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Graziani

DIEN BIEN PHU

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Sul Tonchino, sperduto altopiano del Vietnam del Nord, in 56 giorni di strenua resistenza contro soverchianti forze nemiche, i battaglioni coloniali francesi e i proscritti della Legione straniera scrivono una delle più fulgide pagine di eroismo della storia militare.

 

 

«Legio patria nostra»

Motto della Legione Straniera

 

Verso la fine del 1953 il comandante in capo delle forze francesi in Indocina, il generale Henri Navarre, decise di installare un campo fortificato, rifornito unicamente da un ponte aereo, nel cuore del territorio dei vietminh sull’altopiano del Tonchino: la valle di Dien Bien Phu, che si trova a ben 350 km dal delta del Mekong, e quindi lontanissimo dalle più vicine basi francesi. Il campo avrebbe dovuto fungere da punto di appoggio per i gruppi di commando che operavano sul confine con il Laos e da base di partenza per gli attacchi di grosse unità appoggiate dall’artiglieria e dall’aviazione che aveva le proprie basi nella enclave.

Anche se ben presto l’ipotesi di lanciare qualsiasi operazione offensiva si rivelò assolutamente velleitaria, il campo fu mantenuto e, anzi, progressivamente rinforzato. Lo Stato maggiore francese pensava infatti di poterlo usare come “incudine” contro cui il “maglio” dell’aviazione e dell’artiglieria avrebbe potuto schiacciare le divisioni del generale Vo Nguyen, detto Giap. Ma le implicazioni di questo nuovo ruolo del campo non furono valutate con sufficiente lucidità. In particolare, furono costantemente sottovalutate le dimensioni dell’artiglieria vietminh, la capacità che le forze di Giap avevano di muovere i cannoni e le munizioni per centinaia di chilometri e la loro straordinaria attitudine a mimetizzarsi e quindi a sfuggire al fuoco francese; inoltre, la particolare morfologia della valle - stretta e lunga - comportava per la guarnigione serie difficoltà nel mantenere il controllo delle colline circostanti. I materiali di costruzione erano palesemente insufficienti a proteggere sia l’area centrale sia il perimetro difensivo da un attacco prolungato; infine i francesi non sapevano che i vietminh si erano dotati di un regolare reggimento di contraerea.

La valle fu conquistata fra il 20 e il 22 novembre del 1953: durante l’operazione Castor furono lanciati sei battaglioni di parà, tra i quali il I Bep (Battaglione paracadutisti della Legione straniera); questa unità fu uno dei reparti di parà che rimase a Dien Bien Phu quando il resto delle forze tornò nelle retrovie, rimpiazzata da dieci battaglioni di fanteria aerotrasportata: quattro della legione, tre algerini, uno marocchino e due thailandesi. Il campo fu dotato di dieci carri M24 di fabbricazione statunitense, una trentina di pezzi d’artiglieria di vario calibro e sei cacciabombardieri Bearcat. La guarnigione giunse a comprendere più di 10 mila uomini, ma solo una parte era composta da truppe di prima linea.

Giap accettò la sfida e, fra il novembre del 1953 e il marzo del 1954, riuscì ad ammassare sulle colline circostanti circa 50mila uomini appartenenti alle sue migliori divisioni, appoggiate da circa trecento bocche da fuoco; riuscì anche a schierare il suo reggimento di contraerea da 37mm appositamente addestrato dai cinesi. Le sortite tentate in dicembre dalla guarnigione dimostrarono che tre battaglioni di parà, nonostante il supporto pesante, non riuscivano ad uscire per più di qualche chilometro dalla valle senza essere impegnati in pesanti scontri. In particolare, tra il 10 e il 15 dicembre, il I Bep perse ben 52 uomini in un’azione locale verso l’imboccatura nord della vallata. A breve anche le pattuglie nella valle stessa vennero impegnate in giornalieri scontri a fuoco: erano le prime avvisaglie di quanto stava per accadere.

Il 13 marzo 1954, si abbatté sul campo un massiccio ed estremamente preciso sbarramento di artiglieria: si inaugurava così la battaglia vera e propria. Durante la prima notte Beatrice fu travolta, il giorno seguente Gabrielle: in soli due giorni vennero dunque persi due importanti sistemi di postazioni difensive a nord. La forza aerea francese si dimostrò assoluta-mente incapace persino di individuare l’artiglieria nemica, magnificamente posizionata e mimetizzata in modo efficacissimo; allo stesso tempo l’artiglieria del campo non solo non riusciva a mettere a tacere le armi dei vietminh, ma anzi veniva costantemente logorata nella lotta senza alcuna possibilità di essere sostituita o adeguatamente rinforzata.

Il fuoco della contraerea raggiunse livelli da Seconda guerra mondiale, e la pista d’atterraggio fu colpita con micidiale precisione. L’ultimo Dakota con a bordo un carico di feriti da evacuare riuscì a decollare il 27 marzo. Da quel momento in poi rifornimenti e rinforzi dovettero essere paracadutati in un perimetro sempre più ridotto, per lo più di notte, da aerei che dovevano attraversare un micidiale tunnel di fuoco antiaereo. La situazione della guarnigione si fece ancor più disperata dopo l’arrivo delle piogge monsoniche: sotto la pioggia e fra i bombardamenti ininterrotti, bunker e trincee si dissolsero in un mare di fango rosso.

Sotto il fuoco martellante dell’artiglieria vietminh le unità combattenti del tenente colonnello Langlais e del maggiore Bigeard tennero, persero, ripresero e ripersero una serie di collinette e di buchi nel fango di importanza strategica contro gli attacchi notturni delle maree umane del nemico. I vietminh scavarono trincee sempre più vicine, da tutte le direzioni: una rete capillare che permise loro prima di raggiungere, poi di isolare e infine di strozzare una postazione dopo l’altra.

Si susseguirono scene epiche di coraggio quando i parà, tenuti come riserva per i contrattacchi, barcollanti per la stanchezza e a corto di ogni rifornimento, si lanciarono in attacchi suicidi, anche all’arma bianca, per riconquistare le postazioni perse o per ristabilire il collegamento con una compagnia isolata. Vari battaglioni di reclute di parà e centinaia di volontari si lanciarono durante l’assedio in questo piccolo inferno sulla terra, e vi rimasero fino al crollo finale. In particolare il II Bep della Legione straniera si lanciò tra il 10 e il 12 aprile, in tre ondate successive, proprio sulla linea del fuoco, in un’azione rimasta nella storia del paracadutismo militare.

Il 23 aprile vi fu uno degli ultimi tentativi di ristabilire il perimetro originale con un violento contrattacco sulle posizioni Huguette. A nulla varrà l’eroismo dei legionari contro la pioggia di fuoco con cui li accolse il nemico. Il tenente Garin del II Bep, ferito durante questa azione e rimasto indietro, si uccise per non cadere vivo nelle mani del nemico e per evitare ai suoi di esporsi ad ulteriore pericolo nel tentativo di metterlo in salvo.

Alle ore 17.30 del 7 maggio 1954 il generale de Castries, ufficiale comandante, dopo 56 giorni di estenuanti combattimenti, dichiarò il cessate il fuoco dopo la caduta dell’intera metà orientale del campo. Su 635 uomini del I Bep della Legione, 575 risultarono morti o dispersi; il 7 maggio rimanevano solo una cinquantina di uomini del II Bep: questi indomiti guerrieri erano per lo più proscritti reduci della II guerra mondiale.

Quando i vietminh vittoriosi entrarono nel campo trincerato e fecero uscire i sopravvissuti, non trovarono tra questi nessuno che portasse la mimetica dei parà: nessuno di loro si arrese; gli unici prigionieri furono i para feriti o quelli fatti prigionieri sulla linea del fuoco più avanzata. Fra coloro che furono catturati, molti non sopravvissero alla “marcia della morte” e alle spietate condizioni dei campi di concentramento.

Dopo circa i tre mesi dalla resa, la Francia accettava il cessate il fuoco generale: tramontava così il suo sogno coloniale in Indocina.

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Eccovi una testimonianza sulla battaglia di Dien Bien Phu, del Generale Marcel Bigeard, splendida figura di ufficiale ed autore di numerose e pregevoli opere librarie, al video al seguente link:

 

http://dailymotion.alice.it/tag/bigeard/vi...bien-phu_events

 

 

Brevi cenni biografici del Generale Bigeard, al link che segue:

 

http://www.evene.fr/celebre/biographie/mar...igeard-2393.php

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Guest galland

Articolo di Storia Illustrata pubblicato nel decennale della battaglia (1964)

Quel mattino di marzo del 1954 il cielo di Hanoi pareva impazzito. Ondate di aerei facevano vibrare l'intera città: arrivavano da nord-est, dagli aeroporti spersi lungo il litorale del Mare di Cina, sfioravano il Ponte Doummer che scavalca il Fiume Rosso, e svanivano verso Occidente. Verso il Fiume Nero e il Laos. Dalla terrazza del Continental i giornalisti, con gli occhi gonfi per la lunga veglia, cercavano di contare le squadriglie. Per tutta la notte avevano atteso che i Dakota, col muso giallo o rosso o blu, carichi di paracadutisti, si staccassero dalle piste d'involo. Sarebbe stato il segnale: a Dien Bien Phu era cominciata la battaglia.

 

Quella vallata di diciotto chilometri per dodici, che sulle carte dello Stato Maggiore sembrava tanto vicina, quasi a portata di mano da Hanoi, era irraggiungibile via terra, almeno perle truppe francesi. La risaia, la giungla, le montagne, le migliaia di guerriglieri vietminh annidati lungo il percorso erano ostacoli insuperabili, e se non proprio tali capaci di rallentare sino alla disperazione la marcia di una colonna: e quindi restava soltanto il cielo per rifornire la guarnigione che il raffinato generale Navarre, mandato in Estremo Oriente dalla Quarta Repubblica con l'incarico di farla finita con la « sporca guerra », aveva cacciato in quella trappola.

 

« C'est la bagarre! » (« Finalmente la mischia! »), esclamavano i giovani ufficiali di Hanoi nell'attesa impaziente di raggiungere il teatro della battaglia. A Dien Bien Phu avrebbero spazzato via per sempre l'esercito di Giap, un « generale » che non aveva fatto accademia né scuole di guerra, alto poco più di un metro e cinquanta, illuso di sconfiggere un'armata che non l'avrebbe neppure accettato nelle sue file, per la scarsa statura.

 

Alcuni generali francesi - non molti per la verità - carichi di campagne, decorazioni e reumatismi tropicali, la pensavano in un altro modo: in quel buco, in bilico tra il Laos e il Tonchino, la Francia avrebbe perso per sempre l'Indocina. Ma ormai la grande macchina si era messa in moto: ed era impossibile fermare nel volo i « B 26 » e i « Bearcats » che puntavano verso le montagne rosse e pelate, portando sotto le ali bombe di cinquecento libbre, e coi nastri da 12,7 già infilati nelle mitragliatrici. Una sola cosa si poteva ancora salvare, per quei generali convinti dell'imminente disfatta, ma incapaci un po' per viltà e un po' per rispetto della gerarchia di denunciare la follia del Comandante supremo del Corpo di spedizione: ed era l'onore militare, in cui i soldati di tutti i tempi hanno riposto eroismo e ignoranza, dignità e superbia. Anche quei proconsoli in Estremo Oriente avevano questi pregi e difetti, ma il loro vero dramma era di non conoscere a fondo il nemico. Non riuscivano a rendersi conto che una guerra non la si vince soltanto con le armi. Soprattutto quel tipo di guerra. E in fondo era tutto qui il conflitto indocinese: uno scontro tra le idee e la forza. Le idee - giuste o sbagliate che fossero - stavano nella risaia, sulle montagne, nella giungla, erano, insomma alla macchia; la forza era invece nelle città, nei fortini, negli aeroporti. Le prime erano annamite, o comunque sbandierate dagli annamiti, e quindi si adattavano al paese; la seconda veniva invece da lontano, dalla Francia, da un mondo remoto ancora inconsapevole di quanto accadeva nel cuore del Terzo Mondo.

 

Alla vigilia dell'ultima battaglia, quella decisiva, Navarre, lo stratega francese in guanti di cinghiale e foulard di seta, pensava a come avrebbe salvato la faccia di fronte a una possibile sconfitta, si preoccupava dei ministri che gli stavano alle spalle, imprecava contro la Quarta Repubblica, borghese e incerta, che gli impediva di fare una guerra sul serio, centellinandogli i mezzi e gli uomini. Giap, il piccolo stratega annamita, un intellettuale costretto alla guerra, pensava invece alla rivoluzione alla quale aveva consacrato la vita. Navarre ha studiato all'alta scuola di guerra e conosce i segreti della strategia da Giulio Cesare a De Gaulle; Giap ha letto Mao Tse-tung e Marx, conosce palmo per palmo la risaia e la giungla, e soprattutto sa leggere nel cuore dei suoi soldati.

 

Comunista Giap e colonialista Navarre? Sono definizioni che non spiegano nulla quella mattina del '54. Giap è comunista in quanto il suo nazionalismo, il suo desiderio di liberare l'Indocina dai francesi sono nati nella clandestinità, dove i comunisti rappresentavano la parte più solida, più organizzata. Navarre è colonialista perché la Francia, il suo paese, gliel'ha ordinato: è un soldato che ubbidisce; e che come gli altri, suoi colleghi dell'Armée sente ancora l'umiliazione della sconfitta del '40. e vede in questa « sporca guerra », una possibilità di riscatto. E’questo stato d'animo, maturato in Estremo Oriente, che porterà più tardi i generali e i colonnelli d'Algeri alle rivolte contro Parigi; i futuri protagonisti della guerra d'Algeria sono tutti qui in Indocina: Salan, Massu, Saint-Marc, Challe, Gardès... Tutti ufficiali napoleonici nati con un secolo. e più di ritardo: capaci di sferrare una carica di cavalleria o di saltare col paracadute, ma costretti a usare una tattica che è al di sopra delle loro forze intellettuali : la guerra psicologica.

