Articolo di Storia Illustrata pubblicato nel decennale della battaglia (1964)
Quel mattino di marzo del 1954 il cielo di Hanoi pareva impazzito. Ondate di aerei facevano vibrare l'intera città: arrivavano da nord-est, dagli aeroporti spersi lungo il litorale del Mare di Cina, sfioravano il Ponte Doummer che scavalca il Fiume Rosso, e svanivano verso Occidente. Verso il Fiume Nero e il Laos. Dalla terrazza del Continental i giornalisti, con gli occhi gonfi per la lunga veglia, cercavano di contare le squadriglie. Per tutta la notte avevano atteso che i Dakota, col muso giallo o rosso o blu, carichi di paracadutisti, si staccassero dalle piste d'involo. Sarebbe stato il segnale: a Dien Bien Phu era cominciata la battaglia.
Quella vallata di diciotto chilometri per dodici, che sulle carte dello Stato Maggiore sembrava tanto vicina, quasi a portata di mano da Hanoi, era irraggiungibile via terra, almeno perle truppe francesi. La risaia, la giungla, le montagne, le migliaia di guerriglieri vietminh annidati lungo il percorso erano ostacoli insuperabili, e se non proprio tali capaci di rallentare sino alla disperazione la marcia di una colonna: e quindi restava soltanto il cielo per rifornire la guarnigione che il raffinato generale Navarre, mandato in Estremo Oriente dalla Quarta Repubblica con l'incarico di farla finita con la « sporca guerra », aveva cacciato in quella trappola.
« C'est la bagarre! » (« Finalmente la mischia! »), esclamavano i giovani ufficiali di Hanoi nell'attesa impaziente di raggiungere il teatro della battaglia. A Dien Bien Phu avrebbero spazzato via per sempre l'esercito di Giap, un « generale » che non aveva fatto accademia né scuole di guerra, alto poco più di un metro e cinquanta, illuso di sconfiggere un'armata che non l'avrebbe neppure accettato nelle sue file, per la scarsa statura.
Alcuni generali francesi - non molti per la verità - carichi di campagne, decorazioni e reumatismi tropicali, la pensavano in un altro modo: in quel buco, in bilico tra il Laos e il Tonchino, la Francia avrebbe perso per sempre l'Indocina. Ma ormai la grande macchina si era messa in moto: ed era impossibile fermare nel volo i « B 26 » e i « Bearcats » che puntavano verso le montagne rosse e pelate, portando sotto le ali bombe di cinquecento libbre, e coi nastri da 12,7 già infilati nelle mitragliatrici. Una sola cosa si poteva ancora salvare, per quei generali convinti dell'imminente disfatta, ma incapaci un po' per viltà e un po' per rispetto della gerarchia di denunciare la follia del Comandante supremo del Corpo di spedizione: ed era l'onore militare, in cui i soldati di tutti i tempi hanno riposto eroismo e ignoranza, dignità e superbia. Anche quei proconsoli in Estremo Oriente avevano questi pregi e difetti, ma il loro vero dramma era di non conoscere a fondo il nemico. Non riuscivano a rendersi conto che una guerra non la si vince soltanto con le armi. Soprattutto quel tipo di guerra. E in fondo era tutto qui il conflitto indocinese: uno scontro tra le idee e la forza. Le idee - giuste o sbagliate che fossero - stavano nella risaia, sulle montagne, nella giungla, erano, insomma alla macchia; la forza era invece nelle città, nei fortini, negli aeroporti. Le prime erano annamite, o comunque sbandierate dagli annamiti, e quindi si adattavano al paese; la seconda veniva invece da lontano, dalla Francia, da un mondo remoto ancora inconsapevole di quanto accadeva nel cuore del Terzo Mondo.
Alla vigilia dell'ultima battaglia, quella decisiva, Navarre, lo stratega francese in guanti di cinghiale e foulard di seta, pensava a come avrebbe salvato la faccia di fronte a una possibile sconfitta, si preoccupava dei ministri che gli stavano alle spalle, imprecava contro la Quarta Repubblica, borghese e incerta, che gli impediva di fare una guerra sul serio, centellinandogli i mezzi e gli uomini. Giap, il piccolo stratega annamita, un intellettuale costretto alla guerra, pensava invece alla rivoluzione alla quale aveva consacrato la vita. Navarre ha studiato all'alta scuola di guerra e conosce i segreti della strategia da Giulio Cesare a De Gaulle; Giap ha letto Mao Tse-tung e Marx, conosce palmo per palmo la risaia e la giungla, e soprattutto sa leggere nel cuore dei suoi soldati.
Comunista Giap e colonialista Navarre? Sono definizioni che non spiegano nulla quella mattina del '54. Giap è comunista in quanto il suo nazionalismo, il suo desiderio di liberare l'Indocina dai francesi sono nati nella clandestinità, dove i comunisti rappresentavano la parte più solida, più organizzata. Navarre è colonialista perché la Francia, il suo paese, gliel'ha ordinato: è un soldato che ubbidisce; e che come gli altri, suoi colleghi dell'Armée sente ancora l'umiliazione della sconfitta del '40. e vede in questa « sporca guerra », una possibilità di riscatto. E’questo stato d'animo, maturato in Estremo Oriente, che porterà più tardi i generali e i colonnelli d'Algeri alle rivolte contro Parigi; i futuri protagonisti della guerra d'Algeria sono tutti qui in Indocina: Salan, Massu, Saint-Marc, Challe, Gardès... Tutti ufficiali napoleonici nati con un secolo. e più di ritardo: capaci di sferrare una carica di cavalleria o di saltare col paracadute, ma costretti a usare una tattica che è al di sopra delle loro forze intellettuali : la guerra psicologica.
