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Guest galland

Domenica 22 giugno 1941

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Guest galland

Il 22 giugno di 67 anni alle 3,15 aveva inizio la più colossale operazione bellica della storia umana: “Quando Barbarossa investirà la Russia il mondo tratterà il respiro e non oserà intervenire” affermò Hitler. L’impulso offensivo fu arrestato davanti Mosca il 2 dicembre 1941, quando soldati del 278° battaglione della Wehrmacht raggiunsero il sobborgo di Kmikhmi all’estrema periferia della città, da cui si potevano vedere stagliate all’orizzonte le guglie del Cremlino.

Nell’aprile del 1945 i russi vittoriosi avanzavano tra le rovine di una Berlino trasformata in un mare di macerie. Si era avverato un'altra promessa di Hitler, formulata nel 1935: “tra dieci anni Berlino sarà irriconoscibile”.

Propongo, per ricordare questa grande e tragica data i seguenti materiali:

un articolo da “L’ala d’Italia” del settembre 1942: “La grande partita sul fronte dell’est”

un brano dal volume di Cajus Bekker “Luftwaffe” Longanesi & C. Milano 1971

un brano dal libro del Generale P. Grigorienko “Stalin e la seconda guerra mondiale” Sugar Milano 1970

un brano dal volume di L. D. Trotskij “La mia vita” Mondadori Milano 1976

 

 

“LA GRANDE PARTITA DEL FRONTE DELL’EST”

Tutto il mondo, belligerante o no, osserva con il maggior interesse e la più grande tensione quanto avviene sul fronte dell’est. La grande spinta tedesca si è portata, a sud, fino alla catena del Caucaso; qui ha dilagato da una parte verso il Mar Nero, privando la flotta russa di quel mare di tutte le sue basi, mettendola così praticamente fuori combattimento, e dall’altra parte verso il Mar Caspio, tendendo ad impadronirsi dei centri petroliferi che su esso si affacciano. Ma il teatro principale di guerra non è certamente questo, pur essendo molto importanti , ed oggi non tutte prevedibili, le conseguenze di questa avanzata nel sud; è più a nord che si gioca la partita essenziale, nella zona di Stalingrado, dove le armate tedesche, appoggiate vigorosamente da quelle alleate fra le quali l’Armata Italiana si è distinta tra le più valorose, tendono a sbarrare il corso del Volga.

L’obiettivo è di vitale importanza. I Tedeschi lo sapevano fin dal momento in cui hanno sferrato l’offensiva; i Russi se ne sono reso conto, e per questo hanno concentrato tutti i loro sforzi nel contrasto da opporre all’avversario; se ne sono accorti anche gli anglosassoni, che nell’impossibilità e nell’incapacità di portare un aiuto reale e tangibile ai Russi, che si fanno massacrare sulle posizioni della loro difesa, si danno ad inutili parole, ad isterici tentativi privi di qualsivoglia avvenire, e ad una quantità di previsioni che tradiscono i timori più fondati per la sorte del loro alleato.

La conquista di Stalingrado non sarà un punto di arrivo; sarà una tappa, di importanza eccezionale, però. Per lo svolgimento delle operazioni nel prossimo inverno. Basta guardare una carta geografica per rendersene conto. Con l’avanzata nel Caucaso tutte le vie terrestri di comunicazione fra il Golfo Persico – capo linea dei rifornimenti anglosassoni provenienti dal periplo dell’Africa – e la Russia sono tagliate; restavano le vie marittime, attraverso il Mar Caspio, vie che convergevano più o meno direttamente al delta del Volga, lungo il quale – via fluviale di gigantesche dimensioni, arteria vitale della Russia, tradizionale linea di convogliamento di tutto il traffico in senso nord-sud dell’immenso paese – i materiali sarebbero stati inoltrati fino ai centri industriali di utilizzazione. Tagliato il Volga, i rifornimenti provenienti dal sud resterebbero con ben scarse possibilità di risalire l nord, e quindi tutto quello che di estraneo ha finora alimentato l’industria bellica russa si ridurrebbe a ben misera cosa, se addirittura non diverrebbe nullo. Quali sarebbero allora le capacità russe – e soltanto russe – nei mesi invernali? Sarebbe possibile una resistenza ad oltranza, come quella opposta in tutta l’estate? Peggio ancora, potrebbe ripetersi un inverno controffensivo come quello del 1941-42?

A questi interrogativi non è possibile rispondere, perché la Russia ha saputo custodire dietro le sue frontiere il segreto della sua organizzazione industriale, e molto probabilmente gli impianti cis-uralici e trans-uralici posseggono potenzialità maggiori di quelle che correntemente conosciamo o attribuiamo loro; è certo tuttavia che per i Russi il nuovo inverno sarà terribilmente diverso da quello precedente, e le valanghe di uomini che ancora potranno essere racimolate non troveranno più alimento e sostegno in adeguate masse di armamento.

Incontro a questo tragico avvenire la Russia viene spinta dall’inesorabile azione delle armate tedesche ed alleate, e tutti i combattenti lo sanno; per questo la lotta ha raggiunto un diapason incredibile di accanimento e di crudeltà che sottolinea il valore della posta.

Nella grande partita che si gioca con tutti i mezzi a disposizione, la parte dell’aviazione è, come si comprende, di primo piano. Tutte le specialità vi sono impegnate, in un martellamento continuo e distruttivo degli avversari. La caccia sta in volo notte e giorno per spazzare il cielo; le cifre degli apparecchi abbattuti hanno toccato totali che in qualche caso sono così elevati da lasciare interdetti. Il bombardamento picchia ininterrottamente, per fiaccare le fortificazioni che i Russi hanno eretto un po’ dovunque, con una perizia, una abbondanza, una complessità che in punti così lontani da quelli che avrebbero dovuto essere logicamente i teatri di guerra, non mancano di stupire. I tuffatori sgretolano le fortificazioni, schiantano i carri, fanno tacere le batterie, affondano i natanti. E dietro tutto questo un traffico intensissimo di aereo-convogli, un va e vieni di apparecchi di collegamento, una giostra di velivoli da esplorazione vicina e lontana. Le ali dominano la battaglia, le danno una fisionomia propria ed inconfondibile, il marchio della guerra del nostro secolo.

Nel grande complesso delle operazioni, nella massa degli apparecchi in lotta – certi commenti inglesi affermavano con una certa malinconia che gli attacchi tedeschi sono garantiti localmente da masse di almeno un migliaio di apparecchi costantemente in azione - un posto d’onore hanno saputo conquistarsi gli aviatori del corpo aereo al seguito dell’Arm.I.R. Il Bollettino tedesco ha citato più volte la compartecipazione dei nostri camerati alle cruente giornate che si svolgono ad occidente del gran fiume europeo, e soprattutto la caccia, che viene spesso impegnata per la scorta alle formazioni di stuka, ha meritato questo onore. I Macchi C.202 che dominano in Mediterraneo ed in Africa, si sono imposti anche in Russia ad avversari non meno temibili degli anglo-americani dei nostri fronti: i Macchi ed i loro piloti tengono alta l’insegna della nostra Patria anche in quei lontanissimi cieli e, insieme ai camerati di tutte le altre specialità, contribuiscono vigorosamente al raggiungimento della vittoria.

La grande partita che si gioca intorno a Stalingrado ha un’importante posta. Confidiamo che essa sarà vinta dalle forze dell’Asse, dagli eserciti dell’Europa giovane e coraggiosa che sapranno assicurarsi, sulle ceneri delle città distrutta per il cieco accanimento dei suoi difensori, la più sicura piattaforma per procedere oltre.

A.S. VII

 

 

Kajus Bekker “LUFTWAFFE”

 

La rovente e sanguinosa giornata del 22 giugno 1941 registra la più grande vittoria mai riportata in sole ventiquattro ore da una aviazione sull’altra: 1811 aerei sovietici distrutti (contro 35 tedeschi) ossia 322 apparecchi russi abbattuti dalla caccia e dalla contraerea, 1489 distrutti al suolo.

Il comandante supremo della Luftwaffe, Hermann Göring, trova talmente incredibile il rapporto che lo fa controllare di nascosto. Ufficiali dello stato maggiore del feldmaresciallo si aggirano sui campi d’aviazioni russi ormai occupati e contano i relitti degli aerei sovietici. L’inchiesta produce un risultato inatteso: gli apparecchi russi distrutti sono più di duemila.

