Se si dovesse cercare un’arma o equipaggiamento che accomuni qualsiasi generazione di soldati, qualsiasi esercito in qualsiasi scenario tattico, la risposta è una sola: il pugnale (e le baionette in generale). Snobbato da molti e osannato da tanti, costituisce l’arma “di backup del backup”, cioè l’estrema risorsa, nel caso anche le pistole falliscano il loro compito. In questi ultimi trent’anni ha costituito parte integrante dell’equipaggiamento d’emergenza e per lo svolgimento di lavori da campo ampliando quindi il suo campo d’uso, al di fuori della pura e semplice arma. In questi articoli non spiegherò la tecnica “nuda e cruda” dell’arma bianca, ne tantomeno le baionette prima del 1900. Molti riferimenti però verranno citati (e nel caso approfonditi) per capire meglio l’evoluzione fino ai tempi moderni dei pugnali a guerra.
Fin dalle sue origini, ancor prima degli egizi, costituiva l’arma degli assassini: veloce, occultabile e silenziosa. Il pugnale conservò la sua utilità fino al perfezionamento delle armi da fuoco (dalla colubrina ai moschetti ad avancarica). Va osservato che, oltre alle armi da fuoco, mutò completamente anche lo scenario bellico, il quale non prevedeva più il corpo a corpo puro e semplice, ma il combattimento all’arma bianca come atto conclusivo di lunghe salve di proiettili tra la fanteria e l’artiglieria. In quest’ottica nacque la baionetta.
Innestabile sulla canna terminale dei fucili, costituiva il prolungamento di quest’ultimo. Senza filo affilato ma dotata di tronco romboidale (divaricava le ferite) ed estremità a punta; il suo uso seguiva la “carica”, dove la prerogativa non era di combattere ma di sbaragliare “a mano” la fanteria rimanente con un attacco frontale diretto. La baionetta dominò sul campo di battaglia fino alla Prima Guerra Mondiale, l’evento che cambiò nuovamente e radicalmente tattiche, armi e la concezione di guerra stessa.
Dalla baionetta al pugnale, evoluzione del concetto di combattimento ravvicinato
Studiando la morfologia del campo di battaglia tra il ‘900 e il ‘920, compaiono numerosi aspetti tecnici rivoluzionari che , impiegati su larga scala, andarono a neutralizzarsi vicendevolmente, creando situazioni di stallo. In parole povere, le armi da fuoco saturarono il campo di battaglia e costrinsero i soldati ad una guerra di posizione di trincea. Applicando il concetto all’arma bianca, risulta impossibile per ogni fante gettarsi nella mischia e sperare di infilzare qualcuno a kilometri di distanza, sotto il fuoco falciante di tutte le bocche di fuoco del fronte. Nel caso fortuito che si fosse arrivati alla trincea nemica, la trincea (che aveva una geometria antibomba a zig-zag) non era abbastanza ampia per poter intraprendere combattimenti con un’arma lunga circa due metri e dieci (ma, come si sa, essendo stata una guerra condotta con vecchie mentalità tattiche, tutto ciò venne eseguito comunque, con ovvie conclusioni e fallimenti). Fu proprio questo il punto di partenza che guidò gli analisti militari a rispolverare il concetto di pugnale bellico.
L’arsenale americano
La baionetta 16, ritenuto dall’esercito americano antiquata, fu sostituito da un’arma di forma più convenzionale, tra un coltello e uno spadino. Ciò permise un secondo utilizzo, anche dopo lo smontaggio dello stesso dal fucile. Per certi versi, si può considerare ciò come il vero punto di nascita del concetto di arma da corpo a corpo americana: nel caso il fante avesse perso l’arma primaria o avesse dovuto ovviare a inceppamenti, dopo l’ordine di attacco (o durante l’avanzata in corso) avrebbe potuto separare la baionetta dal fucile e proseguire, con presa di mano in stile “a lama retrocessa” all’assalto. Piccola nota tecnica, all’epoca la fanteria aveva un addestramento sbrigativo e finalizzato all’apprendimento della tecnica generale; quindi le odierne tecniche a uso marziale impiegabili, durante la Prima Guerra Mondiale, si riducevano a due: presa retrocessa e sfondamento di linea con la baionetta innestata. Da tutto ciò nacque la M1905.
Creata nel 1905 fino al 1945 circa, dai principali produttori armieri Springfield Armory, Rock Island Arsenal, American Fork & Hoe Oneida, Ltd. Pal Blade; creata per il fucile di fanteria Springfield M1903. La lama originaria era lunga 40,6 cm e 10,1 cm l’insieme di elsa e manico.
Il manico era costruito in legno ma con la sua evoluzione, la baionetta M1942, il legno fu sostituito da guancette in bakelite: questo per ridurre il costo di produzione, arrivato a cifre considerevoli durante la Seconda Guerra Mondiale. Nelle prime versioni (fino al 1918), le lame erano di metallo nudo al carbonio e tra il 1918 e il 1922 l’acciaio fu “parkerizzato”(trattamento anticorrosione al fosfato) e azzurato, con impugnature in noce nero. A tal proposito fu modificata l’anello nell’elsa per permettere la sua istallazione anche nei fucili M1 Garand. Sebbene, con l’avvento della M1905E1, la M1905 originaria passò in secondo piano, ritrovò una grande popolarità durante la Guerra del Pacifico contro i giapponesi: l’esercito nipponico infatti utilizzava la spada-baionetta Type 30 in abbinamento ai già lunghi fucili Arisaka, costringendo quindi gli americani ad una rinnovata guerra all’arma lunga. Lungo il tacco dell’impugnatura vi era incavata una guida di scorrimento e, tra l’elsa e la parte bassa del manico, vi era il pulsante di sblocco dalla canna del fucile.
La M1 rappresenta l’evoluzione principale della serie 1905; sviluppata per il combattimento in ambiente europeo, mantiene le caratteristiche dell’elsa e dell’impugnatura della M1942, ma presenta una lama accorciata (fortemente voluta dalle forze armate) da 25,4 cm. Caratterizzata da una lama a punta di lancia (spear point) a doppio filo, con lo scola sangue lungo la lunghezza del dorso centrale, l’acciaio presenta una brunitura antiriflesso.
Per la sua produzione, costellata da continue limitazioni al budget militare imposte della guerra, furono richiamate numerosi esemplari della baionetta M1905 per lavorazioni di accorciamento. Tali baionette presero il nome di M1905E1: la loro lavorazione comprendeva due tipi di lame, una simile alla M1 ma senza l’opacizzante antiriflesso e l’altra con il taglio di punta in stile Tanto, con lo scola sangue maggiorato e continuato aperto lungo tutta la sua lunghezza fino alla punta (eccezion fatta per il tronco di lama).
Per quanto riguarda il fodero, la prima versione (destinata alla M1905 originale) era costruito in legno foderato da una guaina in pelle marrone, con passa cintura in pelle. Il suo sostituto M1910, utilizzato dagli inglesi per il Lee-Enfield, possedeva una guaina in pelle verde e, al posto del passa cintura, un gancio per accoppiamento al cinturone. Nella Seconda Guerra Mondiale venne utilizzato il fodero M3, costituito da un astuccio in vetroresina e da una gola blocca lama in metallo; furono mantenuti i ganci per il cinturone. Generalmente veniva agganciato al cinturone nella 1’G.M. e attaccato allo zaino durante la 2’G.M.
Per quanto l’M1905 e l’M1 avessero costituito un notevole passo avanti per la fanteria di linea, il problema del corpo a corpo ravvicinato restava una lacuna tecnica e tattica costante; ma, con il perfezionamento delle unità definite commando, doveva evolversi anche il concetto di baionetta-spadino, per fare ciò si riscoprì un’arma medievale (adattata ai tempi moderni), nacque lo stiletto M1917.
Utilizzato durante tutta la Prima Guerra Mondiale (fonti citano anche la 2’G.M., la Guerra di Corea e parte della Guerra in Vietnam come residuati bellici) e prodotto dalla Frary&Clark (L.F.&C.), fu la matrice dalla quale si sviluppò, successivamente, il Mark I da trincea. Essenzialmente si basa sulla baionetta inglese P1907 per il fucile Enfield; l’attacco dell’elsa non permise l’accoppiamento con i fucili dell’arsenale americano, pertanto l’elsa fu raccordata al fondello di chiusura dell’impugnatura, fondendosi in un blocco unico. Grazie all’aggiunta di “merletti” sul raccordo paramano e di un pomello contundente nel manico (necessario per l’assemblaggio di chiusura dell’arma), si rivelò una temibile arma corta, tanto da venire adottata non solo dall’esercito degli Stati Uniti, ma anche dagli incursori britannici, australiani e dagli alleati francesi.
La lama è uno stilo in acciaio al carbonio di sezione triangolare, privo di filo ma dotato di punta; la sua lunghezza si attesta sui 25,4 cm (35,5 cm complessivi con l’elsa e l’impugnatura) con brunitura antiriflesso. Il fodero è in pelle marrone borchiato con passa cintura.
L’M1917 passò però in secondo piano rispetto alla baionetta M1905: sebbene più corto, dotato di tirapugni e dalla spiccata vocazione “d’assalto”, l’assenza di filo costituiva una grave limitazione al suo utilizzo. Inoltre, sul piano tecnico, il raccordo/tirapugni costituì uno svantaggio e un vantaggio allo stesso tempo: l’utilità del tirapugni fu indiscutibile, ma l’impugnatura chiusa dovette fare i conti con la dotazione invernale del fante (in particolar modo i guanti, i quali ne rendevano difficile l’utilizzo) e con la difficoltà di diversificare le prese in ingaggio, costringendo l’operatore a combattere con la presa rovesciata (reverse grip) o con la presa classica militare (right grip).
La situazione cambiò con l’entrata in scena di un pugnale destinato a rimanere impresso nell’immaginario collettivo: il Mark I da trincea.
Considerato da molti analisti come il pugnale simbolo del primo conflitto mondiale, deriva concettualmente dalle esperienze maturate dai soldati americani con la M1917, risolvendone gran parte dei difetti. Fu progettato dalla Hanry Disston&Sons di Philadelphia per conto della AEF (American Expedition Force), ex branchia di ricerca e sviluppo dell’U.S. Army. Approvata dai test condotti dall’AEF nel giugno 1918, ottenne (rispetto al predecessore da cui derivò) meriti considerevoli in merito a manutenzione, “usabilità” insieme ad altri oggetti/armi, rapidità d’impiego in azione, sicurezza del grip, facilità di trasporto in posizione distesa, seduta ed eretta, forma della lama e dell’impugnatura, bassa capacità di disarmo e per le dimensioni ben proporzionate.
Dopo la 1’G.M., gli ulteriori ordini per la sua produzione vennero cancellati e, sebbene blasonata, non poteva competere con le baionette e con i pugnali che entrarono in produzione (come spiegherò in seguito). L’unico difetto proprio di questo pugnale fu il costo, derivato non tanto dall’acciaio, ma dall’uso dell’ottone per la fabbricazione dell’elsa e del manico (certamente migliore del legno della M1917, ma indubbiamente antieconomico). Il difetto congenito invece, fu lo stesso del suo predecessore: la forma chiusa del tirapugni/elsa non consentiva l’esecuzione di più prese differenti in situazioni di combattimento; l’inserimento di anelli interdigitali maggiorò la capacità di controllo e impugnabilità, consentendo prese difficili in ogni condizione, pagando però la rinuncia all’uso dei guanti (impossibile quindi da usare nei periodi invernali, è l’ottone a contatto non aiutava). Ritrovò nuova giovinezza durante la 2’G.M. equipaggiando tutta la linea di fanteria americana (l’U.S. Army la sostituì successivamente con il modello M3) dei Ranger e dell’elite aviotrasportata , il Corpo dei Marines Raiders (i quali lo sostituirono con lo stiletto FairBairn-Sikes e con la Ka-Bar mk II) e i reparti scelti dell’esercito inglese (divenne l’arma simbolo delle unità commando e S.A.S.). Alla fine della 1’G.M., la maggior parte dei lotti americani furono comprati dall’esercito francese, questi pugnali sono tuttora distinguibili per l’immagine stampigliata di un leone rampante, del pomello di sfondamento quadrato e di scanalature nella parte superiore dell’impugnatura.
