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"Condottieri & Generali": Douglas Mac Arthur


Ospite galland

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Inauguro degnamente "Condottieri & Generali" con un profilo della controversa figura di Mac Arthur. In questi topic, con cadenza settimanale, parleremo degli uomini che in ogni tempo e paese hanno recato "la maschera del comando": Wellington, Lee, Grant, Montgomery, Badoglio, Alessandro Magno sfileranno dinanzi a noi e costituiranno oggetto di discussione e riflessione.

 

Dedico il topic all'AMICO Intruder, grande ammiratore del "Proconsole"

 

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Quando il 25 gennaio 1880 Douglas Mac Arthur venne alla luce in una gelida cameretta della guarnigione militare di Little Rock, Arkansas, la madre lo avvolse in un « sarape » a sei colori ed un domestico meticcio volle appendergli al collo il sacchetto della « medicina ». Erano, appena trascorsi quattro anni dal massacro di Custer al Little Big Horn, nel Missouri imperversava ancora il fuorilegge Jesse James, Wyatt Earp era il più famoso sceriffo dell'Arizona e gli indiani Nez Percés di « Capo Giuseppe » infliggevano pesanti perdite all'esercito federale.

 

Il padre di Douglas, il luogotenente generale Arthur Mac Arthur, era stato inviato in Arkansas per dare la caccia ai banditi che assaltavano i treni e agli indiani che rifiutavano le « riserve » e preferivano combattere. Spesso il piccolo Douglas fu svegliato, nel cuore della notte, dal crepitio delle fucilate; così, col passaggio del padre da una guarnigione all'altra, la sua fanciullezza venne scandita da episodi avventurosi e guerreschi che lasciarono in lui una profonda impronta: per tutta la sua lunga vita, infatti; rammenterà con compiacimento d'aver udito da ragazzo, all'età di nove anni, il rullo dei tamburi di guerra indiani.

 

Il luogotenente Arthur Mac Arthur era stato un eroe della guerra di Secessione. Volontario a sedici anni nell'esercito nordista, durante la battaglia di Missionary Ridge s'era guadagnata, con un gesto di valore, la « medaglia del Congresso »: alto, magro, austero, di origine scozzese ma nativo del Wisconsin - dove il padre, il nonno di Douglas, aveva ricoperto la carica di vice governatore - era uomo testardo, bizzarro ed emotivo.

 

Sua moglie proveniva dalla Virginia ed era stata considerata una delle più belle donne dello Stato; destino dei Mac Arthur: quando diede alla luce Douglas, terzogenito, lo avvolse nel mantello messicano perché, secondo le usanze dei Cheyennes, significava che il bimbo era destinato a comandare. Fu lei del resto, come annotano parecchi biografi, ad instillare in Douglas, futuro « Mikado senza corona », la convinzione di essere « un figlio del destino ».

 

Il padre di Douglas morì a Milwaukee nel 1912, in modo drammatico così com'era vissuto. Benché malato e parecchio avanti negli anni, aveva voluto partecipare ai festeggiamenti per il cinquantenario del suo antico reggimento ma, appena salito sul palco per prendere la parola, il vecchio generale, senza aver tempo di aprire bocca, era stramazzato, ucciso da una sincope. Ebbe solenni, eccezionali funerali. Era un ufficiale assai noto e stimato; agli inizi del secolo, quando gli Stati Uniti avevano strappato le Filippine alla Spagna, il vecchio Mac Arthur era stato mandato là, nel 1905, con la carica di governatore militare ed il compito di domare la guerriglia ed egli aveva improntato la propria politica ad un austero senso di giustizia e magnanimità. La sua carriera ebbe molta influenza sull'avvenire del figlio, destinato ad eclissarlo in « colore » e in celebrità.

 

I primi anni della carriera militare di Douglas Mac Arthur non hanno nulla di particolare. Cadetto a West Point - dove è capo del corso studentesco, giocatore di baseball e direttore della squadra di calcio - i suoi voti oscillano sulla media del 98,14% e, in diversi corsi, è l'unico allievo ad ottenere il 100%. Diplomato l'l 1 giugno 1903, entra subito nel Genio. La sua prima sede è alle Filippine, nell'isola di Leyte (dove sbarcherà quarantun anni dopo alla testa di una armata liberatrice) con il compito di dirigere la costruzione di caserme. Fra il 1903 e il 1910 torna in Estremo Oriente al seguito del padre, nominato dal presidente Theodore Roosevelt osservatore nella guerra russo-giapponese. Nel 1911, trentunenne, è promosso capitano e prende parte alla spedizione militare di Vera Cruz dove, fra l'altro, trova modo di apprendere fulmineamente lo spagnolo, travestirsi da indio, passare le linee e svolgere servizio di spionaggio.

 

Quattro anni più tardi, mentre in Europa scoppia la guerra, diventa maggiore e nel settembre 1917, appena gli Stati Uniti decidono di intervenire nel conflitto, entra a far parte dello Stato Maggiore.