Il successo riportato allora dall’aviazione tedesca trova conferma nelle pubblicazioni sovietiche uscite dopo la guerra. Nell’opera in sei volumi “Storia della grande guerra patriottica dell’Unione Sovietica”, edita dall’Ufficio storico del ministero della Difesa moscovita, è detto tra l’altro:

“Al successo delle forze terrestri del nemico contribuì in misura decisiva l’aviazione… Durante la prima giornata di guerra, le formazioni da bombardamento nemiche attuarono massicci attacchi contro sessantasei campi di aviazione dei distretti di frontiera, soprattutto contro le basi dove erano dislocati caccia sovietici dei più recenti modelli. In seguito a questi attacchi e ai violenti scontri aerei registrammo fino a mezzogiorno del 22 giugno la perdita di circa milleduecento aerei, tra cui ottocento e più distrutti al suolo”.

Già a mezzogiorno, dunque, erano milleduecento. Ma la battaglia si è protratta sino a sera. La fonte sovietica prosegue:

“Nel solo territorio del gruppo armate Ovest, l’avversario riuscì a distruggere cinquecentoventotto aerei al suolo e duecentodieci in volo”.

Si tratta del settore d’attacco della Seconda armata aerea di Kesselring, comprendente la Seconda (Loerzer) e l’Ottava squadra aerea (von Richthofen). Anche le fonti tedesche segnalano in questo settore i maggiori successi. Kesselring ha assolto il suo primo compito, quello di conquistare il dominio del cielo, già la sera del 22 giugno. Dal secondo giorno dell’offensiva in poi, tutte le formazioni dell’aviazioni appoggiano validamente l’avanzata dell’esercito.

 

 

Piotr Grigorienko “Stalin e la seconda guerra mondiale”

capitolo X “I primi giorni di guerra”

 

All’alba del 22 giugno le tre flotte aeree tedesche sorvolarono contemporaneamente le frontiere della Unione Sovietica e martellarono tutti i campi d’aviazione situati nelle regioni militari di frontiera occidentali. Data la nostra totale assenza di preparazione che ci permettesse di rispondere all’aggressione, i bombardamenti di sorpresa ci causarono perdite terribili di materiale. La maggior parte dei nostri aerei fu distrutta al suolo; e i danni assai gravi subiti dagli aeroporti intralciarono seriamente l’azione degli apparecchi sfuggiti alla catastrofe. Inoltre, l’avanzata fulminea permise alle truppe fasciste di penetrare velocemente nelle regioni d’ove era concentrata la nostra rete di aeroporti. Dovemmo quindi distruggere noi stessi gli aerei impossibilitati a levarsi in volo. E non ve ne furono che potessero prendere il volo! Nei primi quattro o cinque giorni di guerra perdemmo il 90% della nostra aviazione, che non poté quindi aiutare in alcun modo le nostre truppe che pure ne avevano grande bisogno.

La fanteria fascista che si era assicurata una schiacciante superiorità di uomini e materiale sulle direttrici dell’offensiva varcò la frontiera sovietica all’alba dello stesso giorno. In virtù delle “previsioni geniali” “della guida e del maestro” le colonne germaniche incontrarono sul loro cammino soltanto forze di fanteria poco importanti, “sbarazzate” non solo dei carri armati inviati a formare i corpi d’armata meccanizzati, ma anche di artiglieria, di batterie contraeree e dei genieri che si trovavano allora ben indietro, nei loro accantonamenti speciali e nei loro poligoni di tiro. Inoltre, questa fanteria “ridotta ai soli propri mezzi” non era neanche stata messa in stato di allarme! Che cosa poteva dunque fare contro le ondate di autoblindo tedesche che irrompevano bruscamente su di loro, fiancheggiate da fantaccini che attaccavano sostenuti da un fuoco possente di Cannoni e di mortai?

Anche chi non abbia che una visione molto confusa di ciò che è la guerra può immaginarsi quale vero eroismo fu necessario ai nostri soldati per non perdersi d’animo davanti a un’offensiva di sorpresa così folgorante e devastatrice, di cui non si erano mai sognata la possibilità, per non cedere al panico e disperdersi, per non alzare le braccia, ma al contrario per battersi contro i carri armati con le sole armi costituite dai fucili e dalle granate. Come se non bastasse, bisognava che s’impegnassero in combattimento senza l’autorizzazione del “capo” (il che allora richiedeva, si comprenderà facilmente, un certo coraggio!). Si sa infatti (ma tutti non lo sanno) che Mosca non dette l’autorizzazione ad aprire il fuoco che sei ore dopo lo scatenamento dell’aggressione hitleriana; ma le truppe, invece (quale indisciplina), avevano aperto il fuoco non appena il nemico era stato in vista.

La situazione della nostra fanteria diventava da un minuto all’altro più drammatica. Subì perdite enormi e bruciò le munizioni senza disporre delle normali riserve. Nessun rinforzo giunse a sostenerla mentre il nemico inviava continuamente rincalzi e gettava nella mischia le riserve delle forze di copertura.

Fin dal primo mattino, inoltre, i nostri soldati si trovarono di fronte un nuovo nemico particolarmente temibile: l’aviazione fascista che aveva compiuto la sua prima missione (schiacciare la nostra forza aerea, al suolo, sui campi d’aviazione) e poté dedicarsi alla copertura dell’esercito di terra. L’assenza di difesa antiaerea nei nostri corpi d’armata permise all’aviazione nazista di permettersi il lusso dei voli radenti più sfrontati.

Esattamente così andarono le cose. Ma i nostri “critici” zelanti non ne vogliono sapere: essi sguazzano nell’”eroismo” e nelle “grandi prodezze”. Esporre i fatti come si sono realmente svolti è, ai loro occhi, mettere l’accento in modo “unilaterale” e tendenzioso sugli “sbagli”, sulle “insufficienze” e sugli “errori di calcolo”. Ebbene, cediamo, sia pure in parte, al loro desiderio e parliamo… ma non delle grandi prodezze compiute al principio della guerra, perché non ne abbiamo affatto notate. (Se i nostri censori dispongono di dati al riguardo li preghiamo di volercene rendere edotti). Non alludiamo qui ai genuini atti di eroismo verificatisi nei primi giorni di guerra: ce ne sono stati innumerevoli. Ma questo eroismo non ha niente a che vedere col verboso e pomposo tambureggiamento “letterario” che tanto piace ai nostri censori indifferente a ogni altro argomento. E’ l’eroismo ineguagliabile di cui dettero prova in quei giorni innumerevoli soldati rimasti del tutto sconosciuti, di uomini che non si arrampicavano con la bandiera in pugno sul Reihstag vinto, di uomini che non gridavano davanti l’obiettivo fotografici: “Avanti! Per Stalin!”, ma di uomini che pressoché disarmati difesero la patria facendo bastione coi loro corpi e sacrificarono le loro giovani esistenze in silenzio, senza manifestazioni rumorose e menzognere. E’ del loro eroismo, e solo del loro, che voglio parlare.

In virtù della “saggezza” dei nostri capi la fanteria era priva di armi anticarro e i nostri soldati non potevano combattere contro i carri armati nemici che col fucile a proiettili perforanti o , se non ne avevano, tirando coi moschetti nelle feritoie. Tentavano anche di far saltare i carri a colpi di bomba a mano o di incendiarli con bottiglie molotov improvvisate, e in generale pagavano con la vita queste azioni da desperado. Fu peraltro dall’iniziativa di questi soldati che nacque l’idea delle due nuove armi anticarro: le granate da lancio e gli esplosivi a miscela infiammabile. E queste iniziative dimostrarono la necessità di ritornare al fucile anticarro.

I soldati (e con ciò intendo anche i sergenti e gli ufficiali del fronte) non potevano accettare passivamente l’impunità di cui godeva l’aviazione nemica. Essi tentarono di abbattere gli aerei nemici a colpi di fucile – isolati o raggruppati – o di mitragliatrice: smontavano la ruota di una carretta, vi fissavano una mitragliatrice da carro armato e costruivano così un pezzo da contraerea a tiro costantemente azimutale.

Quello era eroismo. Ma il fatto di parlarne, ritengo, non susciterebbe solo un sentimento di fierezza nei confronti degli uomini della nostra terra, ma anche l’odio per coloro che hanno messo i nostri soldati nell’impossibilità di difendere contro il nemico il paese natale, la propria famiglia e i concittadini, anche al prezzo di un auto sacrificio massiccio.

Perché il loro eroismo fu effettivamente massiccio. Nella fanteria come in tutte le armi, nei corpi specializzati come nelle retrovie.

Nonostante tanto eroismo, la resistenza opposta al nemico fu del tutto insufficiente. Ecco quel che gli autori di un articolo irresponsabile e sconclusionato dovrebbero comprendere e non dimenticare.