La lama segna la differenza primaria con il modello M1917: si trattava di una lama a daga con punta di lancia, doppio filo a nervatura centrale continua, lunga 17,1 cm(dal punto all’elsa). Il materiale usato era il classico acciaio al carbonio con finitura annerita antiriflesso attraverso l’ossidazione; la sua forma fu copiata dal pugnale francese Counteau Pugnale MLE 1916, noto come Le Vengeur.
L’insieme di elsa e impugnatura rese particolare ed estremamente resistente il pugnale: sviluppate in un unico blocco con lavorazione in fusione di bronzo con un annerimento chimico antiriflesso. Il pomello di sfondamento fungeva da dado blocca lama, ottimizzato per l’uso contundente nella classica presa militare. Il lungo “ponte” tirapugni che collegava l’elsa al pomello fu sostituito da quattro anelli raccordati in un blocco unico, aumentando di fatto la resistenza ai colpi diretti; inoltre, rispetto alla M1917, le merlettature furono sostituite da cuspidi piene in linea unica, posizionate sull’appice di ogni nocca: tale soluzione, oltre all’utilità di tirapugni, fungeva da impedimento, nel caso l’avversario avesse voluto afferrare/fermare la mano armata dell’operatore.
La guaina in pelle fu sostituita da un fodero metallico in fusione di bronzo, senza rivestimenti esterni, anch’essa annerita chimicamente.
La Seconda Guerra Mondiale: rivoluzione del concetto di arma bianca, usi e tattiche d’ingaggio.
La fine della 1’G.M. sancì la fine di un’era nell’uso delle lame. Gli scenari mutarono, i combattimenti non avvennero più dentro le trincee o in spazi aperti, bensì ovunque. Da questo periodo infatti le baionette persero notevolmente d’importanza, tanto da congiungersi sempre più con il “mondo” dei coltelli e delle lame corte (eccezion fatta per l’esercito nipponico). Da un lato, le esigenze della fanteria mutarono dal puro combattimento al concetto di sopravvivenza, dall’altro, il prosperare della guerra asimmetrica condotta dalle truppe d’elite costringeva i produttori a lame sempre più compatte e bilanciate. A oggi, tali considerazioni sembrerebbero ovvie e naturali, all’epoca però portarono ad un cambiamento radicale di tutto un settore bellico; lame promosse da semplici armi di backup a elementi attivi e imprescindibili per ogni combattente.
Il primo segno di cambiamento si ebbe dai numerosi tipi di pugnali/coltelli adottati dagli Stati Uniti: ogni corpo d’armata richiedeva infatti una lama con particolari proprietà dedicate, impossibile quindi proporre un modello unico che assolvesse a tutte le richieste. Ciò diede forte spinta alla ricerca bellica per l’arma bianca perfetta e portò il mondo delle lame belliche contemporanee al pari delle armi da fuoco in quanto ad importanza.
Per quanto riguarda il ruolo di puro combattimento, il pugnale più rappresentativo fu il FairBairn-Sikes Marine Raider.
Le prime unità d’elite del Corpo dei Marines e dei Ranger dell’esercito richiedevano un pugnale tatticamente più specializzato del Mark I da trincea (utilizzato dalla fanteria). Il loro profilo di missione richiedeva solo in minima parte in fattore sopravvivenza, privilegiando notevolmente la capacità d’attacco, quindi azioni veloci di soppressione, assalto silenzioso, profilo di lama sottile e un’impugnatura che consenta capacità di presa multiple. Per avere tutto ciò fu creata una versione nazionale del coltello inglese FairBairn-Sikes F-S.
Quest’ultimo fu creato nel 1941 dalla Wilkinson Sword su disegno di William Ewart Fairbairn e Eric Anthony Sykes, utilizzato dai membri del S.A.S. e dalle truppe paracadutiste britanniche. Nella sua progettazione fu tenuto conto di due fattori, l’equilibrio e l’acume. L’impugnatura e l’elsa dovevano dare un buon grip e feeling alla mano e la lama non doveva essere pesante (rispettando un bilanciamento equo con l’impugnatura) e trascinare quindi le dita in basso, allentando di conseguenza la presa.
Il primo prototipo di presentava in acciaio al carbonio nichelato e con l’impugnatura in ottone diamantato zigrinato, il fodero fu costruito in pelle marrone con un elastico di ritenzione del pugnale; il tutto per eliminare quanto possibile il rumore derivato dall’estrazione/inserimento nel fodero del pugnale stesso. Con l’inizio della produzione in massa, e con il target d’impiego molto specializzato, si decise di mantenere i materiali inalterati ma di sostituire la finitura brunita al rivestimento nichelato. La lama era lunga 16,6 cm, a daga con doppio filo, profilo piatto, dorsatura centrale corrente lungo tutta la lunghezza della lama e il filo che arrivava fino all’elsa da ambo le parti. Il manico era lungo 11,8 cm.
Per dovere di cronaca, la scelta della brunitura fu molto discussa, soprattutto degli ingegneri Wilkinson Sword; riportando una frase (tradotta) divenuta celebre: "Credo che un coltello debba essere brillante e molto lucido, per la ragione che il 20% della lotta è persa, non timorando la mente della vittima con il riflesso che solo un coltello brillante sa dare. ".
Per la progettazione, fu scelta una lama piatta stilettata, ad alta perforazione, questo per permettere durante la stoccata di bypassare le costole della gabbia toracica. Oltre a questo, molta attenzione fu prestata al metodo di affilatura e al filo in generale, questo perché un’arteria lacerata tende a contrarsi naturalmente fermando l’emoraggia, un’arteria recisa di netto porterà il ferito all’incoscienza e alla morte rapida.
La versione americana si divise essenzialmente in tre modelli: il Marine Raider (da cui prese il nome e la notorietà), l’OSS e il V-42. Il Marine Raider fu adottato dal reparto d’elite del Corpo dei Marines (i Marine Raider per l’appunto), ricalcando il FairBairn-Sikes F-S; la differenza con quest’ultimo risiede nel manico, pressofuso direttamente nel codolo della lama. L’enorme richiesta di metalli strategici come l’acciaio costrinse l’utilizzo di una lega in zinco-alluminio; la scelta “a risparmio” del materiale si ritorse contro nel momento in cui si scoprì che, durante la guerra, la lega tendeva a lisciviare, lasciando la lama (allungata di 6,4 mm) e l’impugnatura estremamente fragile. Moltissimi soldati lamentarono di lame rotte con semplici stoccate di punta, else crepate dopo lavori di leva e fiorettature con conseguente corrosione precoce; per eliminare almeno l’ultimo problema si provò con la lubrificazione anti ionica a base di vasellina, cosa che rese impossibile l’utilizzo per il quale il pugnale fu creato. Fu sostituito definitivamente dalla Ka-bar mk II. Il fodero non fu esente da critiche, in quanto, sebbene uguale all’F-S, possedeva delle graffette in acciaio sulla bocca per evitare lo squarciamento del fodero stesso contro il filo della lama. Tali graffette però rigavano non poco la brunitura della lama e causavano percepibili sibili durante l’estrazione. L’OSS fu commissionato dall’Ufficio dei Servizi Strategici prodotto dalla Landers, Frary & Clark. Identico all’F-S ma accusato di essere mal temprato (utilizzo della lamiera a stampaggio) e sostituito nel 1944, in punto a favore rispetto alla famiglia Fairbairn-Sikes americana è l’utilizzo di un fodero con la bocca d’ingresso dotata di O-ring in gomma. Il V-42 fu un miglioramento sostanziale rispetto al resto della produzione americana: accorciato rispetto all’OSS (lunghezza della lama di 14 cm), era dotato di un pomolo “sfonda-cranio” e di una migliore capacità di penetrazione; grazie alla rivisitazione della lama, di stampo romboidale e non solamente piatta (ciò permise addirittura la perforazione degli elmetti in acciaio tedeschi). Il fodero possiede la punta con rinforzi in acciaio (obbligata dopo numerosi report di lesioni alle gambe) e un sistema d’ancoraggio ottimizzato per l’aggancio su cinture, cinturoni e all’interno di giacche e parka invernali.
La sua progettazione fu curata dal maggiore Orval J. Baldwin, il quale introdusse una nuova tecnica di presa e combattimento, la presa piatta con pollice sull’elsa e la lama in posizione orizzontale: rispetto alla classica presa a martello detta classica militare, consente un movimento di polso di 60 gradi a destra e a sinistra, e di 80 gradi in elevazione. Dai maestri d’armi è considerata come un’evoluzione progressiva della presa militare, perfetta per i fendenti e soprattutto per le stoccate violente, ma di utilizzo vincolato per i duelli all’arma bianca. Creata con specifiche destinate alle forze speciali, veniva legata alle ghette degli anfibi in posizione posteriore o a ¾ anteriore.
Il Marine Raider, l’OSS e il V-42 erano pugnali destinati puramente al combattimento, assolvevano appieno alle esigenze delle forze d’elite, ma erano inutilizzabili per il resto delle forze armate in quanto non rispondevano al requisito di utilità, ricercato e preferito dalle componenti imbarcate dell’U.S. Navy. Fu creato così l’USN mk I.
Di fatto, ai marinai imbarcati degli Stati Uniti non veniva richiesta una particolare dote nel corpo a corpo, era essenziale tuttavia la possibilità di difesa in caso di abbordaggi ma soprattutto l’uso di utensili che assolvessero ai lavori di routine senza particolari addestramenti. Fino al 1940 l’uso dei coltelli a bordo era fortemente limitato e i primi multiuso erano abbastanza limitati come funzionalità, urgeva quindi un coltello che avesse saputo coniugare l’esigenze del lavoro imbarcato ad una minima capacità combat. Fu progettato e prodotto tra il 1940 al 1945 dalla Colonial Knife co., sostituito successivamente dalla Ka-bar mk II con specifica Navy. Fu uno dei coltelli americani più prodotti durante in secondo conflitto mondiale; per un breve periodo entrò a far parte dell’equipaggiamento di sopravvivenza dei piloti della Marina. Nella scelta dei materiali, si dovette tenere conto dell’impiego gravoso al quale era destinato, infatti la combinazione di acqua salata e condizioni meteorologiche avverse rendevano fragile e ossidabile la pressoché totalità dei coltelli prodotti a quel tempo.
La lama era lunga 13 cm, al carbonio 1075 ma con accorgimenti (mutati nel tempo) per l’imitare l’azione della salsedine, quali parkerizzazione, annerimento chimico tramite ossidazione e zincatura. La forma era quella di un classico bowie da caccia, uncinata con falso filo (non sempre affilato) e dorsatura liscia; l’elsa si presentava in dischi ad anello in acciaio o alluminio. Il manico, lungo 13,9 cm, fu realizzato inizialmente in legno, successivamente fu sostituito dalla plastica con distanziali in fibra di vetro; sulle ultime versioni, fu costruito interamente in TENITE. Il tacco, collegato al codolo della lama, era fatto in acciaio, per consentirne l’uso come martello (nella brandeggiabilità, contribuiva enormemente al bilanciamento del peso della lama, consentendo una distribuzione equa del peso ed evitando spiacevoli affaticamenti al polso dell’operatore.
Il primo fodero fu prodotto il pelle, produzione che durò fino al 1945 anche con l’entrata in servizio delle fondine in vetroresina.
Ritornando all’U.S.Army, i pugnali Mark I da trincea avevano (come visto) numerosi difetti ed apparivano obsoleti. Il Fairbairn-Sikes in forza principalmente ai Marines aveva dimostrato quanto un pugnale specializzato costituisse talvolta un problema, sia dal punto di vista combattivo sia dell’utilità. Un altro problema da affrontare fu la sostituzione della gloriosa ma veneranda baionetta M1905E1 e M1; gli analisti dell’esercito decisero di provare ad accorpare tutte le migliori caratteristiche di ben tre armi bianche (scelta sostenuta anche sul piano economico), creando l’M3 e l’M4.
La differenza sostanziale tra l’M3 e l’M4 sta nell’impugnatura e nella destinazione d’uso: la M3 ha la chiara vocazione di pugnale (avente quindi un tacco nell’impugnatura liscio e adatto a compiti di percussione, e l’elsa angolata per consentire la presa piatta con pollice sull’elsa); mentre la M4 era dotata di elsa con anello di aggancio alla canna del fucile e un tacco nel manico con un morsetto di tenuta.
