“Da bambino sognavo di librarmi in aria. Nel sogno però riuscivo a farlo solo se nessuno mi guardava, ma non appena mi sentivo osservato, tornavo – è il caso di dirlo – con i piedi per terra...”.
Ci dirigemmo verso la Happy Valley tenendoci a circa 900 metri dal suolo. Ero sempre felice di volare ad alta quota; mi sarebbe andato bene anche più in alto. Era raro che un pilota in volo a diverse centinaia di metri da terra potesse essere ucciso dal fuoco nemico.
Avevamo otto soldati a bordo. Il capoequipaggio ed il mitragliere si occupavano delle due 60 montate sui nuovi sostegni.
A circa otto chilometri dalla prevista LZ, il comandante di reparto, il maggiore Williams, ordinò ai sedici elicotteri di scendere fino a sfiorare le cime degli alberi per l’avvicinamento finale.
Nel momento in cui cominciammo ad abbassarci, dalla jungla davanti a noi iniziò ad uscire del fumo: nella zona c’era stato un attacco preventivo da parte dell’aviazione e dei nostri elicotteri da combattimento.
Fino a quel punto, lo Huey era stato pilotato da Daisy, ma quando scendemmo di quota per la fase finale del volo di avvicinamento egli mi disse attraverso l’interfono: “Sta a te”.
Presi i comandi sentendomi lusingato dal fatto che lui mi lasciava la responsabilità dell’elicottero durante la fase più critica del volo.
La squadriglia stava procedendo. Grazie alla velocità guadagnata nella picchiata, i sedici elicotteri passarono fulmineamente tra le cime degli alberi a più di 200 chilometri orari.
Mi concentrai sui punti di riferimento e su come tenermi a distanza di sicurezza dalle pale del velivolo che volava a fianco del mio. Nello stesso tempo, scesi il più vicino possibile agli alberi per sfruttare al massimo la loro copertura.
Per evitare collisioni, tenevo sempre d’occhio il velivolo alla mia destra, che ondeggiava a destra e sinistra per evitare gli alberi più bassi.
Mancava ancora circa un minuto all’atterraggio, quando le nostre “Gunship” di scorta aprirono il fuoco. Alcuni ragazzi ci avevano comunicato di essere sotto tiro.
Per le missioni vigeva la regola secondo cui, al momento dell’avvicinamento vero e proprio alla LZ e in qualsiasi altra circostanza in cui l’equipaggio si fosse trovato sotto il fuoco nemico, ambedue i piloti dovevano essere ai comandi. Questo allo scopo di assicurare il controllo dell’elicottero anche nel caso che uno dei piloti venisse colpito dal nemico.
Daisy non lo fece!
Quando fummo a meno di trenta secondi dall’atterraggio e mentre gli elicotteri di testa comunicavano di essere sotto tiro, Daisy si rannicchiò tutto nel sedile blindato.
Avevo le mani occupatissime. Stavo andando bene e riuscivo a tenermi lontano dagli alberi quel tanto che serviva a non prenderne i rami a bordo e con la coda dell’occhio sbirciai cosa stava facendo senza capire bene. Arrischiai un’occhiata veloce. Mi fece un sorriso debole e poi si tirò fin sul naso il giubbotto antiproiettile: era uno dei pochi della compagnia ad averne uno. Si era allungato sul sedile in modo tale che il suo sedere si trovava proprio sul bordo. In questo modo la testa era sufficientemente in basso per essere protetta dal giubbotto antiproiettile, ma in questa posizione non avrebbe certo potuto prendere velocemente i comandi in caso di necessità.
Vedere il mio comandante, rannicchiato in quel modo in cerca di protezione, mi mise paura.
“Volo Preacher, segnalare con i razzi!”, crepitò nelle cuffie. Agii sulla leva del controllo generale, feci le dovute segnalazioni e poi scrutai avanti, cercando oltre il naso del mio Huey la LZ ancora nascosta alla vista.
Il rotore di coda girava ora a poche decine di centimetri da terra. Davanti a me vidi alcuni cespugli e così spinsi il pedale destro affinchè il rotore anticoppia mutasse direzione. In un attimo gli elicotteri, con i musi verso l’alto, decelerarono in vista dell’atterraggio.