 

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ACCADEMIA MILITARE di West Point 1895. Il cadetto Mac Arthur, quarto da sinistra, gioca in prima base nella locale squadra di baseball.

 

Trentasettenne, ambizioso,intelligente, altero, duro e testardo come il padre e come il nonno governatore, Mac Arthur trasforma la propria carriera in una rapidissima ascesa verso i massimi gradi. Propone al presidente Wilson, per l'intervento in Europa, la costituzione di una divisione, la 42°, che dovrà chiamarsi « Rainbow » (« Arcobaleno »), con uomini provenienti da tutti gli Stati dell'Unione, dall'Atlantico al Pacifico. Un'idea simile, malgrado i pareri negativi di vari generali, commuove e conquista Wilson. Seduta stante, il presidente nomina Mac Arthur colonnello e gli affida l'organizzazione della divisione.

 

Nell'ottobre 1917 il giovane ufficiale è in Francia. Stratega audace, ottimo capo di truppe, si batte nella Champagne e sulla Marna, due volte è ferito e una volta colpito dai gas. Insonne, instancabile e sempre primo in linea costringe i subordinati ad un lavoro massacrante (uno dei suoi ufficiali è un commesso di St. Louis, Missouri; si chiama Harry S. Truman, futuro presidente degli Stati Uniti) ma dall'esercito riceve tutte le decorazioni possibili, è promosso brigadiere generale e, infine, comandante in capo della divisione « Rainbow ».

 

Alla fine della guerra, dopo un breve periodo in Germania dove fa una prima esperienza di occupazione ed amministrazione militare di un Paese sconfitto, rientra negli Stati Uniti, diventa sovraintendente di West Point, va nelle Filippine e, quarantaduenne, si sposa una prima volta. Non è un matrimonio felice. La moglie, Louise Cromwell Brooks, appartiene alla migliore società di Filadelfia, è figliastra di un miliardario e suo fratello diverrà il marito di Doris Duke. Il generale, uomo severo e riservato, poiché - come dirà ad un intervistatore - i suoi principali consiglieri sono « sempre stati Washington e Lincoln », non gradisce la vita brillante del mondo dei milionari: per comodo, o per singolare vanità, Mac Arthur dorme ancora in una branda militare e non si toglie mai la divisa. Nel 1929, dopo sette anni di matrimonio senza figli, i coniugi Mac Arthur divorziano a Reno e Louise Cromwell Brooks, appena tornata libera, sposa l'attore cinematografico Lionel Atwill.

 

L'anno seguente, 1930, Mac Arthur diventa capo di Stato Maggiore, un incarico nel quale si conquista amici fedelissimi e si crea nemici irriducibili. Non troppo alto, solido, la figura stilizzata, il naso aquilino e il profilo alzato, la sua figura è ormai popolare negli Stati Uniti al pari del berretto gigantesco, l'uniforme accuratamente stirata, gli stivali lucidissimi. Il generale ha senza dubbio grandi qualità, sia di comando sia di organizzazione, ma i suoi atteggiamenti pubblici, talvolta, gli attirano critiche severe o sarcastiche.

 

Quando ad un giornalista dice che « solo Iddio o il governo degli Stati Uniti possono impedirmi di adempiere alla mia missione », il generale Enoch Crowder, eminente e valoroso ufficiale della prima guerra mondiale, commenta: « Credetti che Arthur Mac Arthur [il padre di Douglas] fosse l'uomo più ostentatamente pieno di sé che avessi mai incontrato finché non conobbi il figlio ». Nel 1934, appena sta per scadere il suo mandato di capo di Stato Maggiore, uno dei più noti « columnist », Drew Pearson, attacca Mac Arthur sul « Washington Times » scrivendo che il generale « si dà delle arie », che « si irrita perché non è promosso abbastanza rapidamente », che « spadroneggia al ministero della Guerra e intriga contro il ministro civile » e, infine, che ha proposto ad alcuni amici del Congresso una nuova legge per attribuire una salva di diciannove colpi di cannone in onore del capo di Stato Maggiore.

 

Mac Arthur querela per diffamazione sia Pearson sia il direttore del giornale sostenendo nella denuncia che queste accuse lo espongono ad una eventuale imputazione di « slealtà e condotta sediziosa » (la più grave colpa che possa essere attribuita dal codice militare americano) e chiede un indennizzo di un milione e 750 mila dollari, pari ad 800 milioni di attuali lire italiane. Tuttavia il processo non si fa, né avviene una composizione extragiudiziale (come testimonierà in seguito Pearson). Il nuovo presidente, Franklin D. Roosevelt, evidentemente solidale con Mac Arthur, gli proroga di un anno l'incarico di capo di Stato Maggiore.