Il progetto dell’M3 fu scelto come proposta vincente rispetto al progetto 1218C2 dell’U.S. Marines corps (più votato all’utility). La scelta fu dettata da caratteri economici, soprattutto per l’impiego dei metalli strategici come l’acciaio e da un costo di produzione più basso. Il target iniziale infatti furono i soldati sprovvisti di baionetta o pugnale, da questo ne derivò un uso prettamente bellico, considerando secondario se non nullo l’uso come utility (scelta che fu fatta dall’U.S. Army in controtendenza rispetto al resto dei corpi d’armata). Il “battesimo del fuoco” avvenne nel 1943 e si presento come arma d’ordinanza in dotazione ai Ranger e alle unità aviolanciate dell’esercito; idealmente avrebbe dovuto essere adottato anche dalle unità d’artiglieria per i combattimenti corpo a corpo ma non ricevette il plauso dal personale combattente. Il più grande difetto di questo pugnale fu la progettazione troppo indirizzata al risparmio di materiale: per fare ciò infatti si decise di ridurre la lama al minimo, sia come spessore sia come larghezza; questo comportò l’aumento esponenziale di rapporti dal fronte, nei quali venivano presentate costanti rotture alle lame e l’inutilità del pugnale in questione nell’uso comune. Furono frequenti le “corse agli arsenali” per l’utilizzo delle venerande Mk I da trincea (quelle rimaste) nell’apertura delle casse di munizioni e rifornimenti e opere di sminamento. Molti fanti lamentarono direttamente la forma della lama, avente un controfilo molto pronunciato e affilato per solo una parte della sua lunghezza, ottimo per azioni di penetrazione ma molto limitato in fendenti contrari o a lama rovesciata. Ciò nonostante fu scelto come successore ufficiale dell’OSS.
Il passaggio a baionetta (M4) fu inevitabile e consecutivo, visto il costo di produzione della baionetta M1905. Come citato in precedenza bastò la sostituzione dell’elsa e del tacco, adattandoli alla carabina M1 o al fucile automatico Browning BAR. Sia la produzione dell’M3 che dell’M4 terminarono nel 1944, registrando il più breve periodo di produzione tra le armi bianche di tutto l’arsenale americano. Fu comunque la matrice per tutti i successivi pugnali in dotazione all’U.S.Army quali l’M5,l’M6 e l’M7. I produttori della M3 e della M4 furono l’Utica Posate Co., Robertson Posate Co., PAN Blade&Tool Co., Kinfolks Inc., Imperial Knife Co., WR Caso&Son, Camillus Posate Co., H.Boker&Co.
Entrambe le lame sono in acciaio al carbonio parkerizzato o brunito (a seconda dei produttori). La forma è a daga con punta di lancia, controfilo affilato lungo metà della dorsatura; la dorsatura prosegue da dal tallone pronunciato con una nervatura centrale fino alla punta, lunghezza complessiva 17,14 cm. L’impugnatura era composta da rondelle di pelle lavorate al tornio, rivettate al codolo di lama, poi rivestite e lucidate. Il tacco di chiusura è costituito da un tappo a fondo piatto in acciaio brunito/parkerizzato, con un perno di fermo lungo la curvatura.
La prima fondina M6 fu in pelle rivettata con passa cintura per le cinture M1910, con uno schermo metallico in punta per evitare il ferimento di chi lo indossò. Con un elastico di ritenzione laterale, fu ampliamente usata con i gambali dalle unità paracadutiste. Successivamente fu creato un fodero in vetroresina verde oliva con l’anima di tenuta in acciaio, questo modello fu nominato M8 e fu il fodero rigido più diffuso per tutta la produzione della serie M, fino alla M7.
Guardando la situazione degli altri corpi d’armata, un’altra rivoluzione che arrivò fino ai campi di battaglia fu dunque l’uso utility di un coltello, ma che, all’occorrenza, sarebbe diventato un ottimo pugnale bellico. Il precursore di tali concetti fu il soldato-pioniere James Bowie, al quale andarono i meriti di aver creato lame votate alla sopravvivenza, nonché dalla spiccata vocazione per la caccia. Inoltre intraprese meritevoli studi sulle tecniche di combattimento corpo a corpo, studi che vennero applicati durante gli addestramenti nelle basi militari.
La sfida fu raccolta dalla Ka-Bar Knife Inc., branchia specializzata della ex Union Posate Inc. nella produzione di dotazioni da caccia e sopravvivenza. Essi produssero un coltello/pugnale destinato a diventare un cult dalla sua creazione nel 1943, la cui produzione dura tuttora (2015), diventando di fatto il coltello militare più prodotto della storia mondiale. Fornì (e continua a fornire) i concetti basici e il metro di paragone per tutte le nuove lame sia americane che internazionali.
Pugnale e coltello utility: la rivoluzione Ka-bar mk II
(nell’immagine è ritratta una ka-bar mk II realizzata nel 2012 per il Corpo dei Marines, sebbene cambino le composizioni dell’acciaio e i materiali del fodero, la forma e la sostanza rimangono inalterate sin dalla sua comparsa nel 1943)
Derivò dal prototipo Knife Combat 1912C2 (come accennato in precedenza, fu quello scartato dall’U.S.Army in favore della M3) e fu fortemente voluto sia dal Corpo dei Marines sia dagli equipaggi dell’U.S.Navy. dopo l’esperienza acquisita con l’uso della Mk I da trincea e il Marine Raider, fu chiaro che la capacità prettamente combat non costituì veramente un vantaggio per il fante di prima linea, tantomeno per le retrovie (cosa che invece, per l’esercito, costituì il requisito essenziale). I primi ad adottare il prototipo come arma d’ordinanza furono i Marines nel 1942; con l’arrivo del modello ufficiale fu adottato anche dai Marine Raider, dalle truppe d’avanscoperta, dalle unità imbarcate e da tutto il personale (imbarcato e di terra) dell’U.S.Navy; fu utilizzato anche dai piloti nel kit di sopravvivenza e fu distribuito, non ufficialmente, anche a parte delle truppe dell’esercito in sostituzione delle M3. Dimostrò fin da subito la sua versatilità, sia nelle operazioni in mare che in terra ferma in ogni ambito; la versione destinata alla marina fu dotata di manico modificato per resistere alla corrosione della salsedine e prese in nome di specifica Navy. Dopo il 1944 fu distribuito a tutto l’organico dei Marines e a tutti i gradi di comando, comprese le reclute, alle quali venivano dedicate intense sessioni di addestramento sulle tecniche di lotta con l’arma bianca corta. Prese ufficialmente il nome di Mk II e, nel caso dei Navy, fu designato USN Mk II. Nel dopoguerra fu anche la dotazione (non riconosciuta, per via dell’eterna rivalità tra forze armate) ausiliaria dell’U.S.Army. Venne utilizzato durante la 2’G.M., la Guerra di Korea, la Guerra in Vietnam, Invasione di Grenada, durante l’Operazione “Giusta Causa”, nella Guerra del Golfo, nella Guerra in Afghanistan e nella Guerra in Iraq; è presente tuttora nella dotazione “a scelta” di tutta la fanteria americana e del JSOC.
I produttori e i subappaltatori furono principalmente la l’Union Posate Co. Attraverso la Ka-Bar Knife Inc., la Camillus Posate Co. Con 1 milione di esemplari fabbricati, Robertson Posate Co., PAL Posate Co., Tidioute Posate Co. (successivamente sciolta, l’attività fu rilevata da Wallace R. Brown, che la ribattezzò la società dell'Unione Razor Co.). nel dopoguerra, la produzione proseguì con l’Utica Posate Co., Conetta Posate Co., Weske Posate Co. e Ontario Knives Co. La popolarità, anche in ambito civile, portò al nome comune il principale produttore ed ideatore, identificando semplicemente la Mk II con il nome ufficialmente riconosciuto di KA-BAR®.
La lama originaria era composta d’acciaio al carbonio 1095, con brunitura anticorrosione in tutte le parti metalliche; lunghezza 18 cm. La forma fu un’uncinata Bowie, con la sezione del tallone che si fonde con la dorsatura superiore lungo la palma di lama, e si restringe come nervatura nella sezione di punta (e ciò garantisce molta resistenza sia in stoccata che in taglio verticale). Il controfilo è affilabile opzionalmente e, sotto la dorsatura, presenta uno scola sangue di grandi dimensioni. Il codolo presenta una forma cilindrica e viene bloccato, tramite perno, dal tacco del manico. Nelle versioni più recenti, a partire dal 2012 a seguito di nuove ordinazioni, viene utilizzato l’acciaio al carbonio-cromo-vanadio, dove il cromo aumenta sensibilmente la resistenza alla corrosione e il vanadio permette una tenuta di filo oltre i parametri dei semplici acciai al carbonio; di fatto la resistenza testata arriva ai 56-58 HRC. Oltre al semplice strato di brunitura anticorrosione, vengono spruzzate più mani di vernice opaca antiriflesso. Durante la produzione (e grazie alla semplice sostituzione del gruppo lama-codolo) vennero progettate più tipi di lame, in base ai vari contesti operativi: la variante più diffusa comprende una parte seghettata lunga da 3 a 5 cm lungo il filo tagliente con specifica tranciafili e trancia cavi; un’altra variante mantiene il filo lineare, ma comprende un seghetto integrato nella dorsatura e, in particolari casi, anche lungo il controfilo per metà della sua lunghezza. Una variante con lama a punto occidentale Tanto fu sviluppata dalla Ka-Bar a scopo sperimentale. La versione Navy ebbe uno sviluppo indipendente rispetto alle migliorie della versione originaria: si sostituì la lama al carbonio con lame in acciaio inox, rivestite con anticorrosione e opacizzante, la scelta di diminuire la resistenza meccanica fu però compensata da una triplicata resistenza alla corrosione, essenziale in ambiente marino. Le ultime produzioni per la versione Navy furono aggiornate con le lame al carbonio-cromo-vanadio, ma le Mk II furono presto rimpiazzate dalla Ontario Mk III mod 0.
L’elsa si presenta uguale sia per la versione standard che in quella Navy, in acciaio 1095 con brunitura anticorrosione e opacizzante antiriflesso, costituita da una placca verticale ad inserimento nel codolo. Stesso acciaio e trattamento anche per il tacco, con profilo arrotondato nell’impugnatura e piatto sul fondo, per consentire l’uso a percussione come strumento da lavoro, o contundente in situazione combat. L’impugnatura, lunga 12,16 cm, nella versione standard, era costruita in rondelle di pelle lavorate al tornio e ancorate tramite perno al codolo, rivestite e lucidate. Dopo numerosi rapporti da parte dei marinai imbarcati, fu deciso l’utilizzo per la versione Navy di rondelle in plastica, mantenendo uguale l’assemblaggio e la lavorazione. A partire dal 2012, tutte le impugnature vengono forgiate con l’uso di tecnopolimeri quali il G10, l’ABS e resine termoplastiche.
Il fodero originale era in pelle marrone trattata, con borchiatura di tenuta e distanziatori in legno; si allacciava al cinturone (o alla cintura nel caso dei marinai) attraverso un passante tra la bocca del fodero e la cinghietta reggi manico. Per i marinai il fodero rappresentò il vero problema, a causa della pelle che si consumava in modo anomalo dopo l’esposizione all’acqua salata. Nelle versioni recenti, il fodero in pelle ha ceduto il posto a foderi tattici completamente in vetroresina o in ABS rinforzato, con passa cintura nella medesima posizione in cordatura nilon e attacco M.O.L.L.E. per l’ancoraggio modulare nei corpetti tattici; dispone inoltre, da entrambe le parti, due coppie di passanti per elastici, nel caso si opti per l’ancoraggio come gambale.