Per nostra fortuna il fuoco nemico nella radura era meno intenso. Un paio di piloti della compagnia rimasero tuttavia feriti. Il capoequipaggio ed il mio mitragliere iniziarono un fuoco di copertura con le M60, poi tutti e gli otto soldati che avevo a bordo saltarono fuori prima che i miei pattini toccassero il suolo.
Mi guardai intorno. Daisy era ancora nella posizione di prima. C’era da diventare matti. La LZ traboccava di cecchini. La sabbia sollevata dalle pale mi turbinava davanti. Daisy si mantenne ben coperto anche quando mi allontanai, facendo la barba agli alberi.
Man mano che prendevo quota, gli spari diminuirono, finchè, quando fummo a 450 metri, cessarono del tutto.
Tornata la calma, Daisy disse: “Sta a me ora” e riprese il comando del volo proprio come se non fosse successo nulla. Io sentii l’impulso di darmi un pugno in testa per essere certo di non sognare.
Afflosciato sul mio seggiolino, la tuta intrisa di sudore, cercai di pensare a quello che dovevo fare. Dovevo andare da Williams e dirgli che a bordo avevo cacca di gallina?
Mi sporsi in avanti e guardai Daisy. In effetti lo stavo fissando. Lui sollevò lo sguardo con calma, ma solo per un attimo.
Chi era il matto?
Daisy aveva un grado più alto del mio, era comandante del velivolo ed aveva anni di esperienza alle spalle; aveva volato quotidianamente con gli altri ragazzi e ora sembrava tranquillo, ma io sapevo cosa aveva fatto.
“Dovete tornare di nuovo. Una jeep è stata fatta saltare a cinque chilometri da qui”.
Reacher, che aveva appena aperto il cofano della turbina per controllare qualcosa, lo richiuse di colpo. Mentre quattro dei nostri balzavano dentro, io avviavo il motore. Un medico saltò dentro anche lui mentre ci stavamo sollevando.
Il medico ci impartì istruzioni parlando attraverso l’interfono di Reacher mentre sorvolavamo gli alberi ad almeno 200 all’ora.
Atterrammo davanti alla jeep, o a quello che ne era rimasto. A prima vista sembrava normale, ma se si guardava meglio era deformata come un giocattolo abbandonato da un bambino. I bordi di metallo, ricurvi e lacerati, stavano ancora fumando. Era stata distrutta da una carica esplosiva seppellita nella strada e fatta brillare da lontano.
L’atterraggio fu cauto, potevano esserci altre mine. Era questo uno di quei casi in cui avrebbero dovuto operare gli addetti alla bonifica del terreno.
Un sergente si precipitò al mio sportello. Attraverso il microfono mi disse che due degli uomini che stavano dietro erano ancora vivi.
“Dobbiamo trasportare anche i morti a bordo?”. I suoi occhi mi fissavano spalancati.
Annuii con il capo. Cominciarono a caricarli. I due feriti erano privi di sensi, lacerati e sanguinanti, con la pelle grigiastra.
Uno dei morti aveva avuto la gamba destra asportata assieme ai pantaloni. Non avevo ancora visto il corpo dell’altro.
Mi contorcevo sul sedile assistendo al carico, mentre davo istruzioni a Reacher attraverso il microfono. L’uomo che aveva perso la gamba, aveva perso anche i testicoli; giaceva nudo sulla schiena con il moncone lacerato in direzione del portello laterale. Un mucchio di sudiciume era rappreso all’estremità dell’osso fratturato e scheggiato.
I miei occhi si spostavano dal suo inguine, quindi vi ritornavano. C’era rimasta solo la pelle lacerata dello scroto vuoto. Riker si sentì male. Io non so quale aspetto dovessi avere.
Ordinai a Reacher di rimuoverlo dal portello perché poteva cadere.
I Grunt affaccendati lanciarono dentro uno stivale con ancora dentro un piede. L’osso bianco della tibia sporgeva in fuori. Il sangue filtrava attraverso il calzino di lana lacerato sporgente dallo stivale. Il medico lo spinse sotto il sedile.