 

Ma nell'autunno del 1935 il generale è disoccupato. Cinquantacinquenne, in ottima salute e pieno di ambizioni e di progetti, torna nelle Filippine, teatro delle esperienze paterne e dei suoi inizi di ufficiale. La madre, Mary, che gli è sempre stata accanto anche quand'egli era cadetto di West Point, lo raggiunge sul finire dell'anno. Durante il viaggio in piroscafo la signora Mac Arthur conosce una bruna e vivace ereditiera americana, Jean Marie Faircloth, trentacinquenne, di Murfreesboro, Tennessee. Il generale e la signorina si conoscono a Manila, si innamorano e decidono di sposarsi. Le nozze sono celebrate nel municipio di New York il 30 aprile 1937 e, subito dopo, gli sposi tornano nelle Filippine dove nascerà anche il loro unico figlio, Arthur: per quasi vent'anni non rimetteranno più piede negli Stati Uniti. Il generale, infatti, dà le dimissioni dall'esercito.

 

Ha deciso di accettare la proposta di organizzare le forze armate delle Filippine che si preparano ad ottenere l'indipendenza. L'offerta gli è stata fatta dal presidente Quezon, accompagnata dal grado (senza precedenti) di « maresciallo di campo » e da una retribuzione pari a quattro volte lo stipendio di capo di Stato Maggiore. L'arcipelago delle Filippine, settemila isole in gran parte deserte, è lungo oltre 1500 chilometri e si estende da Mindanao, a sud, ch'è grande quanto l'Irlanda, a Luzon, a nord, vasta quasi come l'Inghilterra. Da tempo la giovane repubblica, distante 10.000 chilometri dalle coste americane, teme una occupazione giapponese e per questo Quezon è ricorse all'aiuto del creatore della divisione « Rainbow ».

 

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FRANCIA, ottobre 1917: iniziata la Guerra Mondiale con il grado di colonnello, ferito due volte, Mac Arthur è promosso brigadiere generale, poi comandante in capo della 42a divisione americana

 

Mac Arthur si installa a Manila e chiede dieci anni di tempo per mettere il Paese al riparo di una invasione. Anche nelle Filippine non tardano a sorgere giudizi contrastanti sul generale: chi lo definisce un rétore, chi un mistificatore, chi un profeta. Chiuso nell'attico dell'hotel « Manila », dove vive con la famiglia, studia e decide, Mac Arthur, esprime al pubblico confuse teorie sul futuro politico del Pacifico e, in privato, si fa disegnare un berretto con fregi complicati e pesantissimi, destinato a distinguere vi stosamente la sua carica di « maresciallo di campo »: quel berretto non lo abbandonerà più, lo porterà fino alla caduta del Giappone e al suo tramonto militare in Corea.

 

Il 26 luglio 1941, di fronte all'acuirsi della crisi col Giappone e malgrado le esitazioni di Marshall, capo di Stato Maggiore, il presidente Roosevelt richiama Mac Arthur in servizio attivo come maggior generale; l'indomani, lo promuove luogotenente generale e comandante di tutte le forze armate terrestri degli Stati Uniti nell'Estremo Oriente. Automaticamente anche l'esercito filippino passa sotto le sue insegne. Ma è un esercito misero: delle progettate dieci divisioni, Mac Arthur è riuscito a formarne una soltanto, la « Philippine Scout Division », di 37.000 uomini; le altre nove contano complessivamente circa 100.000 reclute inesperte.

 

La difesa delle Filippine in caso di guerra era stata oggetto, negli Stati Uniti, di una delle più appassionanti controversie politico-militari. Larga parte dell'opinione pubblica e soprattutto del. Congresso considerava « politicamente deplorevole » l'abbandono dell'arcipelago nell'eventualità di una aggressione giapponese. Tuttavia gli argomenti contrari - quelli dei militari che sostenevano l'impossibilità di proteggere convenientemente queste isole distanti 8000 chilometri dalla principale base americana del Pacifico, Pearl Harbor - avevano finito per prevalere: gli Stati Uniti si erano limitati a fortificare la sola isola di Luzon e, più precisamente, la penisola di Bataan, presso Manila.

 

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LEYTE, ottobre 1944: alla conclusione delle operazioni di sbarco Mac Arthur si congratula con l'ammiraglio Daniel E. Barbey, e passa in rassegna un reparto motorizzato (foto in alto).

 

Nell'estate 1941, per le furibonde pressioni di Mac Arthur, lo Stato Maggiore deve mutare nuovamente idea stabilendo di difendere l'intero arcipelago. Ma, l'indomani dell'attacco di Pearl Harbor, le prime a cadere sono proprio le Filippine. Inspiegabilmente, e malgrado lo avesse prima caldeggiato, Mac Arthur rinuncia al piano difensivo generale e, con i suoi 40.000 soldati, si concentra attorno a Manila. « Per quanto saggia sul piano strategico » scrive lo storico Liddell Hart « la decisione di Mac Arthur significava che i giapponesi avrebbero potuto sbarcare quasi indisturbati ovunque ». Così infatti avviene fin dai primi giorni di guerra benché gli invasori siano ostacolati dai 100.000 uomini del neonato esercito filippino.

