamini: «Ripeto quanto ho già detto a Sansonetti. Lo stato d'animo degli ammiragli e dei comandanti che ho sentito nel pomeriggio è orientato verso l'autoaffondamento delle navi. E anch'io... ».
De Courten: « Ma se il comandante della Flotta non se la sente di eseguire gli ordini, è autorizzato a lasciare il comando, è un modo per risolvere i suoi problemi di coscienza ».
Bergamini: « Non ci sono precedenti di un comandante che abbandoni i propri marinai nel momento del pericolo. Questo è un invito che devo respingere ».
De Courten: « Il dovere più grave è quello di adempiere a qualunque costo le condizioni di armistizio perché questo sacrificio potrà portare in avvenire grande giovamento al Paese. La Flotta deve assolutamente lasciare La Spezia. Occorre sottrarre le navi al pericolo di un attacco da parte dei tedeschi e gli equipaggi dall'influenza dell'ambiente terrestre, occorre anche evitare le ripercussioni di eventuali discussioni fra marinai, ufficiali e comandanti. Ripeto che la decisione di accettare l'armistizio è stata presa dal re - con il quale ho parlato un'ora fa - che è stato confortato dal parere del grande ammiraglio Thaon di Revel.
«Secondo le clausole dell'armistizio, ripeto, le navi non devono ammainare la bandiera né saranno cedute. Devono solo trasferirsi a Malta, poi si vedrà. Tuttavia Ambrosio, il capo di Stato Maggiore generale, mi ha assicurato d'aver chiesto agli anglo-americani che la Flotta per motivi tecnici possa trasferirsi alla Maddalena. Quindi intanto esci dalla Spezia, come avevamo del resto concordato ieri. E fino a questo punto mi pare che non ci siano novità e difficoltà. Poi, una volta in mare, la Flotta riceverà altri ordini con la speranza che nel frattempo gli alleati accolgano la variante della Maddalena al posto di Malta. Alla Maddalena tutto è pronto per l'ormeggio delle navi. Capisco, è un brutto momento, ma tutti dobbiamo fare il nostro dovere. Tutti dobbiamo far qualcosa ». Bergamini: « D'accordo. Esco stanotte con tutte le navi e mi dirigo alla Maddalena in attesa di nuovi ordini ».
Chiuso il concitato colloquio, Bergamini si rende conto che ormai gli avvenimenti sono determinati da altri. Al comandante Bedeschi che gli è vicino, dice: « E un dramma. Non consegnerò mai le navi al nemico. Le navi le porterò in un ancoraggio italiano o in un porto neutrale. Sento però che non ci vedremo più. Ci autoaffonderemo ».
A bordo delle unità l'animazione ha raggiunto punte pericolose. Bergamini è costretto a dare disposizioni perentorie che nessuno si presenti sulla Roma senza preventiva autorizzazione. Nessuno solleciti ordini. Al momento opportuno verranno. Alla fine decide di riconvocare ammiragli e comandanti. Sono le 22.
La partenza della Squadra, data per imminente nel corso della giornata, era stata rinviata più volte. La tensione fra gli equipaggi era, al massimo. Bergamini riprende in mano la situazione. Agli ammiragli e comandanti delle navi conferma la notizia dell'armistizio e brevemente accenna ai suoi colloqui telefonici con Roma. Esalta il supremo dovere dell'obbedienza, necessario più che mai in quel drammatico frangente. « La Marina » dice « finirà la guerra contro le maggiori potenze marittime essendo ancora materialmente abbastanza forte. Questa forza della Marina sarà per l'Italia il presidio della rinascita; il nostro dovere è di rimanere fedeli al giuramento prestato ». Concluse presagendo che la Marina sarebbe stata « la pietra angolare della ricostruzione nazionale ».
