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Nuova guerra nel libano


Leviathan
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ROMA. Stanno preparando gli zaini e lucidando gli scarponi. Già dipinti di blu gli elmetti come vogliono le buone regole del «peace-keeper». I lagunari del reggimento «Serenissima», di stanza a Venezia-Mestre, nella caserma «Edmondo Matter», ce la stanno mettendo tutta per sbarcare in perfetto ordine in Libano.

 

Ugualmente a Brindisi, alla caserma «Carlotto», i marò del «San Marco» approntano i mezzi e le armi. Martedì prossimo, i due reggimenti, che da circa un anno si vanno integrando nel «battle-group» anfibio battezzato Forza italiana da Sbarco, saliranno sulle navi della Marina e salperanno per Naqura, porto del Libano meridionale dove è il quartier generale di Unifil e dove ieri sono atterrati altri 170 militari francesi.

 

La nave «San Marco» partirà da Marghera. Il «Garibaldi», con «San Giusto» e «San Giorgio», più una corvetta a difesa, prenderanno il mare da Taranto. Poi il gruppo navale si riunirà in mare aperto e si dovrebbe presentare davanti alle coste del Libano a partire da venerdì mattina. Sarà il primo atto della partecipazione italiana a Unifil 2, la nuova missione di pace lanciata dall’Onu.

 

Inizieranno già domenica nel porto di Marghera le operazioni per caricare i materiali e i mezzi dei primi 120 lagunari (una compagnia), che avranno con sé anche uomini del Terzo Reggimento genio guastatori e dell’unità Nbc (difesa nucleare biologica chimica). Tra di loro non mancheranno anche alcune soldatesse, compresa Silvia Di Siervi, la mamma fuciliere che è stata l’unica donna ad aver superato a Brindisi il duro corso di addestramento per entrare nella Forza da Sbarco. Allo stesso tempo, tra Brindisi e Taranto, i marò del «San Marco» imbarcheranno i loro mezzi sulle navi militari. A bordo, troveranno gruppi di forze speciali e carabinieri paracadutisti del «Tuscania».

 

Ad attenderli, sul molo di Naqura, gli italiani troveranno il generale Alain Pellegrini. E’ lui il comandante della missione fino al febbraio 2007. Generale francese di lunga esperienza, 61 anni, già in Bosnia e in Benin, per alcuni anni a capo della Divisione Africa e Medio-Oriente del Direttorato per l’intelligence militare, dovrà decidere il dislocamento delle truppe a terra e stabilire quale settore affidare ai nostri.

 

Dalle navi scenderanno in questa prima ondata circa sei-settecento soldati. Non ci sarà nulla di scenografico. E quindi niente gommoni o barchini lanciati a tutta velocità, né cingolati che escono dalla pancia delle navi e riemergono gonfi d’acqua sulla spiaggia. No, non sarà uno sbarco alla marines. E poi sarebbe di cattivo gusto di fronte a popolazioni martoriate come quelle del Libano meridionale. A vigilare sullo sbarco, comunque, ci saranno gli Harrier, i caccia a decollo verticale, imbarcati sulla «Garibaldi», la portaerei della nostra Marina.

 

Dall’Onu, non a caso, vengono richieste all’insegna della moderazione anche negli armamenti da portare al seguito. E quindi alla Difesa stanno decidendo di lasciare a casa i carri armati «Ariete» o gli elicotteri da combattimento «Mangusta». Le Nazioni Unite insistono piuttosto sulla necessità di portare in Libano reparti del Genio (sia esperti nello sminamento, sia costruttori di ponti e di strade) e di Sanità. Gli italiani hanno ottimi reparti specializzati.

 

Quanto prima, poi, le compagnie del «Serenissima» e del «San Marco» mandate in avanscoperta saranno raggiunte dal resto dei propri reggimenti. In tutto, a regime, dovrebbero essere circa 2000 i soldati che sul campo prenderanno la configurazione di una mini-brigata di fanteria leggera. E non è escluso che possano anche aumentare. Il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, anche ieri ha accennato al fatto che si potrebbe arrivare a 3000 soldati. Ma non subito. Magari nel febbraio prossimo quando all’Italia spetterà il comando.

 

Naturalmente lagunari e marò non rinunceranno all’armamento classico: le mitragliatrici «Minimi», i bazooka, i missili anticarro «Milan», le nuove autoblindo «Puma» che sono in grado di resistere agevolmente a colpi di fucileria, e poi forse anche i cingolati «Dardo» e «Aav-7». Il contingente verrà poi rinforzata anche da un reparto di autoblindo «Centauro» - in prestito dalla brigata «Pozzuolo del Friuli» - che sono dei carri armati con le ruote, portano un cannone di potenza pari agli altri, e sono dotati di una corazzatura più che robusta. Ma sono più veloci e maneggevoli di un cingolato tradizionale.

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Come ti dispiace...... c'è da essere contenti di questa cosa, avremmo dovuto fare quello che ha fatto israele, con un handicap di mezzi e di possibilita di attacco(vedi regole di ingaggio)incredibile, risultato un disastro!!!!!!vediamo di dare una mano all'esercito libanese a disarmare ez

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Ma perchè, pensate che senza il disarmo di hetzollah la guerra si chiudera definivamente?

O pensate sia giusto che in una nazione come il libano non ci siano presenti milizie private armate?

Dovrebbe essere l'esercito libanese a diarmarlo e magari la forza ONU a dare supporto.

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Nessuno dice che Hezbollah non deve essere disarmata, ma non sono i nostri a doverlo fare, o almeno non con queste regole d'ingaggio, non con i mezzi attualmente previsti per la missione.

Al disarmo ci pensa l'esercito libanese.

Potrei anche essere favorevole al disarmo da parte della forza ONU, ma allora devono darci carta bianca...

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Nessuno dice che Hezbollah non deve essere disarmata, ma non sono i nostri a doverlo fare, o almeno non con queste regole d'ingaggio, non con i mezzi attualmente previsti per la missione.

Al disarmo ci pensa l'esercito libanese.

Potrei anche essere favorevole al disarmo da parte della forza ONU, ma allora devono darci carta bianca...

Ma non succederà mai.

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