Aerei Militari Forum: IL MIO NOME E' JONATHAN. - Aerei Militari Forum

Salta al contenuto

0

Benvenuto su Aerei Militari Forum

Benvenuto visitatore! Per ottenere il massimo dei vantaggi dal forum, Registrarti! Basta meno di un minuto! Oppure fai il login.

Gli utenti registrati otterranno, tra l'altro, i seguenti benefici:

  • Aprire una nuova discussione o rispondere a quelle già esistenti
  • Effettuare ricerche dettagliate
  • Abbonarsi ai forum o alle discussioni per ricevere una notifica in caso di risposta
  • Creare un proprio album fotografico
  • Personalizzare il proprio profilo, visualizzare quello degli altri e stringere amicizie
  • Tante altre personalizzazioni
Guest Message by DevFuse
  • (3 Pagine) +
  • 1
  • 2
  • 3
  • Non puoi rispondere in questa discussione

IL MIO NOME E' JONATHAN. ISRAELI COMMANDO RAID: Operation Thunderbolt.

#41
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
99 minuti a Entebbe

L'evacuazione

A quel punto la forza d’assalto era riuscita ad eliminare ogni minaccia immediata contro gli ostaggi all’interno del terminal e nelle sue immediate vicinanze, fatta eccezione per gli ugandesi asserragliati sulla torre di controllo, che però erano costantemente tenuti sotto il tiro dalle armi delle Land Rovers e degli uomini dell’Unità non direttamente impegnati nel rastrellamento del terminal e nella conta degli ostaggi.
Mentre Udi Shalvi si attestava con i blindati a nord dell’old terminal, Alik Ron ricevette da Betser l’ordine di recarsi al Karnaf-Quattro, appena atterrato, che doveva imbarcare i passeggeri del volo 139 e i feriti.
Betser aveva sentito per radio che il quarto Hercules si era arrestato a ovest un po’ troppo lontano dall’old terminal per cui ci voleva qualcuno che lo raggiungesse e che lo guidasse in sicurezza più vicino a loro.
Il maggiore Betser racconta:

" Gli ostaggi avevano dato chiari segni di shock. Non gli si poteva certo dire semplicemente: 'Correte in quella direzione finchè non trovate un grande aereo', ma bisognava trasportarli e verificare che nessuno si smarrisse nel buio e soprattutto bisognava far avvicinare di più il Karnaf-Quattro.

Alik Ron abbandonò la sua posizione davanti alla hall grande, da dove dirigeva il tiro dei veicoli contro la torre e fece venire Blumer.
Passando accanto ad Hasin che soccorreva Netanyahu, Ron ricorda che era talmente scosso che arrivò a minacciare l’ufficiale medico:

“Meglio per te se lo curi bene, o te la vedi con me!”.

Ron, che in seguito si sarebbe scusato con Hasin, prese Blumer con sé e i due si incamminarono cautamente verso ovest con i visori notturni e i Kalashnikov in posizione di fuoco.
Prima furono sul raccordo del terminal e dopo 200 metri sulla pista obliqua. Sul raccordo si imbatterono nella jeep comando di Shomron, che volle sapere cosa stessero mai facendo lì e quindi nel corpo di una delle due sentinelle ugandesi abbattute all’inizio dell’azione. Ron si fece dare la radio da Blumer e chiamò per radio per avvertire che stavano arrivando all’Hercules-Quattro, in modo da non farsi uccidere dai soldati della Golani che circondavano l’aereo.
Giunti sotto il Karnaf-Quattro sulla pista obliqua, videro che l’intero corpo della Sanità era sbarcato e aveva preso posizione a 50 metri dal C-130, assistendo i primi feriti in arrivo.
Ron e Blumer corsero da Halivni in cabina e gli spiegarono in cosa consisteva la richiesta di Muki Betser. Halivni conosceva bene l’aeroporto per cui capì subito dove si sarebbe dovuto portare con il C-130 senza finire nel fuoco degli ugandesi nella torre di controllo. Ron e Blumer scesero dall’Hercules e rifecero il percorso inverso.
Halivni girò l’aereo e fece avanzare il Karnaf-Quattro sulla pista obliqua fino a raggiungere, senza imboccarlo, lo svincolo del raccordo per l’old terminal, 151 metri esatti a ovest della torre di controllo assediata.
Halivni arrestò l’aereo, tirò i freni a rimase in attesa a motori accesi e con la rampa posteriore abbassata.
Come tutti gli altri dell’Aeronautica, anche Halivni e i suoi avevano indossato elmetti e giubbotti antischegge.
Halivni racconta:

“Restammo in attesa, ognuno al suo posto. Potevamo sentire le esplosioni e gli spari alla torre di controllo e vedevamo i traccianti volare dappertutto nel buio intorno all’aereo. Ognuna di quelle pallottole avrebbe potuto facilmente penetrare nel velivolo.
Ricordo che mormorai diverse volte la preghiera
– Dio aiuta Israele! Che l’aereo parta senza essere colpito. –”.



Intanto all’old terminal, Shaul Mofaz era andato da Betser nella hall grande per rendersi conto meglio della situazione e aiutare a portar via gli ostaggi. Nel farlo passò di fianco a Netanyahu esanime con Hasin che lo soccorreva lì accanto.
La scena era illuminata dalla luce arancione degli incendi di diversi materassi, che erano stati incendiati dai proiettili roventi.
Dal blindato di Mofaz, Dagan e gli altri sparavano ininterrottamente alla torre di controllo con le .50 e con gli RPG.
Mofaz decise che ne aveva abbastanza; urlò agli ostaggi e ai soldati che li aiutavano:

“Sbrigatevi maledizione!”

Ma quasi tutti i passeggeri erano in stato confusionale e dovettero essere accompagnati come bambini; diversi di loro poi si ostinavano a voler trasportare con sé i propri effetti personali e il bagaglio!
Mofaz e gli uomini dell’Unità glielo vietarono. Un soldato dell’Unità racconta:

“Se non fossimo stati sotto il fuoco, sarebbe stato divertente. Era quasi impossibile separarli dalle loro cose. Tornavano in dietro a prenderle. La cosa più importante per loro erano le loro valige! Dovemmo letteralmente strappargliele di mano e spingerli con decisione verso l'uscita.”.

Appena un gruppo di passeggeri veniva fatto uscire, La forza di copertura ravvicinata alzava un vero muro di fuoco contro la torre di controllo, in modo da obbligare gli ugandesi a tenere giù la testa, poi i passeggeri venivano caricati il più in fretta possibile su una delle Land Rover. Al volante di esse, Amitzur Kafri ricorda:

“Gli ostaggi salirono in massa, si aggrappavano a tutto quello che potevano. Mi parve di trasportare all’Hercules una piramide umana. La mia arma era finita sotto di loro per cui non avrei potuto usarla! Per fortuna non ce ne fu bisogno”.

Il dottor Hasin aveva medicato le ferite del comandante, ma non poteva fare nulla per l’emorragia interna, tranne infondere plasma in vena: Netanyahu stava morendo. I bendaggi applicati sul petto e sul dorso del ferito servivano più che altro a segnalare le ferite all’anestesista e ai chirurghi. Non c’era altro da fare. Hasin richiese per radio l’evacuazione immediata del ferito con precedenza assoluta.
Arrivò Rami Sherman, comandante della forza di copertura ravvicinata. Scansò rudemente Tamir alla radio, vide Netanyahu in coma e aiutò Hasin a deporlo su una Land Rover. Poi Sherman strappò letteralmente l’autista dal posto di guida, assegnandolo immediatamente alla linea del fuoco e si mise personalmente al volante. Hasin rimase con altri feriti.
La jeep era già carica di passeggeri, ma appena videro che si caricava un ferito grave, scesero tutti spontaneamente e si incamminarono a piedi.
Dagan dal blindato ordinò ai suoi fuoco a volontà contro la torre di controllo, mentre Sherman metteva a tavoletta l’acceleratore della Land Rover urlando a Bukhris di saltare su subito.
Bukhris lì accanto fece appena in tempo a balzare sulla jeep di Sherman in movimento. Si mise subito alla calibro .50, la voltò e lasciò partire una lunga raffica interminabile, mentre Sherman imballava il motore come se volesse fonderlo, accelerando sempre più sul raccordo. La torre di controllo si allontanò sempre più velocemente dietro di loro.
Bukhris continuò a sparare con la mitragliatrice pesante finchè la canna incandescente non iniziò a fumare e gli avambracci non iniziarono a dolergli ed anche così continuò a fare fuoco sugli ugandesi mentre il pianale della Land Rover scompariva sotto un tappeto di bossoli roventi.
In un attimo furono all’Hercules. Sherman inchiodò. La Land Rover pattinò per un buon tratto prima di arrestarsi sotto la coda. Sherman saltò giù e rintracciò Dolev, poi lui e Bukhris presero Netanyhu e lo consegnarono nelle mani dei medici, dopodiché ripartirono per l’old terminal.

