Grazie. Da quello che ho letto, dicono semplicemente che Israele captò la cesssazione delle comunicazioni e il cambiamento di rotta del volo 139, quindi è possibile che i voli in partenza da Israele siano seguiti e monitorati in volo, ma di più non dicono. Alcuni lati della storia mi sembrano volutamente lasciati sul vago, probabilmente per motivi di sicurezza. Per cui Israele non ne parlla, nè ne parlerà mai credo.
Il dictat
Martedì 29 giugno 1976.
L’attività diplomatica pareva a un punto morto, soprattutto perché i terroristi ancora tacevano.
Il primo ministro Rabin e il ministro degli esteri Yigal Allon si stavano dando da fare per convincere la Francia di Giscard D’Estaing e di Chirac ad assumere un ruolo di primo piano nelle trattative: l’A-300 dirottato infatti era dell’Air France e la maggioranza dei passeggeri non erano israeliani. Il governo israeliano era ormai impegnato a tutto campo, quando quel pomeriggio i terroristi si fecero vivi per la prima volta.
Fouad Awad emise un comunicato, diramato dalla radio ugandese, nel quale elencava le sue richieste.
In sostanza, Awad pretendeva la liberazione di 53 terroristi detenuti in 5 paesi. Gente come il giapponese Kozo Okamoto della Japanese Red Army, che aveva ucciso a sangue freddo 24 persone all’aeroporto di Lod nel 1972 e diversi altri.
Di questi criminali, 40 erano detenuti in Israele, 6 in Germania Ovest, 5 in Kenya, uno in Svizzera e uno in Francia.
I terroristi rilasciati avrebbero dovuto essere condotti a Kampala con aerei forniti dai vari paesi in cui erano stati detenuti.
I 40 criminali detenuti in Israele avrebbero dovuto essere condotti in Uganda con un aereo Air France. Da lì, lo stesso aereo avrebbe trasportato i dirottatori e i loro amici al sicuro in una località mediorientale a loro favorevole.
Infine, l’Air France avrebbe dovuto sborsare alla causa del PFLP 5 milioni di dollari americani (di allora) per riavere in dietro l’A-300 dirottato.
La “deadline”, il termine ultimo per soddisfare queste richieste sarebbero state le 14:00 di giovedì primo luglio.
Udite le richieste, il primo ministro di Israele Yitzhak Rabin alzò il telefono e chiamò Mordechai Gur, il capo di stato maggiore dell’IDF e lo convocò per una riunione serale con i più alti vertici politici del paese.
Gur capì subito il perché di quella convocazione: il Capo dello Stato voleva da lui un giudizio riguardo alla fattibilità dell’opzione militare.
Siccome Gur si stava recando a un’esercitazione quando Rabin l’aveva mandato a chiamare, ordinò al suo aiutante di campo, tenente colonnello Hagai Regev di chiamare subito il Kyria.
Regev era in auto sulla strada per Gerusalemme, si fermò subito al primo telefono pubblico che trovò e da lì chiamò il comandante del Reparto Operazioni presso il Kyria, il maggior generale Yekutiel “Kuti” Adam e gli passò l’ordine di Gur: cominciare a pianificare una soluzione di forza.
La riunione della sera con Rabin si era risolta con un nulla di fatto, ma erano emerse comunque almeno due cose importanti.
In sostanza, gli ostaggi erano in mano ai terroristi a 2.200 miglia di distanza da Tel Aviv, in un paese ostile e dominato da uno spietato e volubile monarca: Idi Amin Dada.
Inoltre, le richieste dei dirottatori avevano una nota stridente: i terroristi da rilasciare non si trovavano tutti in Israele, ma in cinque paesi diversi.
Questo significava che in 48 ore si sarebbero dovute mettere d’accordo cinque nazioni differenti: una cosa quanto meno improbabile e questo i terroristi non potevano ignorarlo. Comunque la si rigirasse quindi, il risultato appariva sempre lo stesso: stavano preparando una strage.