La dinastia M dell’U.S.Army
Mentre l’U.S. Navy, l’U.S. Air Force, il corpo dei Marines e le neonate forze speciali di tutti i corpi d’armata americani indirizzarono la tecnica bellica lungo il rapido e progressivo abbandono del concetto di baionetta (favorendo in modo esponenziale la versatilità d’uso e il concetto di pugnale stesso), l’U.S. Army dovette gestire al “caos” di armi bianche in seno al proprio arsenale. Alla fine della 2’ G.M. dovettero essere radiate le vecchie M1917 (cosa che accadde molto lentamente), sostituite sia le M1 che le M1905E1, cedere le M1905 primo modello e migliorare la tanto criticata baionetta-pugnale M4 e M3; senza contare che per molto tempo vennero ancora distribuite le Mk I da trincea. Il risultato di questo vario assortimento si avvertì durante la Guerra di Corea, con il visibile mal assortimento tra le file di prima linea. Gli analisti decisero quindi di eliminare tutta la serie M1905, M1905E1, M1, Mk I e M1917 in favore di quella che sarà l’evoluzione della serie M3-M4: l’M5 e l’M6.
Entrambi furono prodotti dal 1953 al 1960. Entrambe erano classificate come baionette, ma la loro linea d’utilizzo intersecò con il concetto di pugnale, nello specifico, con le lame corte da combattimento puro. La differenza tra la M5 e la M6 fu che la prima fu disegnata per operare con il fucile M1 Garand mentre la seconda era accoppiabile con il fucile l’M14; questo ridusse le baionette-pugnali a soli due modelli, semplificando anche la gestione dei pugnali. Nella sua progettazione si diede molta attenzione al montaggio e allo smontaggio dalla piattaforma di fuoco: si registrò infatti che le operazioni di smontaggio e (particolarmente) quelle di montaggio, richiedevano tempo e una certa perizia nelle operazioni, non sempre possibili durante le situazioni d’ingaggio. La situazione peggiora in presenza di climi estremi come quello artico, dove l’uso dei guanti crea un impedimento anche per le semplici operazioni di routine. Le ditte incaricate alla produzione furono l’Aero Posate, Jones&Dickinson Tool, l’Imperial Knife, Utica Posate e la Columbus Milpar&Mfg.
La lama fu in acciaio al carbonio lunga 17,14 cm, con la forma a daga, filo continuo e controfilo affilato per metà della sua lunghezza. Il tallone si presentò non affilato e mantenne la medesima sezione fino a metà della sua lunghezza, proseguendo come nervatura centrale nella sezione di punta (M5A1) mentre fu assente nella M5 standard. Tutte le parti acciaiose vennero trattate tramite parkerizzazione, la quale gli conferì il colorito grigio scuro.
La vera novità fu il manico, lungo 12 cm, ma soprattutto il meccanismo di rilascio. L’elsa, dello stesso materiale della lama, si diversificò in base ai modelli e quindi in base ai fucili, nel manico invece furono tolte le rondelle in pelle in entrambe le versioni a favole di un manico in materiale plastico stampato a guancette e rivettato al codolo della lama, per agevolare il grip furono stampate zigrinature in entrambi i lati. Il meccanismo di sblocco costituisce il cuore della M5 e della M6: costituito da un pulsante di grandi dimensioni, con azionamento a leva a gomito (tramite molla di ritorno) sul perno di bloccaggio, posizionato sotto la presa di gas del fucile. Mentre nella M5 la molla di recupero è perpendicolare al pulsante, nella M5A1 è disposta a 45 gradi d’inclinazione rispetto al tasto.
Il fodero rimase l’M8 destinato alla baionetta M3 per entrambe le versioni, con anima ferma lama in acciaio, un rivestimento a guaina in vetroresina verde oliva, passante unico per la cintura e cinghietta reggi-manico in canapa. Fu successivamente rimpiazzato dal fodero M8A1, la quale mantiene tutte le caratteristiche dell’M8 ma con una clip in metallo per l’inserimento nei cinturoni M1910. Ad oggi, nel 2015, l’M5 viene tuttora utilizzata con scopi di rappresentanza durante le cerimonie, insieme all’M1 Garand.
La vita operativa non durò a lungo in quanto non venne fatto nulla per risolvere i problemi progettuali delle vecchie M3 e M4 e, dopo il 1960, vennero entrambe sostituite dal modello unico, l’M7.
L’entrata in servizio degli innovativi fucili d’assalto Armalite M16, sia la baionetta M5 che l’M6 risultarono incompatibili con l’attacco del nuovo sistema d’arma. Si rese necessaria quindi una riprogettazione del meccanismo di blocco/sblocco nell’impugnatura. L’entrata in servizio della nuova M7 avvenne nel 1964 e fu sperimentata direttamente durante la Guerra in Vietnam. Pur essendo stato sviluppato dall’U.S. Army, essa era associata al fucile M16 e fu quindi distribuita a tutte le forze armate, compreso il servizio di sicurezza aeroportuale dell’U.S. Air Force. Sul piano internazionale riscosse numerosi riconoscimenti, tanto da venire incorporata in piattaforme d’arma diverse da quella originale, per esempio nei fucili IMI Galil israeliani, negli Steyr AUG austriaci e nei Beretta italiani (in generale, tutti i fucili d’assalto dei paesi membri della NATO potevano essere integrati alla M7). I marchi incaricati per la produzione furono la Bauer Ord Co., la stessa Colt (produttrice dell’M16), l’Ontario Knife, la tedesca Eickhorn, la Columbus milpar&mfg, Conetta mfg, Frazier mfg, General Posate e l’Imperial Knife. Le principali nazioni produttrici (in licenza) della M7 fu Canada, Germania Occidentale, Filippine, Singapore, Israele e Corea del Sud.
Della baionetta rimasero i problemi congeniti appartenenti a tutta la famiglia “M”, sin dalla M3, questo fu uno dei motivi che spinsero l’U.S. Army ad abbandonare definitivamente il concetto di pugnale-baionetta puro.
Le caratteristiche della lama rimasero inalterate rispetto alla serie precedente. Come accennato fu il manico ad essere ripensato: innanzitutto l’occhiello dell’elsa fu ingrandito e fu eliminato tutto l’apparato di sblocco (pulsante, molla e camme) a favore di un codolo pieno e di nuove guancette piene, anch’esse in materiale plastico e assemblate tramite due viti con dadi autobloccanti. Il tacco dell’impugnatura comprese un sistema “a pinza” d’ancoraggio, sostituendo il perno di fermo; questa scelta aumentò decisamente la resistenza dell’impugnatura e, oltre a diminuirne la manutenzione, consentì la presa su una “crocera” posizionata sotto il delta di mira dell’M16.
La baionetta M7 fu l’ultima baionetta in seno all’arsenale americano ad utilizzare il fodero M8A1 (precedentemente descritto).
Il cambiamento di tendenza dell’U.S. Army
Sebbene l’esercito risolse numerosi problemi con l’adozione della singola M7, fu di fatto l’unico corpo a risultare “ritardatario” nello sviluppo di una vera e propria baionetta-pugnale che potesse essere usata efficacemente come strumento utility (quest’ultima prerogativa fu considerata secondaria dagli stessi analisti dell’U.S. Army). L’orgoglio d’armata (e tutte le scelte tecniche che ne conseguirono) fu gravemente compromesso dopo che i Marines continuarono a utilizzare e trasportare i pugnali Ka-Bar Mk II insieme alla M7 (usando quest’ultima il meno possibile), l’U.S. Navy tenne la baionetta negli arsenali, l’U.S. Air Force non la usò e continuò a dotare i piloti di Mk II Navy o con le vecchie USN Mk I. gli stessi soldati dell’esercito non solo lamentarono gli stessi difetti riscontrati nella M5 e M6, ma si dotarono (attraverso “canali” di fornitura non ufficiali e contro il volere dei superiori) delle stesse Ka-Bar in forze ai Marines (aggiungendo discredito alla dispendiosa ricerca bellica dell’esercito). Fu per tali motivi che, ventidue anni dopo, venne creata ciò che tuttora (2015) viene prodotta e considerata la “rivale” della Mk II, rappresenta una delle basi per la creazione delle baionette utility moderne: la M9.
La baionetta M9 fu progettata nel 1985 ed entrò in servizio nel 1986 in tutte le forze armate aventi in dotazione i fucili d’assalto Colt M16A2, M16A3 e M4, successivamente anche per i Colt/FN M4A1, M16A4, Scar-L, Scar-H, HK416 e HK417. Il suo progettista fu Charles A. Finn per conto della Qual-A-Tec, prodotta successivamente dall’Ontario, Phrobis, LanCay e Buck Knives. L’idea di base fu la creazione di una baionetta dalla pura capacità utility, pur tenendo fede al suo ruolo di baionetta. Per assolvere a questo compito fu presa forte ispirazione dalla baionetta russa destinata agli Avtomat Kalashnikova AKM, più precisamente la baionetta-pugnale AKM 59/2, scelta che risultò geniale dal punto di vista tecnico ma pesantemente criticata in patria dai sostenitori del “made in U.S.A.”. Le critiche non si risparmiarono nemmeno sul campo: avendo una “foglia” di lama più larga e, di conseguenza, più fine della vecchia M7, vennero riportati casi di rotture durante i normali lavori di utility come per esempio le azioni di leva o torsioni (il problema fu risolto pochi anni dopo con l’adozione di lame con il 20% di spessore maggiorato rispetto all’M7, causandone un lieve sbilanciamento anteriore) . A discapito dei detrattori, divenne il pugnale-baionetta tra i più diffusi al mondo e segnò nuovi standard per la realizzazione dei futuri coltelli “generazione 2000”. Viene prodotta su licenza tutt’oggi e ora (2015) resta tra la dotazione ufficiale dell’organico militare americano. Il pugnale-baionetta M9 ricevette il battesimo del fuoco durante l’Invasione di Panama, fu utilizzato anche durante la Prima Guerra del Golfo, la Guerra in Iraq e durante la Guerra in Afghanistan. Venne prodotta come arma d’ordinanza anche in altri paesi quali l’Australia, Abu Dhabi, Canada (sotto licenza dalla Diemaco) e come coltello da campo per il Jieitai giapponese.
La lama è lunga 17,78 cm ed è costituita in acciaio al carbonio con trattamento parkerizzato (con fosfato color verde oliva per le produzioni Ontario Knives). La forma è una classica uncinata Bowie ma con specifici accorgimenti funzionale, che la resero avveniristica al momento della sua creazione: sul dorso detta lama vi è un segetto taglia corde e, per due centimetri nel falso filo, vi è un taglio a “trancino”, soluzione copiata dalla russa AKM 59/2. Questa soluzione, unita al foro presente nella lama, permette l’accoppiamento “a forbice” con un pignone istallato nel fodero; quest’ultimo dotato di incavatura e di una piccola lama al carbonio dello stesso tipo della M9. Ciò permette l’uso del gruppo coltello-fodero come una cesoia tranciafili (garantendo anche una discreta protezione elettrica) e rendendo di fatto il fodero una componente attiva dell’equipaggiamento del fante. Altra novità per l’U.S. Army fu l’introduzione di uno scola sangue nel palmo di lama. La rigidità gli è conferita anche dal generoso tallone di lama (in rapporto alla lunghezza della stessa) che prosegue come dorsatura per tutta la parte superiore fino alla punta.
Il codolo di lama, il tacco con il sistema di bloccaggio a pinzette e l’elsa ricalcarono il modello M7 ma fu studiato un nuovo grip nell’impugnatura (lunga 12,7cm), con l’abbandono delle guancette avvitate in favore di una colatura di materiale plastico in corpo unico, inserito dal codolo e tenuto fermo dal tacco. Dopo il 2000 la plastica fu sostituita dal G10, con possibilità di colore nero o verde oliva. Il fodero M10 è creato tuttora da un’astuccio in vetroresina con anima blocca-coltello in acciaio. In punta vi è fissato il meccanismo “a trancino”, svitabile e intercambiabile in caso di danneggiamento. Le farti in nilon comprendo il passante cintura e una tasca esterna, ove vi trovano posto gli strumenti essenziali di sopravvivenza quali fiammiferi, ami con filo, uno specchietto, stoppini di cotone, un accendino, bussola per lettura carte e un ago con filo. Con l’abbandono del sistema di trasporto dell’equipaggiamento individuale A.L.I.C.E. in favore del modulare M.O.L.L.E., venne inserita una clip di sgancio rapido in plastica ABS nel passa cintura e una “bretella” a bottone rapido nel retro del fodero (compatibile con i passanti M.O.L.L.E. pe i corpetti tattici NATO). Sempre nel retro vi è incollata una pietra affilatrice per lo svolgimento dei normali lavori di affilatura.