 

Bisogna fare qualche passo indietro per capire come si arrivò alla vigilia di Dien Bien Phu, e cioè alla fine di una campagna coloniale iniziatasi nel '46, quando ancora in Francia si spazzavano via le macerie del secondo conflitto mondiale. Sino al '50, quando la « sporca guerra » compi quattro anni, la Francia non si era preoccupata di quella lotta silenziosa che i suoi soldati conducevano dall'altra parte del mappamondo, in Indocina. A Parigi, a Lione, a Marsiglia si pensava a una delle solite ribellioni che l'esercito avrebbe presto domato. Era accaduta la medesima cosa nell'immediato dopoguerra in Cabiria e nel Madagascar; e le truppe coloniali, la Legione Straniera e i cannoni della Marina avevano messo a posto ogni cosa.

 

Tra Parigi e Saigon ci sono diecimila chilometri; dopo avere percorso quell'enorme distanza le notizie arrivavano nelle case dei borghesi francesi completamente deformate. Inoltre, poiché chi moriva nella giungla e nella risaia era tedesco, o spagnolo, o italiano, cioè un mercenario della Legione, oppure algerino e marocchino, e quindi senza parenti nella Francia metropolitana, i bollettini di guerra non si davano neppure la pena di segnalare le perdite « francesi ».

 

Nel '45 il generale De Gaulle si era assunto il pesante compito di ricostruire l'Impero francese. Quella penisola grande due volte l'Italia, che si stende sul Mare di Cina, non doveva essere persa, come era accaduto per la Siria e il Libano. La Francia doveva conservare quella sua colonia in Estremo Oriente, dove gli americani avevano concesso l'indipendenza alle isole Filippine, predicavano l'anticolonialismo e l'antifeudalesímo, ma nello stesso tempo erano costretti a rimpinzare d'armi e denari il corrotto esercito di Ciang Kai-shek.

 

Per riprendere in mano quella vecchia colonia, sulla quale sventolava dal 1884 il tricolore francese, il governo di Parigi aveva mandato laggiù un corpo di spedizione comandato dal generoso e sfortunato generale Leclerc. Un ufficiale che aveva partecipato alla Resistenza, e che subito cercò un'intesa con Ho Chi-minh, il solo uomo che rappresentasse qualcosa nel paese, dal Tonchino alla Cocincina. Ho Chi-minh chiedeva l'indipendenza del Viet Nam (e cioè del territorio indocinese, esclusi il Laos e la Cambogia che formano degli Stati a sé) in seno alla costituenda Unione Francese. Leclerc era d'accordo; ma a Parigi si covavano tutt'altre idee, Anche perché pochi conoscevano da vicino Ho Chi-minh e la sua terra. Eppure quel rivoluzionario si era formato proprio nel cuore della metropoli.

 

Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale parecchi indocinesi giunsero in Francia. Molti indossavano la divisa dell'Armée e più tardi avrebbero combattuto con i poilus, i fantaccini della Marna e di Verdun. Altri avevano attraversato l'oceano Indiano e il Mediterraneo, più o meno volontariamente, per venire a lavorare nelle miniere e nei campi dove mancava la mano d'opera, oppure per essere impiegati come bep (così vengono chiamati i cucinieri annamiti) nei locali esotici parigini. Fra quest'ultima vi era un giovane dall'aspetto malaticcio, la fronte spaziosa e gli occhi febbricitanti, che si distingueva per la conoscenza delle lingue occidentali e perché aveva sempre qualche libro sotto il braccio. Aveva vent'anni e parlava correntemente l'inglese, il francese e il portoghese. Era arrivato in Francia dopo avere navigato, corre mozzo, a bordo di una nave mercantile. Il suo nome, a quel tempo, era Nguyen Ai Quoc, che in annamita vuol dire “Giovanni il Patriota”. La leggenda - tutto è leggenda nella vita di Ho Chi-minh - dice che egli aveva ereditato quel nome dal padre, nato e morto nella provincia di Vinh, nell'Annam. Appena messo piede a Marsiglia, Nguyen Ai Quoc salì sul primo treno diretto verso la capitale. A Parigi il giovane annamita trovò lavoro come sguattero in un ristorante e poi come ritoccatore presso un fotografo di Montmartre. Nessuno poteva immaginare che quel giovane indocinese, affogato in un consunto vestito di taglio europeo, avrebbe sconfitto un giorno l'esercito francese e sarebbe diventato capo di uno Stato, la Repubblica Popolare del Viet Nam, grande quasi la Francia.

 

Ho Chi-minh in quegli anni si chiamava ancora Nguyen Ai Quoc. Cambiò nome nel '40 per poter rientrare in Indocina. Le autorità francesi lo credevano morto, ed egli sotto un'altra identità si sarebbe potuto muovere con tranquillità, senza trascinarsi dietro i sospetti, le condanne, le prevenzioni che accompagnano il nome di un rivoluzionario con più di vent'anni di attività alle spalle. Furono i suoi compagni - sempre secondo la leggenda - a battezzarlo Ho Chi-minh, che in annamita vuol dire « colui che illumina », Nel 1919, sconosciuto quanto lo poteva essere un garzone di fotografo con la pelle gialla, sperso in una capitale come Parigi, si rivolse ai Quattro Grandi, impegnati nella Conferenza per la pace, con una lettera in cui chiedeva l'applicazione dei « principi » di Wilson al Viet Nam. Il messaggio non ottenne ovviamente risposta, e allora il giovane ritoccatore di fotografie decise di consegnarne altri, e personalmente, ai presidenti Wilson e Clémenceau, dei quali leggeva sui giornali le frasi inneggianti alla libertà e all'uguaglianza dei popoli. Un giorno, a Versailles, riuscì a superare i cordoni della polizia e a scivolare tra le gambe delle imponenti guardie repubblicane, salì correndo le scale che i due capi di Stato scendevano e porse loro le lettere. La scena durò qualche secondo, perché, subito, Nguyen Ai Quoc fu agguantato da solide mani e rigettato tra la folla.

 

Fallito questo tentativo decise di seguire altre strade e cercare altre alleanze. Capì che tutti quei bianchi, difensori della libertà in casa propria, erano meno entusiasti quando si trattava della libertà altrui. Si iscrisse alla « Lega dei diritti dell'uomo », organizzò l'Unione intercoloniale dei popoli di colore, una specie di sindacato per i lavoratori africani e asiatici, e incominciò a stampare un giornale, « Il Paria », sul quale condusse una campagna contro l'imperialismo. Da questa attività all'iscrizione al partito socialista e poi a quello comunista non c'era che un passo. Vi sono situazioni in cui chi è per la libertà e chi è per il comunismo si trovano di fronte al medesimo avversario, ed allora la cooperazione diventa necessaria.

 

Nel 1920 Nguyen Ai Quoc si iscrisse alla S.F.I.O. (il partito socialista francese) e in quello stesso anno partecipò, al congresso di Tours, durante il quale, come accadde a Livorno per quello italiano, si formò il partito comunista francese. E così Ho Chi-minh aderì all'Internazionale comunista e in pochi anni diventò uno dei più abili agenti del Còmintern in Asia. Nel 1925 è a Mosca, poi si sposta a Canton per preparare i quadri della futura rivoluzione: fa seguire dei corsi di guerra rivoluzionaria ai vietnamiti in esilio, e poi li fa rientrare clandestinamente in Indocina. Nel 1933 è in prigione ad Hong Kong, alcuni anni dopo è a Rangun. Ed è in uno di questi viaggi che conosce il futuro stratega del suo esercito: Vo Nguyen Giap, il generale senza accademie e scuole di guerra, che sconfiggerà i generali francesi carichi di diplomi e di medaglie, a Dien Bien Phu.

 

Giap ha vent'anni di meno dello « zio Ho»: è nato nel Nord Annam nel 1912, da una famiglia di contadini. A quattordici anni si è iscritto a un'associazione clandestina che ha per fine l'indipendenza del Viet Nam, e quattro anni dopo conosce per la prima volta le prigioni francesi. Riacquistata la libertà aderisce al partito comunista. Per vivere dà lezioni in una scuola privata di Hué, l'antica capitale dell'impero d'Annam. Nel 1937, il futuro « generale » si laurea in legge all'università di Hanoi. Il battesimo del fuoco lo avrà qualche anno più tardi, quando i giapponesi, d'accordo con le autorità francesi che hanno aderito al governo di Pétain e controllano ancora l'Indocina, occuperanno il Tonchino, l'Annam e la Cocincina; le tre provincie che formano il Viet Nam.

 

In Europa la seconda guerra mondiale, la sconfitta, poi la guerra civile e l'occupazione tedesca hanno fatto dimenticare ai francesi la loro immensa e ricca colonia asiatica. Soltanto De Gaulle, da Londra, manda dei suoi emissari ai partigiani vietnamiti che si battono sulle montagne contro i soldati di Tenno. Ho Chi-minh ha capito infatti che è giunto il momento di agire: ha formato un Fronte della Indipendenza, il Vien Minh, e si è dato alla macchia. Per ora il nemico da combattere è l'esercito giapponese. Più tardi, a guerra finita, potrà chiedere l'indipendenza in cambio del contributo dato alla causa alleata. Giap è incaricato della guerriglia e della formazione delle organizzazioni clandestine nelle città. Un'ottima esercitazione per il conflitto di domani.

 

Nell'agosto 1945 i giapponesi firmano la resa senza condizioni. Lo « zio Ho » (così chiamano Ho Chi-minh gli uomini della guerriglia) si installa ad Hanoi, proclama la Repubblica democratica del Viet Nam, e comincia a trattare con i francesi. Alla firma dell'armistizio, con la resa del Giappone, l'Indocina del Nord è stata occupata dai cinesi e quella del Sud dagli inglesi, nell'attesa che si decida la sorte del paese. Gli americani appoggiano in pieno il movimento indipendentista di Ho Chi-minh, e in quel periodo i futuri guerriglieri comunisti dimostrano la loro simpatia per gli amici yankee vestendosi da cow boy, trascinandosi dietro ai comizi qualche militare della missione USA. I coloni francesi, che hanno collaborato con i giapponesi e le autorità di Vichy, schiumano dalla rabbia: capita che nelle strade centrali di Hanoi e di Saigon gli indocinesi li facciano scendere dal marciapiedi. Forse subiscono il razzismo che hanno imposto per decenni; forse si tratta soltanto di una punizione per il loro collaborazionismo con l'Asse. Qui la Resistenza è rappresentata dagli annamiti, e il nazi-fascismo dagli europei e dai giapponesi. Soltanto Ho Chi-minh, che installatosi ad Hanoi ha proclamato la Repubblica democratica del Viet Nam, non nasconde la sua simpatia per i francesi e cerca di trattare con loro. Non ha dimenticato gli anni trascorsi a Parigi e non esita a dichiarare che egli ama la Francia dove ha imparato a conoscere la libertà. Egli vorrebbe trattare l'indipendenza in seno all'Unione Francese. Capisce che ha bisogno della Francia per avviare il suo paese verso la libertà assoluta e l'indipendenza economica. La Cina, gigantesca e straripante alle spalle dell'Indocina, è sconvolta dalla guerra tra Ciang Kai-shek e Mao Tse-tung : inoltre, gli annamiti hanno sempre guardato con sospetto e timore al troppo grande vicino, che nei secoli passati ha considerato i paesi limitrofi terreni da rapina. Benché comunista, lo « zio Ho » sente anche lui questa profonda diffidenza nei confronti dei compagni cinesi.

 

Sbarcato il corpo di spedizione francese comandato da Leclerc, con l'accordo degli alleati, e partiti i cinesi dal nord e gli inglesi dal sud, Ho Chi-minh va a Parigi, in visita ufficiale. Egli è ricevuto da Bidault con tutti gli onori dovuti a un Capo di Stato. I parigini lo festeggiano. Ma la conferenza che si svolge a Fontainebleau fallisce e lo « zio Ho » rientra ad Hanoi senza aver ottenuto nulla. Ormai le truppe francesi hanno raggiunto tutti gli angoli del paese, e Ho Chi-minh si trova costretto a trattare non più con gli uomini politici della metropoli, ma coi funzionari coloniali e gli ufficiali dell'Armée, gente che non vuol sentire la parola indipendenza.

 

Il 23 novembre 1946 accade l'irreparabile. Il colonnello Débes, comandante della piazzaforte di Haiphong, il porto del Tonchino, ordina che le truppe vietnamite lascino il quartiere cinese secondo un accordo tra vietnamiti e francesi, che nelle ultime ore sono venuti alle mani. Alle 10 del mattino le navi francesi ancorate nel porto aprono il fuoco; per ordine del colonnello Débes case e capanne vanno in frantumi; la popolazione annamita, terrorizzata, si schiaccia nelle strade e cerca di raggiungere la campagna. I proiettili della Marina falciano tutto: donne, uomini, bambini. Il giornalista Paul Mus, sul settimanale cattolico « Temoignage chrétien » del 12 agosto e del 18 novembre 1949, scrive che secondo l'ammiraglio francese Battét le vittime di quel bombardamento furono seimila. Seimila donne, uomini, bambini annamiti inermi. Il 19 dicembre gli uomini del Viet Minh che si batterono contro i giapponesi, sparano contro l'Armée: ad Hanoi quaranta europei vengono massacrati nelle loro case. Ho Chi-minh non si rivolge più alla Francia. Il 20 dicembre 1946 si dà alla macchia col suo governo. Ha inizio così la guerra che durerà sette anni, sette mesi, dodici giorni, e che farà centomila morti solamente da parte francese.

 

L'organizzazione preparata in vent'anni dallo « zio Ho » ora diventa utile. Il 16 agosto 1945, data della capitolazione giapponese, il generale Giap disponeva di un esercito di seimila uomini: per lo più armati di vecchi fucili da caccia, coltelli per la giungla e persino schioppi dell'epoca di Luigi Filippo rubati nei musei francesi. La sera del 19 dicembre 1946 l'esercito del Viet Minh era composto da trentamila uomini regolarmente inquadrati e seminati nel Tonchino, e da altri diecimila sparsi nel Centro Annam. A Sud, in Cocincina, seimila guerriglieri insidiavano da tempo gli avamposti francesi. In un anno e mezzo Giap aveva quasi moltiplicato per dieci la sua armata.