Per questo Rabin aveva chiamato Gur, perché il primo ministro di Israele vedeva sempre più chiaramente che se non ci fosse stata la possibilità di risolvere la cosa militarmente, questa volta Israele avrebbe dovuto chinare il capo davanti alle richieste dei terroristi, creando un pericoloso precedente.
La Baia dei Porci
Sapendo di doversi recare da Rabin e poi dal ministro della difesa Shimon Peres al Kyria, Gur si consultò subito con il comandante dell’Aeronautica, Benny Peled.
Peled, prima di rispondere a Gur, chiamò Shani al 131° Squadron e discusse con lui di navigazione fino a Entebbe e di autonomia del C-130H con carichi differenti, poi si recò al briefing con Gur.
Dopo essersi confrontato con Shani, Peled si era fatto un forte sostenitore dell’intervento aerotrasportato e di un atterraggio “morbido” a Entebbe, cioè senza la copertura di aerei da combattimento.
Numerosi fattori erano ancora lontani dall’essere risolti, ma Peled disse chiaro a Gur che l’Aviazione era in grado di atterrare a Entebbe e di trasportarci una forza di 1.200 uomini completamente equipaggiati.
L’aeronautica ugandese non era una preoccupazione dal punto di vista Di Peled, anche se ancora rimanevano aperti molti problemi, come quello del rifornimento di carburante una volta ripartiti dall’Uganda.
Nonostante l’entusiasmo dimostrato da Peled, Gur rimase assai scettico e lo disse, quando riferì al ministro della difesa le parole di Peled, che era presente.
Shimon Peres, ministro della difesa, a quel punto domandò direttamente a Peled che cosa aveva da proporre e rimase stupito dalla sicurezza dei modi di Peled, il quale rispose:
“Voi che cosa desiderate? La conquista di Entebbe o di tutto il paese? Per conquistare tutto il paese mi ci vogliono 1.200 uomini, per controllare Entebbe me ne bastano due o trecento”.
Shimon Peres rimase favorevolmente impressionato dall’aggressività del suo comandante dell’Aeronautica, ma i dubbi restavano.
Il generale Kuti Adam invece disse che la proposta di Peled andava attentamente studiata.
Frattanto anche gli uomini di Adam, Ehud Barak in testa, lavoravano sodo.
Si erano riuniti in una stanza del Reparto Operativo del Kyria. Tutti avevano inviato un rappresentante: intelligence, Marina, Aeronautica. Nell’arco della nottata arrivarono anche i rappresentanti dell’Esercito e dei Paracadutisti: il tenente colonnello Haim Oren insieme con il suo ufficiale alle informazioni, il tenente colonnello Amnon Biran. Oren e Biran lavoravano per il maggior generale Shomron, che non era potuto presentarsi.
La mancanza di informazioni certe restava il problema principale.
A un certo punto arrivò il maggiore Iddo Embar dell’aeronautica con la guida Jeppesen dell’aeroporto di Entebbe sotto il braccio. La guida venne aperta sul tavolo insieme a una mappa di Kampala e tutti si chinarono sopra le carte. La guida Jeppesen era penosamente insufficiente, eppure dava vitali informazioni sull’aeroporto di Entebbe.
Una delle proposte più promettenti secondo Ehud Barak era un’operazione combinata tra forze speciali. Secondo questo schema di massima, gli uomini dell’Unità (Sayeret Matkal) avrebbero dovuto lanciarsi sul lago Vittoria, per poi avvicinarsi a riva con degli Zodiac gonfiabili.
Quelli della Marina proposero invece un attacco operato da incursori che avrebbero raggiunto Entebbe dal lago Vittoria dopo aver affittato un battello a Kampala.
Oren dell’Esercito e Paracadutisti propose un aviolancio su larga scala sopra Entebbe per impadronirsi dell’aeroporto.