 

Pian piano gli americani si ritirano. Manila, in fiamme per i bombardamenti giapponesi, deve essere abbandonata. Il presidente Quezon, in fin di vita, è trasportato con la sedia a rotelle sulla nave che lo condurrà a morire negli Stati Uniti. Mac Arthur, spavaldo, col piccolo Arthur in braccio e la giovane moglie accanto « in un lungo abito bianco, i capelli sciolti e spettinati, sporca di nerofumo in viso, come una eroina di Via col vento », lascia la città per ultimo e si rifugia a Corregidor. I suoi appelli al presidente Roosevelt, con lo slogan « Pacific first », non verranno ascoltati; il ministro Knox, in un discorso, sosterrà che prima di tutto è necessario per gli Stati Uniti battere Hitler.

 

Mac Arthur è deciso a resistere sino all'estremo nella rocca di Corregidor: piuttosto che capitolare, progetta di passare di nascosto attraverso le linee giapponesi e unirsi ai partigiani filippini. Quando la « Rosa di Tokio », la celebre « speaker » traditrice, annuncia per radio che il generale, appena fatto prigioniero, verrà impiccato dinanzi al Palazzo Imperiale, Mac Arthur fa pubblicare il testo della trasmissione su tutti gli angoli non ancora diroccati della piazzaforte. Ma Roosevelt ha deciso altrimenti. A febbraio, d'accordo con Marshall, sempre piuttosto recalcitrante, affida a Mac Arthur il comando supremo del Pacifico sud-occidentale e gli ordina di trasferirsi immediatamente in Australia. Ad onore del vero, il generale - fino al limite consentito dalla disciplina - tergiversa e rinvia; poi, il 10 marzo 1942, deve obbedire.

 

E poiché è obbligato a farlo, inscena una partenza degna di un dramma: rifiuta il sommergibile, sceglie invece quattro fragili motosiluranti che dovranno affrontare un mare turbinoso su cui spadroneggia il nemico e parte col suo mirabolante berretto carico di fregi, la divisa impeccabile, la camicia aperta sulla gola, gli occhiali da sole, il figlio in braccio e la moglie accanto. E appena mette piede in Australia, ov'è atteso dalla più alta decorazione americana, la « Congressional Medal of Honor » lancia un messaggio di quattro parole che farà il giro del mondo: « Sono passato e ritornerò ». Mac Arthur manterrà la promessa, nel suo solito stile.

 

Primo compito del generale è, ora, salvare l'Australia da una possibile invasione. Gli esperti militari calcolano che, per difendere il continente, occorrano almeno 25 divisioni mentre, nell'ipotesi migliore, su una popolazione di 7 milioni di abitanti, sarà possibile arruolarne circa la metà. Lo Stato Maggiore australiano prevede quindi di abbandonare il nord e l'ovest del continente e preparare una difesa sulla linea Brisbane-Adelaide.

 

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ISPEZIONE al fronte, nei primi mesi del 1945. Il generale aveva elaborato la strategia dell'attacco « a cavalletta ».

 

 

Con la consueta sprezzante sicurezza Mac Arthur, che ha già studiato a lungo questo piano, scarta subito il progetto: « La difesa dell'Australia » dice non è possibile che dall'esterno », cioè dal baluardo naturale formato dalla Nuova Guinea e dagli arcipelaghi delle Bismarck e delle Salomone.

 

Per tutto il 1942, mentre i giapponesi passano da una vittoria sfolgorante all'altra, Mac Arthur lavora a preparare un esercito e a strappare a Washington i mezzi indispensabili lamentandosi a tutti i livelli e guadagnando sostenitori alla sua teoria secondo la quale l'Europa è trascurabile mentre il Pacifico è di vitale importanza per l'esito della guerra. Col nuovo anno i giapponesi, vittoriosi per terra, sono duramente sconfitti negli scontri navali del Mar dei Coralli e delle Midway. La loro avanzata, giunta a punte massime nel luglio-agosto 1942 con l'occupazione di Guadalcanal e lo sbarco in Nuova Guinea, si arresta per la controffensiva americana.

 

Nell'autunno 1943, nel Pacifico sud-occidentale, Mac Arthur non ha solo difeso l'Australia ma ha riconquistato quasi tutto l'arcipelago delle Bismarck e le isole dell'Ammiragliato sfondando il famoso « perimetro giapponese » codificato dalla strategia di Yamamoto. In quattro mesi cade la Nuova Guinea, grazie al « metodo della cavalletta »: le sue forze, anziché avanzare linearmente attaccando i caposaldi nemici l'uno dopo l'altro, sbarcano a molte centinaia di chilometri dalle retrovie della più vicina guarnigione giapponese lasciando all'aviazione il compito di neutralizzarla con i bombardamenti e alla marina di privarla dei rifornimenti con il blocco navale.