La nostra aviazione, inchiodata al suolo sui campi, non poté levarsi in volo ed opporsi all’aviazione fascista. Eppure la massa dei nostri piloti era prontissima ad operare prodigi. Quelli che poterono decollare lo dimostrarono al mondo intero. Fu in quei giorni terribili che nacquero i Rastello e i Talalicin. Ma la maggior parte dei nostri aviatori, lo ripeto, non poté levarsi in volo e molti di loro si avviarono a piedi verso l’est guardando gli aeroplani nemici che mitragliavano impunemente i nostri soldati e i nostri aerei e piangendo di rabbia. Non sapevano come nascondere la vergogna. Eppure non c’era niente di cui vergognarsi. Erano stati messi nell’impossibilità di battersi…

Come si vede, l’assenza totale di resistenza - e non solo di una debole resistenza - al nemico può benissimo accoppiarsi all’eroismo.

Lo stesso avvenne per l’artiglieria. Mosca ordinò nella mattinata del 22 giugno ai reggimenti di artiglieria, come pure alle forze che si trovavano negli acquartieramenti speciali e sui poligoni di tiro, di raggiungere immediatamente le loro unità. Mosca respinse le proposte di rimandare al calar della notte la messa in moto delle colonne dei pezzi di artiglieria. Questo rifiuto criminale, per usare un termine gentile, ebbe conseguenze funeste per l’artiglieria che nella maggior parte dei casi era allora trainata da cavalli. E penso che chiunque, anche oggi, può immaginarsi quel che è avvenuto quando i bombardieri sono scesi in picchiata e i caccia tedeschi si sono abbattuti sulle colonne di cannoni, che si spiegavano trainati da cavalli, su strade strette e senza il minimo materiale di difesa antiaerea. Ci furono casi abbastanza numerosi di comandanti di battaglioni di artiglieria che, avendo perduto la totalità degli effettivi in seguito ad attacchi aerei successivi, si suicidarono.

Così, in virtù delle “sagge” indicazioni dei nostri capi, non soltanto la fanteria e i carri armati furono privati di copertura e di sostengo aereo, ma in più furono costretti a dare battaglia senza il sostegno dell’artiglieria. Ancora una volta, questo debole sostegno non impedì che gli artiglieri sovietici agissero eroicamente. Privati dei cavalli per trainare i pezzi, li tirarono essi stessi, scovarono cavalli e trattori nei kolchoz, andarono all’assalto e si impadronirono di trattori, di cannoni e di mortai del nemico e si batterono sino all’ultimo obice, all’ultima cartuccia, all’ultima granata. E non furono per niente responsabili della debole resistenza opposta all’avanzata tedesca. Fecero tutto il possibile, fecero anche l’impossibile, ma la situazione in cui erano stati messi impediva che le loro iniziative potessero avere un effetto serio.

E i nostri carristi! Andarono spontaneamente al macello in nome della patria… E non si tratta di un modo di dire o di un’esagerazione letteraria. Dico proprio al macello. I nostri vecchi modelli di carri armati (come quelli tedeschi, del resto) prendevano fuoco con facilità. Al minimo obice che li colpisse s’incendiavano immediatamente e si arroventavano con tale rapidità che in genere l’equipaggio non faceva in tempo a saltare a terra…

Con simili carri armati, privi del sostegno dell’artiglieria, privi dell’appoggio dell’aviazione, privi di qualsiasi copertura difensiva, non si poteva evidentemente ricorrere che a una tattica: mettere a frutto la loro grande mobilità, portarsi alla massima velocità sulla direttrice dell’offensiva nemica, istallarsi in posizione favorevole, scavarvi fossati e piazzarvi i carri accuratamente mimetizzati e attendere le colonne avversarie che avanzavano, fanteria e carri, allo scoperto per accoglierli di sorpresa con un fuoco nutrito diretto dalle posizioni mascherate. [1]

Un gran numero di comandanti sul fronte lo compresero chiaramente, ma Mosca esigeva “controffensive” e “contrattacchi” di carri armati. Così nostre colonne di mezzi corrazzati uscivano interamente allo scoperto per offrirsi al fuoco di fila dell’artiglieria e dei carri nemici che evoluivano con la massima tranquillità; per offrirsi al mitragliamento dell’aviazione avversaria padrona del cielo. Nonostante ciò i nostri mezzi blindati andarono in linea senza un attimo d’esitazione. E alcuni poterono anche sfidare le leggi del buon senso e giungere sino al nemico infliggendogli perdite severe. Ma tra quelli furono rari gli equipaggi che riuscirono a rientrare alla base. I turbini di fumo nero, i carri in fiamme, le carcasse annerite, questi furono gli ultimi momenti e gli ultimi testimoni, in genere, della tragedia e degli atti di coraggio e di eroismo dei carristi sovietici. Gli storici stranieri che hanno studiato l’esperienza dell’ultima guerra sono giunti alla conclusione che perdite prossime al 25% siano sufficienti a fermare un’offensiva di mezzi corazzati ed a far indietreggiare quelli superstiti. I carristi sovietici non hanno desistito dall’attacco neanche quando l’unica prospettiva rimasta era la tomba.

Ecco una prova di eroismo! Eppure quale ne fu il bilancio? Nelle prime due o tre settimane di guerra le regioni militari dell’ovest perdettero quasi il 90% dei carri e più di metà degli equipaggi…

Ecco gli uomini con cui si urtò l’attacco di sorpresa nemico. Ah, se questi uomini avessero avuto dirigenti provvisti di un granello d’intelligenza! Si può immaginare quali risultati avremmo potuto ottenere in base all’esempio della regione militare di Kiev. Il comando e lo stato maggiore della regione riuscirono innanzitutto a conservare nelle loro mani la direzione delle operazioni e non perdettero mai il senso della loro reale responsabilità. Fu così che tutte le conseguenze gravi di una “preparazione” criminale alla guerra e l’ingerenza assurda dell’alto comando vi furono in quei giorni alquanto attenuate. Di conseguenza il gruppo di armate tedesche che avanzava su quella direttrice subì perdite enormi e poté avvicinarsi al Dnjeper soltanto mediante una manovra d’accerchiamento. E la maggior parte dei comandi sovietici finì nelle sezioni disciplinari dei campi di concentramento.

Dopo la vittoria tutti i prigionieri di ritorno nell’Unione Sovietica furono mandati nei campi di concentramento di Stalin e di Berija e in molti vi trascorsero lunghi anni. Lo stesso comandante Gavrilov che diresse la resistenza eroica della fortezza di Brest-Litovsk non uscì dal campo di concentramento che dopo il ventesimo congresso del partito (1956). Se ciò si aggiunge a tutti i fatti già enumerati è chiaro che fin dai primi giorni di guerra e fino alle sue ultime ore, Stalin e i suoi collaboratori più vicini si dedicarono soprattutto alla ricerca di “capri espiatori”, alla liquidazione o alla condanna al silenzio dei testimoni ancora in vita degli avvenimenti tragici dei primi giorni di guerra.

Tali furono gli atti eroici dei guerrieri sovietici e le azioni “meravigliose” dell’alta direzione del paese.

Un breve esame permette di ricavarne un bilancio abbastanza evidente che non corrisponde affatto alla demagogia menzognera e nociva dei diffamatori che demoliscono il libro probo e utile di Nekric [2]

 

 

Lev Troskij “La mia vita”

“La difesa di Pietrogrado” (estratti)

 

A Pietrogrado trovai una confusione spaventosa. Tutto andava alla deriva. Le truppe si ritiravano, andavano a pezzi. I comandanti stavano a guardare i comunisti, i comunisti stavano a guardare Zinov’ev. costui era al centro della confusione. Sverdlov mi disse. “Zinov’ev, cioè il panico”. E Sverdlov era un conoscitore di uomini.

Effettivamente, nei periodo favorevoli, quando, come diceva Lenin, “non c’era nulla da temere”, Zinov’ev era spesso al settimo cielo. Ma quando le cose si mettevano male, Zinov’ev si stendeva su un divano – non metaforicamente, ma in senso proprio – e sospirava. Fin dal 1917 mi ero convinto che Zinov’ev non conosceva via di mezzo: il settimo cielo o il divano. Questa volta lo trovai sul divano.

Attorno a lui c’erano anche uomini di coraggio, come, per esempio, Lasevic, ma se ne stavano tutti con le mani in mano. Tutti se ne rendevano conto e lo si vedeva in tutte le cose. Dallo Smolnij chiesi per telefono un’automobile dal garage militare. L’automobile non arrivò all’ora stabilita. Dalla voce dell’addetto avevo capito che l’apatia, lo scoraggiamento, la rassegnazione si erano impadroniti anche degli strati subalterni dell’apparato. Bisognava prendere misure eccezionali, poiché il nemico era alle porte. Come sempre in simili casi, chiesi l’aiuto del contingente del treno. Erano uomini su cui si poteva contare nelle circostanze più difficili. Controllavano, esercitavano pressioni, stabilivano collegamenti, sostituivano i non adatti, colmavano i vuoti.