Mi girai e vidi un soldato semplice con un’espressione di disorientamento sul volto, che avanzava nei vortici del fumo tenendo per i capelli la testa di qualcuno che egli doveva conoscere.
“Una testa! Dobbiamo caricare anche le teste?”, chiesi a Riker.
Il ragazzo ci guardava ammutolito. Riker annuì. Il ragazzo gettò dentro la testa assieme alle altre parti. Il medico guardò altrove mentre spingeva anche la testa sotto il sedile.
“Non possiamo cercare anche il suo corpo. Non credo che possiamo rimanere ancora qui per cercarlo. Non basta la sua testa?”, gridò un Grunt.
“Certamente”, rispose Riker, “la sua testa è sufficiente, andiamocene da qua! Andiamo via!”.
Volai in direzione di Pleiku quanto più velocemente lo Huey lo permettesse. Uno dei Grunt piangeva. Uno dei due feriti gravi, un suo amico, era appena morto. L’altro respirava ancora. Avrei voluto volare a migliaia di chilometri all’ora.
Riker chiamò la base in modo da poter atterrare diretti a Camp Holloway senza indugi. Ci avvicinammo alla torre di controllo in un lampo ed atterrammo diritti sopra la grande croce rossa., vicino alla tenda ospedale messa su di recente.
I barellieri si affrettarono ad iniziare lo scarico. Constatai che erano stati impegnati fino a poco tempo prima; c’era un mucchio di corpi americani fuori della tenda.
L’altro ferito morì.
Osservavo i due addetti mentre scaricavano il cadavere privo della gamba. Lo gettarono sulla tela, sopra un grottesco ammasso di cadaveri. Il sole diresse un raggio d’oro che andò a illuminare la mano sinistra del morto.
Ora gli addetti ridevano. Di che cosa, io lo ignoro. Può darsi che fossero talmente abituati a quel lavoro da trovarlo perfino divertente. Probabilmente era un riso nervoso, ma era troppo per me.
Saltai fuori dallo Huey, li afferrai entrambi e urlai, urlai...
“Da bambino sognavo di librarmi in aria. Nel sogno però riuscivo a farlo solo se nessuno mi guardava, ma non appena mi sentivo osservato, tornavo – è il caso di dirlo – con i piedi per terra...”.
Ci dirigemmo verso la Happy Valley tenendoci a circa 900 metri dal suolo. Ero sempre felice di volare ad alta quota; mi sarebbe andato bene anche più in alto. Era raro che un pilota in volo a diverse centinaia di metri da terra potesse essere ucciso dal fuoco nemico.
Avevamo otto soldati a bordo. Il capoequipaggio ed il mitragliere si occupavano delle due 60 montate sui nuovi sostegni.
A circa otto chilometri dalla prevista LZ, il comandante di reparto, il maggiore Williams, ordinò ai sedici elicotteri di scendere fino a sfiorare le cime degli alberi per l’avvicinamento finale.
Nel momento in cui cominciammo ad abbassarci, dalla jungla davanti a noi iniziò ad uscire del fumo: nella zona c’era stato un attacco preventivo da parte dell’aviazione e dei nostri elicotteri da combattimento.
Fino a quel punto, lo Huey era stato pilotato da Daisy, ma quando scendemmo di quota per la fase finale del volo di avvicinamento egli mi disse attraverso l’interfono: “Sta a te”.
Presi i comandi sentendomi lusingato dal fatto che lui mi lasciava la responsabilità dell’elicottero durante la fase più critica del volo.
La squadriglia stava procedendo. Grazie alla velocità guadagnata nella picchiata, i sedici elicotteri passarono fulmineamente tra le cime degli alberi a più di 200 chilometri orari.
Mi concentrai sui punti di riferimento e su come tenermi a distanza di sicurezza dalle pale del velivolo che volava a fianco del mio. Nello stesso tempo, scesi il più vicino possibile agli alberi per sfruttare al massimo la loro copertura.
Per evitare collisioni, tenevo sempre d’occhio il velivolo alla mia destra, che ondeggiava a destra e sinistra per evitare gli alberi più bassi.