 

Questo « metodo della cavalletta » imprime alla riconquista americana una velocità insospettata, tanto che nel marzo 1944 i capi di Stato Maggiore possono definire la strategia per l'accerchiamento del Giappone: su Tokio punteranno due offensive parallele, una condotta da Mac Arthur attraverso il Pacifico occidentale, la cosiddetta « strada delle giungle » lungo la direttrice della Nuova Guinea, delle Molucche e delle Filippine; l'altra, nel Pacifico centrale, affidata all'ammiraglio Nimitz e conosciuta come la « strada degli atolli », cioè le isole madreporiche delle Marshall, delle Marianne, delle Caroline, delle Bonin.

 

Mac Arthur, che a forza di protestare con Washington, è riuscito a raccogliere nella « Southwest Pacific Area » un contingente di 750.000 effettivi fra soldati, marinai ed aviatori, all'inizio dell'aprile sferra uno dei colpi decisivi di tutta la sua campagna. Con eccezionale arditezza non attacca nessuno degli obiettivi che i giapponesi si aspettano (Madang, Hansa Bay o Wewak); li « salta » tutti rispuntando ad ovest, 1200 chilometri più lontano, ed occupa Hollandia. La sorpresa del nemico è totale; il colpo si ripeterà ancora e riuscirà.

 

Sei mesi dopo, all'alba del 20 ottobre 1944, Mac Arthur, che ha conquistato Morotai da quattro settimane, scaglia la Sesta Armata del generale Krueger contro l'isola filippina di Leyte. Già il primo giorno dello sbarco Mac Arthur scende a terra in mezzo ai « marines », il famoso berretto calato sulla testa, gli occhiali da sole, guazzando nell'acqua fino al ginocchio e dalla spiaggia, sotto il grandinare dei colpi giapponesi, lancia un aulico messaggio radio alla nazione filippina: « Qui è la voce della libertà. È il generale Mac Arthur che vi parla. Sono di ritorno. Per grazia di Dio Onnipotente le nostre truppe sono di nuovo sul suolo delle Filippine. Al mio fianco c'è il vostro presidente, Sergio Osmena, degno successore del grande patriota Manuel Quezon... ».

 

Il riuscito sbarco di Leyte dà forza alla tesi che Mac Arthur sostiene dinanzi a Roosevelt (preminenza alla liberazione delle Filippine) in contrasto con quella di Nimitz il quale vorrebbe andare oltre occupando Formosa, vera porta d'accesso al cuore industriale e militare del Giappone. Mac Arthur accampa, in sostegno, argomenti sentimentali e politici: « La rioccupazione delle Filippine » dice « è un, obbligo nazionale ed una necessità politica. Abbandonare alcune o tutte queste isole distruggerebbe l'onore e il prestigio degli americani in tutto l'Estremo Oriente, se non intutto il mondo ». Poi, parlando con gli intimi dopo aver vinto anche questa contesa, il generale confesserà che è impaziente di tornare a Manila da vincitore: « Là mio padre ha trionfato, mia madre vi è morta, mia moglie vi è stata corteggiata, mio figlio vi è nato ».

 

Per questi legami sentimentali, Mac Arthur vieta all'aviazione ad all'artiglieria di bombardare Manila ma il generale Yamashita, che presidia Luzon con 260.000 uomini, non si dà per vinto ed i giapponesi resistono casa per casa, strada per strada. Così Mac Arthur deve assistere impotente all'incendio che distrugge l'hotel « Manila » e l'attico dove sono stati conservati i suoi libri ed i suoi mobili. Nella campagna delle Filippine, durata otto mesi, gli americani hanno impiegato 17 divisioni e, alla riconquista di Manila, il bilancio delle perdite è di 12.300 morti e quasi 50.000 feriti: non è dimostrato, sostengono oggi gli storici, che questa campagna abbia giocato, nella disfatta giapponese, un ruolo proporzionato alla sua ampiezza ed al suo costo; una giustificazione indiretta può trovarsi solo nel fatto che le Filippine, unica repubblica in tutto il sud-est asiatico, erano rimaste fedeli all'amicizia americana.