Bisogna fare qualche passo indietro per capire come si arrivò alla vigilia di Dien Bien Phu, e cioè alla fine di una campagna coloniale iniziatasi nel '46, quando ancora in Francia si spazzavano via le macerie del secondo conflitto mondiale. Sino al '50, quando la « sporca guerra » compi quattro anni, la Francia non si era preoccupata di quella lotta silenziosa che i suoi soldati conducevano dall'altra parte del mappamondo, in Indocina. A Parigi, a Lione, a Marsiglia si pensava a una delle solite ribellioni che l'esercito avrebbe presto domato. Era accaduta la medesima cosa nell'immediato dopoguerra in Cabiria e nel Madagascar; e le truppe coloniali, la Legione Straniera e i cannoni della Marina avevano messo a posto ogni cosa.
Tra Parigi e Saigon ci sono diecimila chilometri; dopo avere percorso quell'enorme distanza le notizie arrivavano nelle case dei borghesi francesi completamente deformate. Inoltre, poiché chi moriva nella giungla e nella risaia era tedesco, o spagnolo, o italiano, cioè un mercenario della Legione, oppure algerino e marocchino, e quindi senza parenti nella Francia metropolitana, i bollettini di guerra non si davano neppure la pena di segnalare le perdite « francesi ».
Nel '45 il generale De Gaulle si era assunto il pesante compito di ricostruire l'Impero francese. Quella penisola grande due volte l'Italia, che si stende sul Mare di Cina, non doveva essere persa, come era accaduto per la Siria e il Libano. La Francia doveva conservare quella sua colonia in Estremo Oriente, dove gli americani avevano concesso l'indipendenza alle isole Filippine, predicavano l'anticolonialismo e l'antifeudalesímo, ma nello stesso tempo erano costretti a rimpinzare d'armi e denari il corrotto esercito di Ciang Kai-shek.
Per riprendere in mano quella vecchia colonia, sulla quale sventolava dal 1884 il tricolore francese, il governo di Parigi aveva mandato laggiù un corpo di spedizione comandato dal generoso e sfortunato generale Leclerc. Un ufficiale che aveva partecipato alla Resistenza, e che subito cercò un'intesa con Ho Chi-minh, il solo uomo che rappresentasse qualcosa nel paese, dal Tonchino alla Cocincina. Ho Chi-minh chiedeva l'indipendenza del Viet Nam (e cioè del territorio indocinese, esclusi il Laos e la Cambogia che formano degli Stati a sé) in seno alla costituenda Unione Francese. Leclerc era d'accordo; ma a Parigi si covavano tutt'altre idee, Anche perché pochi conoscevano da vicino Ho Chi-minh e la sua terra. Eppure quel rivoluzionario si era formato proprio nel cuore della metropoli.
Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale parecchi indocinesi giunsero in Francia. Molti indossavano la divisa dell'Armée e più tardi avrebbero combattuto con i poilus, i fantaccini della Marna e di Verdun. Altri avevano attraversato l'oceano Indiano e il Mediterraneo, più o meno volontariamente, per venire a lavorare nelle miniere e nei campi dove mancava la mano d'opera, oppure per essere impiegati come bep (così vengono chiamati i cucinieri annamiti) nei locali esotici parigini. Fra quest'ultima vi era un giovane dall'aspetto malaticcio, la fronte spaziosa e gli occhi febbricitanti, che si distingueva per la conoscenza delle lingue occidentali e perché aveva sempre qualche libro sotto il braccio. Aveva vent'anni e parlava correntemente l'inglese, il francese e il portoghese. Era arrivato in Francia dopo avere navigato, corre mozzo, a bordo di una nave mercantile. Il suo nome, a quel tempo, era Nguyen Ai Quoc, che in annamita vuol dire “Giovanni il Patriota”. La leggenda - tutto è leggenda nella vita di Ho Chi-minh - dice che egli aveva ereditato quel nome dal padre, nato e morto nella provincia di Vinh, nell'Annam. Appena messo piede a Marsiglia, Nguyen Ai Quoc salì sul primo treno diretto verso la capitale. A Parigi il giovane annamita trovò lavoro come sguattero in un ristorante e poi come ritoccatore presso un fotografo di Montmartre. Nessuno poteva immaginare che quel giovane indocinese, affogato in un consunto vestito di taglio europeo, avrebbe sconfitto un giorno l'esercito francese e sarebbe diventato capo di uno Stato, la Repubblica Popolare del Viet Nam, grande quasi la Francia.