Diretta alla Maddalena la Squadra partì, quindi, alle ore 3 del 9 settembre anziché - secondo gli accordi del giorno 7 - al tramonto del giorno 8. Non inalbera i segni neri della resa. Alla stessa ora ha inizio nel golfo di Salerno l'Operazione Avalanche.
Escono dalla Spezia tre corazzate: la Roma, con a bordo lo stesso ammiraglio Bergamini, Vittorio Veneto e Italia (ex Littorio) con l'ammiraglio Garofolo, seguite da tre incrociatori (Eugenio di Savoia, con l'ammiraglio Oliva; Montecuccoli e Regolo) e da otto cacciatorpediniere (Legionario, Grecale, Oriani, Velite, Mitragliere, Fuciliere, Artigliere, e Carabiniere).
È una notte calma, di luna. La Flotta si mantiene a una ventina di chilometri dalle coste occidentali della Corsica, velocità22 nodi. Alle 6.15 la squadra di Bergamini è raggiunta dai tre incrociatori provenienti da Genova al comando dell'amm. Luigi Biancheri (Abruzzi, Garibaldi e Aosta). Precedono cinque torpediniere (Libra, Orsa, Pegaso, Impetuoso e Orione).
All'alba la Flotta è avvistata da un ricognitore alleato. Alle 8 della mattina l'amm. Meendsen Bohiken, comandante tedesco alla Spezia, dà l'allarme a Berlino: « La flotta italiana è partita nella notte per consegnarsi al nemico ». In realtà le navi italiane della Spezia e di Genova erano dirette alla Maddalena. Fra l'altro esse avevano fatto il pieno di nafta e di viveri sufficienti per una lunga crociera o per una prolungata sosta in qualche porto.
A mezzogiorno del 9 la Flotta è in vista delle Bocche di Bonifacio. Le navi avanzano in linea di fila. Bergamini accosta di 90 gradi a sinistra e punta verso La Maddalena. Ma alle 13.40 giunge l'allarme che La Maddalena è stata occupata dai tedeschi. Senza indugi, Bergamini inverte la rotta di 180 gradi.
Alle 14 Bergamini è in vista dell'Asinara. In cielo vengono avvistati ricognitori. All'improvviso da alta quota, da cinquemila metri, aerei lanciano poche bombe sulle navi, ma nessuna di esse viene colpita. Bergamini telegrafa di essere stato attaccato da apparecchi anglo-americani, secondo i dati di provenienza forniti dal radar DETE. Sansonetti informa Malta, la quale respinge la « insinuazione ». Gli aerei non sono alleati. Il mistero resterà tale.
Intanto a Berlino si prepara la rappresaglia. Goering in persona si assume il compito di dare una lezione ai traditori italiani. La missione viene affidata alla Terza Flotta aerea di base in Francia, il cui comandante gen. Hugo Sperrle trasmette il Befehl al gen. Fink, della Seconda Divisione aerea. Alle 10 l'ordine esecutivo raggiunge il Terzo Gruppo del 100° stormo di stanza a Istres (Marsiglia).
Alle 13.23 un ricognitore tedesco dà il segnale di scoperta della flotta italiana. Alle 14 il gruppo (15 bimotori DO 217 K) al comando del ventinovenne magg. Bernhard Jope si leva per la « spedizione punitiva 1943 » (vera Strafexpedition aerea). Gli apparecchi trasportano ciascuno una bomba del tipo FX-1400 che ha già dato buona prova contro la Warspite, uno dei gioielli della Marina di S.M. britannica.
L'ordigno era stato progettato, nel 1939, dal dott. Kramer e il suo primo nome era stato FritzX. L'FX-1400, che veniva anche indicata come SD1400, consisteva in una bomba da 1400 chili con alta capacità di penetrazione, alla quale erano state aggiunte quattro alette, un motore a razzo e piani di coda cinti da un anello di irrobustimento. In prossimità di questi ultimi erano sistemati il ricevitore radio e i relais. La guida era assicurata dall'aereo, che l'aveva lanciata, a mezzo radio. La bomba, con un carico esplosivo di 300 kg, era lunga m 3,30.