 

Ai primi del maggio 1945 finisce la guerra in Europa. Il Giappone resiste ancora ma non sarà Mac Arthur a piegarlo col sognato sbarco nella baia di Kyoto: il lancio delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki lo priva di questa ultima conquista ed è con un glaciale silenzio che il generale accoglie nella sua residenza di Manila, il 1° agosto, l'ammiraglio Spaatz giunto in volo ad avvertirlo del « progetto Manhattan » portato a compimento. Il 2 settembre 1945, una mattinata nuvolosa e fresca, Mac Arthur, accompagnato dagli ammiragli Nimitz e Halsey - dopo una lunga e antipatica discussione telefonica col presidente Truman per stabilire l'ordine delle precedenze alla cerimonia - sale a bordo della corazzata Missouri ancorata nella baia di Tokio a ricevere la resa nemica. I giapponesi sono guidati dal nuovo ministrodegli Esteri, Shigemitsu, mutilato di una gamba. Nell'attillata divisa, il rutilante berretto in capo e la consueta camicia aperta sul collo, Mac Arthur firma per gli Stati Uniti; poi, sconvolgendo il cerimoniale, prende improvvisamente la parola per celebrare la pace restaurata nella quale associa vinti e vincitori, « both victor and vanquished ». E il primo atto che il comandante supremo militare e civile del regime di occupazione nel territorio nipponico compie all'inizio del proprio incarico.

 

 

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CON LA MOGLIE e il figlio Arthur nel 1951, al rientro negli Stati Uniti dopo essere stato destituito da comandante in capo in Corea.

 

Per cinque anni Mac Arthur diventa una specie di divinità inavvicinabile. A Tokío non ha contatti che con l'imperatore, il presidente del Consiglio dei Ministri e qualche raro alto funzionario; il suo tempo lo trascorre soltanto al tavolo di lavoro e a casa; pronuncia tre discorsi pubblici ogni anno (a Capodanno, il 3 maggio anniversario della Costituzione giapponese, il 2 settembre anniversario deIla resa) e le pochissime volte che compie una ispezione nella zona sotto il suo controllo si serve dell'aereo personale, il Bataan, che vola disarmato. Più di uno lo paragona a Cesare (anzi, lo chiamano il « Cesare del Pacifico ») per la sua forza di volontà, il narcisismo, le prolungate assenze dalla patria, il profondo interesse verso la storia, le capacità amministrative, il grande valore personale e la perizia militare, l'abilità di servirsi dei popoli conquistati, la propensione per una benevola autocrazia, il patriottismo misto ad una smodata ambizione.

 

Discendente di una famiglia di politici e militari egli è stato il più giovane generale, il più giovane comandante di divisione, il più giovane sovraintendente di West Point, il più giovane capo di Stato Maggiore. Mac Arthur è stato l'unico generale che abbia ottenuto la « medaglia d'onore del Congresso » ed il primo americano che sia diventato feldmaresciallo nell'esercito di un altro Paese.

 

Forse, se tornasse adesso negli Stati Uniti, il corso della sua eccezionale carriera potrebbe mutare. Già nel 1942, all'epoca del clamoroso arrivo in Australia, l'estrema destra del partito repubblicano, con l'appoggio dei più ostinati isolazionisti, aveva proposto il nome di Mac Arthur quale candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Nell'ottobre dello stesso anno egli però si era posto fuori gara con una esplicita dichiarazione: « ...Non ho ambizioni politiche di nessun genere. Ogni affermazione in senso contrario deve essere considerata puramente come un gesto amichevole nei miei riguardi... Ho cominciato da soldato e finirò da soldato... ».

 

Due anni più tardi il movimento in suo favore aveva ripreso forza, sorretto ancora da elementi di destra e da avversari personali di Roosevelt. Anche stavolta, nell'aprile 1944, Mac Arthur ricusò: « Chiedo che non si compia alcun passo che leghi comunque il mio nome alla candidatura. Non la desidero e non l'accetterei ». Ma nel 1948, sull'onda della vittoria, sorsero di nuovo i circoli « Mac Arthur presidente ». Uno strato non vasto ma eterogeneo e rumoroso di esponenti del giornalismo, della finanza e della cultura, gli propose la corsa alla presidenza.

 

Il generale, sorprendendo tutti, accettò : « Posso dire, con la dovuta umiltà, che tradirei tutti i miei principii di buon cittadino se rifiutassi di accettare, per i rischi e le responsabilità che esso comporta, un qualsiasi incarico pubblico al quale fossi chiamato dal popolo americano ». Il sogno ebbe breve cammino. Mac Arthur venne battuto nel Wisconsin dove guadagnò alla sua causa soltanto otto su ventisette grandi elettori. La sua candidatura, presentata a giugno a Filadelfia, « fu uno spettacolo miserevole »: nella prima votazione ebbe 11 voti su 1.094; alla terza non ne ottenne uno.

 

il prestigio del generale, idolo degli americani degli Anni Quaranta, non ne fu scosso. Il destino, tuttavia, gli serbava un'ultima vicenda amara, quella di essere uno dei pochissimi generali americani ai quali il presidente abbia tolto il comando mentre erano ancora sul campo. L'episodio, che avrebbe concluso la sua carriera militare e politica, cominciò all'alba del 25 giugno 1950 quando in Corea, dopo l'aggressione al 38° parallelo, scoppiò la guerra fra il Nord ed il Sud. Le vicende sono note. Mac Arthur, capo delle truppe dell'ONU, prese la direzione delle operazioni. Costretto nella testa di ponte di Pusan, a settembre, con uno sbarco ad Inchon e la conquista di Seul, avanzò fino ai confini con la Cina. Nel novembre la controffensiva dei comunisti, appoggiati da « volontari » cinesi, ricacciò le truppe dell'ONU al sud e il fronte si stabilizzò sul 38° parallelo.