Dall’apparato ufficiale, che aveva perduto ogni fisionomia, scesi due o tre gradini più in basso: alle organizzazioni distrettuali del partito, alle officine, alle fabbriche, alle caserme. Nella prospettiva della resa della città ai bianchi, nessuno osava farsi avanti. Ma appena la base si rese conto che Pietrogrado non sarebbe stata abbandonata e che, se necessario, sarebbe stata difesa dai soldati nelle strade, lo stato d’animo cambiò. I più valorosi, i più dotati di spirito di sacrificio, risollevarono la testa. Gruppi di uomini e di donne abbandonarono le fabbriche e le officine con arnesi per scavare. Gli operai di Pietrogrado avevano allora un brutto aspetto; facce terree perché non mangiavano a sufficienza, abiti stracciati, scarpe bucate e spesso scompagnate.

“compagni abbandoneremo Pietrogrado?” “No, non l’abbandoneremo!” Negli occhi delle donne c’era una luce appassionata. Le madri, le mogli, le figlie rifiutavano di abbandonare i nidi riscaldati, anche se miserabili.

“Non l’abbandoneremo!” gridavano forti voci di donne e le mani stringevano i manici delle pale come se fossero fucili.

Non poche donne sapevano adoperare le armi da fuoco, e non poche anche le mitragliatrici. Tutta la capitale era divisa in distretti diretti da stati maggiori operai. I punti strategici più importanti furono protetti con fili spinati. Furono scelte le postazioni d’artiglieria, e si stabilirono preliminarmente i bersagli. Sulle grandi piazze e agli incroci principali furono collocati sessanta cannoni ben dissimulati. I canali, i giardini, i muri, le palizzate, le case furono fortificati. Alla periferia e lungo la Neva si scavarono trincee. Tutta la parte meridionale della città venne trasformata in una fortezza. In molte strade, in molte piazze, si eressero barricate. Dai quartieri operai uno spirito nuovo si diffuse nelle caserme, nelle retrovie e nell’esercito sulla linea del fronte.

[1] Segnalo come tal genere di tattica, detta “a scafo sotto”, sia stata largamente impegnata dai nostri carristi in nord Africa. Combattendo anch’essi in condizioni di inferiorità quantitativa e qualitativa ricorsero a tale espediente per cercare di ottenere qualche risultato e non essere falcidiati dai più muniti carri avversari.

[2] Grigorienko fa riferimento al volume dello storico sovietico Nekric “Stalin nella II guerra mondiale aprì le porte a Hitler?”(in bibliografia)

 

 

PROPOSTA DI TESTI

Della vastissima storiografia e memorialistica sulla propongo una selezione meramente indicativa di testi:

 

Basil Liddel Hart

Storia militare della Seconda Guerra Mondiale

Mondadori

 

Alexander Wert

La Russia in guerra 1941 – 1945

Mondadori

 

Richaed Overy

Russia in guerra 1941 – 1945

Il Saggiatore

 

Paul Carell

Russia 1941-1945

Operazione Barbarossa (Primo volume)

Terra bruciata (Secondo volume)

Longanesi & C. 1967/1972

 

Friederich Paulus

Stalingrado

Garzanti

 

Walter Kerr

Il segreto di Stalingrado

Mondadori 1976

Harrison Salisbury

I novecento giorni

Bompiani

 

Seweryn Bialer

I generali di Stalin

Mondadori 1972

 

Vassili Ivanovic Ciuikov

La fine del terzo reich

Edizioni Accademia, 1979

 

I.M. Nekric

Stalin nella seconda guerra mondiale aprì le porte a Hitler?

Tindalo, 1968

 

Helmut Heiber (a cura)

Hitler stratega

Mondadori 1966

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Ciao tutti,

interessante. Non so se avete visto, pochi anni fa, su iniziativa privata, è stato costruito un sito interattivo che presenta eventi della seconda guerra mondiale a partire da invasione della Unione Sovietica. Ecco un link su capitolo iniziale http://www.pobediteli.ru/contents.html# . Il sito è in russo, pero è molto intuitivo e istruttivo. La parola chiave è "ПРОДОЛЖЕНИЕ", che significa "avanti", per poter continuare il percorso.

Non so se esistano le cose alternative in altri paesi, se esistono mi interessa a vedere.

Cordiali saluti,

Bugger.

Edited by Bugger

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Kajus Bekker “LUFTWAFFE”

 

La rovente e sanguinosa giornata del 22 giugno 1941 registra la più grande vittoria mai riportata in sole ventiquattro ore da una aviazione sull’altra: 1811 aerei sovietici distrutti (contro 35 tedeschi) ossia 322 apparecchi russi abbattuti dalla caccia e dalla contraerea, 1489 distrutti al suolo.

Si, i tedeschi hanno partito alla grande, hanno vinto la battaglia ma perso la guerra. Hitler doveva ascoltare i parole di Bismark: "mai entrare nella guerra contro Russia". Puoi volevo aggiungere un commento: secondo archivi tedesche (EICHSMINISTER DER LUFTFAHRT UND OBERBEFEHLSHABER DER LUFTWAFFE), ricuperati dopo la guerra, le perdite erano ben maggiore. Solo per la prima settimana dei combattimenti, da 22 fino 28 Giunio 1941 le perdite sono: 280 persi, 165 danneggiati. E in primi 3 mesi sono 1510 persi e 948 danneggiate.

Fonte: http://www.gyges.dk/barl001.pdf

Cordiali saluti,

Bugger

Edited by Bugger

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Per piacere non cominciamo un Italia contro Korea, ci basta la spagna.

 

Stalin inizialmente fu traumatizzato ma si riprese bene, tant'è che quando si combatteva a Mosca lui rimase in città

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Guest caposkaw

sono stati i poveri soldatini di leva, con in una mano gli Arisaka 38 e nell'altra la bottiglia di vodka piena di benzina, a salvare la russia dai nazi...

onore a loro.

 

scusa Galland, come mai hai messo un brano di Troskij sulla guerra civile?

non mi sembra entri nel contesto.

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Guest galland
sono stati i poveri soldatini di leva, con in una mano gli Arisaka 38 e nell'altra la bottiglia di vodka piena di benzina, a salvare la russia dai nazi...

onore a loro.

 

scusa Galland, come mai hai messo un brano di Troskij sulla guerra civile?

non mi sembra entri nel contesto.

 

L'Arisaka NON è un fucile russo ma giapponese, casomai si potrebbe citare il Tokarev o il PPSH41.

Ho citato Troskij a dimostrazione della sostanziale unità della dotrina miliare russa: ovvero quella di attirare il nemico in un punto dato, specialmente un grande centro abitato, e dissanguarlo con un combattimento prolungato. Dottrina già utilmente impegnata in epoca zarista, durante la guerra civile ed infine nella II guerra mondiale.

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Guest caposkaw

L'Arisaka era un piccolo trabocchetto storico, ahr ahr ahr!

quando i tedeschi attaccarono, e i sovietici si trovarono a corto di tutto, andarono a tirare fuori dei fucili vecchi di 35 anni da dei depositi dimenticati... appunto gli Arisaka di importazione...

 

questa sulla tattica nella guerra civile è interessante... hai altre notizie del genere?

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Guest intruder
quando i tedeschi attaccarono, e i sovietici si trovarono a corto di tutto,

 

Al punto che molti reparti avevano un fucile ogni otto uomini, gli altri dovevano arrangiarsi sottraendo le armi ai tedeschi o ai loro commilitoni uccisi.

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Come funzionava gia? Quando quello col fucile moriva, il compagno prendeva il fucile e così si andava avanti.

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Guest intruder
Come funzionava gia? Quando quello col fucile moriva, il compagno prendeva il fucile e così si andava avanti.

 

 

Esatto, e non mi sembra un modo molto efficiente per combattere.

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Guest iscandar
Al punto che molti reparti avevano un fucile ogni otto uomini, gli altri dovevano arrangiarsi sottraendo le armi ai tedeschi o ai loro commilitoni uccisi.

 

 

Come funzionava gia? Quando quello col fucile moriva, il compagno prendeva il fucile e così si andava avanti.