"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 30 aprile 2011 - 11:39

0

#42
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
99 minuti a Entebbe

L’evacuazione seconda parte

Gli uomini dell’Unità proseguivano intanto nell’arduo compito di accompagnare al Karnaf-Quattro gli ostaggi sotto shock. Nessuno doveva essere abbandonato.
Portato a termine uno scrupoloso rastrellamento dell’old terminal e della zona immediatamente circostante alla ricerca di ugandesi o di ostaggi dispersi, vennero chiamati anche la Land Rover e il pick-up Peugeot della Golani per dare una mano al trasporto dei passeggeri liberati.
Gli uomini del Sayeret Matkal iniziarono a caricare gli ostaggi liberati sulle jeep, dando la precedenza alle donne, ai vecchi e ai bambini. Gli uomini che potevano camminare venivano riuniti in piccoli gruppi e spediti a piedi lungo il raccordo, dove i fanti della Golani li stavano aspettando.
Ogni volta che partiva un veicolo carico di passeggeri, dalle due Land Rover dell’Unità sotto la torre di controllo e dal blindato di Dagan partiva un uragano di fuoco, per impedire agli ugandesi di sparare sugli ostaggi in partenza.
Come prima cosa, nella hall grande, Mofaz e Peled rintracciarono Amir Ofer, che parlava inglese meglio di loro e gli dissero di trovare subito il comandante del volo 139, il capitano Michel Bacos.
Ofer lo trovò e si fece dire da lui quanti erano di preciso i passeggeri rimasti. Bacos disse che dovevano esserci esattamente 105 persone e non 106: una passeggera infatti, Dora Bloch, era disgraziatamente stata trasportata all’ospedale di Kampala.
Gli israeliani spiegarono bene a Bacos e ai suoi cosa dovevano dire ai passeggeri per fare prima e per correre minor rischi possibili.
Per prima cosa, tutti dovevano ritrovare le scarpe, perché i terroristi avevano ordinato loro di togliersele e quindi erano scalzi.
Ofer ricorda che nel fumo e nel frastuono generale il tecnico di volo francese Jacques Le Moine gli passò accanto conducendo diversi passeggeri: era scalzo.
Amir Ofer lo prese per un braccio e per farsi sentire gli urlò:

“Le scarpe! Le scarpe!”. Indicando i piedi scalzi del tecnico.

Il tecnico di volo ubbidì e tornò in dietro a cercare le sue scarpe in mezzo al caos di lenzuola, bagagli aperti e materassi bruciati che regnava sul pavimento della hall.
Niente da fare: Le Moine non trovava le sue scarpe. Allora il francese disperato ritornò scalzo.
Ofer gli fece cenno con la testa che aveva capito e gli disse di andare comunque avanti anche se era scalzo, ma all’uscita della hall un ragazzo dell’Unità che stava a copertura degli ostaggi, notò il francese scalzo, lo fermò e lo rimandò all’interno a cercare le sue scarpe.
Il balletto ricominciò, finchè Ofer non capì quello che succedeva e avvertì la sentinella di lasciar passare il tecnico di volo scalzo.
Racconta Ofer:

“Era una situazione abbastanza buffa. Io non avevo ancora compiuto 23 anni e quel tecnico di volo francese che aveva la responsabilità di 300 persone veniva da me con aria sconsolata a dirmi come potrebbe fare un bambino: ‘Non trovo le mie scarpe! Lui mi ha detto di cercarle, ma io non le trovo!’
Gli feci gesto che andava tutto bene, gli dissi che poteva andare anche scalzo e mi incamminai verso la sentinella per avvertirla”.


Ad un certo punto, un passeggero emerse dal fumo e si presentò agli israeliani. Era Ilan Hartuv, il figlio di Dora Bloch che era stata trasportata all’ospedale di Kampala perché si era sentita male a causa del cibo.
Ora Ilan era indeciso se andarsene con la forza d’assalto venuta a liberarlo, oppure restare con la madre a Kampala. Pensava di restare.
Mofaz e Ofer lo dissuasero: restare avrebbe significato morte certa.
Per Hartuv fu una decisone terribile da prendere, ma non c’era nulla da fare per sua madre.
Ofer squadrò l’uomo da capo a piedi, poi chiese a Bacos di mandare qualcuno dell’equipaggio francese a sorvegliare a vista Hartuv mentre venivano trasportati sull’Hercules-Quattro, in modo che l’uomo non facesse pazzie tipo allontanarsi per restare a terra.

Alcuni ostaggi risultavano leggermente feriti da schegge di vetro e detriti caduti durante la sparatoria.
Ofer avanzava controcorrente, in mezzo alla marea umana di passeggeri diretti alle uscite del terminal, per raggiungere il fondo della sala e assicurarsi che nessuno fosse rimasto in dietro.
Arrivato in fondo si voltò e vide una giovane, probabilmente una hostess dell’Air France, che non riusciva a muoversi.
Ofer mise il Kalashnikov a tracolla e la soccorse subito. La ragazza era in abiti molto succinti. Ofer pensò che doveva essersi spogliata a causa del gran caldo, come aveva visto fare a molti altri ostaggi.
La giovane lo vide e cominciò a piangere e a urlare:

“Sono colpita! Sono colpita!”.

Ofer fece per ispezionarla, ma lei glielo impediva.
Allora Ofer spazientito la prese con decisione e le disse di indicargli dove era ferita. La ragazza gli mostrò l’interno di una coscia, ma Ofer vedeva solo un graffietto assolutamente superficiale, per cui per accertarsi che non ci fosse nulla di più grave afferrò la giovane e la esaminò per bene. Quella per fortuna non aveva niente, ma andò in crisi isterica e sembrò andare in coma.
Peled arrivò e domandò ad Ofer che cosa stesse facendo. Amir spalancò le braccia disperato. Peled vide la ragazza in piena crisi isterica e capì:

“Portala fuori subito! Sbrigati sergente!”

“Aiutami!”


Peled aiutò Ofer a issarsi la giovane svenuta sulle spalle, poi i due uscirono dalla hall deserta e in fiamme.
Appena Ofer, oberato dal peso della ragazza, fece un passo fuori dall’uscita della hall, una pallottola di piccolo calibro gli passò vicino alla testa: lo spostamento d’aria gli scompigliò i capelli.
Il sergente si piegò ancor di più e partì a razzo, mentre velocemente faceva un calcolo mentale:

“Se quel colpo mi era stato sparato da un uomo che si stava spostando a 300 metri da me, la prossima pallottola mi sarebbe passata a tre metri. Ma se si trattava di uno sulla torre di controllo a 30 metri da me, la prossima pallottola mi sarebbe entrata in testa.
Presi la ragazza che avevo in spalla e me la girai sul collo: adesso se mi avessero sparato la pallottola se la sarebbe presa lei.
La cosa curiosa è che tempo dopo la vidi in TV mentre raccontava che noi non c’eravamo preoccupati molto dei passeggeri e che solo un ragazzo, il suo eroe, l’aveva salvata caricandosela in spalla...”.