Ho Chi-minh in quegli anni si chiamava ancora Nguyen Ai Quoc. Cambiò nome nel '40 per poter rientrare in Indocina. Le autorità francesi lo credevano morto, ed egli sotto un'altra identità si sarebbe potuto muovere con tranquillità, senza trascinarsi dietro i sospetti, le condanne, le prevenzioni che accompagnano il nome di un rivoluzionario con più di vent'anni di attività alle spalle. Furono i suoi compagni - sempre secondo la leggenda - a battezzarlo Ho Chi-minh, che in annamita vuol dire « colui che illumina », Nel 1919, sconosciuto quanto lo poteva essere un garzone di fotografo con la pelle gialla, sperso in una capitale come Parigi, si rivolse ai Quattro Grandi, impegnati nella Conferenza per la pace, con una lettera in cui chiedeva l'applicazione dei « principi » di Wilson al Viet Nam. Il messaggio non ottenne ovviamente risposta, e allora il giovane ritoccatore di fotografie decise di consegnarne altri, e personalmente, ai presidenti Wilson e Clémenceau, dei quali leggeva sui giornali le frasi inneggianti alla libertà e all'uguaglianza dei popoli. Un giorno, a Versailles, riuscì a superare i cordoni della polizia e a scivolare tra le gambe delle imponenti guardie repubblicane, salì correndo le scale che i due capi di Stato scendevano e porse loro le lettere. La scena durò qualche secondo, perché, subito, Nguyen Ai Quoc fu agguantato da solide mani e rigettato tra la folla.
Fallito questo tentativo decise di seguire altre strade e cercare altre alleanze. Capì che tutti quei bianchi, difensori della libertà in casa propria, erano meno entusiasti quando si trattava della libertà altrui. Si iscrisse alla « Lega dei diritti dell'uomo », organizzò l'Unione intercoloniale dei popoli di colore, una specie di sindacato per i lavoratori africani e asiatici, e incominciò a stampare un giornale, « Il Paria », sul quale condusse una campagna contro l'imperialismo. Da questa attività all'iscrizione al partito socialista e poi a quello comunista non c'era che un passo. Vi sono situazioni in cui chi è per la libertà e chi è per il comunismo si trovano di fronte al medesimo avversario, ed allora la cooperazione diventa necessaria.
Nel 1920 Nguyen Ai Quoc si iscrisse alla S.F.I.O. (il partito socialista francese) e in quello stesso anno partecipò, al congresso di Tours, durante il quale, come accadde a Livorno per quello italiano, si formò il partito comunista francese. E così Ho Chi-minh aderì all'Internazionale comunista e in pochi anni diventò uno dei più abili agenti del Còmintern in Asia. Nel 1925 è a Mosca, poi si sposta a Canton per preparare i quadri della futura rivoluzione: fa seguire dei corsi di guerra rivoluzionaria ai vietnamiti in esilio, e poi li fa rientrare clandestinamente in Indocina. Nel 1933 è in prigione ad Hong Kong, alcuni anni dopo è a Rangun. Ed è in uno di questi viaggi che conosce il futuro stratega del suo esercito: Vo Nguyen Giap, il generale senza accademie e scuole di guerra, che sconfiggerà i generali francesi carichi di diplomi e di medaglie, a Dien Bien Phu.
Giap ha vent'anni di meno dello « zio Ho»: è nato nel Nord Annam nel 1912, da una famiglia di contadini. A quattordici anni si è iscritto a un'associazione clandestina che ha per fine l'indipendenza del Viet Nam, e quattro anni dopo conosce per la prima volta le prigioni francesi. Riacquistata la libertà aderisce al partito comunista. Per vivere dà lezioni in una scuola privata di Hué, l'antica capitale dell'impero d'Annam. Nel 1937, il futuro « generale » si laurea in legge all'università di Hanoi. Il battesimo del fuoco lo avrà qualche anno più tardi, quando i giapponesi, d'accordo con le autorità francesi che hanno aderito al governo di Pétain e controllano ancora l'Indocina, occuperanno il Tonchino, l'Annam e la Cocincina; le tre provincie che formano il Viet Nam.
In Europa la seconda guerra mondiale, la sconfitta, poi la guerra civile e l'occupazione tedesca hanno fatto dimenticare ai francesi la loro immensa e ricca colonia asiatica. Soltanto De Gaulle, da Londra, manda dei suoi emissari ai partigiani vietnamiti che si battono sulle montagne contro i soldati di Tenno. Ho Chi-minh ha capito infatti che è giunto il momento di agire: ha formato un Fronte della Indipendenza, il Vien Minh, e si è dato alla macchia. Per ora il nemico da combattere è l'esercito giapponese. Più tardi, a guerra finita, potrà chiedere l'indipendenza in cambio del contributo dato alla causa alleata. Giap è incaricato della guerriglia e della formazione delle organizzazioni clandestine nelle città. Un'ottima esercitazione per il conflitto di domani.