 

Il problema numero uno per il Viet Minh è quello di assicurarsi la collaborazione della maggior parte degli annamití. Nei villaggi controllati dai francesi le cellule clandestine dividono gli abitanti in categorie: la gioventù maschile, quella femminile, i vecchi inoperosi, i contadini, i non contadini. Tutti, dal medico al conduttore di risciò, vengono registrati e controllati. In pochi mesi gli agenti del Viet Minh conoscono coloro sui quali possono contare e chi invece

 

deve essere sorvegliato. Nei centri in mano « viet » l'organizzazione viene tesa alla luce del sole: i responsabili di ogni categoria seguono l'andirivieni dei loro iscritti. Se un contadino si ammala e viene ricoverato in ospedale il « responsabile » deve saperlo; se un operaio o un contadino cambia casa o villaggio il suo spostamento è subito segnalato. Tesa questa ragnatela diventa impossibile per l'avversario infiltrarvi degli agitatori, delle spie, armi potentissime in qualsiasi guerriglia.

 

Accanto alle due « gerarchie » base - dei militari e degli ausiliari - vi è quella di partito. Di quest'ultima fa parte l'élite della popolazione, quella che ha cariche direttive. L'applicazione di questo sistema porta dunque alla « occupazione delle persone fisiche »: cioè al controllo di coloro che vivono sul territorio in guerra. Resta l'« occupazione delle anime », alla quale si arriva con la guerra psicologica. Nelle zone « viet » e in quelle francesi non si ripeterà per anni che una parola: doc lap, indipendenza. Partendo da questo

 

laconico slogan si cercherà di conquistare la simpatia degli abitanti del quartiere, del villaggio, dell'intero paese. Chi vuole la doc lap? Lo « zio Ho ». Chi aiuta lo «zio Ho »? L'esercito. Come si chiamano gli amici dello « zio Ho »? Patrioti. E i suoi nemici? Traditori. Dopo tre anni il linguaggio di gran parte degli annamiti aveva assimilato questa terminologia: chi aiutava il Viet Minh era un patriota, chi lo boicottava era un traditore. Ed era un traditore chi non dava il suo riso all'esercito di liberazione e chi, ad esempio, non imparava a leggere. Persino imparare l'alfabeto era diventata un'azione clandestina, in cui erano complici quelli del Viet Minh e gli allievi. Nei momenti di riposo i soldati riunivano tutti gli abitanti del villaggio e insegnavano loro a leggere. E le prime parole da mandare a memoria erano: traditori, patrioti, zio Ho, libertà.

 

Dopo tre anni si ebbero i primi risultati. Ecco un episodio che dimostra coree la tecnica della guerra psicologica funzionasse. Saigon era presidiata da cinquemila soldati francesi e da almeno diecimila poliziotti di Bao Dai, l'imperatore fantoccio. Un giorno il capo di una cellula « viet » ordina che tutti i macchinari di una grande officina di Cholon, il quartiere cinese, vengano smontati e portati nella giungla. Dieci giorni dopo i due ingegneri che dirigono l'officina trovano i capannoni non solo deserti, ma vuoti. Dei macchinari e dei loro operai si avrà notizia alla fine della guerra. La grande officina era stata ricostruita dagli operai nella giungla per fabbricare armi per l'armata di liberazione.

 

Seguendo passo per passo i « cinque tempi » della guerra rivoluzionaria, secondo gli esempi di Mao Tse-tung, Giap riuscì a formare dal nulla un esercito scalzo ma funzionante come una macchina elettronica.

 

All'inizio del primo tempo tutto era ancora informe: qualche migliaio di guerriglieri e una popolazione indifferente. Nelle città, nei villaggi, nelle risaie incominciarono gli attentati terroristici. Il coltivatore di riso, il lustrascarpe, lo studente, il conduttore di risciò si chiesero sgomenti che cosa stesse accadendo. Trovarono subito chi era disposto a fornire spiegazioni: gli attentati erano contro gli oppressori. Ma questa prima spiegazione non era certamente sufficiente per uomini e donne resi indifferenti da ottant'anni di colonialismo. Furono i soldati e i poliziotti francesi, con le loro rappresaglie sconsiderate, a creare il clima della lotta clandestina. E anche questo era previsto nei testi rivoluzionari studiati da Giap. Per il soldato e il poliziotto europeo il nemico, o comunque colui di cui si doveva diffidare, diventò chiunque avesse la pelle gialla e gli occhi a mandorla. Tra i «nemici » e i « sospetti » per nascita si strinse un'alleanza spontanea. Si formarono quindi, grosso modo, due fazioni: gli europei, e cioè i «persecutori », e gli asiatici, cioè i « perseguitati ». Coloro che collaboravano con i francesi erano sempre dei « recuperabili », ai quali bisognava rendere evidente la loro posizione di eterni « sospetti ».

 

Nel secondo tempo gli attentati continuarono, ma assunsero un'altra forma. Diventarono individuali e furono quasi sempre giustificati: il poliziotto ucciso era un seviziatore, l'impiegato assassinato commetteva abusi, il contadino sequestrato aveva aiutato il medico. Sul piano militare, le prime unità di guerriglieri s'infiltrarono in territorio nemico. Erano protette dal silenzio della popolazione intimorita o favorevole. Chi non collaborava, almeno col silenzio, veniva abbattuto o deportato, o in tutti i modi punito. Si ebbero villaggi rasi al suolo dai « viet », dagli stessi uomini che in un altro villaggio, a pochi chilometri, insegnavano a scrivere e a leggere. Questo era il terzo tempo.

 

Nel quarto, con l'aiuto delle cellule che avevano suddiviso la popolazione in categorie e la controllavano, iniziò il lavoro costruttivo. Comparirono i primi elementi dell'esercito regolare, che poi abbandonarono i centri abitati e si impegnarono in combattimenti, imboscate, attacchi studiati con arte. Tra i contadini e quelli delle città si iniziò la raccolta del denaro, cominciarono a funzionare i tribunali, si arruolarono i giovani, anche con reclutamenti obbligatori. E tutto questo avveniva non soltanto nei territori controllati dai « viet », ma anche in quelli francesi: la ragnatela clandestina arrivava ormai negli angoli più remoti del paese.

 

Nel marzo del '50 un'automobile si ferma davanti al liceo « Petrus-Ky », a Saigon, e ne scendono quattro vietnamiti armati di mitra. A pochi metri c'è il quartier generale francese, e nelle strade accanto circolano vetture militari della Legione Straniera e dei paras. Disinvolti, i quattro annamiti entrano nel liceo, raggiungono un'aula in cui si tiene lezione. Un cenno al professore vietnamita e quello tace. La scolaresca si alza in piedi silenziosa: e il più anziano dei quattro « giudici » legge la sentenza di morte contro un allievo, accusato di avere denunciato un amico « viet » alla polizia. Il condannato esce dall'aula, e i suoi compagni di classe non si seggono sino a che la raffica di mitra nel cortile non si è spenta. I poliziotti francesi non riusciranno a tirar fuori una parola dalle loro bocche. Neppure dai cattolici, che non amano il Viet Minh.

 

Nel quinto tempo il sistema raggiunse la quasi perfezione. Le piccole unità dell'esercito regolare si unirono e formarono battaglioni, reggimenti, divisioni. Fu come mettere insieme i pezzi di un mosaico da tempo preparato. Furono costituite le scuole per i graduati e si organizzarono centri di addestramento. Parecchi ufficiali e sottufficiali furono formati nelle scuole francesi: molti studenti « viet » si iscrissero, infatti, ai corsi allievi ufficiali aperti dall'Armée per i quadri dell'esercito di Bao Dai, l'imperatore fantoccio, e il giorno della promozione disertarono con armi e diploma per raggiungere l'armata di Ho Chi-minh.

 

La popolazione fu incaricata di procurare i viveri, di segnalare dove si potevano recuperare armi. I contadini ospitarono le truppe di passaggio, fornirono informazioni sul nemico. Quasi tutto il paese fu lentamente mobilitato per la « guerra totale ». Quando iniziò la battaglia di Dien Bien Phu, il Viet Minh aveva le sue fabbriche d'armi, i suoi ospedali, i suoi depositi di munizioni, le sue redazioni di giornali: il tutto nella giungla. Dal '50 in poi - è vero - ebbe alle sue spalle la Cina comunista. Ma con le sole armi Giap, la formica, non avrebbe vinto gli uomini di Navarre, con gli aerei, le armi e i carri armati made in USA.

 

Tra i francesi il clima era diverso. Bastava spingersi sino alla rue Catinat - i Campi Elisi di Saigon - per rendersene conto. Alle tredici, ora dell'aperitivo, un uovo posato sull'asfalto di una qualsiasi strada della Cocincina cuoceva in pochi minuti: e allora, per proteggersi dal caldo gli ufficiali superiori, i soldati in licenza, i funzionari francesi si rifugiavano sulla terrazza del Continental. II whisky e il pernod invitavano alle smargiassate. Ai piedi della terrazza, protetti dalle strisce d'ombra, sonnecchiavano gli scheletrici conduttori di risciò. Spesso tra di loro vi erano degli informatori « viet » che registravano nei loro cervelli le frasi imprudenti del colonnello e del funzionario.

 

Un tenente in divisa bianca, del Terzo reggimento della Legione Straniera, raccontava agli amici delle sue avventure nel Tonchino. Spiegava come on casse du nhac. Casser du nhac, voleva dire « spaccare annamiti » (nhac, da nhac-qué, in annamita vuoi dire contadino), cioè uccidere annamiti. Nelle giornate di calma, quando il suo avamposto sul Fiume Rosso non veniva attaccato dai viet, il robusto tenente del Terzo saliva sulla torretta di bambù per le sentinelle e con una carabina americana abbatteva i contadini che lavoravano nei campi. Per prenderli di sorpresa, spiegava, bisognava attendere qualche ora, sino a che se n'erano ammassati almeno una decina ed erano abbastanza lontano dai ripari. Allora si colpiva il primo, o comunque si sparava la prima cartuccia. Gli altri tentavano di fuggire terrorizzati e allora il tiro a segno diventava divertente. Ma gli annamiti, dopo qualche giorno di paura, tornavano sempre sul posto, non potendo rinunciare al raccolto dei campi.

 

Nelle strade di Cholon, ogni mattina si raccoglievano tre o quattro morti ammazzati; e non si riusciva mai a capire perché e da chi fossero stati uccisi. Se per un conflitto tra sette religiose (ce ne sono almeno una ventina nel Viet Nam: i caodaisti, i bin-xuíen, banditi spavaldi e pronti a passare al servizio del più ricco; e poi le innumerevoli chiese buddiste, confuciane, tao-liste eccetera); se per motivi politici da un partigiano di Bao Dai, l'imperatore filo-francese, o se invece da un viet, partigiano di Ho Chi-mihn; se per liti di gioco; se per loschi traffici di donne e d'oppio. Per non rischiare attentati, i bottegai pagavano le tasse ai « viet », ai baodaisti,ai francesi, ai bin-xuien, ai caodaisti. Per ripararsi dalle bombe - come del resto nel centro di Saigon - i bar erano protetti da solidi graticci, e i poliziotti privati perquisivano chi entrava in un cinema o in un negozio.

 

In quegli anni la corruzione di una società coloniale da tempo avviata verso la putrefazione, si mescolava alla brutalità e all'eroismo del Corpo di spedizione francese. Quest'ultimo, di circa centoventimila uomini, era composto esclusivamente da soldati di mestiere. I due terzi erano legionari (tedeschi in grande maggioranza, italiani, spagnoli, slavi), marocchini, algerini e senegalesi. I reparti francesi erano impiegati soprattutto nelle retrovie. Soltanto alcuni battaglioni di paracadutisti e squadroni blindati partecipavano alle operazioni. C'era poi l'esercito di Bao Dai, inquadrato da ufficiali e sottufficiali francesi, composto in gran parte da cattolici, e spalleggiato dalle bande caodaiste, dalle tribù moi e thai.

 

Gli ufficiali superiori e subalterni dell'Armée avevano alle spalle, ancora fresca, l'esperienza del secondo conflitto mondiale: si erano visti sconfitti nel '40 ed avevano in gran parte partecipato alla liberazione della Francia e alla Campagna d'Italia. Erano arrivati in Estremo Oriente imbottiti di idee sul come condurre una « guerra rapida », e si erano trovati di fronte a dei guerriglieri che si immergevano nelle acque della risaia per quattro giorni, respirando con una canna di bambù, che riuscivano a infilarsi in una caserma presidiata da mille uomini e piazzare una mina sotto la seggiola del colonnello, che sapevano morire senza batter ciglio. Come considerare dei soldati quei banditi, incapaci di mostrare la faccia?

 

Ma fu proprio nell'ottobre del '50 che i « viet » mostrarono la faccia e dimostrarono di non essere soltanto dei terroristi, ma anche dei soldati. Il 2 ottobre il generale Revers, di ispezione nel

 

 

Tonchino, ordina alle guarnigioni di Lang Son, Cao Bang e That Khé di abbandonare le tre città situate sul confine con la Cina. Ora che i comunisti di Mao sono arrivati alle porte del Viet Nam, a pochi metri dall'avamposto di Mon-Cai, i guerriglieri dello « zio Ho » minacciano le tre roccaforti francesi. Lo stato maggiore di Hanoi preferisce quindi ritirare le sue truppe verso il delta del Fiume Rosso, per potere parare su un terreno più favorevole una possibile offensiva.

 

L'evacuazione dei tre avamposti viene diretta stupidamente e cinquemila uomini, forse i migliori reggimenti d'Indocina, cadono in un'imboscata. I « viet » hanno teso la trappola con i loro reparti più agguerriti sulla « strada coloniale numero 4 »; il terreno è favorevole a un attacco di sorpresa: la strada si insinua tra le montagne come un torrente. La colonna francese proveniente da That Khé è guidata dal colonnello Charton. comandante del terzo reggimento della Legione. Il « terzo » è il reparto più decorato dell'Armée, sulla sua bandiera c'è anche la medaglia d'oro italiana, guadagnata tra Cassino e Radicofani. Con i legionari c'è un reggimento arabo comandato dal colonnello Lapage. I due ufficiali sono vecchi soldati cotti dal sole della colonia. Hanno le idee ben precise sul come condurre una battaglia.