La Roma sarà la sua vittima più illustre. Jope - oggi comandante della Lufthansa - dopo un'ora di volo - giunge sul cielo della Flotta italiana. Compie ampi giri per studiare il piano di attacco. Alle 15.25 ordina ai suoi bombardieri di puntare sui rispettivi obiettivi. Alle 15.30 la prima bomba è diretta contro l'Italia e piomba nelle vicinanze della corazzata immobilizzandone temporaneamente il timone; la nave viene governata con gli « ausiliari ». Il punto è pressappoco a 14 miglia a Sud-Ovest di capo Testa.
Alle 15.45 la Roma viene, a sua volta, colpita in pieno. La bomba scoppia dopo aver perforato lo. scafo. La velocità viene ridotta a 10 nodi. Ma cinque minuti dopo, una seconda bomba colpisce la corazzata-ammiraglia. Esplode per malasorte nei depositi prodieri delle munizioni. Il torrione di comando scompare proiettato in alto a pezzi. È la fine per Bergamini e tutto il suo stato maggiore, con in testa l'ammiraglio Stanislao Caracciotti.
Una colonna di fumo si eleva per un migliaio di metri. Alle 16.12 la Roma si gira su un fianco, capovolgendosi. Si spezza in due tronconi e affonda. Si trascina per sempre in fondo al mare due ammiragli, 86 ufficiali e 1264 uomini di equipaggio. Una seconda bomba colpisce l'Italia. Esplode in mare e provoca una falla di 24x9. Ma la nave continua a navigare alla velocità di 24 nodi.
Con la scomparsa di Bergamini viene rimosso l'ostacolo più difficile da superare per convincere la Flotta a dirigersi verso Malta. Il comando viene assunto dall'ammiraglio più anziano, Romeo Oliva, il quale lascia indietro il Regolo, tre caccia (Mitragliere, Carabiniere e Fuciliere) e la torpediniera Pegaso per raccogliere i sopravvissuti della Roma (596 su 1948 a bordo) che poi verranno trasportati a Port Mahon, nelle Baleari. Resteranno internati per un anno.
Per l'ennesima volta gli Alleati, nel frattempo, respingono la richiesta di dislocare la Flotta italiana alla Maddalena. Le navi intanto proseguono nella rotta verso Minorca, il porto neutrale meta di Bergamini.
Alle 17.14 in lat. 7° Nord e long. 41° 10' Est, cioè ad un terzo della distanza tra l'Asinara e l'isola spagnola, sul diario dell'amm. Biancheri è segnato un altro bombardamento aereo senza danni per le navi. Supermarina tempesta Oliva di messaggi.
Finalmente alle 21 l'ordine di trasferirsi a Malta viene eseguito. Sono passate o l t r e 24 ore da quando era stato impartito. Le navi inalberano i pennelli neri.
Alle 8.38 del giorno 10 la Flotta italiana incontra quella britannica. Sfilarono controbordo la Valiant e la Warspite che innalzava le insegne dell'ammiraglio Cunningham. Le due corazzate erano vecchie conoscenze dei marinai italiani. Il « gregge » delle navi italiane aveva cambiato pastore. Sotto la sua nuova guida venne accompagnato all'ovile: a Malta. Tramontava una grande Marina.
Il maggiore Jope racconta
AFFONDARE LA ROMA? NIENTE DI SPECIALE
Abbiamo rintracciato in Germania il protagonista dell'episodio. Ha 59 anni, vive a Maibach, di professione è pilota civile. Quando bombardò la Flotta italiana comandava il Terzo Gruppo del 100° stormo della Luftwaffe.