Nell'agosto 1945 i giapponesi firmano la resa senza condizioni. Lo « zio Ho » (così chiamano Ho Chi-minh gli uomini della guerriglia) si installa ad Hanoi, proclama la Repubblica democratica del Viet Nam, e comincia a trattare con i francesi. Alla firma dell'armistizio, con la resa del Giappone, l'Indocina del Nord è stata occupata dai cinesi e quella del Sud dagli inglesi, nell'attesa che si decida la sorte del paese. Gli americani appoggiano in pieno il movimento indipendentista di Ho Chi-minh, e in quel periodo i futuri guerriglieri comunisti dimostrano la loro simpatia per gli amici yankee vestendosi da cow boy, trascinandosi dietro ai comizi qualche militare della missione USA. I coloni francesi, che hanno collaborato con i giapponesi e le autorità di Vichy, schiumano dalla rabbia: capita che nelle strade centrali di Hanoi e di Saigon gli indocinesi li facciano scendere dal marciapiedi. Forse subiscono il razzismo che hanno imposto per decenni; forse si tratta soltanto di una punizione per il loro collaborazionismo con l'Asse. Qui la Resistenza è rappresentata dagli annamiti, e il nazi-fascismo dagli europei e dai giapponesi. Soltanto Ho Chi-minh, che installatosi ad Hanoi ha proclamato la Repubblica democratica del Viet Nam, non nasconde la sua simpatia per i francesi e cerca di trattare con loro. Non ha dimenticato gli anni trascorsi a Parigi e non esita a dichiarare che egli ama la Francia dove ha imparato a conoscere la libertà. Egli vorrebbe trattare l'indipendenza in seno all'Unione Francese. Capisce che ha bisogno della Francia per avviare il suo paese verso la libertà assoluta e l'indipendenza economica. La Cina, gigantesca e straripante alle spalle dell'Indocina, è sconvolta dalla guerra tra Ciang Kai-shek e Mao Tse-tung : inoltre, gli annamiti hanno sempre guardato con sospetto e timore al troppo grande vicino, che nei secoli passati ha considerato i paesi limitrofi terreni da rapina. Benché comunista, lo « zio Ho » sente anche lui questa profonda diffidenza nei confronti dei compagni cinesi.
Sbarcato il corpo di spedizione francese comandato da Leclerc, con l'accordo degli alleati, e partiti i cinesi dal nord e gli inglesi dal sud, Ho Chi-minh va a Parigi, in visita ufficiale. Egli è ricevuto da Bidault con tutti gli onori dovuti a un Capo di Stato. I parigini lo festeggiano. Ma la conferenza che si svolge a Fontainebleau fallisce e lo « zio Ho » rientra ad Hanoi senza aver ottenuto nulla. Ormai le truppe francesi hanno raggiunto tutti gli angoli del paese, e Ho Chi-minh si trova costretto a trattare non più con gli uomini politici della metropoli, ma coi funzionari coloniali e gli ufficiali dell'Armée, gente che non vuol sentire la parola indipendenza.
Il 23 novembre 1946 accade l'irreparabile. Il colonnello Débes, comandante della piazzaforte di Haiphong, il porto del Tonchino, ordina che le truppe vietnamite lascino il quartiere cinese secondo un accordo tra vietnamiti e francesi, che nelle ultime ore sono venuti alle mani. Alle 10 del mattino le navi francesi ancorate nel porto aprono il fuoco; per ordine del colonnello Débes case e capanne vanno in frantumi; la popolazione annamita, terrorizzata, si schiaccia nelle strade e cerca di raggiungere la campagna. I proiettili della Marina falciano tutto: donne, uomini, bambini. Il giornalista Paul Mus, sul settimanale cattolico « Temoignage chrétien » del 12 agosto e del 18 novembre 1949, scrive che secondo l'ammiraglio francese Battét le vittime di quel bombardamento furono seimila. Seimila donne, uomini, bambini annamiti inermi. Il 19 dicembre gli uomini del Viet Minh che si batterono contro i giapponesi, sparano contro l'Armée: ad Hanoi quaranta europei vengono massacrati nelle loro case. Ho Chi-minh non si rivolge più alla Francia. Il 20 dicembre 1946 si dà alla macchia col suo governo. Ha inizio così la guerra che durerà sette anni, sette mesi, dodici giorni, e che farà centomila morti solamente da parte francese.
L'organizzazione preparata in vent'anni dallo « zio Ho » ora diventa utile. Il 16 agosto 1945, data della capitolazione giapponese, il generale Giap disponeva di un esercito di seimila uomini: per lo più armati di vecchi fucili da caccia, coltelli per la giungla e persino schioppi dell'epoca di Luigi Filippo rubati nei musei francesi. La sera del 19 dicembre 1946 l'esercito del Viet Minh era composto da trentamila uomini regolarmente inquadrati e seminati nel Tonchino, e da altri diecimila sparsi nel Centro Annam. A Sud, in Cocincina, seimila guerriglieri insidiavano da tempo gli avamposti francesi. In un anno e mezzo Giap aveva quasi moltiplicato per dieci la sua armata.
Il problema numero uno per il Viet Minh è quello di assicurarsi la collaborazione della maggior parte degli annamití. Nei villaggi controllati dai francesi le cellule clandestine dividono gli abitanti in categorie: la gioventù maschile, quella femminile, i vecchi inoperosi, i contadini, i non contadini. Tutti, dal medico al conduttore di risciò, vengono registrati e controllati. In pochi mesi gli agenti del Viet Minh conoscono coloro sui quali possono contare e chi invece
deve essere sorvegliato. Nei centri in mano « viet » l'organizzazione viene tesa alla luce del sole: i responsabili di ogni categoria seguono l'andirivieni dei loro iscritti. Se un contadino si ammala e viene ricoverato in ospedale il « responsabile » deve saperlo; se un operaio o un contadino cambia casa o villaggio il suo spostamento è subito segnalato. Tesa questa ragnatela diventa impossibile per l'avversario infiltrarvi degli agitatori, delle spie, armi potentissime in qualsiasi guerriglia.