Mancava ancora circa un minuto all’atterraggio, quando le nostre “Gunship” di scorta aprirono il fuoco. Alcuni ragazzi ci avevano comunicato di essere sotto tiro.
Per le missioni vigeva la regola secondo cui, al momento dell’avvicinamento vero e proprio alla LZ e in qualsiasi altra circostanza in cui l’equipaggio si fosse trovato sotto il fuoco nemico, ambedue i piloti dovevano essere ai comandi. Questo allo scopo di assicurare il controllo dell’elicottero anche nel caso che uno dei piloti venisse colpito dal nemico.
Daisy non lo fece!
Quando fummo a meno di trenta secondi dall’atterraggio e mentre gli elicotteri di testa comunicavano di essere sotto tiro, Daisy si rannicchiò tutto nel sedile blindato.
Avevo le mani occupatissime. Stavo andando bene e riuscivo a tenermi lontano dagli alberi quel tanto che serviva a non prenderne i rami a bordo e con la coda dell’occhio sbirciai cosa stava facendo senza capire bene. Arrischiai un’occhiata veloce. Mi fece un sorriso debole e poi si tirò fin sul naso il giubbotto antiproiettile: era uno dei pochi della compagnia ad averne uno. Si era allungato sul sedile in modo tale che il suo sedere si trovava proprio sul bordo. In questo modo la testa era sufficientemente in basso per essere protetta dal giubbotto antiproiettile, ma in questa posizione non avrebbe certo potuto prendere velocemente i comandi in caso di necessità.
Vedere il mio comandante, rannicchiato in quel modo in cerca di protezione, mi mise paura.
“Volo Preacher, segnalare con i razzi!”, crepitò nelle cuffie. Agii sulla leva del controllo generale, feci le dovute segnalazioni e poi scrutai avanti, cercando oltre il naso del mio Huey la LZ ancora nascosta alla vista.
Il rotore di coda girava ora a poche decine di centimetri da terra. Davanti a me vidi alcuni cespugli e così spinsi il pedale destro affinchè il rotore anticoppia mutasse direzione. In un attimo gli elicotteri, con i musi verso l’alto, decelerarono in vista dell’atterraggio.
Per nostra fortuna il fuoco nemico nella radura era meno intenso. Un paio di piloti della compagnia rimasero tuttavia feriti. Il capoequipaggio ed il mio mitragliere iniziarono un fuoco di copertura con le M60, poi tutti e gli otto soldati che avevo a bordo saltarono fuori prima che i miei pattini toccassero il suolo.
Mi guardai intorno. Daisy era ancora nella posizione di prima. C’era da diventare matti. La LZ traboccava di cecchini. La sabbia sollevata dalle pale mi turbinava davanti. Daisy si mantenne ben coperto anche quando mi allontanai, facendo la barba agli alberi.
Man mano che prendevo quota, gli spari diminuirono, finchè, quando fummo a 450 metri, cessarono del tutto.
Tornata la calma, Daisy disse: “Sta a me ora” e riprese il comando del volo proprio come se non fosse successo nulla. Io sentii l’impulso di darmi un pugno in testa per essere certo di non sognare.
Afflosciato sul mio seggiolino, la tuta intrisa di sudore, cercai di pensare a quello che dovevo fare. Dovevo andare da Williams e dirgli che a bordo avevo cacca di gallina?
Mi sporsi in avanti e guardai Daisy. In effetti lo stavo fissando. Lui sollevò lo sguardo con calma, ma solo per un attimo.
Chi era il matto?
Daisy aveva un grado più alto del mio, era comandante del velivolo ed aveva anni di esperienza alle spalle; aveva volato quotidianamente con gli altri ragazzi e ora sembrava tranquillo, ma io sapevo cosa aveva fatto.
“Dovete tornare di nuovo. Una jeep è stata fatta saltare a cinque chilometri da qui”.
Reacher, che aveva appena aperto il cofano della turbina per controllare qualcosa, lo richiuse di colpo. Mentre quattro dei nostri balzavano dentro, io avviavo il motore. Un medico saltò dentro anche lui mentre ci stavamo sollevando.
Il medico ci impartì istruzioni parlando attraverso l’interfono di Reacher mentre sorvolavamo gli alberi ad almeno 200 all’ora.