Intanto la fiumana di passeggeri arrivava al Karnaf-Quattro. Danny Dagan faceva la spola tra il terminal e l’aereo con la sua M-38 blindata, stendendo un ombrello di fuoco protettivo a copertura di quei passeggeri che non avevano trovato posto sulle jeep e dovevano arrivare a piedi fino all’aereo.
Per impedire che i civili si perdessero a causa del buio e della confusione, il colonnello Uri Saguy della Golani aveva ordinato che i suoi fanti si disponessero ai due lati del percorso dei passeggeri, formando una specie di imbuto che convogliava gli ostaggi liberati direttamente verso la rampa abbassata del C-130 fermo in attesa alla fine del raccordo per l’old terminal.
Gli ostaggi sembravano molto provati e apparivano stranamente apatici e indifferenti. Bisognava afferrarli e spingerli avanti nella stiva per fare spazio a quelli che continuavano a salire.
Una volta a bordo dell’Hercules, i passeggeri del volo 139 se ne rimanevano in piedi, muti e immobili sotto le luci al neon della stiva. Sembravano svuotati di ogni energia.
Lì vicino, a fianco del Karnaf-Quattro, gli ufficiali del Corpo di Sanità stavano intanto soccorrendo i feriti. Netanyahu era stato trasportato lì.
Il colonnello medico Elan Dolev, anestesista e comandante di tutto il team sanitario a Entebbe e il dottor Ephraim Sneh dei paracadutisti avevano fatto l’impossibile per cercare di strappare Netanyahu alla morte, ma non ci fu nulla da fare: l’emorragia interna era stata troppo grave. La vita di Netanyahu fuggì via e il suo cuore smise di battere; a nulla valsero i ripetuti tentativi di rianimarlo del dottor Dolev.
Il corpo di Netanyahu venne avvolto in una coperta di alluminio e imbarcato sull’Hercules-Quattro.
I passeggeri che salivano la rampa dell’aereo videro il cadavere e chiesero chi fosse. Gli assistenti di sanità glielo spiegarono.
Arrivarono anche i due passeggeri gravemente feriti durante l’irruzione dell’Unità nella hall: Pasco Cohen, con un proiettile nel bacino e Yitzhak David, il sopravvissuto ai campi di sterminio che era stato colpito al polmone sinistro da una pallottola di rimbalzo.
Vennero trasportati a bordo anche i due passeggeri deceduti: Jean-Jacques Maimoni e Ida Borokovitch.
I 16 fanti della Golani facevano intanto del loro meglio per sospingere verso l’Hercules la massa dei passeggeri che scendeva dalle jeep.
Bisognava avere mille occhi, perché gli ostaggi liberati erano come imbambolati e bastava un niente perché uscissero dalla fila e si perdessero nelle tenebre ai lati della pista.
Uri Saguy ordinò ai suoi uomini un conteggio dei civili che salivano a bordo sul Karnaf-Quattro.
Gli uomini della Golani iniziarono a contare ad alta voce le persone che passavano loro davanti dirette alla rampa del C-130. I fanti facevano tutto ciò che era in loro potere per contare e contemporaneamente non perdere di vista un solo civile, ma quel conteggio si rivelò impraticabile. La confusione e l’emozione erano eccessive per tutti: nessuno dei ragazzi della Golani arrivava mai allo stesso risultato degli altri.
Cominciarono ad arrivare anche i primi componenti dell’equipaggio Air France e allora quelli della Golani chiesero il loro aiuto per conteggiare i passeggeri.
I membri del Corpo di Sanità iniziarono a smontare l’ospedale da campo per poi riallestirlo all’interno del C-130 in modo da poterci trasportare i feriti ed essere pronti a decollare appena possibile.



"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 30 aprile 2011 - 19:52

0

#43
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
99 minuti a Entebbe

L'evacuazione terza parte


Nel frattempo, Omer Bar Lev e gli uomini del secondo blindato erano rimasti soli. A bordo della loro M-38 erano corsi a est secondo gli ordini di Mofaz ed ora erano appostati all’estremità del raccordo orientale: di fronte a loro la pista militare di Entebbe.
Al loro arrivo la zona appariva del tutto quieta, ma ora l’aeroporto militare ugandese sembrava in fermento, si vedevano ombre correre da tutte le parti.
Attraverso il suo visore notturno un caporal maggiore di Bar Lev osservava i Mig parcheggiati.
Nel piazzale nord si contavano tre Mig-17, su quello sud invece si vedevano distintamente cinque Mig-21. Gli aerei erano visibilissimi, argentei nella loro livrea metallica e con le sgargianti coccarde ugandesi.
Quegli aerei non erano un pericolo diretto per la squadra a terra, ma rappresentavano una minaccia mortale per gli Hercules.
Il caporal maggiore distolse l’attenzione dal suo visore e si voltò a guardare Omer. Non c’era bisogno di parole: ma che cavolo stavano aspettando!
Omer Ber Lev si fece passare al radio VHF e chiamò Mofaz suo superiore diretto, per fargli presente che Netanyahu aveva ordinato di distruggere i Mig anche senza autorizzazione.
Mofaz e la sua equipe erano impegolati con gli ostaggi e ne avevano fino al collo, così la richiesta di Bar Lev cadde nel vuoto e Omer rimase con la radio in mano e senza ordini.
Non avendo ricevuto risposta, alla fine Bar Lev decise autonomamente: scansò un suo uomo e si mise personalmente alla calibro .50. Da meno di 200 metri aprì sui Mig un fuoco d’inferno. I suoi lo imitarono.
Spararono con tutto quello che avevano, le . 50, le M-60 e anche con gli RPG.
Gli otto Mig furono sbriciolati.
Almeno tre di essi eruppero subito in enormi esplosioni a forma di fungo, che illuminarono a giorno la scena fino all’old terminal, mentre il cherosene fuoriuscito dai serbatoi squarciati si incendiava sulla pista, creando un mare di fuoco arancione.
Nell’udire quel gigantesco boato, al terminal tutti si voltarono verso le esplosioni dei Mig. Persino alla torre di controllo per un attimo ugandesi e israeliani smisero di sparare, osservando affascinati il vasto incendio giù alla base militare.
Mofaz allargò le braccia e sollevò gli occhi al cielo, chiedendosi chi aveva di sua iniziativa aperto il fuoco sugli aerei militari nemici, ma Biran e Oren inaspettatamente lo rassicurarono: il generale Adam, dal suo 707, aveva appena dato l’ordine di attaccare i Mig, tuttavia loro non avevano ancora potuto comunicarlo a Omer Bar Lev, il quale comunque, come tutti potevano vedere, doveva aver già agito da solo.
Così, l’ordine di Adam fu eseguito anche se non per via gerarchica.
Illuminati dal vasto incendio dei Mig sulla pista militare, gli Uomini del Sayeret Matkal portavano intanto a termine l’evacuazione degli ostaggi. Tra gli ultimi civili a lasciare l’old terminal c’erano il comandante Michel Bacos e i due riservisti dell’Aeronautica uno dei quali era Uzi Davidson.
Insieme a Ofer e agli altri, Bacos e Davidson si accertarono che nessuno fosse rimasto in dietro.
Ripercorsero in lungo e in largo le due hall dell’old terminal che erano state la loro prigione per una settimana. Avendole trovate del tutto vuote e invase dal fumo degli incendi, anche Bacos, Davidson e l’altro riservista si decisero ad avviarsi a passo spedito verso il Karnaf-Quattro. Raggiunto sani e salvi l’aereo vi salirono a bordo .
Appena Amnon Halivni seppe che Bacos era a bordo del suo Hercules, per la prima volta da quando erano decollati da Ofira si alzò dal posto di pilotaggio e scese nella stiva per incontrare il comandante francese.
La stiva era stracolma di gente in piedi e ammutolita. Nella metà anteriore della fusoliera era stato riallestito il piccolo ospedale volante, con le barelle disposte su due livelli e fissate a entrambi i lati della stiva e a un’incastellatura al centro dell’aereo. Il personale sanitario si prendeva cura dei feriti, mentre i morti erano stai avvolti in coperte termiche e disposti nelle barelle inferiori. Tra essi c’era anche il corpo di Netanyahu.
Il maggiore Halivni riconobbe subito Bacos, grazie alla sua divisa Air France; il pilota israeliano si fece largo in mezzo alla ressa di gente e raggiunse il comandante francese.
Halivni strinse la mano a Bacos e si fece dire la lui a quanto doveva ammontare il conteggio esatto dei passeggeri, poi chiamò il loadmaster del suo C-130 e gli ordinò la conta dei civili a bordo.
Bacos rassicurò Halivni, dicendo che lui aveva già verificato e che c’erano tutti, ma Halivni fu irremovibile e insistè per il conteggio con il suo loadmaster, ordinando anche che i nomi dei passeggeri venissero man mano scritti su un foglio, che avrebbe fatto da manifesto di carico dell’aereo.
Il loadmaster e gli addetti al carico del C-130 si misero al lavoro, ma anche stavolta la conta dei passeggeri, anche ripetuta più volte, si rivelò impossibile: troppa confusione.
I passeggeri stessi cercarono di tranquillizzare Halivni dicendogli che si erano contati tra di loro e che non mancava nessuno. Persino Ilan Hartuv, disperato per sua madre, era presente.
Alla fine, Halivni stesso, non soddisfatto, tentò di contare personalmente i passeggeri, ma anche lui si avvide che era impossibile. Michel Bacos e i passeggeri comunque lo convinsero: si erano contati da loro ed erano tutti. A bordo c’erano 105 persone compreso l’equipaggio Air France.
Non c’era più tempo per nulla ormai. Non si poteva più indugiare, i rischi stavano diventando inaccettabili. Halivni e il suo C-130 erano fermi da 26 minuti nei pressi dell’old terminal e a tiro degli ugandesi nella torre di controllo. Solo il buio e il fuoco continuato degli uomini del Sayeret Matkal li aveva protetti fino ad allora, ma adesso bisognava andare.
Amnon Halivni si decise, invitò Bacos in carlinga e avvertì tutti di prepararsi al decollo immediato.
Rimessosi ai comandi del suo aereo, Halivni contattò Adam sul 707. Lo mise al corrente che aveva preso a bordo tutti gli ostaggi liberati, poi chiese e ottenne l’autorizzazione di Adam per lasciare Entebbe.
Fatto questo, Halivni chiamò Shomron e chiese che venissero accese le luci dell’aeroporto.
Dalla nuova torre di controllo, appena conquistata, i paracadutisti che non conoscevano gli interruttori accesero le luci di tutto l’aeroporto. Davanti agli occhi di Halivni come per magia riemersero dalle tenebre le luci di tutte le piste e dei raccordi.
Halivni effettuò gli ultimi controlli, poi mollò i freni del Karnaf-Quattro e si mosse verso nord sulla pista obliqua, girò a sinistra e si immise sulla main runway completamente illuminata.
Una volta là, dette tutta manetta e alle 00:52 ora locale il Karnaf-Quattro decollò da Entebbe diretto a sud, portando finalmente via da lì tutti gli ostaggi liberati.
Appena decollato, una volta in salvo sul lago Vittoria, Halivni virò con decisione a sinistra, facendo prua a est e verso la salvezza dell’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta di Nairobi, dove Halivni era ben deciso ad atterrare in emergenza con o senza autorizzazione: il suo Hercules aveva carburante per meno di 90 minuti di volo.