Storia breve del pugnale americano
(U.S.Army, U.S.Navy, U.S.Marine Corp, U.S.Air Force, JSOC)
Se si dovesse cercare un’arma o equipaggiamento che accomuni qualsiasi generazione di soldati, qualsiasi esercito in qualsiasi scenario tattico, la risposta è una sola: il pugnale (e le baionette in generale). Snobbato da molti e osannato da tanti, costituisce l’arma “di backup del backup”, cioè l’estrema risorsa, nel caso anche le pistole falliscano il loro compito. In questi ultimi trent’anni ha costituito parte integrante dell’equipaggiamento d’emergenza e per lo svolgimento di lavori da campo ampliando quindi il suo campo d’uso, al di fuori della pura e semplice arma. In questi articoli non spiegherò la tecnica “nuda e cruda” dell’arma bianca, ne tantomeno le baionette prima del 1900. Molti riferimenti però verranno citati (e nel caso approfonditi) per capire meglio l’evoluzione fino ai tempi moderni dei pugnali a guerra.
Fin dalle sue origini, ancor prima degli egizi, costituiva l’arma degli assassini: veloce, occultabile e silenziosa. Il pugnale conservò la sua utilità fino al perfezionamento delle armi da fuoco (dalla colubrina ai moschetti ad avancarica). Va osservato che, oltre alle armi da fuoco, mutò completamente anche lo scenario bellico, il quale non prevedeva più il corpo a corpo puro e semplice, ma il combattimento all’arma bianca come atto conclusivo di lunghe salve di proiettili tra la fanteria e l’artiglieria. In quest’ottica nacque la baionetta.
Innestabile sulla canna terminale dei fucili, costituiva il prolungamento di quest’ultimo. Senza filo affilato ma dotata di tronco romboidale (divaricava le ferite) ed estremità a punta; il suo uso seguiva la “carica”, dove la prerogativa non era di combattere ma di sbaragliare “a mano” la fanteria rimanente con un attacco frontale diretto. La baionetta dominò sul campo di battaglia fino alla Prima Guerra Mondiale, l’evento che cambiò nuovamente e radicalmente tattiche, armi e la concezione di guerra stessa.
Dalla baionetta al pugnale, evoluzione del concetto di combattimento ravvicinato
Studiando la morfologia del campo di battaglia tra il ‘900 e il ‘920, compaiono numerosi aspetti tecnici rivoluzionari che , impiegati su larga scala, andarono a neutralizzarsi vicendevolmente, creando situazioni di stallo. In parole povere, le armi da fuoco saturarono il campo di battaglia e costrinsero i soldati ad una guerra di posizione di trincea. Applicando il concetto all’arma bianca, risulta impossibile per ogni fante gettarsi nella mischia e sperare di infilzare qualcuno a kilometri di distanza, sotto il fuoco falciante di tutte le bocche di fuoco del fronte. Nel caso fortuito che si fosse arrivati alla trincea nemica, la trincea (che aveva una geometria antibomba a zig-zag) non era abbastanza ampia per poter intraprendere combattimenti con un’arma lunga circa due metri e dieci (ma, come si sa, essendo stata una guerra condotta con vecchie mentalità tattiche, tutto ciò venne eseguito comunque, con ovvie conclusioni e fallimenti). Fu proprio questo il punto di partenza che guidò gli analisti militari a rispolverare il concetto di pugnale bellico.
L’arsenale americano
La baionetta 16, ritenuto dall’esercito americano antiquata, fu sostituito da un’arma di forma più convenzionale, tra un coltello e uno spadino. Ciò permise un secondo utilizzo, anche dopo lo smontaggio dello stesso dal fucile. Per certi versi, si può considerare ciò come il vero punto di nascita del concetto di arma da corpo a corpo americana: nel caso il fante avesse perso l’arma primaria o avesse dovuto ovviare a inceppamenti, dopo l’ordine di attacco (o durante l’avanzata in corso) avrebbe potuto separare la baionetta dal fucile e proseguire, con presa di mano in stile “a lama retrocessa” all’assalto. Piccola nota tecnica, all’epoca la fanteria aveva un addestramento sbrigativo e finalizzato all’apprendimento della tecnica generale; quindi le odierne tecniche a uso marziale impiegabili, durante la Prima Guerra Mondiale, si riducevano a due: presa retrocessa e sfondamento di linea con la baionetta innestata. Da tutto ciò nacque la M1905.
Creata nel 1905 fino al 1945 circa, dai principali produttori armieri Springfield Armory, Rock Island Arsenal, American Fork & Hoe Oneida, Ltd. Pal Blade; creata per il fucile di fanteria Springfield M1903. La lama originaria era lunga 40,6 cm e 10,1 cm l’insieme di elsa e manico.
Il manico era costruito in legno ma con la sua evoluzione, la baionetta M1942, il legno fu sostituito da guancette in bakelite: questo per ridurre il costo di produzione, arrivato a cifre considerevoli durante la Seconda Guerra Mondiale. Nelle prime versioni (fino al 1918), le lame erano di metallo nudo al carbonio e tra il 1918 e il 1922 l’acciaio fu “parkerizzato”(trattamento anticorrosione al fosfato) e azzurato, con impugnature in noce nero. A tal proposito fu modificata l’anello nell’elsa per permettere la sua istallazione anche nei fucili M1 Garand. Sebbene, con l’avvento della M1905E1, la M1905 originaria passò in secondo piano, ritrovò una grande popolarità durante la Guerra del Pacifico contro i giapponesi: l’esercito nipponico infatti utilizzava la spada-baionetta Type 30 in abbinamento ai già lunghi fucili Arisaka, costringendo quindi gli americani ad una rinnovata guerra all’arma lunga. Lungo il tacco dell’impugnatura vi era incavata una guida di scorrimento e, tra l’elsa e la parte bassa del manico, vi era il pulsante di sblocco dalla canna del fucile.
La M1 rappresenta l’evoluzione principale della serie 1905; sviluppata per il combattimento in ambiente europeo, mantiene le caratteristiche dell’elsa e dell’impugnatura della M1942, ma presenta una lama accorciata (fortemente voluta dalle forze armate) da 25,4 cm. Caratterizzata da una lama a punta di lancia (spear point) a doppio filo, con lo scola sangue lungo la lunghezza del dorso centrale, l’acciaio presenta una brunitura antiriflesso.
Per la sua produzione, costellata da continue limitazioni al budget militare imposte della guerra, furono richiamate numerosi esemplari della baionetta M1905 per lavorazioni di accorciamento. Tali baionette presero il nome di M1905E1: la loro lavorazione comprendeva due tipi di lame, una simile alla M1 ma senza l’opacizzante antiriflesso e l’altra con il taglio di punta in stile Tanto, con lo scola sangue maggiorato e continuato aperto lungo tutta la sua lunghezza fino alla punta (eccezion fatta per il tronco di lama).
Per quanto riguarda il fodero, la prima versione (destinata alla M1905 originale) era costruito in legno foderato da una guaina in pelle marrone, con passa cintura in pelle. Il suo sostituto M1910, utilizzato dagli inglesi per il Lee-Enfield, possedeva una guaina in pelle verde e, al posto del passa cintura, un gancio per accoppiamento al cinturone. Nella Seconda Guerra Mondiale venne utilizzato il fodero M3, costituito da un astuccio in vetroresina e da una gola blocca lama in metallo; furono mantenuti i ganci per il cinturone. Generalmente veniva agganciato al cinturone nella 1’G.M. e attaccato allo zaino durante la 2’G.M.
Per quanto l’M1905 e l’M1 avessero costituito un notevole passo avanti per la fanteria di linea, il problema del corpo a corpo ravvicinato restava una lacuna tecnica e tattica costante; ma, con il perfezionamento delle unità definite commando, doveva evolversi anche il concetto di baionetta-spadino, per fare ciò si riscoprì un’arma medievale (adattata ai tempi moderni), nacque lo stiletto M1917.
Utilizzato durante tutta la Prima Guerra Mondiale (fonti citano anche la 2’G.M., la Guerra di Corea e parte della Guerra in Vietnam come residuati bellici) e prodotto dalla Frary&Clark (L.F.&C.), fu la matrice dalla quale si sviluppò, successivamente, il Mark I da trincea. Essenzialmente si basa sulla baionetta inglese P1907 per il fucile Enfield; l’attacco dell’elsa non permise l’accoppiamento con i fucili dell’arsenale americano, pertanto l’elsa fu raccordata al fondello di chiusura dell’impugnatura, fondendosi in un blocco unico. Grazie all’aggiunta di “merletti” sul raccordo paramano e di un pomello contundente nel manico (necessario per l’assemblaggio di chiusura dell’arma), si rivelò una temibile arma corta, tanto da venire adottata non solo dall’esercito degli Stati Uniti, ma anche dagli incursori britannici, australiani e dagli alleati francesi.
La lama è uno stilo in acciaio al carbonio di sezione triangolare, privo di filo ma dotato di punta; la sua lunghezza si attesta sui 25,4 cm (35,5 cm complessivi con l’elsa e l’impugnatura) con brunitura antiriflesso. Il fodero è in pelle marrone borchiato con passa cintura.
L’M1917 passò però in secondo piano rispetto alla baionetta M1905: sebbene più corto, dotato di tirapugni e dalla spiccata vocazione “d’assalto”, l’assenza di filo costituiva una grave limitazione al suo utilizzo. Inoltre, sul piano tecnico, il raccordo/tirapugni costituì uno svantaggio e un vantaggio allo stesso tempo: l’utilità del tirapugni fu indiscutibile, ma l’impugnatura chiusa dovette fare i conti con la dotazione invernale del fante (in particolar modo i guanti, i quali ne rendevano difficile l’utilizzo) e con la difficoltà di diversificare le prese in ingaggio, costringendo l’operatore a combattere con la presa rovesciata (reverse grip) o con la presa classica militare (right grip).
La situazione cambiò con l’entrata in scena di un pugnale destinato a rimanere impresso nell’immaginario collettivo: il Mark I da trincea.
Considerato da molti analisti come il pugnale simbolo del primo conflitto mondiale, deriva concettualmente dalle esperienze maturate dai soldati americani con la M1917, risolvendone gran parte dei difetti. Fu progettato dalla Hanry Disston&Sons di Philadelphia per conto della AEF (American Expedition Force), ex branchia di ricerca e sviluppo dell’U.S. Army. Approvata dai test condotti dall’AEF nel giugno 1918, ottenne (rispetto al predecessore da cui derivò) meriti considerevoli in merito a manutenzione, “usabilità” insieme ad altri oggetti/armi, rapidità d’impiego in azione, sicurezza del grip, facilità di trasporto in posizione distesa, seduta ed eretta, forma della lama e dell’impugnatura, bassa capacità di disarmo e per le dimensioni ben proporzionate.
Dopo la 1’G.M., gli ulteriori ordini per la sua produzione vennero cancellati e, sebbene blasonata, non poteva competere con le baionette e con i pugnali che entrarono in produzione (come spiegherò in seguito). L’unico difetto proprio di questo pugnale fu il costo, derivato non tanto dall’acciaio, ma dall’uso dell’ottone per la fabbricazione dell’elsa e del manico (certamente migliore del legno della M1917, ma indubbiamente antieconomico). Il difetto congenito invece, fu lo stesso del suo predecessore: la forma chiusa del tirapugni/elsa non consentiva l’esecuzione di più prese differenti in situazioni di combattimento; l’inserimento di anelli interdigitali maggiorò la capacità di controllo e impugnabilità, consentendo prese difficili in ogni condizione, pagando però la rinuncia all’uso dei guanti (impossibile quindi da usare nei periodi invernali, è l’ottone a contatto non aiutava). Ritrovò nuova giovinezza durante la 2’G.M. equipaggiando tutta la linea di fanteria americana (l’U.S. Army la sostituì successivamente con il modello M3) dei Ranger e dell’elite aviotrasportata , il Corpo dei Marines Raiders (i quali lo sostituirono con lo stiletto FairBairn-Sikes e con la Ka-Bar mk II) e i reparti scelti dell’esercito inglese (divenne l’arma simbolo delle unità commando e S.A.S.). Alla fine della 1’G.M., la maggior parte dei lotti americani furono comprati dall’esercito francese, questi pugnali sono tuttora distinguibili per l’immagine stampigliata di un leone rampante, del pomello di sfondamento quadrato e di scanalature nella parte superiore dell’impugnatura.