Bernhard Jope, l'affondatore della Roma, ha quasi sessant'anni: dieci li ha passati nella Luftwaffe, prima come pilota e poi alla guida di un Gruppo di aerei da bombardamento, da altri diciotto vola con il grado di comandante della Lufthansa, sulle rotte transcontinentali. Ha percorso in aereo centinaia di migliaia di chilometri, eppure confessa sinceramente che gli dispiacerà molto abbandonare i Boeing 707 con cui vola regolarmente a Karaci, Bombay, in Australia o in Canada.
E nato nel 1914 a Lipsia, vive a Maibach, un paesino di poco più di duecento abitanti a circa sessanta chilometri da Francoforte. Da pochi anni si è sposato per la seconda volta. Nella città dove è nato e ha trascorso la prima giovinezza, a Lipsia, non è più tornato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, perché la città è rimasta compresa nel territorio della Germania Est.
Sul terrazzo della sua villa circondata da un piccolo prato all'inglese, Jope racconta di essere entrato nell'aviazione della Germania nazista nel 1935, e di avere combattuto per tutta la durata della guerra prima in Polonia, poi in Francia, in Norvegia, di nuovo in Francia dove nel 1945 fu catturato dai francesi. Era soltanto un soldato, uno dei tanti che avevano combattuto in difesa del Terzo Reich. Fu liberato dopo poche settimane di detenzione e, in luglio poté rientrare in patria.
La guerra era finita, la Germania sconfitta non aveva più aviazione, né militare né civile. Jope non conosceva che un mestiere, pilotare aerei: dovette ritornare a scuola, prendere la laurea in ingegneria, e come ingegnere lavorare alcuni anni nell'edilizia. Nel 1955, rispondendo a un invito della ricostruita Lufthansa ritornò a volare, pilotando gli aerei destinati alle rotte transoceaniche. Per cinque anni è vissuto in Sud America, volando dal Cile a New York, e di qui in Brasile. Nel 1971 è rientrato in Germania, l'anno prossimo andrà in pensione per raggiunti limiti di età, e sarà costretto a lasciare l'aviazione.
Dal giorno lontano in cui guidò un gruppo di bombardieri sulla Flotta italiana che da La Maddalena dirigeva a Minorca sono passati trent'anni. Alto, stempiato, il corpo un po' appesantito dall'età, Bernhard Jope dice di ricordare bene l'azione. Affabile, sicuro di sé, risponde cortesemente alle nostre domande.
D.: Come e da chi fu comunicato l'ordine di bombardare le navi italiane?
Jope: il 6 o 7 settembre 1943 fui chiamato al Comando di Gruppo, e il comandante, che credo fosse il generale Richtofen, mi ordinò di preparare l'azione contro la Flotta italiana, dandomi tutte le istruzioni del caso. Fu però soltanto due ore prima dell'attacco che, come comandante di Gruppo, ricevetti l'ordine di levarmi in volo, e con me gli aerei del Gruppo che comandavo.
D.: Che cosa sapeva della"bomba FX 1400? L'aveva già usata nel corso di altri bombardamenti?
Jope: Della bomba, che dalle iniziali del suo nome in codice avevamo soprannominata Fritz, conoscevamo soltanto gli effetti teorici, e il metodo di puntamento radio-guidato mediante un piccolo congegno sistemato nella coda dell'ordigno, che serviva a dirigere la bomba stessa fino al bersaglio, con una certa approssimazione. L'FX 1400 era un'arma segreta, che prima era stata sperimentata in Germania, e che veniva usata per la prima volta contro un nemico proprio in occasione del bombardamento della Flotta italiana. Il Gruppo di aerei che comandavo era il solo a esserne armato. A Istres-Marsiglia c'era un altro Gruppo di bombardieri che aveva in dotazione un'altra arma segreta, una bomba razzo radioguidata chiamata Henschel 293, ma l'FX 1400 era in dotazione solo agli aerei del mio Gruppo,
D.: Perché proprio lei con il suo Gruppo foste prescelti per quella missione? C'era qualche motivo particolare?