Accanto alle due « gerarchie » base - dei militari e degli ausiliari - vi è quella di partito. Di quest'ultima fa parte l'élite della popolazione, quella che ha cariche direttive. L'applicazione di questo sistema porta dunque alla « occupazione delle persone fisiche »: cioè al controllo di coloro che vivono sul territorio in guerra. Resta l'« occupazione delle anime », alla quale si arriva con la guerra psicologica. Nelle zone « viet » e in quelle francesi non si ripeterà per anni che una parola: doc lap, indipendenza. Partendo da questo
laconico slogan si cercherà di conquistare la simpatia degli abitanti del quartiere, del villaggio, dell'intero paese. Chi vuole la doc lap? Lo « zio Ho ». Chi aiuta lo «zio Ho »? L'esercito. Come si chiamano gli amici dello « zio Ho »? Patrioti. E i suoi nemici? Traditori. Dopo tre anni il linguaggio di gran parte degli annamiti aveva assimilato questa terminologia: chi aiutava il Viet Minh era un patriota, chi lo boicottava era un traditore. Ed era un traditore chi non dava il suo riso all'esercito di liberazione e chi, ad esempio, non imparava a leggere. Persino imparare l'alfabeto era diventata un'azione clandestina, in cui erano complici quelli del Viet Minh e gli allievi. Nei momenti di riposo i soldati riunivano tutti gli abitanti del villaggio e insegnavano loro a leggere. E le prime parole da mandare a memoria erano: traditori, patrioti, zio Ho, libertà.
Dopo tre anni si ebbero i primi risultati. Ecco un episodio che dimostra coree la tecnica della guerra psicologica funzionasse. Saigon era presidiata da cinquemila soldati francesi e da almeno diecimila poliziotti di Bao Dai, l'imperatore fantoccio. Un giorno il capo di una cellula « viet » ordina che tutti i macchinari di una grande officina di Cholon, il quartiere cinese, vengano smontati e portati nella giungla. Dieci giorni dopo i due ingegneri che dirigono l'officina trovano i capannoni non solo deserti, ma vuoti. Dei macchinari e dei loro operai si avrà notizia alla fine della guerra. La grande officina era stata ricostruita dagli operai nella giungla per fabbricare armi per l'armata di liberazione.
Seguendo passo per passo i « cinque tempi » della guerra rivoluzionaria, secondo gli esempi di Mao Tse-tung, Giap riuscì a formare dal nulla un esercito scalzo ma funzionante come una macchina elettronica.
All'inizio del primo tempo tutto era ancora informe: qualche migliaio di guerriglieri e una popolazione indifferente. Nelle città, nei villaggi, nelle risaie incominciarono gli attentati terroristici. Il coltivatore di riso, il lustrascarpe, lo studente, il conduttore di risciò si chiesero sgomenti che cosa stesse accadendo. Trovarono subito chi era disposto a fornire spiegazioni: gli attentati erano contro gli oppressori. Ma questa prima spiegazione non era certamente sufficiente per uomini e donne resi indifferenti da ottant'anni di colonialismo. Furono i soldati e i poliziotti francesi, con le loro rappresaglie sconsiderate, a creare il clima della lotta clandestina. E anche questo era previsto nei testi rivoluzionari studiati da Giap. Per il soldato e il poliziotto europeo il nemico, o comunque colui di cui si doveva diffidare, diventò chiunque avesse la pelle gialla e gli occhi a mandorla. Tra i «nemici » e i « sospetti » per nascita si strinse un'alleanza spontanea. Si formarono quindi, grosso modo, due fazioni: gli europei, e cioè i «persecutori », e gli asiatici, cioè i « perseguitati ». Coloro che collaboravano con i francesi erano sempre dei « recuperabili », ai quali bisognava rendere evidente la loro posizione di eterni « sospetti ».
Nel secondo tempo gli attentati continuarono, ma assunsero un'altra forma. Diventarono individuali e furono quasi sempre giustificati: il poliziotto ucciso era un seviziatore, l'impiegato assassinato commetteva abusi, il contadino sequestrato aveva aiutato il medico. Sul piano militare, le prime unità di guerriglieri s'infiltrarono in territorio nemico. Erano protette dal silenzio della popolazione intimorita o favorevole. Chi non collaborava, almeno col silenzio, veniva abbattuto o deportato, o in tutti i modi punito. Si ebbero villaggi rasi al suolo dai « viet », dagli stessi uomini che in un altro villaggio, a pochi chilometri, insegnavano a scrivere e a leggere. Questo era il terzo tempo.
Nel quarto, con l'aiuto delle cellule che avevano suddiviso la popolazione in categorie e la controllavano, iniziò il lavoro costruttivo. Comparirono i primi elementi dell'esercito regolare, che poi abbandonarono i centri abitati e si impegnarono in combattimenti, imboscate, attacchi studiati con arte. Tra i contadini e quelli delle città si iniziò la raccolta del denaro, cominciarono a funzionare i tribunali, si arruolarono i giovani, anche con reclutamenti obbligatori. E tutto questo avveniva non soltanto nei territori controllati dai « viet », ma anche in quelli francesi: la ragnatela clandestina arrivava ormai negli angoli più remoti del paese.
Nel marzo del '50 un'automobile si ferma davanti al liceo « Petrus-Ky », a Saigon, e ne scendono quattro vietnamiti armati di mitra. A pochi metri c'è il quartier generale francese, e nelle strade accanto circolano vetture militari della Legione Straniera e dei paras. Disinvolti, i quattro annamiti entrano nel liceo, raggiungono un'aula in cui si tiene lezione. Un cenno al professore vietnamita e quello tace. La scolaresca si alza in piedi silenziosa: e il più anziano dei quattro « giudici » legge la sentenza di morte contro un allievo, accusato di avere denunciato un amico « viet » alla polizia. Il condannato esce dall'aula, e i suoi compagni di classe non si seggono sino a che la raffica di mitra nel cortile non si è spenta. I poliziotti francesi non riusciranno a tirar fuori una parola dalle loro bocche. Neppure dai cattolici, che non amano il Viet Minh.