La lama segna la differenza primaria con il modello M1917: si trattava di una lama a daga con punta di lancia, doppio filo a nervatura centrale continua, lunga 17,1 cm(dal punto all’elsa). Il materiale usato era il classico acciaio al carbonio con finitura annerita antiriflesso attraverso l’ossidazione; la sua forma fu copiata dal pugnale francese Counteau Pugnale MLE 1916, noto come Le Vengeur.
L’insieme di elsa e impugnatura rese particolare ed estremamente resistente il pugnale: sviluppate in un unico blocco con lavorazione in fusione di bronzo con un annerimento chimico antiriflesso. Il pomello di sfondamento fungeva da dado blocca lama, ottimizzato per l’uso contundente nella classica presa militare. Il lungo “ponte” tirapugni che collegava l’elsa al pomello fu sostituito da quattro anelli raccordati in un blocco unico, aumentando di fatto la resistenza ai colpi diretti; inoltre, rispetto alla M1917, le merlettature furono sostituite da cuspidi piene in linea unica, posizionate sull’appice di ogni nocca: tale soluzione, oltre all’utilità di tirapugni, fungeva da impedimento, nel caso l’avversario avesse voluto afferrare/fermare la mano armata dell’operatore.
La guaina in pelle fu sostituita da un fodero metallico in fusione di bronzo, senza rivestimenti esterni, anch’essa annerita chimicamente.
La Seconda Guerra Mondiale: rivoluzione del concetto di arma bianca, usi e tattiche d’ingaggio.
La fine della 1’G.M. sancì la fine di un’era nell’uso delle lame. Gli scenari mutarono, i combattimenti non avvennero più dentro le trincee o in spazi aperti, bensì ovunque. Da questo periodo infatti le baionette persero notevolmente d’importanza, tanto da congiungersi sempre più con il “mondo” dei coltelli e delle lame corte (eccezion fatta per l’esercito nipponico). Da un lato, le esigenze della fanteria mutarono dal puro combattimento al concetto di sopravvivenza, dall’altro, il prosperare della guerra asimmetrica condotta dalle truppe d’elite costringeva i produttori a lame sempre più compatte e bilanciate. A oggi, tali considerazioni sembrerebbero ovvie e naturali, all’epoca però portarono ad un cambiamento radicale di tutto un settore bellico; lame promosse da semplici armi di backup a elementi attivi e imprescindibili per ogni combattente.
Il primo segno di cambiamento si ebbe dai numerosi tipi di pugnali/coltelli adottati dagli Stati Uniti: ogni corpo d’armata richiedeva infatti una lama con particolari proprietà dedicate, impossibile quindi proporre un modello unico che assolvesse a tutte le richieste. Ciò diede forte spinta alla ricerca bellica per l’arma bianca perfetta e portò il mondo delle lame belliche contemporanee al pari delle armi da fuoco in quanto ad importanza.
Per quanto riguarda il ruolo di puro combattimento, il pugnale più rappresentativo fu il FairBairn-Sikes Marine Raider.
Le prime unità d’elite del Corpo dei Marines e dei Ranger dell’esercito richiedevano un pugnale tatticamente più specializzato del Mark I da trincea (utilizzato dalla fanteria). Il loro profilo di missione richiedeva solo in minima parte in fattore sopravvivenza, privilegiando notevolmente la capacità d’attacco, quindi azioni veloci di soppressione, assalto silenzioso, profilo di lama sottile e un’impugnatura che consenta capacità di presa multiple. Per avere tutto ciò fu creata una versione nazionale del coltello inglese FairBairn-Sikes F-S.
Quest’ultimo fu creato nel 1941 dalla Wilkinson Sword su disegno di William Ewart Fairbairn e Eric Anthony Sykes, utilizzato dai membri del S.A.S. e dalle truppe paracadutiste britanniche. Nella sua progettazione fu tenuto conto di due fattori, l’equilibrio e l’acume. L’impugnatura e l’elsa dovevano dare un buon grip e feeling alla mano e la lama non doveva essere pesante (rispettando un bilanciamento equo con l’impugnatura) e trascinare quindi le dita in basso, allentando di conseguenza la presa.
Il primo prototipo di presentava in acciaio al carbonio nichelato e con l’impugnatura in ottone diamantato zigrinato, il fodero fu costruito in pelle marrone con un elastico di ritenzione del pugnale; il tutto per eliminare quanto possibile il rumore derivato dall’estrazione/inserimento nel fodero del pugnale stesso. Con l’inizio della produzione in massa, e con il target d’impiego molto specializzato, si decise di mantenere i materiali inalterati ma di sostituire la finitura brunita al rivestimento nichelato. La lama era lunga 16,6 cm, a daga con doppio filo, profilo piatto, dorsatura centrale corrente lungo tutta la lunghezza della lama e il filo che arrivava fino all’elsa da ambo le parti. Il manico era lungo 11,8 cm.
Per dovere di cronaca, la scelta della brunitura fu molto discussa, soprattutto degli ingegneri Wilkinson Sword; riportando una frase (tradotta) divenuta celebre: "Credo che un coltello debba essere brillante e molto lucido, per la ragione che il 20% della lotta è persa, non timorando la mente della vittima con il riflesso che solo un coltello brillante sa dare. ".
Per la progettazione, fu scelta una lama piatta stilettata, ad alta perforazione, questo per permettere durante la stoccata di bypassare le costole della gabbia toracica. Oltre a questo, molta attenzione fu prestata al metodo di affilatura e al filo in generale, questo perché un’arteria lacerata tende a contrarsi naturalmente fermando l’emoraggia, un’arteria recisa di netto porterà il ferito all’incoscienza e alla morte rapida.
La versione americana si divise essenzialmente in tre modelli: il Marine Raider (da cui prese il nome e la notorietà), l’OSS e il V-42. Il Marine Raider fu adottato dal reparto d’elite del Corpo dei Marines (i Marine Raider per l’appunto), ricalcando il FairBairn-Sikes F-S; la differenza con quest’ultimo risiede nel manico, pressofuso direttamente nel codolo della lama. L’enorme richiesta di metalli strategici come l’acciaio costrinse l’utilizzo di una lega in zinco-alluminio; la scelta “a risparmio” del materiale si ritorse contro nel momento in cui si scoprì che, durante la guerra, la lega tendeva a lisciviare, lasciando la lama (allungata di 6,4 mm) e l’impugnatura estremamente fragile. Moltissimi soldati lamentarono di lame rotte con semplici stoccate di punta, else crepate dopo lavori di leva e fiorettature con conseguente corrosione precoce; per eliminare almeno l’ultimo problema si provò con la lubrificazione anti ionica a base di vasellina, cosa che rese impossibile l’utilizzo per il quale il pugnale fu creato. Fu sostituito definitivamente dalla Ka-bar mk II. Il fodero non fu esente da critiche, in quanto, sebbene uguale all’F-S, possedeva delle graffette in acciaio sulla bocca per evitare lo squarciamento del fodero stesso contro il filo della lama. Tali graffette però rigavano non poco la brunitura della lama e causavano percepibili sibili durante l’estrazione. L’OSS fu commissionato dall’Ufficio dei Servizi Strategici prodotto dalla Landers, Frary & Clark. Identico all’F-S ma accusato di essere mal temprato (utilizzo della lamiera a stampaggio) e sostituito nel 1944, in punto a favore rispetto alla famiglia Fairbairn-Sikes americana è l’utilizzo di un fodero con la bocca d’ingresso dotata di O-ring in gomma. Il V-42 fu un miglioramento sostanziale rispetto al resto della produzione americana: accorciato rispetto all’OSS (lunghezza della lama di 14 cm), era dotato di un pomolo “sfonda-cranio” e di una migliore capacità di penetrazione; grazie alla rivisitazione della lama, di stampo romboidale e non solamente piatta (ciò permise addirittura la perforazione degli elmetti in acciaio tedeschi). Il fodero possiede la punta con rinforzi in acciaio (obbligata dopo numerosi report di lesioni alle gambe) e un sistema d’ancoraggio ottimizzato per l’aggancio su cinture, cinturoni e all’interno di giacche e parka invernali.
La sua progettazione fu curata dal maggiore Orval J. Baldwin, il quale introdusse una nuova tecnica di presa e combattimento, la presa piatta con pollice sull’elsa e la lama in posizione orizzontale: rispetto alla classica presa a martello detta classica militare, consente un movimento di polso di 60 gradi a destra e a sinistra, e di 80 gradi in elevazione. Dai maestri d’armi è considerata come un’evoluzione progressiva della presa militare, perfetta per i fendenti e soprattutto per le stoccate violente, ma di utilizzo vincolato per i duelli all’arma bianca. Creata con specifiche destinate alle forze speciali, veniva legata alle ghette degli anfibi in posizione posteriore o a ¾ anteriore.
Il Marine Raider, l’OSS e il V-42 erano pugnali destinati puramente al combattimento, assolvevano appieno alle esigenze delle forze d’elite, ma erano inutilizzabili per il resto delle forze armate in quanto non rispondevano al requisito di utilità, ricercato e preferito dalle componenti imbarcate dell’U.S. Navy. Fu creato così l’USN mk I.
Di fatto, ai marinai imbarcati degli Stati Uniti non veniva richiesta una particolare dote nel corpo a corpo, era essenziale tuttavia la possibilità di difesa in caso di abbordaggi ma soprattutto l’uso di utensili che assolvessero ai lavori di routine senza particolari addestramenti. Fino al 1940 l’uso dei coltelli a bordo era fortemente limitato e i primi multiuso erano abbastanza limitati come funzionalità, urgeva quindi un coltello che avesse saputo coniugare l’esigenze del lavoro imbarcato ad una minima capacità combat. Fu progettato e prodotto tra il 1940 al 1945 dalla Colonial Knife co., sostituito successivamente dalla Ka-bar mk II con specifica Navy. Fu uno dei coltelli americani più prodotti durante in secondo conflitto mondiale; per un breve periodo entrò a far parte dell’equipaggiamento di sopravvivenza dei piloti della Marina. Nella scelta dei materiali, si dovette tenere conto dell’impiego gravoso al quale era destinato, infatti la combinazione di acqua salata e condizioni meteorologiche avverse rendevano fragile e ossidabile la pressoché totalità dei coltelli prodotti a quel tempo.
La lama era lunga 13 cm, al carbonio 1075 ma con accorgimenti (mutati nel tempo) per l’imitare l’azione della salsedine, quali parkerizzazione, annerimento chimico tramite ossidazione e zincatura. La forma era quella di un classico bowie da caccia, uncinata con falso filo (non sempre affilato) e dorsatura liscia; l’elsa si presentava in dischi ad anello in acciaio o alluminio. Il manico, lungo 13,9 cm, fu realizzato inizialmente in legno, successivamente fu sostituito dalla plastica con distanziali in fibra di vetro; sulle ultime versioni, fu costruito interamente in TENITE. Il tacco, collegato al codolo della lama, era fatto in acciaio, per consentirne l’uso come martello (nella brandeggiabilità, contribuiva enormemente al bilanciamento del peso della lama, consentendo una distribuzione equa del peso ed evitando spiacevoli affaticamenti al polso dell’operatore.
Il primo fodero fu prodotto il pelle, produzione che durò fino al 1945 anche con l’entrata in servizio delle fondine in vetroresina.
Ritornando all’U.S.Army, i pugnali Mark I da trincea avevano (come visto) numerosi difetti ed apparivano obsoleti. Il Fairbairn-Sikes in forza principalmente ai Marines aveva dimostrato quanto un pugnale specializzato costituisse talvolta un problema, sia dal punto di vista combattivo sia dell’utilità. Un altro problema da affrontare fu la sostituzione della gloriosa ma veneranda baionetta M1905E1 e M1; gli analisti dell’esercito decisero di provare ad accorpare tutte le migliori caratteristiche di ben tre armi bianche (scelta sostenuta anche sul piano economico), creando l’M3 e l’M4.
La differenza sostanziale tra l’M3 e l’M4 sta nell’impugnatura e nella destinazione d’uso: la M3 ha la chiara vocazione di pugnale (avente quindi un tacco nell’impugnatura liscio e adatto a compiti di percussione, e l’elsa angolata per consentire la presa piatta con pollice sull’elsa); mentre la M4 era dotata di elsa con anello di aggancio alla canna del fucile e un tacco nel manico con un morsetto di tenuta.