Jope: Date le caratteristiche del bersaglio, navi da guerra pesantemente corazzate, il Comando della Luftwaffe ritenne che solo con l'FX 1400 sì avesse buone possibilità di fare centro. Fu scelto il mio Gruppo perché era il solo armato con quel tipo di bomba, che doveva essere sganciato da grande altezza. Avrebbe potuto toccare a qualsiasi altro comandante di Gruppo, se si fosse trattato di una azione normale, ma in quel caso specifico l'ordine fu invece dato a noi.
D.: Che tipo di aerei c'erano, nel suo Gruppo, e quanti?
Jope: Erano bimotori Dornier del tipo 217 K. A Istres-Marsiglia ogni Gruppo era composto da 80 o 100 aerei, ma all'azione contro la Flotta italiana, ai miei ordini, non parteciparono che 10 o 12 aerei in tutto.
D.: Riteneva possibile incontrare aerei italiani a difesa delle navi da guerra?
Jope: Era forse possibile che ci fossero aerei italiani, ma nessuno mi aveva detto nulla in proposito, e personalmente non lo ritenevo probabile.
D.: Ricorda come si svolse l'azione, quando furono avvistate le navi, e che cosa fecero gli aerei del Gruppo durante l'attacco?
Jope: Ricordo benissimo l'insieme delle navi, quattro o cinque da battaglia, e intorno le altre più piccole, un convoglio di venti o venticinque navi in tutto. Venivamo da Est, volavamo da circa un'ora e mezza. Erano le prime ore del pomeriggio quando avvistammo la squadra, e quando fummo sicuri che si trattava proprio della Flotta italiana ciascuno di noi si preparò a fare quello che gli era stato ordinato. Con tutti gli aerei a poca distanza gli uni dagli altri, sorvolammo l'obiettivo, e cercammo una buona posizione di attacco. Ciascun pilota scelse il proprio bersaglio, ma come avevamo fatto per tutto il volo senza usare troppo le comunicazioni radio, perché altrimenti il nemico, gli italiani - dico - avrebbero potuto intercettarle, e sarebbe mancata la sorpresa. Poi il primo che avrebbe iniziato il bombardamento comunicò agli altri che iniziava il bombardamento, e ciascun aereo incominciò a sganciare le bombe, cercando poi di dirigerle con la radioguida sul bersaglio prescelto.
D.: Temeva che qualcuno degli aerei del Gruppo potesse essere colpito dalle artiglierie delle navi italiane?
Jope: No. Non conoscevo i calibri della contraerea italiana, ma sapevo che potevano sparare a una distanza di circa 4.000 metri. E il mio aereo, e quelli del mio Gruppo, volavano a circa 5.000 metri perché quella era l'altitudine ottimale per poter dirigere via radio la bomba. Quindi avevamo un buon margine di sicurezza. Ricordo di aver visto molti proiettili esplodere al di sotto di noi, ma sempre a una notevole distanza, e naturalmente senza procurarci alcun danno.
D.: Riteneva legittimo il bombardamento?
Jope: Era una normale azione di guerra, non credo di essermi mai posto il problema se fosse giusto o meno. D'altra parte gli italiani erano diventati nostri nemici, e avevo ricevuto l'ordine di bombardarli. Non c'era nient'altro da fare.
D.: Fu la bomba sganciata dal suo aereo a colpire la Roma o l'Italia?
Jope: No, non sono stato io. Furono altri due piloti del mio Gruppo, dei quali adesso non ricordo neppure il nome.
D.: Sapeva che molti uomini sarebbero morti per causa sua, o a causa delle bombe lanciate dagli aerei del suo Gruppo. Che cosa ne pensava?
Jope: Non mi sono mai posto il problema, e credo neanche gli altri piloti. Era un'azione di bombardamento, con un bersaglio speciale, per il quale eravamo stati prescelti proprio perché i nostri aerei erano armati di bombe speciali, adatte allo scopo. Tutto qui.
D.: Che cosa vide, dopo aver sganciato la bomba?