Atterrammo davanti alla jeep, o a quello che ne era rimasto. A prima vista sembrava normale, ma se si guardava meglio era deformata come un giocattolo abbandonato da un bambino. I bordi di metallo, ricurvi e lacerati, stavano ancora fumando. Era stata distrutta da una carica esplosiva seppellita nella strada e fatta brillare da lontano.
L’atterraggio fu cauto, potevano esserci altre mine. Era questo uno di quei casi in cui avrebbero dovuto operare gli addetti alla bonifica del terreno.
Un sergente si precipitò al mio sportello. Attraverso il microfono mi disse che due degli uomini che stavano dietro erano ancora vivi.
“Dobbiamo trasportare anche i morti a bordo?”. I suoi occhi mi fissavano spalancati.
Annuii con il capo. Cominciarono a caricarli. I due feriti erano privi di sensi, lacerati e sanguinanti, con la pelle grigiastra.
Uno dei morti aveva avuto la gamba destra asportata assieme ai pantaloni. Non avevo ancora visto il corpo dell’altro.
Mi contorcevo sul sedile assistendo al carico, mentre davo istruzioni a Reacher attraverso il microfono. L’uomo che aveva perso la gamba, aveva perso anche i testicoli; giaceva nudo sulla schiena con il moncone lacerato in direzione del portello laterale. Un mucchio di sudiciume era rappreso all’estremità dell’osso fratturato e scheggiato.
I miei occhi si spostavano dal suo inguine, quindi vi ritornavano. C’era rimasta solo la pelle lacerata dello scroto vuoto. Riker si sentì male. Io non so quale aspetto dovessi avere.
Ordinai a Reacher di rimuoverlo dal portello perché poteva cadere.
I Grunt affaccendati lanciarono dentro uno stivale con ancora dentro un piede. L’osso bianco della tibia sporgeva in fuori. Il sangue filtrava attraverso il calzino di lana lacerato sporgente dallo stivale. Il medico lo spinse sotto il sedile.
Mi girai e vidi un soldato semplice con un’espressione di disorientamento sul volto, che avanzava nei vortici del fumo tenendo per i capelli la testa di qualcuno che egli doveva conoscere.
“Una testa! Dobbiamo caricare anche le teste?”, chiesi a Riker.
Il ragazzo ci guardava ammutolito. Riker annuì. Il ragazzo gettò dentro la testa assieme alle altre parti. Il medico guardò altrove mentre spingeva anche la testa sotto il sedile.
“Non possiamo cercare anche il suo corpo. Non credo che possiamo rimanere ancora qui per cercarlo. Non basta la sua testa?”, gridò un Grunt.
“Certamente”, rispose Riker, “la sua testa è sufficiente, andiamocene da qua! Andiamo via!”.
Volai in direzione di Pleiku quanto più velocemente lo Huey lo permettesse. Uno dei Grunt piangeva. Uno dei due feriti gravi, un suo amico, era appena morto. L’altro respirava ancora. Avrei voluto volare a migliaia di chilometri all’ora.
Riker chiamò la base in modo da poter atterrare diretti a Camp Holloway senza indugi. Ci avvicinammo alla torre di controllo in un lampo ed atterrammo diritti sopra la grande croce rossa., vicino alla tenda ospedale messa su di recente.
I barellieri si affrettarono ad iniziare lo scarico. Constatai che erano stati impegnati fino a poco tempo prima; c’era un mucchio di corpi americani fuori della tenda.
L’altro ferito morì.
Osservavo i due addetti mentre scaricavano il cadavere privo della gamba. Lo gettarono sulla tela, sopra un grottesco ammasso di cadaveri. Il sole diresse un raggio d’oro che andò a illuminare la mano sinistra del morto.
Ora gli addetti ridevano. Di che cosa, io lo ignoro. Può darsi che fossero talmente abituati a quel lavoro da trovarlo perfino divertente. Probabilmente era un riso nervoso, ma era troppo per me.
Saltai fuori dallo Huey, li afferrai entrambi e urlai, urlai...
Robert Mason. 1° Cavalry Division (Airmobile).
"Eyewitness NAM". 1983.
Modificato da Hobo