 

Charton sarebbe piaciuto a Kipling: claudicante, usava il bastone per spingere i suoi legionari all'attacco. Per due giorni nella gola della « strada coloniale numero 4 » sciabolò la schiena dei suoi uomini che senza più munizioni, e schiacciati nelle loro buche dal fuoco nemico, aspettavano che i « viet » si decidessero a ingaggiare un combattimento all'arma bianca. Prima di cadere prigioniero, Charton schiaffeggiò anche il suo collega Lepage che in un momento di sconforto aveva deciso di arrendersi.

 

Da Hanoi arrivarono due battaglioni di paracadutisti, ma furono pochi quelli che toccarono terra vivi. L'aviazione lanciò munizioni, ma i magazzinieri avevano sbagliato calibro.

 

L'operazione guidata da Giap in persona riuscì invece alla perfezione: alla fine della battaglia i francesi avevano lasciato sulla « numero 4» più di mille morti, e tutti i sopravvissuti erano prigionieri. Fu in quell'occasione che in Francia si accorsero che in Indocina c'era una vera guerra. E a Saigon, i clienti del Continental cominciarono a parlare seriamente di un certo « generale » Giap.

 

Tre anni e mezzo dopo Dien Bien Phu. E questa volta è il mondo intero che si accorge della « sporca guerra »: a Washington, dove è appena stato chiuso il dossier coreano, i generali pensano a un probabile intervento, in aiuto dei francesi. Nelle riunioni segrete al Pentagono si parla persino di lanciare una bomba A nella zona di Dien Bien Phu. Ma poi i legionari e i paras vengono lasciati soli in quella valle micidiale: e così il mondo assisterà sino all'ultimo a una battaglia inutile, dove il coraggio, da entrambe le parti, si sprecherà in abbondanza.

 

A Dien Bien Phu le parti si sono però rovesciate: sette anni prima erano i x viet » a subire gli attacchi e a battersi col solo coraggio; adesso sono i soldati francesi, che devono puntare soprattutto sull'eroismo individuale, mentre i « viet » hanno dalla loro l'organizzazione, il numero, il terreno e persino i mezzi. Il generale Navarre ha fatto in modo che i suoi soldati vengano para-. lizzati in quella buca.

 

All'inizio l'idea era apparsa geniale: sulla carta, infatti, Dien Bien Phu sembrava inespugnabile. Trasformata la valle in una fortezza, il Viet Minh vi si sarebbe spezzato contro le corna. Mancando le strade non vi avrebbe potuto trascinare l'artiglieria; i rifornimenti per l'assedio sarebbero arrivati a stento. Nell'arena, al centro della vallata, ci sarebbero stati i francesi trincerati, e pronti a balzare all'attacco: sulla gradinata dell'anfiteatro c'era posto per i « viet » costretti a scoprirsi per scendere al centro. L'aviazione e l'artiglieria di Navarre avrebbero schiacciato qualsiasi velleità di Giap. La guarnigione sarebbe stata vettovagliata per via aerea.

 

Ma Giap aveva messo in moto le sue formiche: mobilitò migliaia di contadini che, attraverso la giungla e la risaia con biciclette, carretti e buoi trascinarono sulle « gradinate » di Dien Bien Phu artiglieria e munizioni. Scavarono trincee mimetizzate dove nascosero cannoni e mitragliatrici. E quando si sferrò l'attacco ben pochi aerei francesi riuscirono a posarsi nella valle: l'antiaerea « viet » aveva isolato la guarnigione. E i fanti partirono all'assalto come talpe, scavando trincee nella notte fino ad arrivare sotto agli avamposti francesi. Di fronte a Giap, l'intellettuale diventato stratega, il povero colonnello De Castries, comandante della guarnigione, non poté difendersi con dignità. Nel suo bunker giocava a bridge con gli ufficiali, aspettando la fine, attendendo che il numero dei suoi coraggiosi soldati ammazzati fosse sufficiente per salvare l'onore delle armi francesi. E infatti l'onore dell'Armée ne uscì intatto: ma ancora oggi si discute in Francia, sull'abilità di Navarre e sul coraggio di De Castries.

 

La battaglia fu un capitolo a sé: fu lo scontro tra l'astuzia e il regolamento, tra la strategia « rivoluzionaria » e quella tradizionale. Fu una pagina, insomma, che entrerà certamente nella storia militare, accanto a Waterloo, a El Alamein, a Narwick. In quanto all'Indocina finì spaccata in due, come la Corea: a Nord i comunisti di Ho Chi-minh, a sud i nazionalisti sostenuti dai marines USA, che hanno preso il posto dei paras e dei legionari. Ma nella giungla la guerriglia continua ancora oggi.

 

Bernardo Valli

 

 

 

Le tappe dell'insurrezione

 

24 luglio 1945

 

Il Giappone proclama solennemente l'indipendenza dello Stato unificato del Viet Nam, comprendente il Tonkino, l'Annam e la Cocincina rimettendone il potere al governo di Bao Dai, imperatore dell'Annam.

 

16 agosto 1945

 

Capitolazione del Giappone

 

26 agosto 1945

 

L'imperatore Bao Dai abdica e il partito del Viet Minh assume ufficialmente il potere sotto la presidenza del comunista Ho Chi-minh.

 

5 ottobre 1945

 

I primi contingenti di truppe francesi sbarcano a Saigon.

 

6 marzo 1946

 

La Francia riconosce lo Stato libero del Viet Nam « nel quadro della Federazione Indocinese e della Unione Francese ».

 

20 novembre 1946

 

Incidente nel porto di Haiphong: una postazione vietnamita apre il fuoco su di un battello francese.

 

19 dicembre 1946

 

Insurrezione di Hanoi. Nei giorni seguenti le ostilità si estendono in tutto il Tonkino e il governo di Ho Chi-minh abbandona Hanoi nella quale è stato proclamato lo stato di assedio. 31 dicembre 1946

 

Memorandum di Ho Chi-minh che chiede il ritiro delle truppe francesi sulle posizioni che occupavano il 19 dicembre.

 

19 giugno 1947

 

Nuovo messaggio di Ho Chiminh che afferma il suo desiderio di negoziati.

 

10 settembre 1947

 

Il governo francese lancia un appello al fine di trovare un sostituto di Ho Chi-minh per quanto riguarda le trattative ostacolate dalla intransigenza del presidente vietnamita.

 

18 settembre 1947

 

Da Hong Kong dove era rifugiato, l'ex imperatore Bao Dai si offre per trattare con la Francia e per arbitrare il conflitto tra quest'ultima e il Viet Nam.

 

6 dicembre 1947

 

Nella baia di Along viene firmato un protocollo tra il rappresentante francese e Bao Dai. aprile 1948

 

In sette provincie della Cocincina viene proclamato lo stato d'assedio.

 

5 giugno 1948

 

Firma dell'accordo tra il governo provvisorio formato da Bao Dai e la Francia, che riconosce l'indipendenza del Viet Nam e la sua adesione all'Unione Francese.

 

8 marzo 1949

 

Scambi di lettere tra il presidente della Repubblica francese Auriol e Bao Dai che conferma l'accordo del 5 giugno 1948. Nel contempo gran parte del paese è rimasta fedele a Ho Chi-minh e la lotta continua.

 

1950

 

I francesi abbandonano poco a poco il Nord Viet Nam, costretti dall'offensiva Vietminh a ripiegare sul delta del Fiume Rosso.

 

1951

 

Continue offensive Vietminh nel nord del Tonkino, lungo il delta del Fiume Rosso, nella regione Thai, lungo il fiume Day. Nel novembre le truppe francesi occupano Hoa Binh.

 

22 febbraio 1952

 

I francesi evacuano Hoa Binh.

 

13 ottobre 1952

 

Nuova offensiva Vietminh nella regione Thai.'

 

1 dicembre 1952

 

Offensiva Vietminh contro Na Sam che viene occupata verso la metà del mese.

 

gennaio 1953

 

Offensiva Vietminh sugli altopiani dell'Annam.

 

8 maggio 1953

 

Il gen. Navarre viene nominato comandante in capo.

 

9 settembre 1953

 

Gli USA accordano alla Francia un aiuto eccezionale di 385 milioni di dollari per quanto riguarda la guerra.

 

23 dicembre 1953

 

Invasione Vietminh nel Medio Laos.

 

1 febbraio 1954

 

Invasione del Nord Laos da parte delle truppe del Vietminh. 13 marzo 1954

 

Primo assalto del Vietminh a Dien Bien Phu.

 

7 maggio 1954

 

Caduta di Dien Bien Phu.

 

20 luglio 1954

 

Viene firmato a Ginevra il « Cessate il fuoco » in Indocina.

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Guest galland

Volendo aggiungere un’ulteriore tessera al complesso mosaico della guerra d’Indocina rendo integralmente un ulteriore articolo di “Storia Illustrata”, per esattezza dal numero dell’agosto 1972.

 

Presto nuovi interessanti materiali.

 

GIAP il professore guerrigliero General_Vo_Nguyen_Giap.jpg

 

Ecco un ritratto dello stratega vietnamita che prepara i piani delle offensive nel Sud.

Il « Napoleone rosso» insegnò storia, al liceo di Hanoi.

Nel 1939 riparò in Cina per evitare la prigione, due anni dopo rientrò in patria,

e organizzò l'esercito rivoluzionario.

Nel 1954 sconfisse i francesi a Dien Bien Phu.

 

 

Giuseppe Mayda

 

 

 

Il suo breve nome - Giap - rimarrà legato per sempre alla gloria di Dien Bien Phu, il villaggio tonchinese al confine del Laos che i vietnamiti chiamano Muong Thanh e che strapparono ai francesi, con le armi, nel 1954. Ancora oggi una loro canzone dice: « La nostra lunga marcia / continua silenziosa da Muong Thanh. / Più penetrante del sole sulla collina 1 più feconda della pioggia sulla risaia / si nasconde come un vulcano sotto la neve ».

 

E quest'ultimo verso (« vulcano sotto la neve ») serve a definire proprio lui, Giap, il soldato-intellettuale che, creando dal nulla un esercito moderno e rovesciando gli insegnamenti classici dei teorici militari occidentali, segnò a Dien Bien Phu la fine del colonialismo francese in Indocina.

 

Giap è un « nom de guerre »; significa « corazza », così come Ho Ci Minh vuol dire « colui che porta la luce ». In realtà Giap si chiama Vo Nguyen. Il suo è il cognome più diffuso del Nord Annam perché proviene da uno dei due « clan » che secoli fa, sotto la dinastia dei Lé, si contendevano il diritto di governare il Paese: i Nguyen, « signori del Sud » e padroni di Hué e i Trinh, « signori del Nord » e dominatori di Hanoi.

 

Giap è nato nel villaggio di An-xa,provincia del Quang-Binh, al centro del desolato delta del Thanh Hoa, patria di Ho Ci Minh. Là l'Indocina, descritta in una poesia popolare come « paese dalle acque verdi e dalle montagne azzurre », sembra scomparsa. Sulle pianure malinconiche e uniformi planano le oche selvatiche e il mare emerge dappertutto fra risaie e boschetti; dai campi di gelsi, di granoturco e di canna da zucchero spuntano i villaggi di capanne, cinti e protetti da steccati di bambù. D'estate soffia il torrido vento del Laos, d'inverno piove sovente e la primavera porta diluvi e tifoni.

 

La regione dove Giap è venuto alla luce ha certamente influito sulla sua formazione intellettuale e politica. Il delta che lo vede nascere la sera del 1° settembre 1909 (questa la data ufficiale fornita oggi da Hanoi, ma c'è chi dice che Vo Nguyen sia nato l'anno dopo e chi nel 1912) è popolato da contadini orgogliosi e infaticabili; senza essere marinai vivono praticamente sul mare ed hanno le mani screpolate dalla salsedine. Già gli antenati di Giap si erano ribellati ai cinesi con Le Loi nel XV secolo; poi avevano opposto una dura resistenza all'oppressione del potere centrale combattendo, con scarsa fortuna, contro la signoria dei Trinh; alla fine dell'800

 

e negli anni attorno alla nascita di Vo Nguyen due altre sollevazioni, quelle dei letterati, avevano dato corpo a un movimento per abbattere il regime coloniale. In questa regione la gente era così fitta che certe famiglie vivevano su risaie non più grandi di 500 metri quadrati, ma la loro miseria, ormai proverbiale, non andava disgiunta da un'antica e mai sopita fierezza.

 

Vo Nguyen ricorderà che il Nord Annam veniva soprannominato con ironia « Il Paese del pesce di legno »: i suoi contadini erano talmente poveri che, se mangiavano in un'osteria, gli mancava il denaro sufficiente a ordinare un po' di pesce per condire il« nuoc-mam », la tradizionale ciotola di riso, e allora avevano preso l'abitudine di portarsi in tasca un pesce fatto di legno e infilarlo furtivamente nel piatto per mostrare di essere pari agli altri clienti.

 

I biografi dicono che Giap discende da una modesta famiglia di contadini. In realtà, sul finire del secolo scorso, l'agricoltore indocinese occupava il secondo gradino delle cinque classi sociali (preceduto soltanto dai letterati e seguito dagli artigiani, dai commercianti e dai militari) ed era tenuto in particolare considerazione: « Celui qui forge le soc de la charrue doit étre honoré et non celui qui forge l'épée », affermava solennemente l'imperatore, « Dobbiamo onorare chi forgia la lama dell'aratro e non chi affila quella della spada »; e lui stesso, ogni anno, dava inizio alla stagione dei lavori agricoli tracciando con l'aratro il primo solco in un campo vicino al suo palazzo di Hué.

 

Il padre di Giap, Nu Nguyen, nato nel 1870, era un ex-possidente che aveva perduto ogni fortuna economica- durante la carestia del 1896 e si era dato a coltivare il riso in proprio. Originario della vicina provincia di Ha Tinh aveva studiato da scrivano pubblico ed era quello che i francesi definivano « un petit lettré ». Uomo severo, retto e intelligente, fu lui ad insegnare a Giap, che rimase il suo unico figlio, la lingua nazionale, il « Quoc Ngu », e i caratteri della scrittura cinese - ognuno dei quali rappresenta un'idea, concreta od astratta - commentando al tempo stesso, secondo l'usanza, il senso di ogni parola.

 

La madre, Thei Linh Thoa, molto più giovane del marito (era nata nel 1888), sapeva tessere la canapa e il lino e possedeva la casa più spaziosa di An-xa: una capanna rettangolare col cortile interno, il deposito del riso, la cucina, due camere da letto e persino una stanzetta dove, dinanzi all'altarino degli antenati, ardevano sempre tre lumicini.