 

 

oppure solo molotov, quando le finivi facevi il bersaglio mobile

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Guest intruder

Fra l'altro, in queste condizioni, si spiegano i successi di Barbarossa nei primi mesi del conflitto, le perdite atroci subite dai sovietici, i milioni di sfortunati che decisero di arrendersi (e non sapevano quale sorte li attendeva).

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Guest galland

Riprendo questo topic sull'operazione Barbarossa, la più grande campagna militare della storia, segnalando d'aver collocato - per intero - l'articolo del Generale dell'Armata Rossa Piotr Grigorienko di cui avevo postato un unico capitolo.

Al di là delle convinzioni politiche e di alcune questioni tecnico-militari, che sento di non poter condividere, si tratta di un documento storico di prim'ordine, contenente considerazioni ancor oggi degne di riflessione.

Essendo l'edizione italiana (del 1970) esaurita da decenni e remota una ristampa ho ritenuto utile portarla a cognizione di quanti interessati ad un franco dibattito sull'argomento.

Ecco il link:

 

http://quando-gli-aerei-avevano-l-elica.ov...it/2-index.html

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Guest galland

Curiosando nel web ho rintracciato questo interessantissimo sito, ovviamente in lingua inglese, sono descritti tutti i mezzi militari utilizzati dall'esercito sovietico nella II guerra mondiale.

Stupende le immagini pittoriche, che ho scaricato in gran copia.

Un sito, quindi, da mettere tra i preferiti e da cui attingere notizie e materiale!

 

http://www.o5m6.de/index.html

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Curiosando nel web ho rintracciato questo interessantissimo sito, ovviamente in lingua inglese, sono descritti tutti i mezzi militari utilizzati dall'esercito sovietico nella II guerra mondiale.

Stupende le immagini pittoriche, che ho scaricato in gran copia.

Un sito, quindi, da mettere tra i preferiti e da cui attingere notizie e materiale!

 

http://www.o5m6.de/index.html

 

peccato manchino i fucili

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Per curiosità, visto che certe notizie non sono ancora ampiamente divulgate, vi sono stati ufficiali, presumo allora giovani, che hanno partecipato alla pianificazione/esecuzione dell'Operazione Barbarossa e poi sono rimasti in servizio nella Bundeswehr? lo chiedo perchè la loro "esperienza" avrebbe potuto risultare utile negli anni inquieti della guerra fredda,

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Per curiosità, visto che certe notizie non sono ancora ampiamente divulgate, vi sono stati ufficiali, presumo allora giovani, che hanno partecipato alla pianificazione/esecuzione dell'Operazione Barbarossa e poi sono rimasti in servizio nella Bundeswehr? lo chiedo perchè la loro "esperienza" avrebbe potuto risultare utile negli anni inquieti della guerra fredda,

 

moltissimi ufficiali tedeschi furono reintegrati nella bundeswehr, anche alti in grado molto anziani. alcuni furono esclusi perchè sospettati di "collaborazionismo" coi sovietici (prigionieri di guerra). molti ovviamente militarono nella volksarmee e nella volkspolizei della DDR; e alcuni di essi furono esclusi per gli stessi motivi (come von seydlitz-kurbach comandante del 51° corpo a stalingrado, che passò alla causa sovietica dopo la cattura ma fu sempre osteggiato. il comandante 14° panzerdivisionen Lattmann divenne invece capo della polizia)

 

comunque non ho capito la domanda. in che senso sarebbe stata utile la loro esperienza?

Edited by pandur

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Come ufficiali di professione della wehrmacht erano gli unici fra i militari occidentali ad avere avuto esperienza diretta di uno scontro con l'Armata rossa, sia da "attaccanti" che da "difensori", ed- chi aveva preso parte alla pianificazione di Barbarossa- erano gli unici ad aver esperienza di un attacco all'URSS con tutti i problemi connessi.

E' vero che la tecnologia degli anni '50 era diversa da quella del 1941, ma presumibilmente molte caratteristiche ell'Armata Rossa erano rimaste per così dire costanti, e tutti mi insegnate che l'esperienza diretta vale pi di molte discussioni a tavolino

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Guest galland

Sovente le sconfitte vengono coperte da un velo di oblio. La battaglia di Minsk appartiene, per evidenza, a tal genere di casi. Eppure ricordare la lotta e le sofferenze di chi la combatté, in condizioni di inferiorità materiale e di carenza di comando, è altrettanto importante che il ricordo delle battaglie vinte. È con tale spirito che presento le seguenti pagine sulla più grave sconfitta dell'Armata Rossa nella II guerra mondiale.

 

Che i sacrifici di quegli uomini non siano dimenticati!

 

russiainguerra.jpg

 

Alexander Werth

 

Nato a Pietroburgo nel 1901, emigrò in Inghilterra dopo la rivoluzione. Compiuti gli studi all'università di Glasgow divenne corrispondente da Parigi del « Glasgow Herald », del « Manchester Guardian », e collaboratore del «New Statesman» e delle riviste americane « Nation » e «Foreign Affairs ». Fuggito dalla Francia nel giugno 1940 (il suo libro The Last Days of Paris fu un successo editoriale) trascorse un anno a Londra come corrispondente del « Sunday Times ». Il 2 luglio 1941, all'entrata in guerra della Russia, fu il primo inviato speciale inglese che raggiunse in volo l'Unione Sovietica, dove rimase sino al 1948 in qualità di corrispondente del « Sunday Times » e di commentatore della BBC. Dal 1949 ha vissuto in Francia, ha nuovamente visitato l'Unione Sovietica e, negli Stati Uniti, è stato professore di storia moderna all'università dell'Ohio. Ha pubblicato numerosi libri sulla Francia fra cui France 1940-1955 e The Strange History of Pierre Mendès-France. Tra le sue opere sulla Russia vanno anche ricordati Musical Uproar in Moscow, che è un resoconto dell'epurazione sovietica nel campo artistico, e The Khrushchev Phase.

 

 

russiainguerra2.jpg

 

Hitler aveva deciso di vibrare il colpo principale non già a Mosca, ma in Ucraina. Abbandonata per il momento la spinta su Mosca, aveva trasferito truppe a Nord, per accelerare la presa di Leningrado, mentre maggiori rinforzi erano inviati in Ucraina che egli progettava di travolgere, come la Crimea, nel giro di poche settimane. Ai primi di luglio i russi avevano riportato qualche successo locale in Ucraina; così avevano arrestato uno sfondamento su Kiev a 15-20 km. dalla città. Ma, a fine luglio e ai primi di agosto, era ricominciata la Blitzkrieg. Il 17 agosto i tedeschi occupavano Dnepropetrovsk, all'estremo limite dell'ansa del Dnepr e varcavano il fiume, nonostante l'ordine del comando supremo sovietico di tenere a ogni costo la linea del Dnepr. Cherson, Nikolaev e il centro minerario di Krivoj Rog furono conquistati. A Sud-ovest, i rumeni tagliarono fuori Odessa dal resto della Russia. Frattanto, a nord di Kiev, i tedeschi avevano iniziato un'altra offensiva nella direzione generale di Konotop, Poltava e, infine, Char'kov. Cosí, ai primi di settembre, Kiev costituiva effettivamente l'apice d'un lungo saliente che si ristringeva sempre più, dato che i tedeschi avevano avanzato di molto verso Est, cosí a nord come a sud della capitale ucraina.

 

russiainguerra1.jpg

Qui ci imbattiamo in una delle principali polemiche della guerra, una disputa che coinvolge non soltanto Hitler e i suoi generali, ma anche Stalin e Chrusev. Quest'ultimo era membro del consiglio di guerra presso il comando della « direzione sud-occidentale ». Gli storici d'oggi non si stancano di lodare Chrus"éév che, da membro del Politburo e da segretario del comitato centrale del partito comunista ucraino, destò dappertutto, così dicono, l'ardore patriottico del popolo ucraino e della popolazione di Kiev in particolare, anche se, mancandovi le grandi tradizioni rivoluzionarie e proletarie di Mosca e di Leningrado, la leva in massa appare esservi stata meno spettacolosa che nelle altre due città. Inoltre, Kiev aveva una sua mentalità particolare. Soltanto una ventina d'anni prima era stata occupata, in rapida successione, da eserciti tedeschi e austriaci, che avevano instaurato alla testa dello « stato » ucraino il governo fantoccio dell'ataman Skoropadskij; dai nazionalisti ucraini di Petljura, dai rossi, dai bianchi, di nuovo dai rossi e, per un breve periodo, nel 1920, persino dai polacchi di Pilsudski. I più anziani potevano ricordare che l'occupazione austro-tedesca del 1918 non era poi stata tanto male.