Nel quinto tempo il sistema raggiunse la quasi perfezione. Le piccole unità dell'esercito regolare si unirono e formarono battaglioni, reggimenti, divisioni. Fu come mettere insieme i pezzi di un mosaico da tempo preparato. Furono costituite le scuole per i graduati e si organizzarono centri di addestramento. Parecchi ufficiali e sottufficiali furono formati nelle scuole francesi: molti studenti « viet » si iscrissero, infatti, ai corsi allievi ufficiali aperti dall'Armée per i quadri dell'esercito di Bao Dai, l'imperatore fantoccio, e il giorno della promozione disertarono con armi e diploma per raggiungere l'armata di Ho Chi-minh.
La popolazione fu incaricata di procurare i viveri, di segnalare dove si potevano recuperare armi. I contadini ospitarono le truppe di passaggio, fornirono informazioni sul nemico. Quasi tutto il paese fu lentamente mobilitato per la « guerra totale ». Quando iniziò la battaglia di Dien Bien Phu, il Viet Minh aveva le sue fabbriche d'armi, i suoi ospedali, i suoi depositi di munizioni, le sue redazioni di giornali: il tutto nella giungla. Dal '50 in poi - è vero - ebbe alle sue spalle la Cina comunista. Ma con le sole armi Giap, la formica, non avrebbe vinto gli uomini di Navarre, con gli aerei, le armi e i carri armati made in USA.
Tra i francesi il clima era diverso. Bastava spingersi sino alla rue Catinat - i Campi Elisi di Saigon - per rendersene conto. Alle tredici, ora dell'aperitivo, un uovo posato sull'asfalto di una qualsiasi strada della Cocincina cuoceva in pochi minuti: e allora, per proteggersi dal caldo gli ufficiali superiori, i soldati in licenza, i funzionari francesi si rifugiavano sulla terrazza del Continental. II whisky e il pernod invitavano alle smargiassate. Ai piedi della terrazza, protetti dalle strisce d'ombra, sonnecchiavano gli scheletrici conduttori di risciò. Spesso tra di loro vi erano degli informatori « viet » che registravano nei loro cervelli le frasi imprudenti del colonnello e del funzionario.
Un tenente in divisa bianca, del Terzo reggimento della Legione Straniera, raccontava agli amici delle sue avventure nel Tonchino. Spiegava come on casse du nhac. Casser du nhac, voleva dire « spaccare annamiti » (nhac, da nhac-qué, in annamita vuoi dire contadino), cioè uccidere annamiti. Nelle giornate di calma, quando il suo avamposto sul Fiume Rosso non veniva attaccato dai viet, il robusto tenente del Terzo saliva sulla torretta di bambù per le sentinelle e con una carabina americana abbatteva i contadini che lavoravano nei campi. Per prenderli di sorpresa, spiegava, bisognava attendere qualche ora, sino a che se n'erano ammassati almeno una decina ed erano abbastanza lontano dai ripari. Allora si colpiva il primo, o comunque si sparava la prima cartuccia. Gli altri tentavano di fuggire terrorizzati e allora il tiro a segno diventava divertente. Ma gli annamiti, dopo qualche giorno di paura, tornavano sempre sul posto, non potendo rinunciare al raccolto dei campi.
Nelle strade di Cholon, ogni mattina si raccoglievano tre o quattro morti ammazzati; e non si riusciva mai a capire perché e da chi fossero stati uccisi. Se per un conflitto tra sette religiose (ce ne sono almeno una ventina nel Viet Nam: i caodaisti, i bin-xuíen, banditi spavaldi e pronti a passare al servizio del più ricco; e poi le innumerevoli chiese buddiste, confuciane, tao-liste eccetera); se per motivi politici da un partigiano di Bao Dai, l'imperatore filo-francese, o se invece da un viet, partigiano di Ho Chi-mihn; se per liti di gioco; se per loschi traffici di donne e d'oppio. Per non rischiare attentati, i bottegai pagavano le tasse ai « viet », ai baodaisti,ai francesi, ai bin-xuien, ai caodaisti. Per ripararsi dalle bombe - come del resto nel centro di Saigon - i bar erano protetti da solidi graticci, e i poliziotti privati perquisivano chi entrava in un cinema o in un negozio.
In quegli anni la corruzione di una società coloniale da tempo avviata verso la putrefazione, si mescolava alla brutalità e all'eroismo del Corpo di spedizione francese. Quest'ultimo, di circa centoventimila uomini, era composto esclusivamente da soldati di mestiere. I due terzi erano legionari (tedeschi in grande maggioranza, italiani, spagnoli, slavi), marocchini, algerini e senegalesi. I reparti francesi erano impiegati soprattutto nelle retrovie. Soltanto alcuni battaglioni di paracadutisti e squadroni blindati partecipavano alle operazioni. C'era poi l'esercito di Bao Dai, inquadrato da ufficiali e sottufficiali francesi, composto in gran parte da cattolici, e spalleggiato dalle bande caodaiste, dalle tribù moi e thai.