 

L'istruzione paterna, per Giap, cominciò tardi, attorno agli otto-nove anni. Il piccolo Vo Nguyen, infatti, era venuto alla luce gracilissimo, forse prematuramente, e nel villaggio tutti credevano che non sarebbe vissuto a lungo. La sua infanzia fu quella di ogni ragazzo: i giochi fra le capanne, la pesca, il nuoto negli stagni, le passeggiate con i genitori sulla polverosa strada per Quang Tri, i primi lavori in risaia con le cigolanti carriole dal carico ripartito sull'una e l'altra parte di un'unica grossa ruota. Ad occupare le sue ore fu soprattutto lo studio. Seppure Giap tace su questo, come su molti altri periodi della sua vita, è lecito credere che Nu Nguyen abbia parlato al figlio dei moti popolari scoppiati negli ultimi anni, quelli dopo la instaurazione del protettorato francese (1883) e di cui ancora nel 1918 i sussulti erano vivissimi, e gli abbia illustrato le leggendarie imprese del re Le Loi che, nel 1500, aveva scatenato una « guerra di liberazione » contro l'occupante cinese.

 

Se si pensa che Giap diverrà professore di storia e capo di un esercito partigiano e che Le Loi fu probabilmente l'inventore della strategia delle « strade di montagna », attraverso le quali aggirava le posizioni cinesi sistemate nella pianura - vera anticipazione dei metodi della resistenza vietnamita nel periodo 1946-1954 - non è arbitrario ritenere che nella capanna di An-xa, durante le lunghe notti invernali, l'ex-possidente instillasse nel figlio proprio questi concetti e queste nozioni.

 

È naturale, così, che l'inizio degli studi regolari nel tetro collegio imperiale di Hué, retto dall'amministrazione francese, porti Giap, giovanissimo, alla politica e all'adesione al comunismo. Un suo compagno lo descrive

 

come « un ragazzo piccolo, minuto, macilento, di carattere irruente, che amava la poesia »; altri riferiscono che divorava gli scritti del vecchio rivoluzionario Pham Boi-Chau, i cui libelli pubblicati in esilio - come la Lettera da oltremare scritta col sangue - erano allora molto diffusi e infiammavano i circoli nazionalisti e antifrancesi del Tonchino e dell'Annam. Di BoiChau non dimenticherà più una frase: « Quelli che vogliono liberare l'Indocina dovranno formare un esercito forte ».

 

Sedicenne, Giap partecipa alle manifestazioni per i funerali di Pham Chu-Trinh, uno degli agitatori repubblicani annamiti, organizza scioperi di studenti, fonda un giornaletto scolastico e collabora al Tieng Dan (« La voce del popolo ») diretto dal leader nazionalista Huyn Tuc-Hang. Chi gli è stato molto vicino in questo tempo, come Dang Xuan Khu, futuro alto dirigente del Vietminh, ne traccia già un esattissimo profilo che non muterà: « ...era uno dei migliori cervelli della scuola, leggeva tutto, sapeva spiegare e parlava con pazienza, ma quando parlava c'era qualcosa dentro di lui che ardeva e che egli cercava in qualche maniera di soffocare ».

 

Forse è nata di qui la definizione di Nui Lua, « vulcano sotto la neve ». A 17 anni Giap entra in uno dei numerosi gruppi protocomunisti indocinesi, il Tan Viet, e attira su di sé l'attenzione della polizia che, due anni dopo, lo arresterà durante una retata di studenti e lo manderà in carcere. Appena tornato libero si iscriverà al partito comunista.

 

In quest'epoca di nazionalismo esasperato l'Indocina pullula di fermenti sociali e di società segrete; partiti, associazioni, circoli politici preparano rivincite e vendette sugli occupanti francesi ma i passi decisivi verso l'emancipazione iniziano negli Anni Trenta quando si impone la spinta della classe operaia - il cui nucleo principale sono i 30.000 operai delle industrie estrattive del Tonchino - e comincia il declino del primato europeo sul mondo orientale: il sintomo più immediato è la Cina che, con la vittoria del Kuomintang sotto la guida di Ciang Kai-scek, si allontana dall'influenza britannica

 

Dalla Francia dov'è esule, Ho Ci Minh, finora conosciuto solo come Nguyen Ai Quoc, lancia il programma del futuro partito comunista indocinese teso a rovesciare l'imperialismo e conquistare l'indipendenza: nazionalizzazione delle banche e giornata lavorativa di sole otto ore - proclama -, libertà democratiche, istruzione per tutti, eguaglianza fra uomo e donna.

 

Giap, entrato in carcere ad Hué nel 1928, ne esce alla fine del settembre 1931. Ha 22 anni, un titolo di studio e, per la prima volta in sette anni, fa ritorno a casa. Molte cose sono mutate, lassù ad An-xa. I cattivi raccolti e l'aumento della pressione fiscale hanno rovinato quasi tutti i contadini più abbienti e, fra questi, i suoi genitori: essi, ora, non posseggono neppure il necessario per mantenere il figlio. Anche se qualche biografo scriverà che Vo Nguyen era così simpatico al capo della polizia di Hué, che costui gli consentiva persino la « libera uscita » dalla prigione per frequentare la scuola, è certo che il tempo trascorso in carcere lo ha maturato politicamente e che il modello della rivoluzione sovietica è diventato il suo breviario; soltanto il carattere impetuoso non lo ha abbandonato.

 

Il mese stesso, con una decisione meditata e presa in solitudine, Giap riparte da casa ; trascinandosi dietro una valigia di fibra, i suoi libri e un abito di ricambio. Se ne va ad Hanoi, nel nord del Paese; ha accettato di dare lezioni nella scuola privata Thang Long appartenente ad un insegnante di liceo, Dong Thai-Mai, e diretta dal professor Hoang Minh Giam e che nasconde un centro di agitazione comunista (Thai-Mai diverrà ministro dell'Interno e Giam ministro degli Affari esteri). Nella sua camera sotto il tetto della scuola, dove un abbaino si affaccia sul delta del Fiume Rosso, Giap appende una foto che, quand'era ancora ragazzo ad An-xa, aveva ritagliato da L'Humanité del 28 dicembre 1920.E quella di Ho Ci Minh; tuttavia dovrà attendere parecchio prima d'incontrarlo e divenire suo discepolo.

 

Per otto anni Giap si guadagna da vivere insegnando storia e collaborando a La voce del popolo. Intanto studia

 

all'università di Hanoi laureandosi nel 1937 in legge ed economia politica e diventa precettore dei giovanissimi fratelli e della sorella di Dong Thai-Mai, la sedicenne Thi: la sposerà nel 1938 e avrà da lei un bimbo. L'anno dopo, il decreto che in Francia mette al bando il partito comunista scatena la repressione nell'Indocina e dall'ottobre 1939 al gennaio 1940 la polizia distrugge tutte le organizzazioni comuniste « legali », sia staliniste che trotzkiste. Giap vive a Vinh con la famiglia. Una notte di novembre gli agenti irrompono nella sua casa, ma lui riesce a sottrarsi alla cattura calandosi a tempo da una finestra.

 

Due giorni più tardi è al sicuro al di là della frontiera, in Cina. La moglie, anch'ella militante comunista, verrà arrestata nel maggio 1941 dai francesi per « attività sediziose » e condannata dalla Corte marziale di Hanoi a quindici anni di lavori forzati. Alla fine del 1943 morirà nelle prigioni centrali, « in una cella infestata dai topi ». Giap, che non rivedrà mai più né lei né il bimbo appena nato, nelle memorie ignora questo episodio, parla soltanto di sé e dice che « lasciò di nascosto Nani e la scuola privata ». Fuggendo in Cina, Vo Nguyen ha definitivamente risolto il proprio problema politico e ha varcato il Rubicone: o la vittoria della rivoluzione o niente.

 

Il trentenne Giap che, verso il Natale 1939, arriva nelle caverne dello Yunnanfu, possiede il vestito che ha indosso e la foto ritagliata da L'Humanité. Con quella in tasca, e in compagnia del figlio di un mandarino, Pham Van Dong, che diventerà presidente del Consiglio, si mette alla ricerca di Ho Ci Minh. L'incontro avviene a Kunmíng, nella Cina meridionale, a bordo di un sampan: « ...Vedemmo un uomo di età matura » ricorderà in seguito Giap, « vestito all'europea, con in testa un cappello floscio di feltro. A confronto con la famosa foto, che pur risaliva a vent'anni prima, mi parve più vivace, più sveglio. S'era lasciato crescere la barba. Mi trovai davanti a un uomo di una semplicità luminosa. Lo vedevo per la prima volta e già ci sentivamo legati da un'amicizia profonda... Parlava con l'accento del Vietnam centrale, e non avrei mai creduto che avesse potuto conservare l'accento paesano, dopo una così lunga assenza... ».

 

Il ritratto, sincero e affettuoso, dà un'idea del sodalizio che comincia da questo momento : da una parte Ho Ci Minh, animatore senza pari, armato di un'implacabile tecnica del potere e che intuisce quanto lunga e difficile sarà la strada' per l'indipendenza e l'unità; dall'altra un Giap impetuoso, deciso ad osare, convinto che la guerra diverrà mondiale, che capitalisti e colo- nialisti si sbraneranno fra loro e una armata liberatrice potrà approfittarne per cacciare i francesi dal Vietnam e instaurare il comunismo.

 

Nell'estate 1941 nasce il Viet Minh

 

Ma nell'estate 1941, quando Ho, Giap, Hoang Quoc Viet e Truong Cinh fondano il pio famoso movimento della storia contemporanea, il Vietminh (abbreviazione di Viet Nam Doc Lap Dong Minh, Lega per l'indipendenza del Viet Nam) le parole d'ordine del Comitato Centrale sono lontane dalle aspettative di Vo Nguyen prima di lottare occorre l'unità di tutte le classi sociali, di tutte le organizzazioni rivoluzionarie, di tutte le minoranze etniche; solo l'alleanza con tutti gli altri popoli oppressi dell'Indocina e la collaborazione con tutti gli elementi antifascisti francesi si potrà « distruggere il colonialismo e l'imperialismo fascista »

 

A Giap che, sull'onda dei moti antifrancesi e antigiapponesi scoppiati in Tonchino, chiede di costituire formazioni armate, parla di cannoni, di attacchi in massa e di sfondamenti di linee, Ho Ci Minh risponde, placido, nominandolo capo di una « brigata per la propaganda armata » composta di 34 uomini, il « seme dell'esercito rivoluzionario », e con questo viatico lo invia, clandestino, nella provincia annamita di Cao Bang, con il compito di: « Spiegare, discutere, lavorare e controllare e poi di nuovo spiegare, discutere, lavorare e controllare » .

 

Così, durante quattro anni, nelle Alte Regioni dell'Indocina, Giap, rivelando qualità eccezionali di decisione, di energia e di organizzazione, getterà le basi dell'« esercito del popolo per la guerra del popolo », epurerà spietatamente i nazionalisti non comunisti, combatterà i francesi di Vichy e i giapponesi invasori. Il genio della sua strategia nascerà di qui per affermarsi a Dien Bien Phu: ciò che avverrà più tardi - fino ai primi mesi di quest'anno quando le sue truppe, i suoi carri armati, i suoi missili hanno percorso la strada di Quang Tri dove lui, ragazzo, andava a passeggiare col padre - ne sono la semplice e logica conseguenza.

 

Arrivato in Indocina, Giap vive a Pac So in una grotta mascherata da liane e piena di serpenti e di ragni velenosi: « Ci svegliavamo presto » narrerà. Facevamo un po' di ginnastica e, via, al lavoro. Mangiavamo poco, per lo più riso con sale. Avevamo tutti la febbre da paludismo ». Il lavoro è una tela da tessere con pazienza fra provincia e provincia per assicurare l'assoluto potere e controllo del Vietminh nelle zone di frontiera ' con la Cina, cordone ombelicale che non dovrà mai essere reciso. Giap e la sua brigata operano in mezzo alle popolazioni « Ngu », « Tho » e Mhai », arretrate, spesso ribelli e sempre diffidenti, creano una rete di informatori da villaggio a villaggio, piazzano qui e là uomini di fiducia e, per conseguire lo scopo, si adattano e sì uniformano alla gente che avvicinano.

 

La provincia di Cao Bang, rifugio di banditi, contrabbandieri e disertori, è nelle mani dei capo « Tho » Chu Van Tan, ma Giap tratta con lui e, purché aiuti il Vietminh, gli promette la carica di ministro (e l'avrà).

 

I « Mhaí » respingono qualsiasi estraneo, ma gli uomini di Giap, per farseli amici, adottano le loro usanze come quella, crudele, di limarsi i denti.

 

Se occorre, Giap applica il terrore. Le popolazioni che non solidarizzano col Vietminh sono razziate e depredate,a chi si oppone con la forza è ucciso. « Ogni minuto muoiono nel mondo 100.000 persone » dice Vo Nguyen. « La vita e la morte non hanno alcuna importanza. »

 

Alla fine del 1942 la sua « brigata per la propaganda > è diventata una divisione di 30.000 uomini che hanno buone armi (ma neppure un telefono da campo: il primo, per ammissione di Giap, lo otterranno nell'estate 1945), una perfetta conoscenza del territorio, un'ottima preparazione tattica. Cosciente tuttavia dell'inferiorità delle proprie forze in campo aperto - nel Delta tonchinese, per esempio - Giap le addestra alla sola forma di lotta che i mezzi gli consentono: la guerriglia. imperniata sui « centri di resistenza » (cien khu) nelle regioni montagnose, in modo da servire come basi per le azioni da condurre in pianura.

 

È quanto hanno già fatto Mao e Ciu Teh, in Cina, nel 1928. Dalle Alte Regioni le forze di Giap dilagano in modo inarrestabile nel paese, provocano diserzioni di guarnigioni, catturano armi pesanti e automatiche, depositi di munizioni, autocarri e carburante, penetrano nello stretto corridoio montuoso di Dinh Ca, nella provincia di Thai Nguyen. Giapponesi e francesi sono più volte battuti, Vo Nguyen potrà proclamarsi, a buon diritto, « il primo resistente del Vietnam ».