"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 30 aprile 2011 - 21:30

0

#44
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
Vittoria a Entebbe

Il decollo del Karnaf-Quattro con gli ostaggi a bordo era stato visto da tutti gli uomini che si trovavano in quel momento al new terminal per il rifornimento dei tre C-130 rimanenti.
Shiki Shani era seduto al suo posto di pilotaggio a bordo del Karnaf-Uno e stava sorvegliando il rifornimento del carburante, quando aveva visto le luci di tutto l’aeroporto accendersi e aveva udito per radio Halivni che chiedeva e otteneva l’autorizzazione al decollo.
Subito dopo, l’Hercules-Quattro era passato a tutta velocità sulla main runway davanti al new terminal e Shani aveva udito dalla carlinga del suo aereo le urla degli uomini che esultavano alla vista del Karnaf-Quattro che lasciava Entebbe.
In quel momento, tutti seppero che l’obbiettivo primario della missione era stato raggiunto.
Sul piazzale APRON del new terminal, c’era anche un C-130 ugandese. Era l’aereo di Idi Amin, che proprio il pomeriggio precedente era ritornato in volo dalle Mauritius, dove aveva presenziato a una conferenza dell’Unione Africana.
Gli israeliani si guardarono bene dal distruggere quel velivolo: se infatti uno dei loro C-130 fosse stato danneggiato, avrebbero senz’altro usato l’Hercules di Idi Amin per andarsene.
Anche se gli ostaggi erano ormai in volo per Nairobi, la situazione per gli uomini che restavano a Entebbe non era per niente rosea.
I tecnici dell’Aeronautica stavano facendo del loro meglio per rifornire i tre Hercules rimanenti con il carburante dei serbatoi civili di Entebbe, ma Shani sapeva che la cosa avrebbe potuto richiedere ore.
Ore durante le quali avrebbe potuto succedere di tutto: il Mossad aveva avvertito che c’erano più di 10.000 soldati ugandesi nel raggio di 20 miglia lì attorno. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe successo.
Giù all’old terminal frattanto, gli uomini del Sayeret Matkal si prepararono a sganciarsi dagli ugandesi. Il vecchio terminal di Entebbe si presentava con le pareti crivellate di colpi, avvolto da fumo nero e con le finestre rischiarate dagli incendi che lo divoravano al suo interno.
Dall’interno della torre di controllo, incredibilmente, gli ugandesi sparavano ancora, anche se il loro ritmo era completamente cambiato: si erano accorti che ormai nel terminal non restava più neanche un ostaggio e quindi sparavano più per salvare la faccia che per altro e non si esponevano più come prima.
Muki Betser decise che ormai era inutile restare lì ed era ora di raggiungere gli altri al new terminal. Chiamò Mofaz e gli disse che se ne andavano. Mofaz si preparò a coprirli con i blindati.
Shlomo Reisman si mise accanto a una delle due Land Rovers dell’Unità e iniziò a fare l’appello; aveva un foglio di cartoncino su cui spuntava i nomi con una matita.
Chiamò ogni uomo della forza d’assalto per verificare che fosse presente. Arrivò a “Netanyahu Yonathan” e uno gli rispose che era stato evacuato perché ferito; allora anche Reisman si ricordò che con la coda dell’occhio aveva visto pure lui il comandante cadere a terra, ma poi era stato talmente coinvolto nel combattimento da dimenticarsene.
Completato l’appello, tutta la forza del Sayeret Matkal risalì sulla Mercedes e sulle due Land Rovers usate per l’assalto. Amitzur Kafri sempre alla guida della sua Mercedes.
Gli ugandesi nella torre di controllo videro che gli israeliani se ne andavano e ricominciarono un fuoco d’inferno. Danny Dagan dalla M-38 blindata riprese a sparare contro la torre con i suoi uomini, mentre il “corteo in parata” della Mercedes e delle due Land Rovers spariva nelle tenebre alla volta del new terminal.
La disposizione del corteo era la stessa dell’andata: la Mercedes in testa e le due Land Rovers a chiudere il convoglio, facendo fuoco anch’esse sulla torre di controllo, per coprire la ritirata.
Mentre il Sayeret Matkal si sganciava, un tiratore ugandese nella torre di controllo ebbe la sua occasione di affacciarsi a una finestra da dove lasciò andare una lunga raffica di Kalashnikov all’indirizzo degli israeliani.
Per fortuna, la sua mira faceva pena e non colpì nessuno, ma a bordo della Mercedes Muki Betser esclamò: “Dio mio! Quel bastardo è veramente cocciuto!”.
E all’improvviso, così com’erano cominciati, gli spari e le esplosioni all’old terminal cessarono. Il complesso rimase deserto, avvolto dal fumo e rischiarato a giorno dall’incendio che divampava sulla vicina pista militare.
Rimanevano solo i quattro blindati di Shaul Mofaz. I due di Udi Shalvi attestati nell’area a nord dell’old terminal, all’imboccatura della strada per Kampala e gli altri due, comandati da Mofaz: uno, quello di Danny Dagan, ancora davanti all’old terminal, l’altro, di Omer Bar Lev, davanti alla base militare in fiamme.
Giunti al new terminal, gli uomini dell’Unità trovarono i tre C-130 che si rifornivano di carburante, ci sarebbe voluto tempo.
Nonostante questo, la forza d’assalto non indugiò. Kafri con la Mercedes salì per primo a bordo del Karnaf-Uno, seguito a ruota dalle due Land Rovers.
Gli uomini del Sayeret Matkal avevano appena finito di fare questo, quando per via gerarchica giunse dal 707 di Adam la notizia in cui tutti segretamente speravano: il governo di Nairobi aveva aperto agli aerei israeliani, anche a quelli militari, l’aeroporto Jomo Kenyatta! Subito dopo arrivò l’ordine di decollo generale. Non c’era più alcun motivo di restare lì a Entebbe!
Il personale rifornitore israeliano, entusiasta, chiuse i rubinetti e gettò le manichette del carburante.
Il Karnaf-Uno era già caricato e pronto, non c’era motivo di esporsi inutilmente al pericolo, per cui Shani lasciò il piazzale e si portò subito all’estremità nord della main runway, da dove alle 01:12 ora locale decollò per Nairobi con il contingente del Sayeret Matkal a bordo.