Jope: Non ci accorgemmo subito di avere colpito le due navi italiane. Non potevamo rimanere sul posto molto tempo, né potevamo vedere con esattezza quanto succedeva, data l'altezza a cui volavamo. Dovevamo ritornare immediatamente a Istres-Marsiglia, e poi ciascuno di noi aveva l'impressione d'avere colpito il proprio bersaglio.
D.: Era molto difficile, con i mezzi di puntamento in dotazione alla Luftwaffe, essere sicuri di avere centrato l'obiettivo?
Jope: Dipendeva dall'altezza da cui era effettuato il bombardamento. È vero che avevamo in dotazione delle bombe speciali, un'arma segreta che avrebbe dovuto essere radioguidata fino al bersaglio, ma era la prima volta che veniva impiegata in azione, e i risultati non furono quelli che ci eravamo aspettati.
D.: Che cosa fece al suo ritorno a Istres-Marsiglia, e quando seppe che aveva affondato la Roma?
Jope: Prima impiegammo un'altra ora e mezza di volo per raggiungere la base, e immediatamente una parte degli aerei del Gruppo ripartì per un'altra azione di bombardamento sulla Flotta italiana. Non c'ero più io, con questo secondo Gruppo, io partecipai soltanto al primo bombardamento. Non mi pare di ricordare che ci fosse uno speciale nome in codice per l'azione, e non ricordo nemmeno il nome di chi guidava questo secondo Gruppo di aerei. Quando anche i piloti di questo Gruppo furono ritornati a Istres-Marsiglia dissero che dallo schieramento mancavano due navi, e così sapemmo che le avevamo colpite, ma senza sapere che navi fossero, e neppure senza essere sicuri di averle affondate.
D.: Quanti erano gli aerei del secondo Gruppo, e che cosa ottennero con il loro bombardamento?
Jope: Mi pare che vi abbiano partecipato soltanto cinque aerei. I piloti sganciarono le loro bombe, una per ciascun aereo come tutti quelli del Gruppo, ma non colpirono nessuna nave.
D.: Ha mai avuto contatti con i sopravvissuti della Roma, e dell'Italia?
Jope: No, mai. Né durante la guerra, né al termine della guerra.
D.: Aveva già compiuto bombardamenti del genere?
Jope: Nel febbraio 1940 avevo affondato una nave da trasporto inglese, di circa 42.000 tonnellate, senza naturalmente impiegare bombe come I'FX 1400. Quello fu il mio miglior successo personale, per il quale fui decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe.
D.: E per l'affondamento della Roma ricevette un'altra decorazione?
Jope: No. Ottenni la Croce di Ferro di Seconda Classe con le Fronde di Quercia verso la fine della guerra, nel 1944, per i successi che avevo ottenuto personalmente, e per tutti quelli conseguiti dal Gruppo che comandavo. Per tutta la durata della guerra ho partecipato, con il grado di maggiore, a circa 300 azioni di bombardamento contro il nemico.
D.: Ha ricevuto lettere di congratulazioni dai comandanti della Luftwaffe che si riferiscano al bombardamento della Roma, o documenti ufficiali che ne parlino?
Jope: No, non ho nulla, e non ricordo di averne mai ricevuto. Si era trattato di un'azione del tutto normale, e come tale fu sempre considerata da tutti.
Storia Illustrata, settembre 1973
ROMA (1942) - Nave da battaglia classe "Vittorio Veneto"
Cantiere: Cantieri Riuniti dell'Adriatico - Trieste
Impostazione: 18 settembre 1938
Varo: 9 giugno 1940
Completamento: 14 giugno 1942
Perdita: 9 settembre 1943
Dislocamento
Standard: t. 41.650
Carico normale: t 44.050
Pieno carico: t 46.215
Dimensioni
Lunghezza: 240,7 m f. t.