 

Per quanto stupefacente, questa trasformazione di Giap da professore di storia a comandante di una vittoriosa armata partigiana non sarà priva di errori, come « lo spirito di avventura » che Ho Ci Minh gli rimprovererà, e « il peccato d'orgoglio » che gli farà conoscere l'amarezza della sconfitta militare. L'« avventurismo » è l'errore del 1944 e del 1945. Per due volte Giap, praticamente padrone del Vietnam del nord, propone una rivolta (« Insurrezione popolare. Marcia al Sud » è la sua parola d'ordine al congresso dei partigiani 1'indomani della resa della Germania), per due volte 'Ho Ci Minh gli tira le briglie sul collo (« La fase della rivoluzione pacifica è superata » dice « ma l'ora dell'insurrezione generale deve ancora suonare ») e per due volte Giap, fedele come sempre rimarrà fedele, obbedisce.

 

Il tempo darà ragione allo « zio Ho ». La fine della Seconda Guerra mondiale pone al governo Vietminhil problema di un accordo con la Francia che torna, in forze, nell'Indocina. I francesi sono pronti a concedere la indipendenza al Vietnam ma intendendola come « libertà del paese in:. un consesso di popoli sotto la guida di Parigi »; il Vietminh, invece, la interpreta nel suo significato letterale; « doc lap », infatti, vuol dire « stare in piedi da soli ». Giap è pronto a tagliare questo nodo ricorrendo alle armi e nel febbraio 1946 dichiara ai giornalisti: « Se le condizioni sulle quali non transigeremo mai, e che possono riassumersi in due parole, indipendenza ed alleanza, non verranno accettate, se la Francia sarà così miope da provocare una guerra, sappiate che noi lotteremo fino alla morte, senza lasciarci fermare da nessuno ». Anche se Mosca è lontana e Mao non ha ancora vinto la sua battaglia, chi può dubitare delle parole dell' « uomo forte » del regime?

 

La verità è che dal momento della conquista del potere, Giap si è lanciato in un disperato compito, quello di trasformare rapidamente i suoi guerriglieri in un esercito capace di competere con l'occupante. Grazie all'aiuto di specialisti giapponesi, nei due principali cien khu, a Bac Kan e a Chi Ne-Hoa Binh, si sono intensificati i preparativi per accrescere il valore combattivo e la possibilità di azione degli elementi di base esistenti. Giap ha precisato le gerarchie militari, l'organizzazione delle unità subalterne e ha creato un regolamento di disciplina.

 

I quadri delle formazioni paramilitari e dell'esercito hanno compiuto corsi accelerati d'istruzione militare e politica, tenuti da Giap in scuole improvvisate in mezzo ai boschi e alle risaie (un'opera capillare che diverrà leggendaria fra i vietnamiti e che, secondo alcuni autori, contribuirà altrettanto di Dien Bien Phu alla gloria di Vo Nguyen), l'oro per acquistare armi di contrabbando è stato rastrellato nel Paese con prestiti, anche forzati, e l'introduzione della « piastra di Ho Ci Minh », un modo abbastanza semplice per avere metallo pregiato in cambio di un pezzo di carta. In capo a qualche mese Giap ha potuto volgersi ad ammirare l'opera compiuta. I risultati sono enormi. Tuttavia a quest'esercito mancano (e come non potrebbe essere così?) i quadri superiori ed è chiaro che, per parecchio tempo ancora, il Vietminh non potrà condurre azioni tattiche concertate, battaglie che esigano la coordinazione di elementi importanti e diversi.

 

Il potenziale nemico, del resto, è notevole. Un giorno del febbraio 1946 Giap va a far visita al generale Le- clero e rientrando nella notte ad Hanoi su un carro anfibio del maggiore Simpson Jones, capo della missione britannica; ha la rivelazione della forza francese: alla luce accecante dei riflettori scorge i carri armati, i cannoni, i lanciafiamme, le autoblinde, le mitragliere di Massu sbarcare sulla spiaggia di Haiphong e comprende che la Francia non è tornata in Tonchino con vecchi fucili e soldati malvestiti ma con l'élite del suo esercito.

 

Probabilmente per questo motivo Giap si convince alla tesi delle trattative con Parigi e non esita, di fronte ai suoi fedeli, a rinnegare i propositi di forza predicati durante sei anni. « Abbiamo scelto di trattare » dice il 7 marzo 1946 al popolo di Hanoi convocato sulla piazza del Teatro. « per creare le condizioni favorevoli alla lotta per l'indipendenza completa... La Russia, firmò nel 1918 a Brest Litovsk ,er fermare l'invasione tedesca, per afforzare, servendosi della tregua, l'esercito e il potere politico. Non è forse divenuta fortissima, grazie a quel trattato? » Ma dietro la maschera impenetrabile del suo volto, dove solo di rado compare un mezzo sorriso, Vo dguyen sogna sempre di affidare alle armi, non all'accordo che Ho Ci Minh ita faticosamente discutendo a Parigi, il futuro politico del Vietnam.

 

L'uomo che accarezza questo disegno è di gusti semplici, con abitudini modeste. Vive in mezzo ai soldati in una capanna di rami, con una stuoia per letto, la macchina per scrivere, la Scatola del tabacco, la pipa ad acqua, il tè, i giornali francesi e americani. Nei momenti di riposo legge Clausewitz e Lawrence d'Arabia; possiede una biblioteca che stupirebbe per i suoi titoli più di un occidentale (Eva de Queiroz, Hugo, Leibnitz, Max Nordau, Baudelaire, Mark Twain, oltre i classici marxisti; russi, cinesi, vietnamiti). Taciturno, di bassa statura - è un metro e 52 centimetri -, una fronte enorme, il viso largo, rotondo e pallido, la sua voce dolce si fa ruggente quando l'uomo si accalora: allora l'ottimo francese imparato a Hué riprende il ritmo saltellante dell'accento vietnamita.

 

La moglie muore nelle carceri francesi

 

Della sua personalità, del suo carattere ci sono testimonianze rivelatrici. Alla conferenza di Dalat, che avrebbe dovuto dare un primo assetto alle nuove relazioni fra l'Indocina e la Francia, una sera, dopo i colloqui ufficiali, Giap si lascia andare 'ai ricordi. Seduto in una poltrona nella hall dell'Hotel du Pare, la coppa dello champagne nella destra, un sorriso indefinibile, racconta della sua gioventù, dei genitori, della moglie arrestata dai francesi e morta in carcere, del bimbo morto, della sua vita distrutta, e la mano gli trema leggermente mentre la voce sale di tono

 

L'esplosione di collera cessa all'improvviso e Giap tace fissando a lungo, in silenzio, gli interlocutori. Poi riprende a narrare. Anni prima, nel 1942, Ho Ci Minh era andato in Cina ed era stato arrestato dal Kuomintang.

 

A lui, rimasto sulle montagne di Lam Son. il compagno Cap aveva portato la notizia che lo « zio Ho » era morto: « ...tutto girava attorno a me, una tristezza infinita mi bucava il cuore, mi sentivo come abbandonato e con gli occhi gonfi di lacrime guardavo le stelle ». Ma si trattava di un equivoco. Il compagno Cap aveva chiesto al governatore cinese come stava Ho Ci Minh in carcere e quello aveva risposto: « Su lo, su lo » che, pronunciato con l'accento sulla prima sillaba, significa « Già morto, già morto »; pronunciato con l'accento sulla seconda vuol dire « Bene, bene ». Allora gli uomini avevano visto Giap ridere, ballare, ridere: « .,.continuò così per un bel pezzo. Non era mai stato tanto felice », riferirà Pham Van Dong.

 

Il patto con la Francia, quanto mai fragile e incompleto, dura pochi. mesi. Giap, ministro dell'Interno e dell'« ordine rivoluzionario » e presidente del Comitato di Difesa, prende in. pugno - per non più abbandonarle - le responsabilità fondamentali e il 20 dicembre 1946, forse approfittando di un Ho Ci Minh tornato da Parigi malato e deluso, scatena il colpo di forza antifrancese di Hanoi, inizio di una guerra che « dopo tremila giorni di lotta » giungerà a Dien Bien Phu. E, come sette anni prima, il professor Vo Nguyen torna alla macchia. I francesi lo conoscono subito come un capo militare freddo e spietato, nei suoi messaggi alla radio ha una voce « decisa come uno schiaffo ».

 

Quando lo intervistano accoglie i visitatori nella sua capanna di ramaglie: sul tavolo c'è il pranzo, la razione militare di 250 grammi di riso, e lui indossa l'uniforme dal colletto alto e rigido, abbottonato e - da buon partigiano - senza distintivi di grado. S'è risposato con una studentessa giovanissima che gli ha dato cinque figli ma parla d'altro e poco. Rifiuta la leggenda che gli si attribuisce fin dagli anni in cui insegnava ad Hanoi, la passione per Napoleone; e cioè che disegnasse alla lavagna, nei particolari più infinitesimali, le battaglie di Bonaparte, che camminasse su e giù per l'aula col piglio del Primo Console, che come lui parlasse a frasi secche, la testa bassa, il pollice infilato dentro la giacca. Fa un solo commento, che forse è destinato agli ospiti: « È vera una cosa. Dopo Napoleone non c'è più stato un grande generale ».

 

Poi enumera i principi per sconfiggere qualsiasi avversario, quelli stessi che traccerà nella sua opera ormai classica « Guerra del popolo, esercito del popolo » e cioè che « una guerra condotta su targa scala da partigiani, assistita da una totale mobilitazione politica delle masse, può battere le potenze imperialistiche e i loro governi-fantoccio, che restano attaccati ad un concetto convenzionale della guerra, persuasi che tutto sia possibile a chi ha la superiorità delle armi ».

 

Non dirà, però, che se n'è convinto soltanto nel 1951 quando, per tre volte consecutive, i francesi lo hanno sconfitto. È stato il suo « peccato d'orgoglio »; rinunciando alla guerriglia, ha costituito grandi unità pesanti in vista dì grandi battaglie in campo aperto. A quell'epoca De Lattre di Tassigny era stato inviato a Saigon con un corpo di spedizione e Giap lo aveva sfidato dicendo alla radio; « I francesi stanno per opporre all'esercito popolare un avversario degno di lui. Noi lo batteremo sul suo terreno». Il 18 gennaio 1951, a VinhYen, le ondate d'assalto vietminh furono invece decimate dalle mitragliatrici francesi. A maggio, davanti ad Haiphong e a Dong Trien, De Lattre riportò una seconda vittoria; a giugno, infine, i migliori reggimenti vietnamiti vennero costretti a ripiegare e a riguadagnare in fretta e furia le colline calcaree che dominano il Delta del Tonchino.

 

Su questo « peccato d'orgoglio » Giap meditò a lungo, poi preparò la rivincita. Al pari di Mao venticinque anni prima, Vo Nguyen - dalla sconfitta - aveva appreso una lezione fondamentale e cioè che « soltanto se tutto il popolo si batte e si batte all'offensiva in ogni momento e in ogni punto, è possibile disgregare le forze avversarie e provocare quella contraddizione tra "fissazione" e "dispersione" che, alla fine, decide le sorti di una guerra ». Questa lezione, presto, la tradusse nel principio che « un esercito aggressore non può contemporaneamente riunire le proprie forze per attaccare e disperderle per presidiare ». Ma, aggiunse, per far ciò non bastava la guerriglia, da sola, né - da solo - l'esercito regolare.

 

 

Occorreva che tutto il popolo fosse partecipe della lotta attraverso il convincimento politico e conquistasse l'iniziativa: il contadino analfabeta doveva saper maneggiare il fucile, condurre un camion, puntare un cannone, comprendere le norme della guerra moderna e, perfino, imporre al nemico il proprio metodo di lotta e saper elaborare una strategia collettiva, lontana e diversa da quella classica che affida ad un capo geniale tutto il merito, o tutta la colpa, della situazione militare.

 

Non sono parole. Il primo colpo di genio fu l'attacco di Giap agli altipiani Thai, I francesi, dopo la triplice vittoria nel Delta, avevano creato una linea fortificata, la « linea De Lattre », per impedire che anche un solo chicco di riso della pianura andasse ai Vietminh delle montagne. L'offensiva, portata attraverso le colline, sull'esempio del leggendario re Le Loi, li colse alle spalle e di sorpresa. Lassù i loro presidi erano deboli, disseminati in squallide zone senza strade, in fondo a precarie linee di rifornimento e lontani dagli aeroporti.

 

Giap calcolò che la superiorià tecnologica nemica (aerei, carri armati, lanciafiamme, artiglieria) sarebbe stata ampiamente compensata da ciò che possedevano i suoi uomini: conoscenza del terreno, amicizia con le popolazioni, mobilità fuori strada, assuefazione ad una vita spartana. Il calcolo si rivelò giusto. I francesi, come risposta, andarono a cercare questo nemico inafferrabile e, occupando Dien Bien Phu, bastione isolato in una zona parzialmente controllata dal Vietminh, tentarono di attirare Giap ad una battaglia in campo aperto: « Il nostro compito » disse il generale De Castries ad un giornalista « è quello di indurre il Viet a scendere dalle montagne. Appena scende lo prendiamo »». Era una buona trappola. Dien Bien Phu si trovava ad oltre 500 chilometri dalle basi di rifornimento Vietminh e chiunque si fosse avvicinato sulle rare strade sarebbe stato annientato dall'aviazione; se poi il « formicaio » vietnamita si fosse precipitato dalle colline sul bastione l'artiglieria lo avrebbe macellato prima che potesse arrivare ai bordi del campo.

 

Giap, questa volta, tacque. Accolse la sfida, si riservò di scegliere il momento e, intanto, affrontò le difficoltà del problema tattico e logistico. Le linee di rifornimento furono assicurate da 80.000 contadini che dalle basi di Thanh Hoa e di Fu Tho marciarono a piedi fin sotto Dien Bien Phu, da flottiglie di « sampan » che risalirono fiumi e canali, da carovane di muli e di cavalli, da colonne di ragazzi in bicicletta che trasportarono dai 200 ai 350 chili ciascuno. A battaglia finita i tecnici calcolarono che l'artiglieria di Giap aveva sparato complessivamente 130.000 colpi, cioè 1.700 tonnellate di proiettili. Se si aggiungono altre 6.500 tonnellate di viveri e materiale vario, la conclusione è che, durante cinque mesi, i contadini vietnamiti assicurarono a Giap un rifornimento di 60 tonnellate al giorno.