"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 02 maggio 2011 - 13:41

0

#45
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
Vittoria a Entebbe seconda (e ultima) parte

A quel punto Solo gli Hercules Due e Tre restavano ancora a Entebbe: bisognava recuperare la forza difensiva periferica dei blindati che in quel momento si stavano ritirando dalle loro posizioni a nord dell’old terminal.
I due blindati di Udi Shalvi, all’entrata nord dell’old terminal, avevano appena sparato con gli RPG a due veicoli che avevano provato ad avvicinarsi sulla strada proveniente da Kampala. Il primo di quei veicoli aveva preso fuoco in mezzo alla strada: sembrava un camion militare e pareva che ci fosse una mezza compagnia ugandese nei dintorni, anche se, da quello che si poteva vedere, il nemico era ancora lungi dall’essersi organizzato.
Udita la chiamata di decollo generale, Mofaz diede l’ordine di ritirata verso gli Hercules. Ciascuna coppia di blindati si sarebbe ritirata a turno dall’old terminal tra i fumogeni, coprendo la coppia che seguiva. Le due M-38 di Shalvi andarono per prime.
Omer Bar Lev invece, sull’ultimo blindato, ricevette l’ordine di posizionare sulle piste e sui raccordi, che avrebbero percorso ritirandosi, le cariche esplosive ritardate che Netanyahu aveva fatto preparare a Kafri. Si sperava che queste cariche esplodendo avrebbero creato nel nemico la falsa impressione che gli israeliani fossero ancora in linea e inoltre avrebbero danneggiato il fondo delle piste, ostacolando i movimenti degli ugandesi.
I quattro blindati avevano appena riguadagnato l’old terminal deserto e stavano dirigendosi verso la pista obliqua e lo svincolo per il new terminal, quando Mofaz ricevette dal 707 comando e controllo l’ordine di andare a ispezionare l’Airbus A-300 dell’Air France, ancora parcheggiato davanti all’old terminal, per assicurarsi che non vi fossero ostaggi dimenticati.
Il generale Adam infatti aveva saputo da Halivni che il conteggio degli ostaggi liberati era stato impossibile e non era rimasto soddisfatto, per cui voleva che fosse fatto anche quell’ultimo controllo.
Mofaz non scoppiò dalla gioia: sapeva che lì attorno non c’era più nessuno e che invece gli ugandesi potevano essere dappertutto, ma eseguì comunque l’ordine personalmente e disse a Dagan di tornare in dietro con la M-38 blindata.
Danny Dagan aveva sentito anche lui l’ordine di Adam alla radio, fece inversione sul raccordo dell’old terminal e tornò in dietro con il blindato, evitando con cura di finire sulle cariche esplosive appena piazzate.
Sceso dalla M-38, Mofaz si diresse personalmente all’A-300, seguito dai suoi. Salirono la scaletta del grande aereo passeggeri, ma non salirono a bordo temendo che fosse stato minato dai terroristi, Gli israeliani si limitarono invece a lampeggiare con le torce dai finestrini e a fare voce in ebraico e in inglese per eventuali ostaggi all’interno: nessuno rispose. La zona era deserta.
Stavano scendendo dall’A-300, quando dalla vecchia torre di controllo gli ugandesi ricominciarono a sparare.
Mofaz decise che poteva bastare e ordinò la ritirata.
In quel momento, Danny Dagan sentì per radio che la coppia dei blindati di Udi Shalvi aveva ormai raggiunto il Karnaf-Tre al new terminal. A bordo di quell’aereo c’erano già anche la Land Rover e i 30 uomini della Golani.
Il maggiore Aryeh Oz si dichiarava pronto al decollo e in attesa sulla main runway.
Sei paracadutisti chiamarono per radio da sud, dalle vicinanze della nuova torre di controllo e dissero di aver distrutto una jeep ugandese dotata di cannone senza rinculo SPG-9 su una collinetta a sud del new terminal e che non potevano escludere che ci fossero altri veicoli nemici di quel tipo nelle vicinanze.
Anche i parà si stavano ritirando verso l’ultimo Hercules ancora presente sul piazzale del new terminal: il Karnaf-Due del maggiore Nati Dvir.
Finalmente anche l’ultima coppia di blindati con Mofaz a bordo arrivò al new terminal, lanciando fumogeni per coprire la loro ritirata sull’Hercules-Due.
Mofaz e i suoi salirono più rapidamente che poterono a bordo del Karnaf-Due, dietro di loro vennero di corsa anche i paracadutisti.
L’ultimo mezzo israeliano che rimaneva ancora al new terminal di Entebbe era la jeep-comando di Shomron.
Biran e Oren stavano comunicando al Adam sul 707 che stavano lasciando Entebbe. Fatto questo dissero che avrebbero interrotto le comunicazioni perché avrebbero dovuto ripiegare l’antenna per entrare nel C-130, poi chiusero tutto, ripiegarono la lunga antenna e si imbarcarono con la jeep. Era tempo.
A quel punto, anche Karnaf-Due, l’ultimo aereo israeliano a Entebbe, cominciò a rullare sul raccordo per la main runway, dietro il Karnaf-Tre che lo precedeva sulla pista.
Uscendo dal parcheggio dall’APRON, per poco Dvir non finì con le ruote in un fosso a lato del raccordo per la main runway.
Dvir avvertì Oz sull’Hercules-Tre di ritardare il decollo: in caso di danni all’aereo di Dvir infatti, avrebbero provato a rifugiarsi tutti a bordo sull’aereo di Oz.
Per fortuna non ce ne fu bisogno, anche se gli ugandesi si stavano facendo sempre più sotto.
Finalmente anche Dvir raggiunse il Karnaf-Tre sulla main runway.
I due aerei israeliani decollarono subito uno dietro l’altro.
L’ultimo C-130, il Karnaf-Due, staccò le ruote dal suolo ugandese alle 01:39 ora locale, novantanove minuti esatti dopo l’atterraggio ad Entebbe del primo Hercules con il contingente d’assalto.
Sugli aerei appena decollati, che in quel momento viravano ad est sul lago Vittoria, gli uomini guardarono in dietro verso Entebbe. L’aeroporto era ancora illuminato dal vasto incendio dei Mig alla base militare. Ai due lati della Main runway si vedevano ancora le due file di luci di segnalazione, posizionate dai paracadutisti del Sayeret Tzanhanim. Poi gli aerei accelerarono e scesero di quota nella notte e l’aeroporto scomparve.



"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 02 maggio 2011 - 14:39

0

#46
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
Epilogo

“Maggiore! Maggiore!”

Una voce di donna lo stava chiamando. Il colonnello Dolev distolse l’attenzione dal ferito che stava curando e guardò la ragazza che voleva mostrargli qualcosa. Lui era colonnello, non maggiore, ma non disse nulla.
La giovane aprì il palmo della mano. Quando Dolev vide cosa c’era dentro il suo cuore saltò un battito: nel mezzo della stiva stracolma di passeggeri la ragazza teneva tra le dita una granata WP (white phosphorus) del tipo “mini-hand”, di quelle che usano solo le Forze Speciali perché scoppiano facilmente e non si possono dare al personale di leva.