Larghezza: 32,9 m
Immersione: 10,5 m
Apparato motore
8 caldaie a tubi d'acqua Yarrov con surriscaldatore, 4 gruppi turbo riduttori tipo Belluzzo
Potenza: 140.000 hp
Velocità: 30 nodi
Combustibile: 4.000 t di nafta
Autonomia: 3.930 miglia a 20 nodi, 4.580 miglia a 16 nodi
Protezione
Verticale massima: 350 mm
Orizzontale massima: 207 mm
Artiglierie massimo torri grandi calibri: 350mm
Artiglierie massimo torri medi calibri: 150 mm
Torrione massimo: 260 mm
Armamento
9 da 381/50, 12 da 152/55, 12 da 90/50 a.a., 20 da 37/54 a.a., 24>30 da 20/65 a.a., 4 da 120/40 ill.; una catapulta e 3 aerei.
Equipaggio
120 ufficiali + 1800 sottufficiali, graduati, comuni
Giorgerini, Martino, Nassigh
Storia della Marina profili vol. 9
Fabbri Editori, Milano, 1978
RUHRSTAHL/KRAMER X-1 FRITZ-X
La Fritz-X era una bomba guidata piuttosto che un missile aria-superficie, il cui sviluppo ebbe inizio nel 1938 da parte del Dr. Max Kramer che nel 1940 proseguì i suoi studi presso la Ruhrstahl di Brackwede mentre la successiva produzione in serie fu affidata alla Rheinmetall.
Contrariamente a quanto riportato da molte fonti, la Fritz-X era priva di ogni forma di propulsione e quelli che sono stati spesso scambiati per cinque razzi a propellente solido nella parte posteriore in realtà erano artifizi pirotecnici per segnalare la posizione dell'ordigno all'operatore che doveva controllarne la traiettoria. I cinque fuochi, combinando diversi colori, costituivano un vero e proprio codice con il quale il tiratore poteva riconoscere la «sua» Fritz-X durante gli attacchi in massa da parte di diversi aeroplani. La produzione, che totalizzò 2.500 esemplari, era frazionata tra Rheinmetall (corpo e montaggio finale), Rheinmetall e GEA Fallbach (impennaggi), Strassfurter Rundfunk (radio) e Sonnenschein (batterie) e contrariamente a quanto si legge sovente, non vi era alcuna partecipazione della Ruhrstahl.
L'idea risale al 1938, quando il Dr. Kramer lavorava presso il DVL (Deutsche Versuchsanstalt fùr Luftfahrt, Istituto tedesco per le ricerche aeronautiche) e nel 1940 fu deciso di basare l'arma sulla bomba esplosivo-perforante PC-1400 da 1.400 kg nominali, tanto che il progetto fu indicato anche come PC-1400X. Il sistema di guida era costituito dal radiocomando usato anche da altre armi simili, con un trasmettitore Kehl ed un ricevitore Strassburg. Quest'arma fu impiegata principalmente dai Do. 217E-5 e dai Do.217K-2 ed entrò in azione per la prima volta il 25 agosto 1943: il suo risultato più clamoroso fu l'affondamento, il 9 settembre, della corazzata italiana Roma ed il danneggiamento dell'Italia.
Foto tratta da un manuale tecnico di una bomba guidata Fritz-X nella posizione in cui veniva agganciata ai bombardieri della Luftwaffe.Tra quelli che ne fecero maggiormente uso vi erano gli He.111H6, i Do.217E-5, i Do.217K2, i Do.217M-11 e gli He.177A-51R2; parte di questi tipi furono impiegati solo per addestramento.
Spaccato dell'ordigno.
Nico Sgarlato
Le armi segrete
West-Ward Edizioni, Parma, 2000
L'undici agosto [1943] mi presentai al feldmaresciallo Kesselring a Roma e gli riferii sulla situazione. Fu molto affabile con me, e la vecchia tensione che si era manifestata durante la lotta in Sicilia tra noi due pareva completamente scomparsa. Il feldmaresciallo mi diede un suo ritratto con una dedica lusinghiera. Può darsi che lo abbia fatto perché la situazione in Sicilia si era sviluppata esattamente secondo le mie previsioni. L'invio di nuove forze non aveva ristabilito la situazione bensì solo procrastinato lo sgombero.