 

Questo esercito di formiche che avanzava e tornava indietro, giorno e notte, su una distanza pari a quella fra Torino e Trieste, non si arrestò un istante, anche se ebbe periodi di crisi. Racconta Giap che nella sua caverna, dalla quale dominava la piana di Dien Bien Phu, era affisso il grafico dei rifornimenti: « Ogni mattina, alzandomi, il mio sguardo andava al tracciato rosso; era diventata un'abitudine ». Per qualche tempo scarseggiarono i proiettili: « ... i nostri pezzi » è sempre Giap che racconta « non disponevano che di cinque o sette colpi, qualche volta tre ». L'aviazione francese, però, non riuscì mai a distruggere quella linea tanto che, ad un certo punto, si pensò addirittura di provocare la pioggia artificiale per inondare le piste e si chiesero a Parigi esperti, e materiali.

 

La trincea diventa uno strumento di offesa

 

L'artiglieria fu un'altra amara sorpresa per De Castries. I vietnamiti possedevano 200 cannoni da 105 mm. francesi non ci credevano e, comunque, pensavano che se Giap li avesse piazzati sulle colline attorno a Dien Bien Phu i loro pezzi di controbatteria li avrebbero annientati in un momento. Unica soluzione possibile, calcolando la traiettoria, era quella che il generale Vo Nguyen li piazzasse sul versante opposto delle colline ma « questo non si fa più dai tempi di Napoleone ». Giap, pur avendo letto ed insegnato Napoleone, non aveva nessuna intenzione di imitarlo. Il suo era un progetto diverso.

 

Fece aprire cinque nuove strade attraverso pendii scoscesi, passando per luoghi mai esplorati, spianando colline e tagliando i fianchi delle montagne; poi i pezzi di artiglieria, ad uno ad uno, vennero issati in quota a forza di braccia durante sette giorni e sette notti. Dove? Un soldato vietminh, catturato il 18 febbraio 1954 dai « paras », fu trovato in possesso di uno strano disegno. Rappresentava una casamatta per cannoni che, scavata nel fianco di una collina, avrebbe consentito di sparare quasi a zero, e direttamente, su Dien Bien Phu.

 

Neppure stavolta i francesi credettero (« Occorrerebbero anni per fare un lavoro simile ») ma quando i colpi dei 105 di Giap cominciarono a cadere sul campo trincerato spazzando l'aeroporto e i bastioni il comandante dell'artiglieria francese si ritirò nella propria tenda e si fece esplodere una bomba a mano sul petto.

 

Intervistato dopo la battaglia Giap disse che l'errore dei francesi era stato quello di dubitare che « dei semplici contadini.., che non hanno fatto Saint-Cyr o West Point arrivino a risolvere problemi tattici e strategici che sembrano costituire il monopolio dei soldati borghesi ». Senza dubbio i vietnamiti avevano capovolto gli insegnamenti classici dei teorici militari; per la prima volta nella storia una trincea, nelle loro mani, era diventata uno strumento offensivo anziché difensivo.

 

Poiché il settore centrale di Dien Bien Phu era allo scoperto e per attaccare si doveva attraversare una fascia di qualche chilometro piatta e nuda, e quindi dominata dall'artiglieria e dall'aviazione francese, gli uomini di Giap avevano scavato, di notte, con zappe di legno per non far rumore, cento chilometri di trincee « vivisezionando » il terreno da superare, sbocconcellandolo ai margini come talpe, penetrando in tutti gli spazi aperti fra i capisaldi, avvicinandosi al nemico e, contemporaneamente, isolandolo e bloccando il suo strumento più efficace, lo spostamento rapido delle riserve e il contrattacco.

 

Questa rivoluzionaria strategia di Giap, che avrebbe battuto i francesi e tenuto a lungo in scacco i loro successori, raccoglieva ed utilizzava tanto gli insegnamenti antichi quanto le esperienze sovietiche e cinesi. Basata sulla partecipazione del popolo, della guerriglia e dell'esercito regolare era accompagnata da una « escalation » tecnologica e fondata su una truppa capace di usare la radio, leggere le carte militari, vivere nella giungla, cibarsi con una ciotola di riso al giorno.

 

La storia dell'indipendenza del Vietnam, si sa, ha avuto uomini straordinari. La guida insuperabile fu Ho Ci Minh che, è stato scritto, non era un Lenin né un Mao; l'impronta del genio, però, gliela ha dato il professor Vo Nguyen Giap, che non è un Trotskij né un Lin Piao.

 

Giuseppe Mayda

 

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vorrei riaprire questo-interessantissimo,a mio parere. Topic- perchè personalmente vedo qualche analogia fra l'idea di costituire una "fortezza-spina-nel fianco-"a Dien Bien Phu con la spedizione a Salonicco nwel 1916,se non ricordo male concepita dal Gen francese Serraille, la quale aveva lo scopo di tenere impegnate,pur auto-confinandosi in un territorio angusto, 2ingenti forze nemiche" (all'epoca le forze armate bulgare che,se libere di muoversi, si temeva avrebbero potuto causare grandi problemi sul Fronte dell'Isonzo od addirittura sul Fronte Occidentale).

Secondo diversi storici della Grande Guerra, nel 1916 l'attacco tedesco a Verdun, che per motivi più che altro di prestigio non poteva essere abbandonata se prima non si fosse combattuto fino all'ultima cartuccia divenne una "macchina tritacarne" per già provato esercito francese, e probabilmente costituì il fatto ispiratore della strategia in Indocina: occupare un territorio che i VietMinh,per motivi psicologici e propagandistici- non avrebbero potuto trascurare o fare finta che non esistesse, fortificarlo come le trincee della grande Guerra di parte tedesca e costringere i ribelli ad esaurire le proprie forze in attacchi in massa, iquali, come era accaduto nel 1916 e nel 1917, si sarebbero risolti sostanzialmente in un tiro al bersaglio con armi automatiche ed artiglieria sui malcapitati attaccanti.

In effetti ,col senno di poi, questa concezione sembra basarsi sulla certezza che i nemici altro non avrebbero potuto fare che "accanirsi" su questa roccaforte fino a dissanguarsi,però a mio avviso questa certezza non poteva essere tale;insomma, il centro del potere Francese in zona era costituito dalle città costiere ,soprattutto lungo il Golfo del Tonchino e Saigon, che con il trasferimento a Dien Bien Phu risultava sguarnito di moltissimi validi soldatii quali,presumibilmente,contribuivano molto a contrastare la guerriglia nei dintorni delle città in questione. E se i VietMinh avessero trascurato Dien Bien Phu- un posto tutto sommato remoto- per intensificare le azioni vicino alle città? I francesi paradossalmente si sarebbero trovati auto-tagliati fuori (di fatto si ci poteva arrivare, a DBP,ma non ripartire)e con molti punti importanti potenzialmente quasi sguarniti

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Secondo diversi storici della Grande Guerra, nel 1916 l'attacco tedesco a Verdun, che per motivi più che altro di prestigio non poteva essere abbandonata se prima non si fosse combattuto fino all'ultima cartuccia divenne una "macchina tritacarne" per già provato esercito francese, e probabilmente costituì il fatto ispiratore della strategia in Indocina:

 

quella era esattamente la tattica di Ludendorff: chiamata da lui stesso Blute Pumpe (pompa di sangue...) serviva appunto a dissanguare l'avversario, fino a farlo mollare psicologicamente o proprio portandolo a non avere più uomini.

 

http://www.wolkenhund.at/19111920/verdun1916/index.html

 

Dien Bien Phu era piuttosto il tentativo di portare il Vietminh in campo aperto, ove la maggiore superiorità in mezzi dei francesi avrebbe dovuto fare la differenza.

 

Come si vide, andò in maniera molto diversa.

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Quoto in pieno Vorthex

 

La vecchia massima di Clausewitz che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, nel caso del vietnam fu validissima: politica sbagliata = guerra sbagliata, quindi sconfitta.

Ho Chi Min aveva detto "preferisco mangiare 200 anni di merda francese che 1000 di merda cinese" in altri termini c'erano tutte le condizioni per una indipendenza del vietnam in amicizia con la Francia, contro la Cina. Abbiamo visto come è andata a finire

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La vecchia massima di Clausewitz che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, nel caso del vietnam fu validissima: politica sbagliata = guerra sbagliata, quindi sconfitta.

Ho Chi Min aveva detto "preferisco mangiare 200 anni di merda francese che 1000 di merda cinese" in altri termini c'erano tutte le condizioni per una indipendenza del vietnam in amicizia con la Francia, contro la Cina. Abbiamo visto come è andata a finire

 

Mi associo. Anche se non si può giudicare la storia con il senno di poi, le scelte fatte da Francia e USA si rivelarono alla prova dei fatti oggettivamente sbagliate, ma non dimentichiamo che si trattava di una guerra coloniale nel caso della Francia e di una guerra ideologica per gli USA, all'epoca in cui il mondo era ormai diviso nei due blocchi contrapposti USA/URSS. Scelte che oggi possono apparire palesemente errate, allora purtroppo invece dovettero apparire tutto il contrario.

I francesi si ostinarono a trattare l'Indocina come una colonia ottocentesca da rimettre in riga anche con la forza bruta. Gli USA si ostinarono a voler vedere solo il lato "comunista" dei nordvietnamiti. Entrambi i paesi occidentali sbagliarono e tutti sanno come andò.

Molto derivò anche dalla totale ignoranza dimostrata riguardo alla Storia millenaria delle popolazioni locali, come giustamente scritto da Cdbruno; con errori che lasciano allibiti. E' vero: i cinesi sono i tradizionali nemici del Vietnam e lo hanno invaso infinite volte, per doverlo poi abbandonare altrettante volte.

Francesi e americani avrebbero dovuto allearsi con il Vietnam, non fargli la guerra, ma questo lo diciamo noi oggi. Allora il modo di pensare partiva da presupposti totalmente differenti: coloniali nel caso della Francia, ideologici nel caso degli Stati Uniti. Le cose andarono così purtroppo.

Non è un caso che molti soldati americani dicevano: "Noi stiamo sparando ai gialli sbagliati". Nel senso che le forze sudvietnamite non erano che forze "fantoccio", costituite da gente che non capiva perchè combatteva, o, se lo capiva, di sicuro non gliene fregava nulla, per cui in battaglia è ovvio che non rendevano come un agguerrito reparto di Vietcong e di forze regolari nordviet, eccezionalmente motivate (e anche indottrinate dai comunisti perchè no, ma comunque sempre altamente consapevoli dei veri ed ultimi motivi del loro sacrificio).

Dien Bien Phu è un villaggio sperduto nel nulla vicino alle "Alpi vietnamite". Un'area montagnosa che dista anni luce dal Vietnam tropicale e soleggiato che si potrebbe essere indotti a immaginare.

Che sappia io, il comandante francese Navarre dette ai suoi capisaldi i nomi delle sue amanti.

Tipico esempio di Grandeur francese, ma anche, secondo me, di una tragica e sistematica sottovalutazione dell'avversario e di ingiustificata fiducia nelle proprie forze, specie in quelle aeree. Forse lo spirito dei comandanti francesi era quello tipico coloniale, tipo: "Andiamo a dare una lezione a quei selvaggi".

I vietnamiti dimostrarono di essere in grado di effettuare movimenti in massa nella giunga impenetrabile e di poterci portare perfino i loro cannoni, come l'M-46 russo, che si rivelò un vero flagello per i francesi e gli americani.

Da quello che so, i vietnamiti conquistarono e tenettero le alture che circondavano le postazioni francesi e da lassù cominciarono a martellarli con l'artiglieria. L'aviazione francese non riuscì a sviluppare la potenza di fuoco necessaria a sloggiarli di lì.

Questa dura lezione venne accuratamente assimilata dagli americani, che sedici anni dopo, con i Marines a Khe Sahn si guardarono bene dal lasciare ai nordviet le colline soprastanti la base e grazie allo strapotere aereo riuscirono a sfangarla.

Come in tutte le guerre, indipendentemente dall'idiozia di chi le decide e di chi le comanda, gli eserciti contrapposti sul campo dettero prova di grande valore. Onore quindi anche alla Legione Straniera francese, i cui uomini si batterono e caddero a Dien Bien Phu (e nella successiva e ancora più letale "marcia della morte" di 300 km).

In un film americano sul Vietnam sentii una frase con cui mi trovai d'accordo. Più o meno suonava così: "Il Vietnam fu una guerra sbagliata, combattuta al meglio da una generazione sconfitta". Generazione sconfitta perchè gli ideali della generazione "Beat" americana, che suo malgrado finì a combattere e morire in Vietnam, non si sono mai concretizzati, ma anzi sono annegati nelle risaie e nel sangue. Allo stesso tempo, i coetanei vietnamiti dei "Grunt" americani che combatterono in Vietnam vennero in seguito schiacciati dal comunismo più becero, per poi finire anche loro travolti dalla sua caduta. In entrambi i casi quindi fu un totale fallimento: morale e politico da un lato, ideologico dall'altro. Il pacifismo e l'amore libero e psichedelico a tutti i costi non hanno conquistato il mondo e allo stesso tempo il comunismo ha dimostrato di essere solo una scatola vuota.

Credo che quella frase volesse dire che le motivazioni del conflitto vietnamita erano errate, ma che coloro che dovettero combattere e morire in quella guerra dettero il meglio che potevano, compresa la vita.

Edited by Vultur

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La guerra di guerriglia ha alcuni principi e vincoli. Il principale è che il guerrigliero non è strategicamente mobile. L'esercito regolare può quindi sempre concentrasi e avere la superiorità numerica in uno o l'altro punto. La guerra francese in indocina lo stava dimostrando: i francesi vincevano in battaglia tutti gli scontri, ma se volevano controllare il territorio dovevano disperdere le forze. Pensarono di costringere i Viet Minh ad attaccare costruendo un campo trincerato alimentato per via aerea in una zona strategicamente essenziale per il viet minh dato che interrompeva le loro linee di rifornimento.