 

Già il 9 settembre i tedeschi avanzavano su Nezin [A 110km. a nord-est di Kiev] da Nord e altre armate germaniche erano profondamente penetrate nell'ansa del Dnepr a Sud, e poiché non c'erano riserve per contrastare quelle due avanzate, Budennyj e Chruscev decisero di eliminare il saliente di Kiev. L'11 settembre informarono Stalin che le sue precedenti istruzioni di trasferire due divisioni di fanteria da Kiev per fermare l'avanzata tedesca a Nord, non potevano essere eseguite, che le armate sovietiche in Ucraina erano state gravemente indebolite da settimane di aspri combattimenti e che, nonostante il parere contrario del comando supremo, ritenevano maturo il momento per ritirarsi su una nuova linea a Est.

 

Quello stesso giorno, nel parlare con il comandante del fronte sud-occidentale, generale Kirponos, Stalin « respinse insistentemente la proposta di abbandonare Kiev e di ritirare le truppe del saliente di Kiev sul fiume Psiol (nel settore Kursk-Poltava). Egli insistette che si prendessero truppe da altri settori del fronte e venissero impegnate contro i tedeschi che avanzavano su Konotop (a est di Nezin) ... ». Esonerò inoltre Budénnyj dal comando, sostituendolo con Timosenko che giunse a Kiev il 13 settembre per assumere il nuovo incarico.

 

Quel giorno, il corridoio da cui le quattro armate del fronte sud-occidentale avrebbero potuto sottrarsi era largo appena 30 km., fra Lochvitsa e Lubni... Due giorni dopo, le formazioni corazzate tedesche avevano chiuso quella via d'uscita.

 

E qui si arriva al punto culminante della polemica Stalin-Chruscev, della quale si fa gran conto nella Storia odierna:

 

 

Il 14 settembre il capo di stato maggiore del fronte sud-occidentale, maggior generale Tupilov, ritenne suo dovere d'informare il capo di stato maggiore a Mosca, generale Sapognikov, della situazione dolorosa... Rimanevano, egli concluse, appena un paio di giorni. Il generale Saposnikov definì quel rapporto « allarmista » e chiese ai comandanti del fronte sud-occidentale di non perdere la testa e di eseguire gli ordini del compagno Stalin, dell' 11 settembre.

 

 

Ma il 16 settembre, i tedeschi chiusero il corridoio e le quattro armate sovietiche furono circondate... Una di esse, la LVII, teneva ancora la testa di ponte di Kiev sulla sponda occidentale del Denepr. Tutte quelle truppe, dice la Storia, avevano già subito gravi perdite, « erano disorganizzate » e avevano perso la maggior parte delle loro possibilità combattive. Tutto questo sarebbe stato evitato se fosse stato eseguito tempestiva- mente il consiglio di Budennyj e di Chruscev.

 

Dopo aver rilevato che il comando supremo aveva un'idea del tutto errata dell'intera situazione la Storia così prosegue:

 

Dato che il comando supremo non voleva ordinare una ritirata generale, il consiglio di guerra della direzione sud-occidentale accettò la proposta di N. S. Chruscev di abbandonare Kiev e di sottrarre le truppe del fronte sud-occidentale all'accerchiamento. Dato che il nemico non aveva ancora consolidato il suo fronte lungo il Psiol, questa sembrava l'unica soluzione ragionevole. Per incarico di Budénnyj e di Chruscev, la decisione fu trasmessa verbalmente dal generale Bagramian al generale Kirponos, che si trovava allora a Priluki, dov'era il comando del fronte sud-occidentale... Anziché eseguire immediatamente quell'ordine, Kirponos fini col chiedere a Mosca se doveva o no eseguire le istruzioni del consiglio di guerra della direzione sud-occidentale.

 

Fu soltanto alle 23.40 del 17 settembre che Saposnikov rispose che il comando supremo aveva autorizzato l'abbandono di Kiev, senza però dire ancora nulla dello sganciamento passando il fiume Psiol. Cosí erano andati persi due giorni, durante i quali notevoli forze russe avrebbero potutoaprirsi la strada, il che non fecero. Quel che segui fu un disordinato tentativo di rompere l'accerchiamento, tanto piú disordinato perché le comunicazioni fra i diversi comandi d'armata erano inesistenti. Cosí separata dalle altre armate, la LVII continuò nei pochi giorni seguenti la disperata lotta per Kiev, iniziando soltanto dopo — senza speranza alcuna di riuscita — a combattere per aprirsi una strada.

 

Soltanto alcune unità riuscirono a sfondare: per esempio, una di 2000 uomini, con alla testa il generale Bagramian. Lo stato maggiore e i membri del consiglio di guerra del fronte sud-occidentale, non essendo riusciti a trovare neppure un aereo, seguirono Bragamian con 800 uomini, ma furono tagliati fuori dai carri armati tedeschi. Presso Lochvitsa infuriò per due giorni una battaglia, nella quale il generale Kirponos rimase ferito mortalmente e M. A. Burmistrenko, membro del consiglio di guerra e segretario del comitato centrale del partito comunista ucraino, fu ucciso insieme con il capo di stato maggiore del gruppo d'armate, generale Tupilov. Soltanto pochissimi dello stato maggiore generale si salvarono. Decine di migliaia di soldati, ufficiali e membri del personale politico, perirono in una lotta ineguale, o furono fatti prigionieri, molti dopo essere stati feriti.

 

I tedeschi sostengono che la Wehrmacht prese non meno di 665.000 prigionieri nell'accerchiamento di Kiev. Secondo la Storia, gli uomini del fronte sud-occidentale erano, all'inizio dell'operazione di Kiev, 677.085, 150.541 dei quali, però, sfuggiti all'accerchiamento. Le truppe accerchiate combatterono per la maggior parte di settembre, subendo perdite gravissime, mentre altre truppe riuscirono ad aprirsi una via. Non più d'un terzo dei soldati originariamente accerchiati furono fatti prigionieri. Questi dati russi ridurrebbero il numero dei prigionieri a circa 175.000.Non si può fare a meno di sospettare che la verità si trovi a metà strada fra le cifre russe e quelle tedesche.

 

Rimane l'interrogativo se Stalin, in fin dei conti, non ebbe ragione nel tenere così a lungo come fece il saliente di Kiev: Paradossalmente, la Sto ria fa pensare che la vittoria tedesca in Ucraina buttò all'aria senza rimedio la tabella di marcia di Hitler. Questo, in verità, coincide con il parere prevalente da parte tedesca. A giudizio di alcuni dei principali generali tedeschi, il tempo che andò sciupato nell'operazione di Kiev, sconvolse in misura notevolissima i piani dell'alto comando germanico, per raggiungere Mosca prima dell'inverno. Pertanto, Halder giudicava la battaglia di Kiev il maggiore errore nella campagna d'Oriente, opinione condivisa da Guderian, che parlò della battaglia di Kiev come d'una grande vittoria tattica, ma dubitò che se ne traessero grandi vantaggi strategici .

 

Guderian trovò qualche conforto, anche se non molto, al pensiero che, benché « si dovesse abbandonare il previsto assalto a Leningrado a vantaggio d'uno stretto investimento », c'erano ora buone possibilità d'occupare il bacino del Donec e di raggiungere il Don. Non è tuttavia molto chiaro se, allora, egli condivise totalmente il parere dell'OKH « che il nemico non era più in grado di formare un saldo fronte difensivo o di offrire seria resistenza nel settore del gruppo d'armate Sud ».

 

Tuttavia, i tedeschi avevano comunque aperto una breccia di 300 km. nel fronte russo in Ucraina e, nei due mesi successivi, occuparono tutta l'Ucraina orientale e quasi tutta la Crimea, e non furono respinti a una certa distanza se non dopo aver preso Rostov.

 

Sebbene ufficialmente Odessa fosse annoverata fra le quattro « città eroiche (le altre erano Leningrado, Mosca, e Stalingrado), la sua difesa contro una divisione tedesca e diciotto romene, fra il 5 agosto e il 16 ottobre, da parte dell'armata speciale marittima comandata dal generale Petrov fu in realtà una specie d'episodio marginale nell'andamento della guerra nel 1941.