 

Probabilmente Mac Arthur commise il primo errore quando, con lo sbarco ad Inchon, credette di aver vinto la guerra e disse a Truman, nell'incontro dell'isola di Wake, che « il pericolo di un intervento cinese era passato » (in seguito si difese sostenendo che quelle sue affermazioni erano « scherzose »). Altro errore fu quello di ritenere che il conflitto potesse avere una soluzione militare senza il rischio di una terza guerra mondiale. Per questo motivo chiese a Truman di poter bombardare le installazioni cinesi al di là del fiume Yalu, che segnava il confine con la Cina, e di impiegare - se necessario - armi nucleari.

 

Al « no » del presidente, Mac Arthur replicò indirettamente con una lettera al deputato Joe Martin, « leader » repubblicano della Camera, in cui diceva: « ...Taluni, sembra, non riescono a rendersi conto che è qui, in Asia, che i comunisti hanno deciso di giocare la loro carta per la conquista del mondo, e che noi siamo impegnati in una guerra per regolare questo problema, che noi, qui, conduciamo con le armi alla mano la battaglia dell'Europa, mentre laggiù i diplomatici la proseguono con le parole; che, se noi perdiamo in Asia la guerra contro il comunismo, la caduta dell'Europa diventa inevitabile; che, se noi vinciamo, l'Europa ha tutte le possibilità divincere e di salvare la libertà... Nulla sostituisce la vittoria... ».

 

Il 12 aprile 1951 Mac Arthur venne destituito (« per la sua insubordinazione », scriverà in seguito Truman nelle proprie memorie). La lettera di congedo diceva: « Con profondo dispiacere debbo, quale Presidente, destituirvi nelle vostre funzioni di comandante supremo... Voi trasmetterete i vostri poteri, al ricevimento di questa lettera, al luogotenente generale Matthew B. Ridgway... ». Quella sera Mac Arthur era all'ambasciata americana a Tokio e pranzava con cinque invitati. Il suo aiutante, Sid Huff, avvertì con un cenno la signora Mac Arthur che lasciò la tavola per qualche istante e poi, tornando al proprio posto, annunciò la notizia. Posando il tovagliolo con gesto calmo, il generale si volse impassibile alla moglie dicendo: « Dunque, ce ne, andiamo»,

 

 

Negli Stati Uniti lo accolsero folle strabocchevoli. Mac Arthur parlò dinanzi al Congresso con un discorso divenuto famoso, rilasciò lunghe dichiarazioni alla commissione congressuale ma il declino era ormai inarrestabile: come aveva sbagliato nella difesa delle Filippine nel dicembre 1941, così aveva errato dopo Inchon a pronosticare che, per il Natale 1950, i « marines » sarebbero tornati a casa. Il generale, ormai, aveva 71 anni e lo scacco al 38° parallelo doveva averlo profondamente amareggiato.

 

Nel gennaio 1954, al giornalista Bob Considine dell'« Hearst Press », Mac Arthur spiegò come, secondo lui, si poteva vincere la guerra in Corea. A suo parere sarebbero bastati « anche dieci giorni ». Erano però necessarie le atomiche; disse che ne occorrevano « dalle trenta alle cinquanta » e che bisognava sganciarle sui depositi di armi in Manciuria. Dopo un bombardamento del genere - aggiunse il generale - egli avrebbe lanciato all'attacco i 500.000 cinesi di Ciang Kaiscek di stanza a Formosa, « addolcendoli con due divisioni di "marines" ».

 

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A BORDO del suo aereo, nel novembre 1950, Mac Arthur sorvola il fiume Yalu che segna la linea di confine tra Corea e Manciuria.

 

Questa, la formula della vittoria. Per conseguire quella della pace, cioè per impedire che i comunisti potessero attaccare di nuovo, si sarebbe dovuta creare fra il Mar Giallo e il Mar del Giappone, sull'orlo settentrionale del fronte di guerra, « una fascia di cobalto radioattivo ». Mac Arthur spiegò pazientemente a Bob Considine che il cobalto non costa molto, può essere sparso, « da vagoni, carri, autotreni ed aerei », ha una vita attiva dai 60 ai 120 anni e quindi, almeno per mezzo secolo, nessun « giallo » avrebbe più potuto affacciarsi in Corea.