Fui presente al colloquio del feldmaresciallo con il nuovo ministro italiano della Marina, che a suo tempo era stato addetto navale a Berlino. Non mi fu possibile stabilire quale fosse il suo atteggiamento personale. Il feldmaresciallo e il ministro erano obiettivamente d'accordo sul fatto che la flotta italiana nei porti dì La Spezia e di Taranto praticamente non poteva entrare in azione. Spesso si è trascurato il fatto che l'impiego di forze navali esige una protezione aerea ancora più forte di quella necessaria alle forze terrestri. Lo sviluppo dell'aviazione ha provocato nella tattica navale mutamenti più rivoluzionari di quelli imposti alla tattica terrestre. Così un impiego delle navi da guerra italiane non sarebbe stato altro che una nuova manovra dettata dalla disperazione. Qualsiasi ufficiale competente poteva rendersi conto che una nave da battaglia, appena uscita dal porto, sarebbe stata immediatamente individuata dall'avversario in possesso della supremazia aerea, per essere affondata da superiori forze aeree e navali.
Frido von Senger und Etterlin
Combattere senza paura e senza speranza
Longanesi & C., Milano, 1968
Un'altra deficienza tecnica, che, nel campo delle artiglierie e del tiro, esisteva nella nostra Marina all'atto dell'entrata in guerra, e di cui ci accorgemmo soltanto dopo le prime azioni aeronavali, era costituito dallo scarso armamento c.a. di tutte le nostre unità. Non solo il numero dei cannoni e delle mitragliere c.a. era insufficiente a respingere un violento e deciso attacco di velivoli moderni, ma lo stesso calibro di quelle armi, che non superava i 100 mm, era troppo piccolo per poter colpire gli aerei nemici a grande distanza, come sarebbe invece stato necessario per tenerli lontani dal cielo di navi, che non disponevano mai di una sicura ed efficace protezione di aerei da caccia.
La Marina americana costruì e impiegò sulle sue unità, durante la guerra, impianti c.a. singoli e binati da 127 mm, con risultati soddisfacenti; tuttavia nel 1945, aveva già pronti cannoni c.a. da 203 mm di portata molto maggiore. I giapponesi erano, sotto questo aspetto, anche meglio attrezzati, poiché i cannoni di grosso calibro delle loro corazzate e dei loro incrociatori avevano grandi angoli di elevazione e quindi intervenivano normalmente negli sbarramenti di fuoco c.a. a grande distanza.
Le spolette dei nostri proiettili c.a., di ingegnosa costruzione nazionale, erano piuttosto delicate, e spesso ne provocavano lo scoppio prima che avessero raggiunto la distanza prestabilita. Infine nei cannoni da 90 mm, che formavano il principale armamento c.a. delle nostre più recenti corazzate, il proiettile si frantumava in schegge troppo minute per poter danneggiare seriamente un grande velivolo moderno.
In conclusione, sia per questi inconvenienti, sia per la complessità delle ultime centrali di tiro c.a. che ne rendeva l'impiego difficile e troppo lento, la reazione di fuoco delle nostre unità agli attacchi aerei nemici non fu mai molto efficace, e riuscì ad abbattere apparecchi nemici soltanto quando questi si avvicinarono molto al bersaglio. Di conseguenza, le nostre formazioni navali quando erano attaccate da aerei, fidavano soprattutto sulla manovra evasiva delle singole unità di giorno, e sulle cortine di nebbia artificiale di notte.
Angelo Iachino
Tramonto di una grande marina
Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1966 (1959)
Cavallotti
Il romanzo della corazzata
Rusconi, Milano, 1978