L’Hercules-Quattro aveva lasciato Entebbe da circa un’ora e Halivni si stava già apprestando all’atterraggio a Nairobi, quando Dolev era stato chiamato dalla ragazza con la bomba a mano.
La stiva di carico del C-130 era piena fino all’inverosimile dei 105 ostaggi liberati, frammisti ai 20 fanti della brigata Golani, ai feriti e ai 10 uomini del personale sanitario militare.
La gente esausta si era buttata dappertutto e quella ragazza si era seduta sulla buffetteria che i medici avevano tolto di dosso a Netanyahu quando avevano cercato di rianimarlo.
Un tascapane di quella buffetteria era pieno di bombe a mano e una di esse, la granata WP, doveva essere rotolata sul pianale di carico del C-130 durante i momenti convulsi dell’imbarco dei passeggeri liberati e della fuga da Entebbe.
Solo Dio sa cosa abbia impedito a quella granata di esplodere: è quasi sicuro che venne calpestata da decine di persone!
Non ci voleva molta fantasia per immaginare gli effetti dell’esplosione di una carica incendiaria al fosforo a bordo di un aereo in volo.
Dolev non disse nulla alla ragazza. Si fece dire dove aveva trovato quell’oggetto, prese la buffetteria di Netanyahu e consegnò tutto agli uomini della Golani, dicendo loro che forse era meglio cercare altre granate, eventualmente cadute sul pianale della stiva in mezzo ai passeggeri. Per fortuna non venne travato altro. Ormai comunque erano arrivati.
Il Karnaf-Quattro atterrò all’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi un’ora dopo aver lasciato Entebbe.
L’aereo venne fatto parcheggiare in un’area sorvegliata dai militari kenioti e venne subito iniziato il suo rifornimento di carburante. Agenti del GSU (Kenya Security General Service Unit) salirono a bordo e chiesero se c’erano feriti gravi tra i civili. Halivni rispose di si.
Pasco Cohen, che aveva una pallottola nella pelvi e che i medici militari erano riusciti a stabilizzare durante il volo, venne subito ricoverato in ospedale a Nairobi, dove venne immediatamente avviato all’intervento chirurgico d’urgenza. Purtroppo le condizioni di Cohen era critiche e l’uomo di 52 anni morì sotto i ferri del chirurgo.
Al contrario, Yitzhak David, il sopravvissuto ai campi di sterminio, che aveva un proiettile nel polmone sinistro, venne anche lui operato e sopravvisse.
Nel frattempo il governo keniota aveva aperto gli aeroporti agli aerei militari israeliani e quasi subito atterrarono allo Jomo Kenyatta anche il 707 comando e controllo con a bordo il generale Kuti Adam e il generale Peled.
A seguire, arrivarono a Nairobi anche gli altri tre C-130 della forza d’attacco. Una volta atterrato, Shiki Shani sul Karnaf-Uno spense i motori del suo aereo per la prima volta da quando erano decollati da Ofira, più di 12 ore prima.
I feriti militari vennero subito trasferiti sul 707 ospedale che da tempo era in attesa a Nairobi. Anche Surin Hershko era tra quei feriti, ma per la sua colonna vertebrale non ci fu nulla da fare e da allora è rimasto su una sedia a rotelle.
I quattro Karnaf della forza d’intervento vennero circondati da un cordone di soldati kenioti, ma tutti si dimostrarono estremamente cortesi e disponibili con gli israeliani.
Adam aveva vietato ai militari di scendere dagli aerei, ma il suo ordine venne disatteso e quasi tutti scesero dai C-130. Fu lì, sul piazzale dell’aeroporto Jomo Kenyatta che gli uomini del Sayeret Matkal appresero da Ehud Barak, che li aspettava in Kenya, della morte del loro comandante.
Rimasero increduli: sapevano che era stato ferito, ma nessuno immaginava che fosse morto. La disperazione si diffuse e andò a sommarsi allo spossamento fisico e mentale. Danny Dagan si sedette a terra sulla pista di fianco all’Hercules-Uno e si mise a piangere.
Mofaz era distrutto. Arrivarono quelli della Golani e gli diedero la buffetteria di Netanyahu con le bombe a mano. Mofaz la consegnò ad Amitzur Kafri.
I kenioti proposero agli israeliani di rimanere e riposarsi, ma il generale Adam ordinò di partire appena pronti.
Tutte le donne, i vecchi e i bambini vennero trasferiti dal Karnaf-Quattro sul 707 ospedale, molto più veloce dei C-130, che decollò immediatamente alla volta di Israele.
Il Karnaf-Quattro di Halivni che era stato il primo ad atterrare a Nairobi fu anche il primo a lasciarla alle 02:04 ora locale, con a bordo i rimanenti passeggeri del volo 139, quelli ancora in condizione di affrontare il lungo volo di ritorno sul C-130.
Appena riempiti i serbatoi, anche gli altri tre Hercules lasciarono Nairobi in ordine sparso.
Il viaggio di ritorno avrebbe richiesto ben 12 ore. Non sarebbero più passati sopra l’Etiopia, né su nessun altro paese potenzialmente ostile, ma avrebbero volato direttamente ad est e sull’Oceano Indiano, aggirando il Corno d’Africa, transitando attraverso il Golfo di Aden e lo Stretto di Bab el Mandeb, da cui avrebbero poi risalito verso nord il Mar Rosso.
Quando l’ultimo Karnaf lasciò Nairobi diretto in Israele, dal Boeing 707 comando partì il messaggio di “missione compiuta”.
A Tel Aviv tutto il Consiglio dei Ministri presieduto da Rabin, riunito in riunione straordinaria fin dal lancio di Thunderbolt, esultò. L’euforia fu tale che si iniziò a brindare “alla vita” (“L’Chaìm” in ebraico) con lo champagne. Vennero subito informate tutte le famiglie dei passeggeri liberati. Nessuno ancora sapeva che Yonathan Netanyahu era morto.




"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 02 maggio 2011 - 20:10

0

#47
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
Triumph and Tragedy (Simon Dunstan)