Gli ufficiali superiori e subalterni dell'Armée avevano alle spalle, ancora fresca, l'esperienza del secondo conflitto mondiale: si erano visti sconfitti nel '40 ed avevano in gran parte partecipato alla liberazione della Francia e alla Campagna d'Italia. Erano arrivati in Estremo Oriente imbottiti di idee sul come condurre una « guerra rapida », e si erano trovati di fronte a dei guerriglieri che si immergevano nelle acque della risaia per quattro giorni, respirando con una canna di bambù, che riuscivano a infilarsi in una caserma presidiata da mille uomini e piazzare una mina sotto la seggiola del colonnello, che sapevano morire senza batter ciglio. Come considerare dei soldati quei banditi, incapaci di mostrare la faccia?
Ma fu proprio nell'ottobre del '50 che i « viet » mostrarono la faccia e dimostrarono di non essere soltanto dei terroristi, ma anche dei soldati. Il 2 ottobre il generale Revers, di ispezione nel
Tonchino, ordina alle guarnigioni di Lang Son, Cao Bang e That Khé di abbandonare le tre città situate sul confine con la Cina. Ora che i comunisti di Mao sono arrivati alle porte del Viet Nam, a pochi metri dall'avamposto di Mon-Cai, i guerriglieri dello « zio Ho » minacciano le tre roccaforti francesi. Lo stato maggiore di Hanoi preferisce quindi ritirare le sue truppe verso il delta del Fiume Rosso, per potere parare su un terreno più favorevole una possibile offensiva.
L'evacuazione dei tre avamposti viene diretta stupidamente e cinquemila uomini, forse i migliori reggimenti d'Indocina, cadono in un'imboscata. I « viet » hanno teso la trappola con i loro reparti più agguerriti sulla « strada coloniale numero 4 »; il terreno è favorevole a un attacco di sorpresa: la strada si insinua tra le montagne come un torrente. La colonna francese proveniente da That Khé è guidata dal colonnello Charton. comandante del terzo reggimento della Legione. Il « terzo » è il reparto più decorato dell'Armée, sulla sua bandiera c'è anche la medaglia d'oro italiana, guadagnata tra Cassino e Radicofani. Con i legionari c'è un reggimento arabo comandato dal colonnello Lapage. I due ufficiali sono vecchi soldati cotti dal sole della colonia. Hanno le idee ben precise sul come condurre una battaglia.
Charton sarebbe piaciuto a Kipling: claudicante, usava il bastone per spingere i suoi legionari all'attacco. Per due giorni nella gola della « strada coloniale numero 4 » sciabolò la schiena dei suoi uomini che senza più munizioni, e schiacciati nelle loro buche dal fuoco nemico, aspettavano che i « viet » si decidessero a ingaggiare un combattimento all'arma bianca. Prima di cadere prigioniero, Charton schiaffeggiò anche il suo collega Lepage che in un momento di sconforto aveva deciso di arrendersi.
Da Hanoi arrivarono due battaglioni di paracadutisti, ma furono pochi quelli che toccarono terra vivi. L'aviazione lanciò munizioni, ma i magazzinieri avevano sbagliato calibro.
L'operazione guidata da Giap in persona riuscì invece alla perfezione: alla fine della battaglia i francesi avevano lasciato sulla « numero 4» più di mille morti, e tutti i sopravvissuti erano prigionieri. Fu in quell'occasione che in Francia si accorsero che in Indocina c'era una vera guerra. E a Saigon, i clienti del Continental cominciarono a parlare seriamente di un certo « generale » Giap.
Tre anni e mezzo dopo Dien Bien Phu. E questa volta è il mondo intero che si accorge della « sporca guerra »: a Washington, dove è appena stato chiuso il dossier coreano, i generali pensano a un probabile intervento, in aiuto dei francesi. Nelle riunioni segrete al Pentagono si parla persino di lanciare una bomba A nella zona di Dien Bien Phu. Ma poi i legionari e i paras vengono lasciati soli in quella valle micidiale: e così il mondo assisterà sino all'ultimo a una battaglia inutile, dove il coraggio, da entrambe le parti, si sprecherà in abbondanza.
A Dien Bien Phu le parti si sono però rovesciate: sette anni prima erano i x viet » a subire gli attacchi e a battersi col solo coraggio; adesso sono i soldati francesi, che devono puntare soprattutto sull'eroismo individuale, mentre i « viet » hanno dalla loro l'organizzazione, il numero, il terreno e persino i mezzi. Il generale Navarre ha fatto in modo che i suoi soldati vengano para-. lizzati in quella buca.
All'inizio l'idea era apparsa geniale: sulla carta, infatti, Dien Bien Phu sembrava inespugnabile. Trasformata la valle in una fortezza, il Viet Minh vi si sarebbe spezzato contro le corna. Mancando le strade non vi avrebbe potuto trascinare l'artiglieria; i rifornimenti per l'assedio sarebbero arrivati a stento. Nell'arena, al centro della vallata, ci sarebbero stati i francesi trincerati, e pronti a balzare all'attacco: sulla gradinata dell'anfiteatro c'era posto per i « viet » costretti a scoprirsi per scendere al centro. L'aviazione e l'artiglieria di Navarre avrebbero schiacciato qualsiasi velleità di Giap. La guarnigione sarebbe stata vettovagliata per via aerea.