Il progetto dell’M3 fu scelto come proposta vincente rispetto al progetto 1218C2 dell’U.S. Marines corps (più votato all’utility). La scelta fu dettata da caratteri economici, soprattutto per l’impiego dei metalli strategici come l’acciaio e da un costo di produzione più basso. Il target iniziale infatti furono i soldati sprovvisti di baionetta o pugnale, da questo ne derivò un uso prettamente bellico, considerando secondario se non nullo l’uso come utility (scelta che fu fatta dall’U.S. Army in controtendenza rispetto al resto dei corpi d’armata). Il “battesimo del fuoco” avvenne nel 1943 e si presento come arma d’ordinanza in dotazione ai Ranger e alle unità aviolanciate dell’esercito; idealmente avrebbe dovuto essere adottato anche dalle unità d’artiglieria per i combattimenti corpo a corpo ma non ricevette il plauso dal personale combattente. Il più grande difetto di questo pugnale fu la progettazione troppo indirizzata al risparmio di materiale: per fare ciò infatti si decise di ridurre la lama al minimo, sia come spessore sia come larghezza; questo comportò l’aumento esponenziale di rapporti dal fronte, nei quali venivano presentate costanti rotture alle lame e l’inutilità del pugnale in questione nell’uso comune. Furono frequenti le “corse agli arsenali” per l’utilizzo delle venerande Mk I da trincea (quelle rimaste) nell’apertura delle casse di munizioni e rifornimenti e opere di sminamento. Molti fanti lamentarono direttamente la forma della lama, avente un controfilo molto pronunciato e affilato per solo una parte della sua lunghezza, ottimo per azioni di penetrazione ma molto limitato in fendenti contrari o a lama rovesciata. Ciò nonostante fu scelto come successore ufficiale dell’OSS.
Il passaggio a baionetta (M4) fu inevitabile e consecutivo, visto il costo di produzione della baionetta M1905. Come citato in precedenza bastò la sostituzione dell’elsa e del tacco, adattandoli alla carabina M1 o al fucile automatico Browning BAR. Sia la produzione dell’M3 che dell’M4 terminarono nel 1944, registrando il più breve periodo di produzione tra le armi bianche di tutto l’arsenale americano. Fu comunque la matrice per tutti i successivi pugnali in dotazione all’U.S.Army quali l’M5,l’M6 e l’M7. I produttori della M3 e della M4 furono l’Utica Posate Co., Robertson Posate Co., PAN Blade&Tool Co., Kinfolks Inc., Imperial Knife Co., WR Caso&Son, Camillus Posate Co., H.Boker&Co.
Entrambe le lame sono in acciaio al carbonio parkerizzato o brunito (a seconda dei produttori). La forma è a daga con punta di lancia, controfilo affilato lungo metà della dorsatura; la dorsatura prosegue da dal tallone pronunciato con una nervatura centrale fino alla punta, lunghezza complessiva 17,14 cm. L’impugnatura era composta da rondelle di pelle lavorate al tornio, rivettate al codolo di lama, poi rivestite e lucidate. Il tacco di chiusura è costituito da un tappo a fondo piatto in acciaio brunito/parkerizzato, con un perno di fermo lungo la curvatura.
La prima fondina M6 fu in pelle rivettata con passa cintura per le cinture M1910, con uno schermo metallico in punta per evitare il ferimento di chi lo indossò. Con un elastico di ritenzione laterale, fu ampliamente usata con i gambali dalle unità paracadutiste. Successivamente fu creato un fodero in vetroresina verde oliva con l’anima di tenuta in acciaio, questo modello fu nominato M8 e fu il fodero rigido più diffuso per tutta la produzione della serie M, fino alla M7.
Guardando la situazione degli altri corpi d’armata, un’altra rivoluzione che arrivò fino ai campi di battaglia fu dunque l’uso utility di un coltello, ma che, all’occorrenza, sarebbe diventato un ottimo pugnale bellico. Il precursore di tali concetti fu il soldato-pioniere James Bowie, al quale andarono i meriti di aver creato lame votate alla sopravvivenza, nonché dalla spiccata vocazione per la caccia. Inoltre intraprese meritevoli studi sulle tecniche di combattimento corpo a corpo, studi che vennero applicati durante gli addestramenti nelle basi militari.
La sfida fu raccolta dalla Ka-Bar Knife Inc., branchia specializzata della ex Union Posate Inc. nella produzione di dotazioni da caccia e sopravvivenza. Essi produssero un coltello/pugnale destinato a diventare un cult dalla sua creazione nel 1943, la cui produzione dura tuttora (2015), diventando di fatto il coltello militare più prodotto della storia mondiale. Fornì (e continua a fornire) i concetti basici e il metro di paragone per tutte le nuove lame sia americane che internazionali.
Pugnale e coltello utility: la rivoluzione Ka-bar mk II
(nell’immagine è ritratta una ka-bar mk II realizzata nel 2012 per il Corpo dei Marines, sebbene cambino le composizioni dell’acciaio e i materiali del fodero, la forma e la sostanza rimangono inalterate sin dalla sua comparsa nel 1943)
Derivò dal prototipo Knife Combat 1912C2 (come accennato in precedenza, fu quello scartato dall’U.S.Army in favore della M3) e fu fortemente voluto sia dal Corpo dei Marines sia dagli equipaggi dell’U.S.Navy. dopo l’esperienza acquisita con l’uso della Mk I da trincea e il Marine Raider, fu chiaro che la capacità prettamente combat non costituì veramente un vantaggio per il fante di prima linea, tantomeno per le retrovie (cosa che invece, per l’esercito, costituì il requisito essenziale). I primi ad adottare il prototipo come arma d’ordinanza furono i Marines nel 1942; con l’arrivo del modello ufficiale fu adottato anche dai Marine Raider, dalle truppe d’avanscoperta, dalle unità imbarcate e da tutto il personale (imbarcato e di terra) dell’U.S.Navy; fu utilizzato anche dai piloti nel kit di sopravvivenza e fu distribuito, non ufficialmente, anche a parte delle truppe dell’esercito in sostituzione delle M3. Dimostrò fin da subito la sua versatilità, sia nelle operazioni in mare che in terra ferma in ogni ambito; la versione destinata alla marina fu dotata di manico modificato per resistere alla corrosione della salsedine e prese in nome di specifica Navy. Dopo il 1944 fu distribuito a tutto l’organico dei Marines e a tutti i gradi di comando, comprese le reclute, alle quali venivano dedicate intense sessioni di addestramento sulle tecniche di lotta con l’arma bianca corta. Prese ufficialmente il nome di Mk II e, nel caso dei Navy, fu designato USN Mk II. Nel dopoguerra fu anche la dotazione (non riconosciuta, per via dell’eterna rivalità tra forze armate) ausiliaria dell’U.S.Army. Venne utilizzato durante la 2’G.M., la Guerra di Korea, la Guerra in Vietnam, Invasione di Grenada, durante l’Operazione “Giusta Causa”, nella Guerra del Golfo, nella Guerra in Afghanistan e nella Guerra in Iraq; è presente tuttora nella dotazione “a scelta” di tutta la fanteria americana e del JSOC.
I produttori e i subappaltatori furono principalmente la l’Union Posate Co. Attraverso la Ka-Bar Knife Inc., la Camillus Posate Co. Con 1 milione di esemplari fabbricati, Robertson Posate Co., PAL Posate Co., Tidioute Posate Co. (successivamente sciolta, l’attività fu rilevata da Wallace R. Brown, che la ribattezzò la società dell'Unione Razor Co.). nel dopoguerra, la produzione proseguì con l’Utica Posate Co., Conetta Posate Co., Weske Posate Co. e Ontario Knives Co. La popolarità, anche in ambito civile, portò al nome comune il principale produttore ed ideatore, identificando semplicemente la Mk II con il nome ufficialmente riconosciuto di KA-BAR®.
La lama originaria era composta d’acciaio al carbonio 1095, con brunitura anticorrosione in tutte le parti metalliche; lunghezza 18 cm. La forma fu un’uncinata Bowie, con la sezione del tallone che si fonde con la dorsatura superiore lungo la palma di lama, e si restringe come nervatura nella sezione di punta (e ciò garantisce molta resistenza sia in stoccata che in taglio verticale). Il controfilo è affilabile opzionalmente e, sotto la dorsatura, presenta uno scola sangue di grandi dimensioni. Il codolo presenta una forma cilindrica e viene bloccato, tramite perno, dal tacco del manico. Nelle versioni più recenti, a partire dal 2012 a seguito di nuove ordinazioni, viene utilizzato l’acciaio al carbonio-cromo-vanadio, dove il cromo aumenta sensibilmente la resistenza alla corrosione e il vanadio permette una tenuta di filo oltre i parametri dei semplici acciai al carbonio; di fatto la resistenza testata arriva ai 56-58 HRC. Oltre al semplice strato di brunitura anticorrosione, vengono spruzzate più mani di vernice opaca antiriflesso. Durante la produzione (e grazie alla semplice sostituzione del gruppo lama-codolo) vennero progettate più tipi di lame, in base ai vari contesti operativi: la variante più diffusa comprende una parte seghettata lunga da 3 a 5 cm lungo il filo tagliente con specifica tranciafili e trancia cavi; un’altra variante mantiene il filo lineare, ma comprende un seghetto integrato nella dorsatura e, in particolari casi, anche lungo il controfilo per metà della sua lunghezza. Una variante con lama a punto occidentale Tanto fu sviluppata dalla Ka-Bar a scopo sperimentale. La versione Navy ebbe uno sviluppo indipendente rispetto alle migliorie della versione originaria: si sostituì la lama al carbonio con lame in acciaio inox, rivestite con anticorrosione e opacizzante, la scelta di diminuire la resistenza meccanica fu però compensata da una triplicata resistenza alla corrosione, essenziale in ambiente marino. Le ultime produzioni per la versione Navy furono aggiornate con le lame al carbonio-cromo-vanadio, ma le Mk II furono presto rimpiazzate dalla Ontario Mk III mod 0.
L’elsa si presenta uguale sia per la versione standard che in quella Navy, in acciaio 1095 con brunitura anticorrosione e opacizzante antiriflesso, costituita da una placca verticale ad inserimento nel codolo. Stesso acciaio e trattamento anche per il tacco, con profilo arrotondato nell’impugnatura e piatto sul fondo, per consentire l’uso a percussione come strumento da lavoro, o contundente in situazione combat. L’impugnatura, lunga 12,16 cm, nella versione standard, era costruita in rondelle di pelle lavorate al tornio e ancorate tramite perno al codolo, rivestite e lucidate. Dopo numerosi rapporti da parte dei marinai imbarcati, fu deciso l’utilizzo per la versione Navy di rondelle in plastica, mantenendo uguale l’assemblaggio e la lavorazione. A partire dal 2012, tutte le impugnature vengono forgiate con l’uso di tecnopolimeri quali il G10, l’ABS e resine termoplastiche.
Il fodero originale era in pelle marrone trattata, con borchiatura di tenuta e distanziatori in legno; si allacciava al cinturone (o alla cintura nel caso dei marinai) attraverso un passante tra la bocca del fodero e la cinghietta reggi manico. Per i marinai il fodero rappresentò il vero problema, a causa della pelle che si consumava in modo anomalo dopo l’esposizione all’acqua salata. Nelle versioni recenti, il fodero in pelle ha ceduto il posto a foderi tattici completamente in vetroresina o in ABS rinforzato, con passa cintura nella medesima posizione in cordatura nilon e attacco M.O.L.L.E. per l’ancoraggio modulare nei corpetti tattici; dispone inoltre, da entrambe le parti, due coppie di passanti per elastici, nel caso si opti per l’ancoraggio come gambale.