 

Raggiunta la costa del Mar Nero ai primi di agosto, il nemico aveva tagliato fuori Odessa dal « continente » russo, ma quella principale base navale del Mar Nero occidentale fu in grado di mantenere le comunicazioni per mare con la Crimea e con il Caucaso. La flotta e le unità di un'altra, è quanto ciò venne a rappresentare in termini strettamente umani. Un pesante silenzio sovrastò sull'intera questione per tutta la durata della guerra e, anzi, molti anni dopo. Certo, Molotov diramava di tanto in tanto note sui maltrattamenti dei, prigionieri russi o sulle atrocità tedesche nelle regioni occupate. Ma erano goffi documenti, nei quali s'ammucchiavano orrori su orrori, in tale misura che coloro che li leggevano, non soltanto in Occidente, ma anche in Russia nel 1941-1943, ci credevano appena a metà, se ci credevano. Tranne che per alcune atrocità perpetrate dai tedeschi nelle regioni relativamente piccole attorno a Mosca, liberate dai russi nell'inverno 1941-1942, pochissime erano le informazioni dirette sull'occupazione tedesca, o sullo stesso trattamento dei prigionieri di guerra. Soltanto dopo Stalingrado, quando i russi incominciarono a liberare enormi territori, incominciò ad affiorare la verità. E anche allora, non tutta. Quanto essa fosse enorme s'incominciò a valutare solo dopo la liberazione della Polonia, con i suoi campi di sterminio, e quando, con l'occupazione della Germania, si poté accertare che cosa fosse accaduto dei russi deportati in Germania, come lavoratori forzati, o presi prigionieri di guerra, specie nel 1941-1942.

 

Per molto tempo dopo la guerra, si parlò pochissimo di quelli che erano caduti prigionieri in quei primi giorni di guerra; su quei disgraziati pesava come un marchio d'infamia.

 

La tragedia umana dei prigionieri russi non fu apertamente discussa se non molto dopo la guerra. Il resoconto pii eloquente di quale dovette essere la vicenda di chi rimase intrappolato nella grande sacca di Kiev fu scritto soltanto dieci anni dopo, e pubblicato sul « Novyj Mir » del gennaio 1963, sotto forma di racconto. Ma benché presentato come opera di narrativa, è il racconto di uno dei superstiti e ha il suono dell'assoluta autenticità.

 

Nelle trenta pagine di Attraverso la notte, Leonid Volinskij riesce a narrare la vicenda della prigionia tedesca con la medesima raccolta intensità con cui Solznicyn ha riferito dei campi di lavoro staliniani. Il racconto s'apre il 17 settembre 1941, in un villaggio ucraino, proprio mentre il cerchio tedesco sta per chiudersi attorno ai russi.

 

Molti anni dopo, lessi un libro di von Tippelskirch, un generale tedesco il quale scriveva che l'accerchiamento delle nostre truppe aveva immobilizzato grandi forze tedesche, rovinando così il giuoco di Hitler, dato che ritardò la sua offensiva contro Mosca. Non v'è dubbio che le cose andarono proprio cosí... Ma noi non ne sapevamo nulla. Per centinaia di migliaia di uomini che tentavano in quella notte di forzare il cerchio tedesco … cercando a tentoni di farsi strada fra foreste e paludi, e sotto l'uragano di bombe e cannonate tedesche … tutto questo altro non fu, se non una grande e inspiegabile tragedia.

 

Quella notte del 17, l'autore del racconto vagava lungo una strada; due o tre mila veicoli erano in fiamme; era importante non lasciarli in mano dei tedeschi. Pure quella notte, vide un gruppo di dieci ufficiali superiori che si dirigevano a piedi verso Lochvitsa (dove si credeva ci fosse una falla nel cerchio) : fra loro riconobbe il comandante del fronte, il generale Kirponos.

 

Soltanto parecchi anni dopo appresi che s'era tolta la vita quella notte, o può darsi sia stato la notte dopo, avendo rifiutato di fuggire in volo con un aereo che era stato mandato per lui con grande difficoltà... I suoi resti devono essere stati, da allora, nuovamente tumulati a Kiev. Con lui mori anche un membro del suo consiglio di guerra, Burmistrenko, ch'era stato il secondo segretario del comitato centrale del partito comunista ucraino prima della guerra.

 

La mattina dopo, l'autore del racconto e tre soldati, vedendo avvicinarsi carri armati tedeschi, si nascosero in un borro coperto di vegetazione. Ma i tedeschi li notarono e cominciarono a mitragliare il fosso: Uno di loro fu ucciso, gli altri tre si arresero. (Per un momento passò in mente all'autore del racconto l'idea del suicidio, ma fu tutto.) Un soldato tedesco, al primo aspetto un tipo a modo e bonario, li schiaffeggiò ordinandogli di vuotare le tasche. Seguiti da presso da un carro armato, dovettero raggiungere di corsa un villaggio che si chiamava Kovali, dove alla fine della giornata erano radunati 10.000 prigionieri.

 

La mattina dopo fu ordinato ai « commissari, comunisti ed ebrei » di farsi avanti, dopo l'arrivo di una quindicina di SS in divisa nera e con il teschio sul berretto. Si fecero avanti circa in 300, furono denudati sino alla cintola e allineati nel cortile. Allora un interprete, un giovane che parlava con un forte accento galiziano, gridò che ce ne dovevano essere ancora altri nascosti, e chiunque avesse denunciato un commissario, un comunista o un ebreo avrebbe preso tutti gli indumenti e tutta l'altra sua roba. « E, su 10.000 uomini, troverete sempre una dozzina o due di quella gente, non sarà magari una percentuale elevata, ma c'è. Gente come quella esiste ed 'esisterà sempre. » Così, alla fine, furono fucilati in quattrocento, portati via dieci alla volta, dopo essersi scavata la tomba.

 

Morirono tutti in silenzio, tranne uno che emise gemiti da spezzare il cuore e strisciò ai piedi delle SS: « Non ammazzatemi! Mia madre è ucraina ». Uno degli uomini delle SS gli diede un calcio in faccia, facendogli saltare via i denti, e fu trascinato sul luogo dell'esecuzione, con i piedi nudi che strisciavano sollevando la polvere.

 

I prigionieri di guerra superstiti furono avviati a piedi prima in un campo, quindi in un altro, e i soldati — « tipi dall'aria onesta, gente qualunque, forse operai tedeschi » automaticamente sparavano a tutti gli sbandati o a chiunque cadesse lungo la strada. Il resto del racconto è di fame continua, freddo e umiliazione tali, che i prigionieri persero rapidamente sembianze e dignità d'uomini. L'autore del racconto e altri due riuscirono a fuggire, ma furono le eccezioni fortunate.

Edited by galland

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Guest intruder

Posso solo che esserti grato per avere pubblicato questo interessante materiale peraltro a me sconosciuto, come ti ho detto al telefono. Qualsiasi cosa sia utile a capire meglio la campagna di Russia, o meglio, la folle condotta da parte tedesca di quella campagna, non può che essere benvenuto.

 

E colgo l'occasione per chiedere per quale motivo l'ultimo messaggio di galland non risultasse in cima all'albero del topic, ho saputo che era stato postato questo materiale solo da una telefonata del diretto interessato.

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Guest galland
Come ufficiali di professione della wehrmacht erano gli unici fra i militari occidentali ad avere avuto esperienza diretta di uno scontro con l'Armata rossa, sia da "attaccanti" che da "difensori", ed- chi aveva preso parte alla pianificazione di Barbarossa- erano gli unici ad aver esperienza di un attacco all'URSS con tutti i problemi connessi.

E' vero che la tecnologia degli anni '50 era diversa da quella del 1941, ma presumibilmente molte caratteristiche ell'Armata Rossa erano rimaste per così dire costanti, e tutti mi insegnate che l'esperienza diretta vale pi di molte discussioni a tavolino

 

A completamento e sostegno di questa giusta assersione presento questo volumetto di cui rendo la prefazione all'edizione italiana e ed il profilo biografico dell'autore.

 

accerchiati.jpg

 

PREFAZIONE ALL'EDIZIONE ITALIANA

Questo volume è la traduzione del Department of the Army pamphlet no. 20-234, Operations of Encircled Forces: German Experiences in Russia del gennaio 1952, rivisto e ampliato con note, ordini di battaglia, fotografie e schede biografiche.

Questo e molti altri studi scritti da Ufficiali tedeschi per conto dell'U.S. Army si devono al Colonnello S.L.A. Marshall dell'Army Historical Division che, durante la guerra, era stato incaricato di raccogliere le esperienze di combattimento dei soldati americani.

Nel dopoguerra Marshall tentò di convincere i suoi superiori ad autorizzare un progetto finalizzato ad intervistare gli Ufficiali tedeschi in custodia americana e a riunire le loro esperienze. In maniera improvvisata e non ufficiale Marshall raccolse le testimonianze dei Generali Fritz Bayerlein, Heinrich von Ltittwitz, Heinz Kokott e del Colonnello Meinhard von Lauchert, protagonisti della battaglia di Bastogne.