Muki Betser pensò invece a un aereo civile da mandare dicendo che avrebbe trasportato i terroristi rilasciati secondo le richieste, solo che in questo caso i “terroristi” sarebbero stati gli uomini dell’Unità travestiti da prigionieri.
Come si vede erano tutte proposte generiche, basate sulle scarse informazioni di cui si disponeva. Non si era certi neanche del fatto che gli ostaggi fossero ancora in aeroporto. Almeno due di questi piani erano basati sull’assunto che gli ugandesi sarebbero rimasti a guardare, mentre il piano di Betser venne giudicato troppo rischioso.
All’alba di mercoledì, ci si orientò verso l’assalto aereo e marittimo dal lago Vittoria e Betser telefonò all’Unità dicendo di mettere su un’esercitazione anfibia con paracadute, gommoni e nuotatori che sapessero nuotare per un miglio in mezzo a una palude infernale infestata di serpenti letali e coccodrilli.
Nel frattempo ci aveva pensato Yitzhak Rabin a scartare una dopo l’altra tutte queste proposte. Il primo ministro disse che: “Sarebbero state la Baia dei Porci d’Israele”.
La cosa importante che era venuta davvero fuori era però la mancanza di informazioni: le forze armate stavano girando a vuoto.
Il Mossad fece la sua entrata in scena...
L’Entebbe Hilton
Appena atterrato nella notte sulla main runway di Entebbe, l’A-300 era stato fatto avanzare fino all’estremità nord della pista, per poi girare a destra su un raccordo laterale e su una pista obliqua che portava alla vecchia area dell’aeroporto e all’old terminal. Qui l’aereo era stato fatto arrestare a motori accesi.
Gli ugandesi avevano puntato sull’A-300 dei potenti riflettori da segnalazione illuminando a giorno la scena, avevano circondato l’aereo con un cordone di soldati regolari armati di tutto punto, poi avevano fatto scendere tutti i passeggeri, sospingendoli come pecore all’interno del vicino terminal abbandonato.
Una volta scesi tutti i passeggeri e tutto l’equipaggio (257 persone in tutto), al comandante Baccos era stato intimato di spostare il grande velivolo, avanzando sulla pista obliqua fino a immettersi su un raccordo nella parte orientale dell’aeroporto che portava alla vicina pista militare ugandese, lì Baccos ricevette ordine di fermarsi, spegnere i motori e raggiungere tutti gli altri all’old terminal.
L’old terminal era un complesso composto da una palazzina a un piano posta subito a nord di un grande piazzale di parcheggio per i velivoli di linea. A ovest c’erano la grande torre di controllo abbandonata e la dogana che comunicava con il terminal, mentre ad est c’erano i vecchi alloggi dei vigili del fuoco.
Per ironia della sorte, l’old terminal e il new terminal di Entebbe erano stati costruiti anche grazie a denaro e mano d’opera israeliana, all’epoca in cui Israele era in buoni rapporti con l’Uganda.
All’epoca del dirottamento però l’old terminal era ormai in disuso da anni. Si presentava come un complesso abbandonato a sé stesso e infestato dagli insetti, soprattutto da una particolare specie infestante di pappataci portatori di malaria e di tifo petecchiale.
Scesi ormai esausti dall’aereo, dopo ore ed ore di immobilità obbligata, sotto il continuo torrente di minacce e insulti che usciva dalla bocca della Kuhlmann, i passeggeri completamente frastornati vennero ammassati come bestiame nelle due hall dell’old terminal.
Gli ugandesi accesero un vecchio gruppo elettrogeno lì vicino, così gli ostaggi poterono vedere per la prima volta il loro nuovo alloggio.
Il pavimento era ingombro di detriti e rifiuti di ogni sorta. Topi, scarafaggi e ragni grossi come il pugno di un uomo erano dappertutto. Per fortuna non erano letali, ma il loro morso impediva il sonno e lasciava un doloroso arrossamento.
La notte, stranamente, all’interno dell’old terminal faceva freddo, mentre durante il giorno gli ostaggi avrebbero scoperto che la temperatura si sarebbe fatta torrida e l’aria irrespirabile.