Pensavano che avrebbero avuto di fronte solo armi "leggere" e se ci fosse stata artiglieria l'avrebbero battuta con il loro tiro di controbatteria. Non avevano messo in conto un esercito di formiche che con le loro biciclette pegeout avrebbero trasportato i 105 passati dalla cina e che avrebbero costruito dei bunker protetti per l'artiglieria. Quando Giap fu pronto iniziò il bombardamento. Il comandante dell'artiglieria francese quando i colpi dei 105 caddero nel campo trincerato si ritirò nella sua tenda, si sdraiò e si fece scoppiare una granata sul petto. E' l'unico che apprezzo perchè capì subito che erano stati sconfitti e che non vi era nulla da fare.

Che i paracadutisti e iu legionari siano eroicamente morti non va a loro merito, ma a demerito di una banda di coglioni incapaci che li ha mandati a morire.

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cdbruno allora si potrebbe dire lo stesso dei nostri morti in nord africa e dei nostri morti nel mediterraneo sui sommergibili

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E infatti è propio così.

 

Solo che più di cogli**i e coglionerie io parlerei di un fatto culturale: quello che oggi sembra stupido o folle, allora non era che il risultato di un preciso e consolidato modo di pensare e cioè quello coloniale, che era ormai tramontato per sempre.

 

I francesi volevano tenere sotto i vietnamiti perchè Parigi pensava ancora da potenza coloniale, senza aver capito che i tempi erano cambiati.

 

Gli americani invece volevano tenere sotto i vietnamiti perchè sennò diventavano "comunisti".

 

Quelli invece (i viet) volevano solo l'indipendenza.

 

In entrambi i casi, i vietnamiti si trovarono perciò davanti a un rifiuto (francese prima, americano poi) e non ci stettero, preferivano farsi spaccare la faccia piuttosto che rimanere sotto. E alla fine in un modo o in un altro, che piaccia o no, vinsero. Non conosco un solo caso di guerra d'indipendenza che alla fine, in qualche modo, non si sia risolta con la vittoria di quelli che si trovavano sotto e che volevano liberarsi. Sarebbe bastato che avessero aperto un semplice libro di storia e nè la Francia, nè gli USA si sarebbero mai impegolati in guerre del genere; il fatto che non l'abbiano fatto non vuol dire che francesi e americani erano ignoranti, ma dimostra invece che scambiarono la cosa per qualcos'altro e quindi la trattarono in modo errato (e persero).

Si dice che: "Il cieco fa pena, il sordo fa ride". Se vedo che uno non mi risponde e gli devo ripetere le cose più di una volta, questo non significa mica che è un ritardato, magari invece è solo sordo. Quanta sofferenza e quanti danni si possono fare a uno trattandolo come se fosse scemo, mentre invece era solo sordo?

Edited by Vultur

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Sarebbe bastato che avessero aperto un semplice libro di storia e né la Francia, né gli USA si sarebbero mai impegolati in guerre del genere; il fatto che non l'abbiano fatto non vuol dire che francesi e americani erano ignoranti, ma dimostra invece che scambiarono la cosa per qualcos'altro e quindi la trattarono in modo errato (e persero).

 

 

Tipo "Il de bello Gallico"?

 

Hai ragione quando affermi che una guerra d'indipendenza è una rogna per chi colonizza una terra non sua ma i francesi e, in un certo qual modo, gli statunitensi, erano abituati a quelle guerre ed erano convinti di riuscire a controllare la situazione.

 

Sbagliarono ma è facile con il senno di poi dire che era scontato che perdessero.

 

Pochi anni prima gli inglesi riuscirono a sedare le rivolte in Sudafrica, con metodi in uso ai tempi di Cesare, e anche in India riuscirono per diversi anni a contenere le rivolte. Vero che poi in India persero, ma l'Inghilterra del '47 era l'ombra della potenza che era prima della guerra, e che anche in Afghanistan presero le loro belle legnate ma quello era il rischio che ogni stato colonizzatore sapeva di dover correre .

 

A Dien Bien Phu i francesi commisero un errore di valutazione e la pagarono cara e con loro gli statunitensi che, per ovvie ragioni politiche (non dare un pretesto ai cinesi) rinunciarono a intervenire in soccorso dei francesi ma andandosi poi a impegolarsi nella medesima situazione qualche anno dopo.

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ce da dire che i vietnamiti non amavano per niente i cinesi, si allearono con loro solo perche era il male minore rispetto ad usa e francia

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Tipo "Il de bello Gallico"?

 

Ma dai non è proprio la stessa cosa! Io parlavo della storia moderna. Le guerre d'occupazione è dimostrato che non convengono a nessuno: dover mantenere l'ordine in un paese apertamente ostile è di per sè uno sforzo controproduttivo.

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Ma dai non è proprio la stessa cosa! Io parlavo della storia moderna.

 

È la stessa cosa, le guerre controrivoluzionarie si combattono sempre allo stesso modo; ok Cesare non aveva carri o droni ma non è con i carri che risolvi la situazione.

 

Le guerre d'occupazione è dimostrato che non convengono a nessuno: dover mantenere l'ordine in un paese apertamente ostile è di per sè uno sforzo controproduttivo.

 

Tipo in Israele? O in Kurdistan? O in Tamil Eelam? O anche solo in Irlanda del nord?

 

Sia chiaro che concordo con te quando dici che sono guerre che non convengono a nessuno ma se tutti ragionassero come me e te di paesi colonizzatori non ce ne sarebbero mai stati.

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:-\ ma che discorsi!

 

Motogio, perdonami, ma secondo te OGGI (o nel '50), prendendo in considerazione il mondo occidente, quanti ragionano diversamente da te o Vultur? Insomma, quanti accetterebbero una guerra di conquista portata avanti con i metodi di Cesare (genocidio) ?

 

Mica si può decontestualizzare tutto!

 

p.s.

 

Piccola nota, i Vietnamiti erano sostanzialmente filosovietici. E non fu una scelta casuale, l'intento era proprio quello li limitare l'influenza cinese.

Edited by Blabbo

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Motogio, perdonami, ma secondo te OGGI (o nel '50), prendendo in considerazione il mondo occidente, quanti ragionano diversamente da te o Vultur? Insomma, quanti accetterebbero una guerra di conquista portata avanti con i metodi di Cesare (genocidio) ?

 

Mica si può decontestualizzare tutto!

 

 

Cesare non si è limitato a compiere genocidi in Gallia ma ha attuato una strategia vincente per combattere una rivolta.

 

Riassumo in tre righe la strategia di Cesare per sedare le rivolte:

 

1 - Non si negozia con un avversario in armi, lo si affronta. Negoziare con un piccolo gruppo di insorti incoraggia altri gruppi alla ribellione.

2 - Coerenza nel comportamento e rispetto della parola data anche quando va contro i propri interessi.

3 - Dosare le forze in base alla minaccia avversaria (quello che non fecero i francesi a Dihen Bien Phu sottovalutando la forza messa in campo dal generale Giap).

 

Che poi nel '50 fossero in molti a pensarla come me è Vultur può darsi ma ricordo che nel '54 scoppiò la guerra d'Algeria e lì, pur senza compiere dei veri e propri genocidi, i francesi non andarono poi tanto per il sottile; così come gli inglesi in Irlanda del nord.

 

Se poi andiamo a vedere cosa hanno fatto i sovietici nelle tre repubbliche baltiche, o peggio ancora in Cecenia nel primo dopoguerra, e i cinesi in Tibet c'è poco da stare allegri.

 

Ps. Ma la guerra d'Indocina, e quella del Vietnam, è stata una guerra insurrezionale per modo di dire perché sia il generale Giap che Hồ Chí Minh avevano un esercito ben organizzato e ben armato a loro disposizione; anche se combattevano con metodi da guerriglia. Una guerra insurrezionale classica è stata la rivolta spagnola alle truppe napoleoniche o, più recentemente, la guerra combattuta dai sovietici in Afghanistan.

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Quella delle guerre galliche mi pare una ricostruzione molto edulcorata e corretta. Proprio nel 'De Bello Gallico' si legge:

 

« Tutti i villaggi e le fattorie [...] venivano incendiati, il bestiame ucciso, ovunque si saccheggiava, il frumento era consumato dalla moltitudine dei cavalli e degli uomini è [...] cosicché anche una volta allontanatosi l'esercito invasore, chiunque (tra gli Eburoni), anche se fosse riuscito a nascondersi, non avrebbe potuto evitare di morire per la carestia. [...] ed intanto Ambiorige riusciva a fuggire per nascondigli e boschi con la protezione della notte e si trasferiva in altre regioni, sotto la scorta di quattro cavalieri ai quali soltanto affidava la sua vita. »

(Cesare, De bello Gallico, VI, 42.)

 

 

ecco, magari c'era anche una tattica di sterminio che, nelle guerre moderne e dalle civiltà moderne, si fatica non poco ad applicare (per fortuna). Per il resto, a parte la controguerriglia inglese in Malesia (che finì poi in seguito come noto) nel XX secolo la guerriglia ha sempre vinto. E non deve meravigliare: se si è disposti a perdite enormi e l'avversario no, oltre a non avere un posto dove andare, si vince praticamente sempre.

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Quella delle guerre galliche mi pare una ricostruzione molto edulcorata e corretta.

 

 

Edulcorata :blink:

 

Da quando affrontare un nemico in armi senza dargli la possibilità di una resa onorevole (in termini di condizioni) e con lo scopo di sterminarlo è politically correct ?

 

Per il resto, a parte la controguerriglia inglese in Malesia (che finì poi in seguito come noto) nel XX secolo la guerriglia ha sempre vinto. E non deve meravigliare: se si è disposti a perdite enormi e l'avversario no, oltre a non avere un posto dove andare, si vince praticamente sempre.

 

Il XX secolo parte dal 1º gennaio 1901, in piena guerra Boera, ma anche calcolando solo il dopoguerra affermare che la guerriglia ha sempre vinto mi sembra un po' esagerato.

 

Ha vinto spesso ma non sempre; e spesso solo quando era supportata da una delle due (tre con la Cina) superpotenze.

In Europa non ha mai vinto (dal dopoguerra) e in Sud America poche volte (l' M-26-J a Cuba e i Contras in Nicaragua).

 

Ma siamo completamente OT, anche se per colpa mia.

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Motogio, tu hai elencato tre punti che erano 'vincenti' per Giulio Cesare in Gallia. Quello era il punto a cui rispondevo, facendo notare che ne mancava (almeno) un quarto, ovvero lo sterminio.

 

Che ad oggi, è improponibile.

 

Sul fatto che la guerriglia abbia vinto ovunque, specie in Europa, ti ricordo che lo Sinn Fein siede in parlamento, così come i Baschi. La vittoria degli 'occupatori', dove è?

 

E questo vale, più o meno, in tutto il mondo.

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Motogio, tu hai elencato tre punti che erano 'vincenti' per Giulio Cesare in Gallia. Quello era il punto a cui rispondevo, facendo notare che ne mancava (almeno) un quarto, ovvero lo sterminio.

 

Che ad oggi, è improponibile.

 

 

Ok, si lo sterminio era compreso nel punto uno: nessuna pietà agli sconfitti. Errore mio che lo dato come sotto inteso.

 

Sul fatto che la guerriglia abbia vinto ovunque, specie in Europa, ti ricordo che lo Sinn Fein siede in parlamento, così come i Baschi. La vittoria degli 'occupatori', dove è?

 

L'Irlanda del nord mi risulta che sia ancora sotto dominio inglese, il Vietnam, come lo conosciamo oggi, è indipendente dal 1976.

 

Che in Irlanda le lotte per l'indipendenza abbiano dato qualche frutto è innegabile ma lo scopo di quelle lotte non è stato raggiunto. E così nei territori baschi, in Corsica, in Alto Adige ecc ecc.

 

D'accordo che l'intensità di quei conflitti era quasi nulla confrontati a quelli in Indocina ma considerare quella guerra come una guerra insurrezionale voluta dal popolo è un po' una forzatura.

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No, scusami, al massimo nei luoghi citati (l'Alto Adige?) si puo' parlare di terroristi. Insurrezioni come quella Vietnamita, Afghanistana ecc non ci sono proprio mai state.

 

Comunque come hai detto, siamo OT.

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L'ultima pagina di questo thread, tutta off topic rispetto alla battaglia di Dien Bien Phu in senso stretto, mi pare comunque interessante perché allarga l'orizzonte dal particolare al generale, come un buon forum dovrebbe fare e, per una volta, portata avanti in modo razionale e non ideologico.

Al contrario dell'off topic delle prime pagine su chi fosse il "generale che l'avesse più lungo" o dalla mera lunga trascrizione di altre fonti sull'argomento "in topic", che però uccide la discussione.

 

Condivido quasi tutto dell'argomento principe di Vultur espresso all'inizio di questa pagina, che si rende conto che Dien Bien Phu è stata la fine della politica colonialista (almeno per la Francia, GB lo aveva capito prima che aveva perso il predominio mondiale e una volta chiesto l'aiuto degli USA in WW2, gli USA precedentemente quasi isolazionisti, non avrebbero più tollerato che altri Paesi fossero stati gli attori principali sullo scacchiere internazionale).

 

Tutto, tranne un passaggio:

 

Non conosco un solo caso di guerra d'indipendenza che alla fine, in qualche modo, non si sia risolta con la vittoria di quelli che si trovavano sotto e che volevano liberarsi. Sarebbe bastato che avessero aperto un semplice libro di storia e nè la Francia, nè gli USA si sarebbero mai impegolati in guerre del genere; il fatto che non l'abbiano fatto non vuol dire che francesi e americani erano ignoranti, ma dimostra invece che scambiarono la cosa per qualcos'altro e quindi la trattarono in modo errato (e persero).

 

Beh, a parte la Palestina, in cui i Palestinesi sicuramente hanno preso calci nei denti - caso che non voglio riaprire quì, altrimenti mi tacciano di essere una zecca e cmq caso tropo complesso - ricordo Armeni, Curdi e Tibetani, che hanno avuto le loro aspirazioni di autodeterminazione semplicemente tarpate in maniera brutale da Paesi di regime socialista e/o "islamico moderato".

Non so se il loro caso possa essere definito guerra di indipendenza o semplice genocidio da parte di altri, cmq sono popoli che non hanno avuto nessun riconoscimento dei loro sforzi.

Edited by Scagnetti

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