Il volo di ritorno fu interminabile, anche se i venti dominanti li favorirono e ci misero meno del previsto.
La notizia della morte di Netanyahu aveva scioccato tutti e nessuno aveva voglia di parlare. Il sole sorse mentre i quattro Hercules volavano sulle acque internazionali del Mar Rosso.
All’alba, Shiki Shani, che stava ascoltando la radio a bassa frequenza, captò Uganda Radio. Immediatamente passò la trasmissione sull’interfono di bordo. In quel modo tutti poterono sentire Idi Amin Dada mentre alla radio di stato annunciava in pompa magna la “vittoriosa riconquista dell’aeroporto di Entebbe”.
In un’altra situazione tutti si sarebbero sbellicati dalle risate, invece gli uomini si limitarono solo a sorridere amaramente. La morte di Netanyahu aveva tolto loro ogni voglia di festeggiare. Era quasi come se la missione fosse fallita.
Il maggiore Mofaz racconta che quando apprese della morte del comandante per lui fu come se tutta quell’operazione non fosse valsa la pena.
Un paio d’ore dopo, Shani captò anche l’Israel's Army Network, dove apprese che in quel momento loro erano su tutte le radio e TV del mondo. La BBC a Londra stava trasmettendo un servizio speciale su quello che era appena accaduto. Tutti si stavano preparando ad accogliere degnamente i vincitori che in quel momento stavano ritornando.
Gli uomini a bordo dei quattro C-130 non furono felici di tutta quella inaspettata celebrità: erano isolati e vulnerabili sopra il Mar Rosso, con l’Egitto e l’Arabia Saudita sui loro fianchi che in ogni momento potevano far decollare degli intercettori, davanti ai quali i Karnaf sarebbero stati del tutto indifesi. I quattro piloti decisero quindi di scendere ancora una volta sotto i 60 metri per sfuggire ai radar, ma poco dopo ebbero una bella sorpresa: alla radio vennero chiamati dai piloti di diversi F-4 Phantom-II, decollati proprio per andare a raggiungerli sul Mar Rosso e scortarli fino a casa.
Circondati dalla scorta ravvicinata dei Phantoms, i quattro Karnaf passarono rombando a bassa quota sopra Eilat. Shani e tutti gli altri poterono vedere che la gente gremiva la spiaggia e le strade della cittadina e salutava festosamente gli aerei che passavano. Le bandiere israeliane sventolavano dappertutto, mentre praticamente da ogni balcone e terrazzo della città pendevano coloratissimi striscioni di benvenuto.
In fine, alle 09:43 ora di Tel Aviv, il Karnaf-Quattro di Halivni prese terra alla base aerea di Tel Nof. Yitzhak Rabin e quasi tutti i ministri del governo erano lì ad aspettarli.
Atterrarono uno dopo l’altro anche tutti gli altri C-130. Gli ostaggi vennero radunati in una sala della base e venne ufficialmente chiesto loro di non raccontare a nessuno quello di cui erano stati testimoni. Poi vennero fatti salire di nuovo sull’Hercules-Quattro, che li trasportò all’aeroporto internazionale di Lod (ora Ben Gurion) a Tel Aviv, dove tutto il mondo li attendeva.
A Tel Nof, Shimon Peres andò da Reicher e da Betser e chiese loro di vedere il corpo di Netanyahu; poi Peres chiese a Betser come era morto.
Betser non aveva molta voglia di parlare, rispose solo: “He went first, he fell first”.
Sebbene quasi tutti avessero dormito durante il volo di ritorno, gli uomini del Sayeret Matkal erano esausti ed emotivamente distrutti. Nonostante il ricevimento ufficiale, essi cercarono in tutti i modi di dileguarsi.
Kafri prese Dagan con sé e gli disse di chiamare Zusman, Davidi e gli altri, di salire sulla Mercedes e di andarsene. Fu esattamente quello che fecero: presero l’auto che li aveva accompagnati a Entebbe, uscirono da Tel Nof e ritornarono alla base dell’Unità a Kfar Sirkin. Parcheggiarono la Mercedes in un hangar. In seguito provarono a riaccenderla: non partì più.
Al loro arrivo a Lod, gli ostaggi appena scesi dal C-130 trovarono ad accogliergli le loro famiglie e, al di là del cordone dei poliziotti, videro che c’era una folla in delirio.
Tutti urlavano, piangevano e si abbracciavano, ma per le famiglie di Maimoni e di Cohen quello fu invece un giorno di disperazione.
Martine Maimoni, sorella di Jean-Jacques, ricorda:

“A un tratto in mezzo alla folla festante sentimmo agli altoparlanti: ‘La famiglia Maimoni è attesa nella sala tal dei tali per comunicazioni che la riguardano’.
Appena entrammo un soldato ci disse che Jean-Jacques era morto. Mio padre lanciò un urlo orribile. Mia madre svenne, mentre tutti lì attorno stavano ridendo e festeggiando”.


Intanto, alla base dell’Unità, la compilazione dei rapporti di fine missione attendeva gli uomini stremati. Nonostante fossero stanchissimi, tutti i partecipanti alla missione si diressero nella sala briefing per la compilazione dei rapporti.
In quella sala scoprirono che ad attenderli c’erano il padre fondatore del Sayeret Matkal, il brigadier generale Avraham Arnan, insieme con il nuovo comandante dell’Unità, Amiram Levine, quello dell’intelligence militare che era andato a Parigi ad intervistare gli ostaggi liberati da Idi Amin.
Arnan si congratulò con ogni singolo uomo dell’Unità.
Levine, che aveva richiesto la tenuta da combattimento di Netanyahu, la consegnò ad Amitzur Kafri.
Mentre Kafri maneggiava l’equipaggiamento che era appartenuto al suo comandante caduto scoprì tra la buffetteria una pallottola di Kalashnikov. Il proiettile era completamente deformato: era quello che aveva ucciso Netanyahu.
Due delle bombe a mano dentro il tascapane risultarono poi danneggiate dai proiettili della raffica mortale. Era incredibile che non fossero esplose addosso al comandante.
Terminato di compilare il suo rapporto finale sull’operazione, mentre si faceva sera Kafri, completamente esausto, prese il tascapane di Netanyahu con le bombe a mano e si allontanò verso il poligono della base. Là, in mezzo a un uliveto, scavò una piccola buca e ci mise dentro le granate. Poi ci aggiunse un carica di PE4, collegò il detonatore e si allontanò srotolando il filo elettrico dietro di sé.
Raggiunse una trincea, si lasciò cadere al suo interno, poi fece detonare la carica di PE4. L’esplosione di quelle bombe a mano secondo Kafri è l’ultimo atto di Thunderbolt.

La tragedia comunque non era ancora finita. Quella stessa mattina di domenica 4 luglio infatti, una Peugeot 504 con targhe dell’SRB (State Research Bureau) la temutissima polizia segreta ugandese, si fermò davanti all’ospedale Mulago di Kampala. Ne scesero due uomini in abiti civili, erano il maggiore Farouk Minawa dell’SRB e il capitano Nasur Ondoga, capo del protocollo di Idi Amin.
Minawa e Ondoga si diressero presso il reparto numero 6, corsia B, là dov’era ricoverata Dora Bloch, la passeggera del volo 139 (madre di Ilan Hartuv) che si era sentita male per il cibo ed era stata ricoverata in ospedale.
I due uomini dell’SRB presero quella donna di 75 anni, la caricarono in macchina e la portarono a Lugazi, una cittadina 48 chilometri a est di Kampala. Una volta là la uccisero e buttarono il corpo in una vicina piantagione di canna da zucchero, dove sarebbe stato ritrovato anni dopo.
Va detto che almeno un medico o un infermiere ugandesi ebbero il coraggio di protestare. Sparirono anche loro nel nulla e di essi non si è saputo più niente.
Idi Amin volle poi che gli agenti dell’SRB andassero a prendere anche i controllori di volo che avevano permesso agli israeliani di atterrare a Entebbe.
Erano tre, si chiamavano Lawrence Mawanda, Mohamed Muhido e Fabian Rwengyembe. Non avevano alcuna colpa, ma Idi Amin era stato umiliato da Israele e qualcuno doveva pagare. I tre uomini vennero strappati alle loro famiglie e tradotti nel terribile carcere di Katabi.
Vennero uccisi in modo barbaro, con lunghi chiodi piantati nel cranio. I loro corpi vennero spappolati con dei martelli pneumatici e buttati in pasto ai coccodrilli del lago Vittoria.
Successivamente Idi Amin ordinò il massacro dei Karamojong, una minoranza etnica di origini keniote, che rivendicava dei territori di confine che ricadevano in territorio ugandese: oltre 3.000 persone appartenenti all’etnia Karamojong vennero trucidate.
Non contento, due anni dopo Idi Amin invitò in Uganda una delegazione ufficiale keniota, capeggiata dal Ministro dell’agricoltura del Kenya, Bruce Mackenzie, un fidato collaboratore del presidente Jomo Kenyatta.
Al momento del ritorno della delegazione in Kenya, Idi Amin fece portare diversi doni, tra cui una grossa testa di antilope impagliata. Il 24 maggio 1978, mentre il jet con la delegazione keniota tornava in patria dall’Uganda, l’aereo con Mackenzie a bordo esplose in volo sopra le Ngong Hills, lungo la grande Rift Valley. Tutti i passeggeri morirono.
Come se non bastasse, ad una successiva riunione del Consiglio delle Nazioni Unite, il ministro degli esteri Juma Oris Abdalla richiese una condanna formale di Israele a causa del raid di Entebbe che secondo lui dimostrava: “... la barbarie e la cupidigia sioniste”.
La mozione cadde nel vuoto.
Il comandante Michel Bacos, per la sua coraggiosa decisione di rimanere con gli ebrei ricevette una lettera di biasimo dalla compagnia e fu sospeso.
I passeggeri del volo Air France 139 continuano ancora oggi a ritrovarsi nell’anniversario del giorno della loro liberazione, il 4 luglio.
Il corpo di Yonathan Netanyahu è stato sepolto a Gerusalemme nel cimitero militare del monte Herzl. Prima di Entebbe, il suo nome e quello del Sayeret Matkal erano pressoché sconosciuti al grande pubblico, ma dal giorno del raid essi divennero una vera icona di coraggio, di spregiudicatezza e di sacrificio.
In omaggio all’uomo che più di ogni altro aveva lottato affinchè alle forze armate israeliane venisse concesso di andare a liberare con la forza i passeggeri del volo 139 prigionieri a Entebbe, l’operazione Thunderbolt venne ribattezzata “operazione Yonathan”.
Il successo dell’operazione Yonathan contribuì a risollevare il morale degli israeliani dopo il disastro sfiorato della guerra del Kippur, ridando loro fiducia nelle loro forze armate.
Il blitz a Entebbe rimane ancora oggi una delle più incredibili e azzardate operazioni militari di tutti i tempi e ha fissato i nuovi standards in base ai quali vengono oggi giudicate la preparazione e lo svolgimento delle operazioni delle Forze Speciali di tutto il mondo.