 

Bob Considine non pubblicò subito questa intervista. La tenne nel proprio cassetto per dieci anni finché Mac Arthur, il 5 aprile 1964, morì ottantaquattrenne nell'ospedale militare « Walter Reed » di New York dopo una operazione all'intestino. Aveva accanto a sé la moglie e il figlio Arthur, ventinovenne. Per disposizione testamentaria nella sua bara fu deposta una sola decorazione, quella ricevuta dopo la campagna di Francia del 1917 che aveva questa motivazione: « In una campagna in cui il coraggio era la regola, si distinse tra gli altri per coraggio ».

 

 

 

 

 

 

 

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Ospite intruder

Grande ammiratore... generale, mi permetta di inchinarmi commosso e attonito al ricordo di quello che considero uno dei più grandi generali americani e della storia in assoluto. Questo non significa che l'Uomo fosse privo di difetti o di vizi, ne ho già parlato nei due topics sulla Corea: aveva letteralmente una corte attorno a sé e una certa tendenza a favorire negli incarichi i suoi "fedeli". Dotato di un ego smisurato, sicuramente grande quanto la sua capacità professionale, praticamente privo di fiuto politico che, comunque fa a pugni con ogni considerazione militare, merita sicuramente il titolo di Cesare d'America, come nel titolo della sua biografia, scritta da un suo ammiratore, e veterano della campagna del Pacifico, combattè nelle Filippine e a Okinawa ― William Manchester.

 

Io lo ricordo con una sua frase, riferita alla guerra di Corea: War's very object is victory, not prolonged indecision. In war there is no substitute for victory.

 

Ovviamente è anche il mio pensiero.

Modificato da intruder
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Ospite intruder

Oddio, se è per questo anche Montgomery era poco più di un pallone gonfiato (meriterebbero il ricordo sicuramente meglio di lui Patton e Lightning Joe Collins). Credo che per "grandi" Galland intenda quelli che in un qualche modo hanno fatto la storia, nel bene e nel male.

Modificato da intruder
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Oddio, se è per questo anche Montgomery era poco più di un pallone gonfiato (meriterebbero il ricordo sicuramente meglio di lui Patton e Lightning Joe Collins). Credo che per "grandi" Galland intenda quelli che in un qualche modo hanno fatto la storia, nel bene e nel male.

OT on

Preferirei 100 Montgomery a 1 Badoglio, però si, egli ha fatto la storia purtroppo.

Scusate l'OT

OT off

 

Apprezzo molto questo spazio, mi servirà molto. Grazie Galland

Modificato da Hicks
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Ospite intruder
Scusa, ma il duca di Bronte non ci sarà???

 

 

Cioè Nelson? Oddio, non credo possiamo chiedere al povero Galland di postarci la biografia di ogni generale della storia, una scelta bisogna per forza farla. Vedrà lui, comunque.

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Ospite galland
Cioè Nelson? Oddio, non credo possiamo chiedere al povero Galland di postarci la biografia di ogni generale della storia, una scelta bisogna per forza farla. Vedrà lui, comunque.

 

Tranquilli ragazzi, se c'è posto per il "Marchese del Sabotino" a fortiori per Nelson ...

 

Anche gli estimatori dei condottieri transalpini saranno soddisfatti.

 

Dato che sto dando un ritmo al mio lavoro ho voluto scadensare settimanalmente le uscite.

 

Giovedì prossimo parleremo del grande rivale di Napoleone: il duca di Wellington.

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Beh, direi che in un mare così popolato di grandi personaggi fosse giocoforza necessario fare una scelta... io però vedrei bene anche altri personaggi, come, ad esempio, Federico II di Prussia... in fondo a lui si fa risalire la nascita del militarismo prussiano.

 

Ovviamente mi associo ai complimenti al sempre più sconfinato talento di Galland!

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  • 3 anni dopo...

Leggendo in questi giorni un saggio sulla Guerra nel Pacifico credo sia ragionevole scrivere che il meglio di Mac arthur possa essere visto nei primi anni di guerra, quando i suoi nemici Giapponesi avevano, in quella zona di operazioni, quasi tutti i vantaggi mentre gli Alleati potevano disporre di relativamente pochi mezzi, soprattutto nell'idea, ai più apparsa all'epoca folle, di occupare Guadalcanal già nel 1942. Col senno di poi, senza l'ostacolo di Guadalcanal e dell'aeroporto "di frontiera" di Henderson Field i Giaponesi avrebbero potuto avanzare ,con le loro forze ancora notevoli, verso le Figi e le Tonga, le qual sarebbero diventate potenziali basi da cui ostacolare sensibilmente le vitali comunicazioni fra USA e Australia/Egitto.

Si accusa Mac Arthur di essere stato molto pieno di sè, sarà anche vero, però è anche vero che se non lo fosse stato, probabilmente non avrebbe avuto la forza morale di proporre questa ed altre azioni e di continuare nonostante tutte le opposizioni, putroppo va detto che generali più amabili avevano subito gravi rovesci nelle stesse circostanze

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