La dinastia M dell’U.S.Army
Mentre l’U.S. Navy, l’U.S. Air Force, il corpo dei Marines e le neonate forze speciali di tutti i corpi d’armata americani indirizzarono la tecnica bellica lungo il rapido e progressivo abbandono del concetto di baionetta (favorendo in modo esponenziale la versatilità d’uso e il concetto di pugnale stesso), l’U.S. Army dovette gestire al “caos” di armi bianche in seno al proprio arsenale. Alla fine della 2’ G.M. dovettero essere radiate le vecchie M1917 (cosa che accadde molto lentamente), sostituite sia le M1 che le M1905E1, cedere le M1905 primo modello e migliorare la tanto criticata baionetta-pugnale M4 e M3; senza contare che per molto tempo vennero ancora distribuite le Mk I da trincea. Il risultato di questo vario assortimento si avvertì durante la Guerra di Corea, con il visibile mal assortimento tra le file di prima linea. Gli analisti decisero quindi di eliminare tutta la serie M1905, M1905E1, M1, Mk I e M1917 in favore di quella che sarà l’evoluzione della serie M3-M4: l’M5 e l’M6.
Entrambi furono prodotti dal 1953 al 1960. Entrambe erano classificate come baionette, ma la loro linea d’utilizzo intersecò con il concetto di pugnale, nello specifico, con le lame corte da combattimento puro. La differenza tra la M5 e la M6 fu che la prima fu disegnata per operare con il fucile M1 Garand mentre la seconda era accoppiabile con il fucile l’M14; questo ridusse le baionette-pugnali a soli due modelli, semplificando anche la gestione dei pugnali. Nella sua progettazione si diede molta attenzione al montaggio e allo smontaggio dalla piattaforma di fuoco: si registrò infatti che le operazioni di smontaggio e (particolarmente) quelle di montaggio, richiedevano tempo e una certa perizia nelle operazioni, non sempre possibili durante le situazioni d’ingaggio. La situazione peggiora in presenza di climi estremi come quello artico, dove l’uso dei guanti crea un impedimento anche per le semplici operazioni di routine. Le ditte incaricate alla produzione furono l’Aero Posate, Jones&Dickinson Tool, l’Imperial Knife, Utica Posate e la Columbus Milpar&Mfg.
La lama fu in acciaio al carbonio lunga 17,14 cm, con la forma a daga, filo continuo e controfilo affilato per metà della sua lunghezza. Il tallone si presentò non affilato e mantenne la medesima sezione fino a metà della sua lunghezza, proseguendo come nervatura centrale nella sezione di punta (M5A1) mentre fu assente nella M5 standard. Tutte le parti acciaiose vennero trattate tramite parkerizzazione, la quale gli conferì il colorito grigio scuro.
La vera novità fu il manico, lungo 12 cm, ma soprattutto il meccanismo di rilascio. L’elsa, dello stesso materiale della lama, si diversificò in base ai modelli e quindi in base ai fucili, nel manico invece furono tolte le rondelle in pelle in entrambe le versioni a favole di un manico in materiale plastico stampato a guancette e rivettato al codolo della lama, per agevolare il grip furono stampate zigrinature in entrambi i lati. Il meccanismo di sblocco costituisce il cuore della M5 e della M6: costituito da un pulsante di grandi dimensioni, con azionamento a leva a gomito (tramite molla di ritorno) sul perno di bloccaggio, posizionato sotto la presa di gas del fucile. Mentre nella M5 la molla di recupero è perpendicolare al pulsante, nella M5A1 è disposta a 45 gradi d’inclinazione rispetto al tasto.
Il fodero rimase l’M8 destinato alla baionetta M3 per entrambe le versioni, con anima ferma lama in acciaio, un rivestimento a guaina in vetroresina verde oliva, passante unico per la cintura e cinghietta reggi-manico in canapa. Fu successivamente rimpiazzato dal fodero M8A1, la quale mantiene tutte le caratteristiche dell’M8 ma con una clip in metallo per l’inserimento nei cinturoni M1910. Ad oggi, nel 2015, l’M5 viene tuttora utilizzata con scopi di rappresentanza durante le cerimonie, insieme all’M1 Garand.
La vita operativa non durò a lungo in quanto non venne fatto nulla per risolvere i problemi progettuali delle vecchie M3 e M4 e, dopo il 1960, vennero entrambe sostituite dal modello unico, l’M7.
L’entrata in servizio degli innovativi fucili d’assalto Armalite M16, sia la baionetta M5 che l’M6 risultarono incompatibili con l’attacco del nuovo sistema d’arma. Si rese necessaria quindi una riprogettazione del meccanismo di blocco/sblocco nell’impugnatura. L’entrata in servizio della nuova M7 avvenne nel 1964 e fu sperimentata direttamente durante la Guerra in Vietnam. Pur essendo stato sviluppato dall’U.S. Army, essa era associata al fucile M16 e fu quindi distribuita a tutte le forze armate, compreso il servizio di sicurezza aeroportuale dell’U.S. Air Force. Sul piano internazionale riscosse numerosi riconoscimenti, tanto da venire incorporata in piattaforme d’arma diverse da quella originale, per esempio nei fucili IMI Galil israeliani, negli Steyr AUG austriaci e nei Beretta italiani (in generale, tutti i fucili d’assalto dei paesi membri della NATO potevano essere integrati alla M7). I marchi incaricati per la produzione furono la Bauer Ord Co., la stessa Colt (produttrice dell’M16), l’Ontario Knife, la tedesca Eickhorn, la Columbus milpar&mfg, Conetta mfg, Frazier mfg, General Posate e l’Imperial Knife. Le principali nazioni produttrici (in licenza) della M7 fu Canada, Germania Occidentale, Filippine, Singapore, Israele e Corea del Sud.
Della baionetta rimasero i problemi congeniti appartenenti a tutta la famiglia “M”, sin dalla M3, questo fu uno dei motivi che spinsero l’U.S. Army ad abbandonare definitivamente il concetto di pugnale-baionetta puro.
Le caratteristiche della lama rimasero inalterate rispetto alla serie precedente. Come accennato fu il manico ad essere ripensato: innanzitutto l’occhiello dell’elsa fu ingrandito e fu eliminato tutto l’apparato di sblocco (pulsante, molla e camme) a favore di un codolo pieno e di nuove guancette piene, anch’esse in materiale plastico e assemblate tramite due viti con dadi autobloccanti. Il tacco dell’impugnatura comprese un sistema “a pinza” d’ancoraggio, sostituendo il perno di fermo; questa scelta aumentò decisamente la resistenza dell’impugnatura e, oltre a diminuirne la manutenzione, consentì la presa su una “crocera” posizionata sotto il delta di mira dell’M16.
La baionetta M7 fu l’ultima baionetta in seno all’arsenale americano ad utilizzare il fodero M8A1 (precedentemente descritto).
Il cambiamento di tendenza dell’U.S. Army
Sebbene l’esercito risolse numerosi problemi con l’adozione della singola M7, fu di fatto l’unico corpo a risultare “ritardatario” nello sviluppo di una vera e propria baionetta-pugnale che potesse essere usata efficacemente come strumento utility (quest’ultima prerogativa fu considerata secondaria dagli stessi analisti dell’U.S. Army). L’orgoglio d’armata (e tutte le scelte tecniche che ne conseguirono) fu gravemente compromesso dopo che i Marines continuarono a utilizzare e trasportare i pugnali Ka-Bar Mk II insieme alla M7 (usando quest’ultima il meno possibile), l’U.S. Navy tenne la baionetta negli arsenali, l’U.S. Air Force non la usò e continuò a dotare i piloti di Mk II Navy o con le vecchie USN Mk I. gli stessi soldati dell’esercito non solo lamentarono gli stessi difetti riscontrati nella M5 e M6, ma si dotarono (attraverso “canali” di fornitura non ufficiali e contro il volere dei superiori) delle stesse Ka-Bar in forze ai Marines (aggiungendo discredito alla dispendiosa ricerca bellica dell’esercito). Fu per tali motivi che, ventidue anni dopo, venne creata ciò che tuttora (2015) viene prodotta e considerata la “rivale” della Mk II, rappresenta una delle basi per la creazione delle baionette utility moderne: la M9.
La baionetta M9 fu progettata nel 1985 ed entrò in servizio nel 1986 in tutte le forze armate aventi in dotazione i fucili d’assalto Colt M16A2, M16A3 e M4, successivamente anche per i Colt/FN M4A1, M16A4, Scar-L, Scar-H, HK416 e HK417. Il suo progettista fu Charles A. Finn per conto della Qual-A-Tec, prodotta successivamente dall’Ontario, Phrobis, LanCay e Buck Knives. L’idea di base fu la creazione di una baionetta dalla pura capacità utility, pur tenendo fede al suo ruolo di baionetta. Per assolvere a questo compito fu presa forte ispirazione dalla baionetta russa destinata agli Avtomat Kalashnikova AKM, più precisamente la baionetta-pugnale AKM 59/2, scelta che risultò geniale dal punto di vista tecnico ma pesantemente criticata in patria dai sostenitori del “made in U.S.A.”. Le critiche non si risparmiarono nemmeno sul campo: avendo una “foglia” di lama più larga e, di conseguenza, più fine della vecchia M7, vennero riportati casi di rotture durante i normali lavori di utility come per esempio le azioni di leva o torsioni (il problema fu risolto pochi anni dopo con l’adozione di lame con il 20% di spessore maggiorato rispetto all’M7, causandone un lieve sbilanciamento anteriore) . A discapito dei detrattori, divenne il pugnale-baionetta tra i più diffusi al mondo e segnò nuovi standard per la realizzazione dei futuri coltelli “generazione 2000”. Viene prodotta su licenza tutt’oggi e ora (2015) resta tra la dotazione ufficiale dell’organico militare americano. Il pugnale-baionetta M9 ricevette il battesimo del fuoco durante l’Invasione di Panama, fu utilizzato anche durante la Prima Guerra del Golfo, la Guerra in Iraq e durante la Guerra in Afghanistan. Venne prodotta come arma d’ordinanza anche in altri paesi quali l’Australia, Abu Dhabi, Canada (sotto licenza dalla Diemaco) e come coltello da campo per il Jieitai giapponese.
La lama è lunga 17,78 cm ed è costituita in acciaio al carbonio con trattamento parkerizzato (con fosfato color verde oliva per le produzioni Ontario Knives). La forma è una classica uncinata Bowie ma con specifici accorgimenti funzionale, che la resero avveniristica al momento della sua creazione: sul dorso detta lama vi è un segetto taglia corde e, per due centimetri nel falso filo, vi è un taglio a “trancino”, soluzione copiata dalla russa AKM 59/2. Questa soluzione, unita al foro presente nella lama, permette l’accoppiamento “a forbice” con un pignone istallato nel fodero; quest’ultimo dotato di incavatura e di una piccola lama al carbonio dello stesso tipo della M9. Ciò permette l’uso del gruppo coltello-fodero come una cesoia tranciafili (garantendo anche una discreta protezione elettrica) e rendendo di fatto il fodero una componente attiva dell’equipaggiamento del fante. Altra novità per l’U.S. Army fu l’introduzione di uno scola sangue nel palmo di lama. La rigidità gli è conferita anche dal generoso tallone di lama (in rapporto alla lunghezza della stessa) che prosegue come dorsatura per tutta la parte superiore fino alla punta.
Il codolo di lama, il tacco con il sistema di bloccaggio a pinzette e l’elsa ricalcarono il modello M7 ma fu studiato un nuovo grip nell’impugnatura (lunga 12,7cm), con l’abbandono delle guancette avvitate in favore di una colatura di materiale plastico in corpo unico, inserito dal codolo e tenuto fermo dal tacco. Dopo il 2000 la plastica fu sostituita dal G10, con possibilità di colore nero o verde oliva. Il fodero M10 è creato tuttora da un’astuccio in vetroresina con anima blocca-coltello in acciaio. In punta vi è fissato il meccanismo “a trancino”, svitabile e intercambiabile in caso di danneggiamento. Le farti in nilon comprendo il passante cintura e una tasca esterna, ove vi trovano posto gli strumenti essenziali di sopravvivenza quali fiammiferi, ami con filo, uno specchietto, stoppini di cotone, un accendino, bussola per lettura carte e un ago con filo. Con l’abbandono del sistema di trasporto dell’equipaggiamento individuale A.L.I.C.E. in favore del modulare M.O.L.L.E., venne inserita una clip di sgancio rapido in plastica ABS nel passa cintura e una “bretella” a bottone rapido nel retro del fodero (compatibile con i passanti M.O.L.L.E. pe i corpetti tattici NATO). Sempre nel retro vi è incollata una pietra affilatrice per lo svolgimento dei normali lavori di affilatura.