"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces. Simon Dunstan"
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni. Iddo Netanyahu".

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 02 maggio 2011 - 22:48

1

#48
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
Passeggeri del volo 139 deceduti:

Jean-Jacques Maimoni, 19 anni, francese: ucciso da fuoco amico
Pasco Cohen, 52 anni: ucciso da fuoco amico
Ida Borokovitch, 56anni, russa: uccisa dai terroristi
Dora Bloch, 75 anni: uccisa a Kampala il 5 luglio 1976 (e non il 4 come ho scritto)

Forza d'assalto all'old terminal di Entebbe (Sayeret Matkal):

Squadra Comando:

Ten. Col. Yonathan "Yoni" Netanyahu: comandante di tutta la Forza e del Sayeret Matkal
Alik Ron: ufficiale riservista
Tamir: ufficiale alle comunicazioni
David Hasin: medico

1° Squadra, destinata alla prima entrata della hall grande. Composta da:
Il Maggiore Moshe “Muki” Betser
Amos Goren
Alex Davidi
Gadi Ilan

2° Squadra, destinata alla seconda entrata della hall grande. Composta da:
Il Tenente Amnon Peled
Sergente Maggiore Amir Ofer, 22 anni, ma già veterano del Yom Kippur
Shlomo Reisman
Ilan Blumer

3° Squadra. Stessa destinazione della seconda squadra. Composta da:
Il Tenente Amos Ben Avraham
Dani Fradkin
Gal Schindler

4° squadra. Destinata all’entrata della dogana, al suo corridoio e a fare irruzione al primo piano. Composta da:
Il Maggiore Yiftah Reicher (vicecomandante del Sayeret Matkal)
Rani Cohen
Amir Shadmi


5° Squadra. Destinata a seguire Reicher all’entrata della dogana e nel suo corridoio, per poi presidiare il pian terreno. Composta da:
Il Tenente Arnon Epstein
Pinhas Bar El (detto “Bukhris”, 22 anni, il più giovane di tutto il team)
Udi Bloch
Yonathan Gilad

6° Squadra. Destinata alla piccola hall. Composta da:
Il Capitano Giora Zusman
Adam Kolman
Yoram Rubin
Amnon Ben Ami

7° Squadra. Destinata alla saletta VIP. Composta da:
Il Tenente Danny Arditi
Amir Drori
Aharoni Berkovich

8° Squadra. Destinata alla copertura e alla difesa ravvicinata della forza d’assalto e composta da:
Il Tenente Rami Sherman
Amitzur Kafri (lo specialista equipaggiamenti speciali): autista della Mercedes
Eyal Yardenai: autista prima Land Rover
Uri Ben Ner: autista seconda Land Rover



Forza di Difesa Periferica del Sayeret Matkal (30 uomini):

Maggiore Shaul Mofaz: comandante della Forza e della prima coppia di blindati
Danny Dagan: comandante del primo blindato, prima coppia
Omer Bar Lev: comandante del secondo blindato, prima coppia
Udi Shalvi: comandante della seconda coppia di blindati
Arik Shalev: medico

Truppe di supporto, Paracadutisti e Brigata Golani:

Colonnello Matan Vilna’i: comandante dei Paracadutisti
Colonnello Uri Saguy: comandante distaccamento Brigata Golani
Surin Hershko: sergente paracadutista.
Colonnello Medico Eran Dolev: comandante di tutta l'equipe medica di supporto (Hercules-Quattro)
Ephraim Sneh: medico, Comando Fanteria e Patracadutisti

Velivoli Hercules dell’ Heyl Ha’Avir:

Ten. Col. Joshua “Shiki” Shani: comandante del n° 131° Squadron “Jellow Bird” e pilota dell’Hercules-Uno

Magg. Avi Einstein: copilota dell’Hercules-Uno
Maggiore Rami Levi: pilota di riserva Hercules-Uno
Tzvika Har Nevo: navigatore Hercules-Uno e capo-navigatore
Magg. Nathan “Nati” Dvir: pilota Hercules-Due
Magg. Arieh Oz: pilota Hercules-Tre
Magg. Amnon Halivni: pilota Hercules-Quattro

Governo e Stati Maggiori

Yitzhak Rabin: Primo Ministro di Israele
Shimon Peres: Ministro della Difesa
Ten. Gen. Mordechai “Motta” Gur: Capo di Stato Maggiore di Zahal
Magg. Gen. Yekutiel “Kuti” Adam: Capo Reparto Ricerca e Operazioni di Zahal
Magg. Gen. Benjamin “Benny” Peled: Comandante dell’Aviazione
Col. Ehud Barak: ex.comandante del Sayeret Matkal, distaccato al reparto Operazioni
Avi Livneh: ufficiale alle Informazioni del Sayeret Matkal
Magg. Iddo Embar: Informazioni dell’Aeronautica Militare


IDF: Israel Defense Forces
(The) “Kirya”: il “Pentagono” israeliano. E’ il quartier generale di tutte le forze armate israeliane. Situato a Tel Aviv. Dispone anche di numerosi livelli sotterranei.
“Zahal”, o “Tzahal”: termine ebraico che indica tutti gli uomini in armi di Israele (Forze Armate).

In tutti i libri che mi è capitato di leggere, il nome del Ten. Col. Yonathan “Yoni” Netanyahu è scritto con la “Y” e non con la “J” come ho fatto io nel titolo della discussione, quindi se è possibile pregherei di correggere il titolo, perchè ho sbagliato.
E con questo HO FINITO per davvero di rompere. Qui è Hobo, chiudo.

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 03 maggio 2011 - 08:28

0

#49
L   stealthy 

  • Recluta
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 6
  • Iscritto: 04-maggio 11
Ciao. Devo ringraziarti perché era da un po' di tempo che cercavo di conoscere i dettagli dell'operazione Thunderbolt. Bravo.
W Israele
0

#50
L   Brando 

  • Maggiore
  • Visualizza Galleria
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 235
  • Iscritto: 17-marzo 10
  • Sesso:Maschio
  • Località:Pistoia
se non fosse a conoscenza cè un'articolo nel RID di aprile proprio chiamato 99 minuti da Entebbe, stessa cosa pero quello riportato da hobo è piu esauriente
0

#51
L   Hobo 

  • Generale di divisione aerea
  • Gruppo: Membri
  • Messaggi: 1048
  • Iscritto: 19-aprile 10
Grazie.
Spero che abbiano fatto come ho fatto io: accanto ci ho messo l'Autore, che è Simon Dunstan. Cioè, "99 minuti a Entebbe" è un capitolo del libro di Dunstan, quindi quel titolo l'ha inventato lui, non io.
Nel mio riassunto, che mi sono divertito a fare, ho inventato io tutti i titoli che ho messo mentre riassumevo, tranne due, che sono appunto "99 minuti a Entebbe" e "Triumph and Tragedy", che sono due titoli di Dunstan.
In entrambi i casi io ce l'ho messo a lato il nome dell'Autore...

Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 04 maggio 2011 - 20:49

0

Condividi la discussione


  • (3 Pagine) +
  • 1
  • 2
  • 3
  • Non puoi rispondere in questa discussione