I materassi ammassati a terra dagli ugandesi si rivelarono pieni di pulci e quindi si preferì buttarli e dormire per terra sopra qualche straccio lurido.
Ma la cosa peggiore erano i servizi igienici: in pratica non esistevano. Dopo poche volte che i passeggeri li ebbero utilizzati essi si otturarono definitivamente e smisero di funzionare, per cui i rifiuti biologici si accumularono, aumentando il puzzo e gli insetti e compromettendo seriamente le già misere condizioni igieniche.
Fu chiaro a tutti che non si prevedeva una loro lunga permanenza in quel posto.
I terroristi si installarono vicino agli ostaggi, nella vecchia sala vip del terminal, dove trovarono acqua, cibo, armi, letti veri e lenzuola vere.
Gli ugandesi invece, con gli effettivi di circa una compagnia, si stabilirono al primo piano del complesso che un tempo aveva ospitato un grande ristorante.
Sara Davidson racconta:
“I terroristi sembravano molto sicuri di sé. Parvero rilassarsi insieme ai loro amici. Arrivarono persino a scherzare con noi. Ci sentivamo come un topolino nelle zampe di un gatto”.
Idi Amin Dada
Nel corso del pomeriggio di lunedì 28, all’old terminal aveva fatto la sua comparsa in pompa magna il corteo presidenziale del capo di stato ugandese. Erano arrivati in elicottero, con il dittatore risplendente nella sua alta uniforme piena di medaglie e decorazioni da lui stesso ideata. Sul petto incredibilmente portava anche le ali di paracadutista israeliano, sebbene non avesse mai fatto un lancio in vita sua.
Idi Amin si presentò accompagnato dal figlio di otto anni, vestito con un’uniforme simile alla sua.
Gli ostaggi videro un uomo dall'aspetto imponente e circondato da dignitari e guardie del corpo.
Avvicinò i passeggeri del volo Air France con fare apparentemente gioviale, esclamando: “Shalom! Shalom!”, ma appena uno dei passeggeri gli rivolse la parola chiamandolo “Mr. President”, l’umore di Idi Amin cambiò di colpo.
Un testimone disse che Idi Amin sembrò esplodere dalla rabbia, poi sibilò a un suo lacchè che avrebbe dovuto dire ai passeggeri che da ora in poi si sarebbero dovuti rivolgere a lui come: “His Excellency, Field Marshal, Doctor Idi Amin Dada”.
Subito dopo parve aver riacquistato il controllo e si rivolse direttamente ai passeggeri del volo 139, dicendo che era dispiaciuto per la situazione creatasi e che solo Israele poteva risolvere la cosa, accondiscendendo alle richieste dei dirottatori. Aggiunse inoltre che i passeggeri potevano essere certi che lui avrebbe interceduto presso i dirottatori per ottenere un loro pronto rilascio.
Quella sera, i tentativi dell’ambasciatore francese in Uganda, Pierre Renard, di negoziare con i terroristi caddero nel vuoto.
Selektzia
Il giorno seguente, il 29, dopo una notte insonne i passeggeri vissero un'altra giornata di apprensione. Il calore tropicale e l’umidità all’interno della costruzione crebbero mano a mano che il disco del sole saliva sopra l’orizzonte e ben pochi tra gli ostaggi avevano il coraggio e l’energia di fare qualcosa di diverso dallo stare seduti a terra fissando il vuoto. Tutti grondavano sudore. I pochi che ancora avevano voglia di parlare discorrevano riguardo alla situazione, il tema ricorrente era quanto tempo sarebbero stati trattenuti contro la loro volontà. Quelli tra loro che si erano addormentati sui materassi gettati sul pavimento dai soldati non avevano chiuso occhio tutta la notte perseguitati dai morsi degli insetti e si svegliarono pieni di prurito e di pomfi violacei.
Se ci si voleva spostare o andare al bagno bisognava chiedere il permesso.