Ma Giap aveva messo in moto le sue formiche: mobilitò migliaia di contadini che, attraverso la giungla e la risaia con biciclette, carretti e buoi trascinarono sulle « gradinate » di Dien Bien Phu artiglieria e munizioni. Scavarono trincee mimetizzate dove nascosero cannoni e mitragliatrici. E quando si sferrò l'attacco ben pochi aerei francesi riuscirono a posarsi nella valle: l'antiaerea « viet » aveva isolato la guarnigione. E i fanti partirono all'assalto come talpe, scavando trincee nella notte fino ad arrivare sotto agli avamposti francesi. Di fronte a Giap, l'intellettuale diventato stratega, il povero colonnello De Castries, comandante della guarnigione, non poté difendersi con dignità. Nel suo bunker giocava a bridge con gli ufficiali, aspettando la fine, attendendo che il numero dei suoi coraggiosi soldati ammazzati fosse sufficiente per salvare l'onore delle armi francesi. E infatti l'onore dell'Armée ne uscì intatto: ma ancora oggi si discute in Francia, sull'abilità di Navarre e sul coraggio di De Castries.
La battaglia fu un capitolo a sé: fu lo scontro tra l'astuzia e il regolamento, tra la strategia « rivoluzionaria » e quella tradizionale. Fu una pagina, insomma, che entrerà certamente nella storia militare, accanto a Waterloo, a El Alamein, a Narwick. In quanto all'Indocina finì spaccata in due, come la Corea: a Nord i comunisti di Ho Chi-minh, a sud i nazionalisti sostenuti dai marines USA, che hanno preso il posto dei paras e dei legionari. Ma nella giungla la guerriglia continua ancora oggi.
Bernardo Valli
Le tappe dell'insurrezione
24 luglio 1945
Il Giappone proclama solennemente l'indipendenza dello Stato unificato del Viet Nam, comprendente il Tonkino, l'Annam e la Cocincina rimettendone il potere al governo di Bao Dai, imperatore dell'Annam.
16 agosto 1945
Capitolazione del Giappone
26 agosto 1945
L'imperatore Bao Dai abdica e il partito del Viet Minh assume ufficialmente il potere sotto la presidenza del comunista Ho Chi-minh.
5 ottobre 1945
I primi contingenti di truppe francesi sbarcano a Saigon.
6 marzo 1946
La Francia riconosce lo Stato libero del Viet Nam « nel quadro della Federazione Indocinese e della Unione Francese ».
20 novembre 1946
Incidente nel porto di Haiphong: una postazione vietnamita apre il fuoco su di un battello francese.
19 dicembre 1946
Insurrezione di Hanoi. Nei giorni seguenti le ostilità si estendono in tutto il Tonkino e il governo di Ho Chi-minh abbandona Hanoi nella quale è stato proclamato lo stato di assedio. 31 dicembre 1946
Memorandum di Ho Chi-minh che chiede il ritiro delle truppe francesi sulle posizioni che occupavano il 19 dicembre.
19 giugno 1947
Nuovo messaggio di Ho Chiminh che afferma il suo desiderio di negoziati.
10 settembre 1947
Il governo francese lancia un appello al fine di trovare un sostituto di Ho Chi-minh per quanto riguarda le trattative ostacolate dalla intransigenza del presidente vietnamita.
18 settembre 1947
Da Hong Kong dove era rifugiato, l'ex imperatore Bao Dai si offre per trattare con la Francia e per arbitrare il conflitto tra quest'ultima e il Viet Nam.
6 dicembre 1947
Nella baia di Along viene firmato un protocollo tra il rappresentante francese e Bao Dai. aprile 1948
In sette provincie della Cocincina viene proclamato lo stato d'assedio.
5 giugno 1948
Firma dell'accordo tra il governo provvisorio formato da Bao Dai e la Francia, che riconosce l'indipendenza del Viet Nam e la sua adesione all'Unione Francese.
8 marzo 1949
Scambi di lettere tra il presidente della Repubblica francese Auriol e Bao Dai che conferma l'accordo del 5 giugno 1948. Nel contempo gran parte del paese è rimasta fedele a Ho Chi-minh e la lotta continua.
1950
I francesi abbandonano poco a poco il Nord Viet Nam, costretti dall'offensiva Vietminh a ripiegare sul delta del Fiume Rosso.
1951
Continue offensive Vietminh nel nord del Tonkino, lungo il delta del Fiume Rosso, nella regione Thai, lungo il fiume Day. Nel novembre le truppe francesi occupano Hoa Binh.
22 febbraio 1952
I francesi evacuano Hoa Binh.
13 ottobre 1952
Nuova offensiva Vietminh nella regione Thai.'
1 dicembre 1952
Offensiva Vietminh contro Na Sam che viene occupata verso la metà del mese.
gennaio 1953
Offensiva Vietminh sugli altopiani dell'Annam.
8 maggio 1953
Il gen. Navarre viene nominato comandante in capo.
9 settembre 1953
Gli USA accordano alla Francia un aiuto eccezionale di 385 milioni di dollari per quanto riguarda la guerra.
23 dicembre 1953
Invasione Vietminh nel Medio Laos.
1 febbraio 1954
Invasione del Nord Laos da parte delle truppe del Vietminh. 13 marzo 1954
Primo assalto del Vietminh a Dien Bien Phu.
7 maggio 1954
Caduta di Dien Bien Phu.
20 luglio 1954
Viene firmato a Ginevra il « Cessate il fuoco » in Indocina.