Visti gli eccellenti risultati ottenuti e la piena collaborazione degli Ufficiali tedeschi, Marshall ricevette l'approvazione dei suoi superiori e il progetto fu, conseguentemente, ampliato.

In breve tempo, cinquanta Generali tedeschi furono trasferiti dai loro campi di prigionia nel Chateau Hennemont in Francia. Anche dopo la partenza di Marshall dall'Europa nel 1946 il programma continuò a crescere, fino a coinvolgere oltre duecento Generali e Ufficiali di Stato Maggiore tedeschi, raccogliendo e pubblicando dal 1946 al 1960 memorie, rapporti e resoconti delle operazioni da loro dirette.

Una attenzione particolare - si era ormai in piena guerra fredda - fu dedicata alle testimonianze di quei Generali che avevano servito sul fronte Orientale e quindi perfettamente a conoscenza dei punti deboli dell'Armata Rossa, il nuovo nemico degli Stati Uniti d'America.

Dopo il trasferimento della sede ad Allendorf (poi Neustadt), fu posto a capo del programma il Generaloberst Franz Halder, già Capo di Stato Maggiore dell'OKH.

Tra i molti, collaborò al progetto, fino al 1948, anche il Generaloberst Heinz Guderian, come pure il GFM Kesselring (autore di ben trentacinque monografie), i Generali Bayerlein, Halder, Krimer, von Luttwitz, Mtiller-Hildebrandt, von Natzmer, Rauss, Rendulic, Toppe, Warlimont, Wagener e Westphal.

I loro resoconti furono pubblicati e considerati materiale classificato, e, inizialmente, fatti circolare esclusivamente tra gli Alti Ufficiali americani. Solo negli anni 1950-1960 vennero declassificati e diffusi tra gli Ufficiali subalterni, destando, sorprendentemente, poco interesse tra i comandanti delle unità statunitensi, che li consideravano "interessanti, ma scritti da chi aveva perso" e, quindi, basati su tattiche di qualità inferiore a quelle in uso presso l' U.S. Army.

Trascurati fino agli anni settanta, furono invece riletti e fatti oggetto di studio dopo la sconfitta americana in Vietnam, quando fu pressante la necessità di riformare l'Esercito, profondamente scoraggiato, e di rivedere l'addestramento degli Ufficiali.

Nel complesso, oltre cinquecento Generali della Herr, Waffen-SS e Luftwaffe e undici Ammiragli della Kriegsmarine e centinaia di altri specialisti furono coinvolti nel programma ideato da Marshall, scrivendo, al 1954, 2.175 relazioni per un totale, di 77.000 pagine.

Sicuramente il suo progetto rappresentò un inusuale collaborazione tra ex nemici.

Fu quindi un americano colui che permise agli Ufficiali tedeschi di rielaborare in modo critico la condotta tattica e strategica della guerra appena conclusa, ripercorrendola nei successi così come nelle sconfitte, senza mai dimenticare le sofferenze patite, dagli uomini alle loro dipendenze.

Molti di questi resoconti smontano il mito di una Wehrmacht formata da inesauribili Panzer-Division, per restituirci una realtà più modesta, formata da Divisioni largamente ippotrainate e, dal 1942-1943, costantemente carenti di uomini e mezzi, ma quasi sempre composte da soldati motivati e spesso guidate da comandanti d'eccezione, che avevano saputo conquistare la stima dei loro subordinati.

Credo che sia questo che sia i titoli a seguire costituiranno per lo storico militare o l'appassionato di storia elementi importanti per la comprensione della realtà tattica e operativa della Wehrmacht nella seconda guerra mondiale.

 

 

 

L'AUTORE DI OPERATIONS OFENCIRCLED FORCES

Generalleutnant Oldwig von Natzmer

 

Von Natzmer combattè a Leningrado, Voronezh e Staingrado.

Fu Ufficiale alle Operazioni (la) nella infaterie-Dívision (rnot.) Grossdeuschland nel 1943, al comando del Generale Walter Hoemlein, e nell'ulthno anno con Hasso von Manteuffel, Von Natzmer fu insignito della Ritterkreuz il 4 settembre 1943, per le riuscite azioni del Kampfgruppe Natzmer nella presa delle città di Kusemin e Belsk, a sud di Achtyrka, fortemente presidiate dal nemico. Molti pezzi controcarro e cannoni d'assalto russi da 122 mm furono distrutti nel corso dell'operazione. Fu quindi assegnato come Capo di Stato Maggiore nell'Heeresgruppe Nord e poi Mitte durante i combattimenti di ripiegamento del 1943-1945, carica che ricoprì con grande abilità, in un periodo di durissimi combattimenti difensivi e di difficili ritirate.

Il 7-8 maggio 1945, mentre il GFM Schorner, comandante i resti dell'Heeresgruppe Mitte, si rendeva irreperibile, von Natzmer, conscio della responsabilità del suo grado di fronte ai suoi subordinati, guidava i suoi uomini verso ovest, riuscendo, almeno parzialmente, nell'intento di evitare che fossero catturati dai sovietici. Preso prigioniero dagli americani, fu poi coinvolto nel programma del Colonnello S.L.A. Marshall scrivendo varie monografie, tra le quali la presente Operations of Eneircled Forces.

 

NB non effettuo link del sito della casa editrice per principio e fatto riguardo al regolamento del forum, la Effepi - infatti - pubblica oltre a titoli di storia militare opere di negazione dell'Olocausto e di lettura apertamente faziosa del regime nazionalsocialista.

Edited by galland

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Anche se non considero Churchill un "santo", penso che il suo progetto di muovere guerra all'URSS, o meglio, a Stalin già nel 1945 sarebbe stato pur nella sua crudezza, tecnicamente possibile. Vediamo che le forze dell'asse furono costantemente in inferiorità numerica e, mi dite, dal 1942 anche alle prese con importanti problemi di rifornimenti ed equipaggiamento ("undersupplied", scrisse Patton), eppure riuscirono fino alla fine a contrastare in maniera "efficace" gli eroici ragazzi dell'Armata Rossa, non prima di aver riportato importanti successi sul campo.

Credo di poter dire che le forze angloamericane in Germania ed Austria nel maggio 1945 fossero complessivamente superiori a quelle dell'asse lungo il fronte orientale, almeno come equipaggiamento e rifornimenti, per cui un eventuale scontro avrebbe potuto terminare a loro favore.

Devo comunque aggiungere che l'abnegazione della "gente" russa impegnata nei combattimenti e nelle retrovie è stata incredibile, una ulteriore guerra sarebbe stata per loro una maledizione che, passatemi il termine, non si meritavano di certo...

Edited by Simone

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Anche se non considero Churchill un "santo", penso che il suo progetto di muovere guerra all'URSS, o meglio, a Stalin già nel 1945 sarebbe stato pur nella sua crudezza, tecnicamente possibile. Vediamo che le forze dell'asse furono costantemente in inferiorità numerica e, mi dite, dal 1942 anche alle prese con importanti problemi di rifornimenti ed equipaggiamento ("undersupplied", scrisse Patton), eppure riuscirono fino alla fine a contrastare in maniera "efficace" gli eroici ragazzi dell'Armata Rossa, non prima di aver riportato importanti successi sul campo.

Credo di poter dire che le forze angloamericane in Germania ed Austria nel maggio 1945 fossero complessivamente superiori a quelle dell'asse lungo il fronte orientale, almeno come equipaggiamento e rifornimenti, per cui un eventuale scontro avrebbe potuto terminare a loro favore.

Devo comunque aggiungere che l'abnegazione della "gente" russa impegnata nei combattimenti e nelle retrovie è stata incredibile, una ulteriore guerra sarebbe stata per loro una maledizione che, passatemi il termine, non si meritavano di certo...

 

proposta interessante.. ma continuare la guerra nel 1945 tra angloamericani e sovietici avrebbe significato la fine materiale dell'europa. la gente (e anche i capi) volevano la pace. quelle di churchill erano farneticazioni...

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Spero non sia troppo off topic. Primo Levi, che dopo essere scappato da Buna-Monowitx venne "evacuato" dai sovietici in Bielorussia, scrisse che nella primavera del 1945 comparvero manifesti propagandistici con scritto "avanti-verso-occidente" e che fra gli ufficiali sovietici della Milizia territoriale sembrava oramai certa la guerra contro l'America; la cosa all'epoca in cui il libro uscì passò sotto silenzio, ma pare in forte contrasto con l'opinione generale secondo cui Stalin fosse sempre stato intenzionato a rispettare gli accordi delle varie conferenze interalleate.

Cercherò di trovare qualche informazione su queste ipotesi belliche e di scrivere qualcosa sull'argomento

Edited by Simone

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