I terroristi avevano fatto un mucchio con i passaporti sopra un tavolo nella piccola hall e ora qualcuno li esaminava uno ad uno mentre altri dirottatori oziavano nelle vicinanze del terminal, sdraiati all’ombra di ombrelloni o allungati su amache che dondolavano pigramente nell’afa.
Sara Davidson teneva un piccolo diario per non perdere la testa. Quella mattina ci scrisse:
“Un aereo verrà presto a liberarci, ogni cosa andrà a posto e torneremo alle nostre famiglie”.
Gli escrementi fuoriuscirono ben presto dai bagni che divennero inutilizzabili. Il fetore era nauseabondo.
Nel pomeriggio si fece rivedere Idi Amin con il suo seguito. Gli ostaggi, oramai esausti fisicamente e psichicamente, andavano in contro a emozioni contrastanti. Qualcuno addirittura applaudì all’arrivo del dittatore, un altro passeggero invece disse che Idi Amin gli ricordava Hitler e, come si vide poi, purtroppo non aveva tutti i torti.
All’improvviso verso sera arrivarono i soldati ugandesi e con un martello pneumatico presero ad allargare il passaggio tra hall grande e hall piccola.
Alle 19:10 secondo il diario di Moshe Peretz, studente di medicina, Brigitte Kuhlmann prese a separare gli ostaggi di religione ebraica dagli altri, mandando gli ebrei nella piccola hall.
Per chi era sopravvissuto ai campi di sterminio, questa era una visione orrenda e significò rivivere un incubo, reso poi incredibilmente più realistico dal fatto che la Kuhlmann era tedesca.
Nessuno sapeva cosa i terroristi avrebbero fatto alle persone nella piccola hall: era forse giunta la fine? Fu il panico.
Gli ugandesi dovettero usare il calcio dei Kalashnikov per mantenere una parvenza d’ordine in quella follia.
I soldati ugandesi presero a ridere e a schernire gli ostaggi terrorizzati, presero una trave, la inchiodarono al muro ai due lati dell’apertura che avevano allargato tra le due hall e obbligarono tutti gli ebrei (indipendentemente dal sesso e dall’età) ad ammassarsi nella hall piccola passando sotto quella trave, così che dovevano chinarsi per entrare.
Lo spettacolo pareva divertire moltissimo soldati e dirottatori.
Un sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti per poco non morì di paura nel sentire l’accento tedesco della Kuhlmann mentre gli ordinava di separarsi dagli altri e di passare sotto la trave:
“Mi parve di essere ritornato di colpo in dietro di 32 anni. Sentii gli ordini in tedesco, vidi le armi puntate. Mi ricordai della lunga fila di prigionieri e il grido - Gli ebrei a destra! - e mi chiesi com’era possibile che succedesse ancora”.
Quel sopravvissuto ricordò all’improvviso ciò che non bisognerebbe mai ricordare. La parola oscena con cui nel mostruoso gergo del lager le SS chiamavano la selezione di quelli che dovevano andare a morire nella camera a gas:
Selektzia.
La selezione dell’olocausto.
L’uomo non capì più nulla, non sapeva dove andava e forse non gli importava più. Lo afferrarono e lo scagliarono sotto la trave e nella piccola hall.
Nel vedere quella scena inguardabile, il comandante Baccos riunì l’equipaggio Air France e disse che, per quanto lo riguardava, era dovere di ogni comandante restare con i passeggeri fino all’ultimo, per cui lui sarebbe rimasto con gli ebrei.
Tutti i componenti dell’equipaggio, comprese le giovani hostess, seguirono il comandante sotto la trave e nella piccola hall. All'inteno c’erano trovarono 106 persone.
Fonti:
"Entebbe. The most daring raid of Israel's Special Forces". Simon Dunstan.
"Entebbe 1976. L'ultima battaglia di Yoni". Iddo Netanyahu.
Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 06 aprile 2011 - 20:34