No non mi risulta di carri francesi usati dai tedeschi in Olanda, ma può essere (ma è difficile: come si fa a rifornire mezzi così diversi di parti di ricambio?). So invece che li usarono in Normandia e per cercare di sopprimere la rivolta di Parigi prima della liberazione.
Riguardo a Rommel, non sapevo delle nostre prede belliche.
Due precisazioni:
1) Urquhart con la Jeep (cosa che gli avevano sconsigliato di fare) raggiunse il 3° battaglione (Tiger), comandato da Fitch, ma non sulla autostrada Ede - Arnhem (dove avanzava il 1° battaglione [Leopard]), ma sulla statale Utrecht - Arnhem.
2)Per motivi legati alle difese tedesche e alla lunghezza del percorso, il famoso guado della Waal da parte dell' 82° aviotrasportata americana non avvenne ad est di Nimega, direzione che venne scartata, ma ad ovest del ponte sulla Waal.
Alle 19:10 del 20 settembre, i paracadutisti americani dell’ 82° sono i padroni del ponte stradale di Nimega e i carri delle Guardie irlandesi iniziano ad attraversarlo diretti a nord.
Diciotto chilometri, tanto è lunga l’autostrada che da Nimega porta ad Arnhem e la strada è aperta. O così almeno sembra, fino a quando le Guardie non hanno modo di vederla da vicino: da Nimega ad Arnhem, l’autostrada “Eiland” (l’isola) corre in cima ad un argine esposto da tutti i lati.
E possibile, a prezzo di grandi sacrifici, arrivare fino ad Elst, a nove chilometri da Arnhem, qui i carri pesanti del maggiore delle SS Knaust bloccano senza alcuno sforzo tutta la colonna del corpo corazzato alleato.
Oramai comunque, non c’è più bisogno di affrettarsi. Più o meno alla stessa ora in cui gli americani conquistano il ponte stradale di Nimega, i Tiger hanno attraversato quello di Arnhem diretti a sud.
I paracadutisti britannici, loro malgrado, stanno cedendo su tutta la linea. Il capitano Mackay è caduto prigioniero, il colonnello Frost è rimasto gravemente ferito, non c’è più un perimetro difensivo. Gli uomini, innestate le baionette, combattono ormai individualmente, tenendo le loro ultime posizioni (che diventano le loro tombe) e sparando i pochi colpi rimasti. E’ una serie di scontri solitari all’arma bianca, con i panzer che metodicamente schiacciano sotto i cingoli ogni rimasuglio di resistenza.
Le condizioni dei paracadutisti britannici aggrappati alla rampa nord del ponte stradale di Arnhem erano comunque disperate.
Era mancata totalmente l’acqua, gli uomini ancora in grado di reggere un’arma, ormai poco più che un centinaio (da settecento che erano), erano ridotti da fare pena. Si può dire che non c’era praticamente più nessuno che non portasse almeno un segno della battaglia che stava infuriando. Tutti avevano ormai tagli, squarci e ferite di ogni tipo, rabberciate alla meglio con bende e stracci luridi e chiazzati di sangue rappreso. Gli uomini erano esausti; non mangiavano e non dormivano da tre giorni. Stavano combattendo ormai ininterrottamente da settantadue ore contro forze nemiche quattro volte superiori senza aver più ricevuto rifornimenti di nessun tipo.
I tedeschi, al contrario, avevano incominciato proprio allora a ricevere rinforzi e i loro rinforzi erano panzer.
Vista l’accanita resistenza dei parà britannici (e dopo essersi sentito mandare al diavolo da Frost), il generale Harmel, comandante della 10° panzer SS, che aveva offerto ai paracadutisti una resa con onore, ordina ora di radere al suolo a cannonate gli edifici in cui si sono asserragliati i parà, attorno alla rampa settentrionale del ponte di Arnhem; Da questo momento, i tedeschi non concedono più quartiere.
I paracadutisti devono sopportare un fuoco d’inferno, le costruzioni all’interno delle quali hanno trovato un minimo di riparo ora crollano, bruciando dal tetto alle cantine, mentre continuano a cadere i colpi dell’artiglieria nemica. Muoversi da una casa al’altra è rischiosissimo, a causa dei cecchini tedeschi.
< … Sui due lati del ponte e lungo le rovine dell’Eusebius Buiten Singel, le poche posizioni che gli inglesi occupano ancora vengono sistematicamente demolite. La linea a semicerchio che aveva difeso gli accessi al ponte da nord è quasi cancellata.
Tuttavia, circondati dalle fiamme e riparandosi tra le macerie, piccoli gruppi di uomini cocciuti continuano a combattere per impedire ai tedeschi di giungere sul ponte.
Fino a quel momento solo una forma istintiva di coraggio aveva sostenuto gli uomini di Frost, ma era stata sufficiente a tenere a bada i tedeschi per due notti e tre giorni. Gli uomini del 2° battaglione (Lion) e quelli delle altre unità che, in gruppetti di due o tre, erano riusciti a raggiungerli (un contingente che secondo le più ottimistiche valutazioni di Frost non superò mai i 6-700 uomini) si erano saldati insieme durante la prova. L’orgoglio e la causa comune li avevano, per così dire, fusi in una cosa sola.
Di tutta la divisione aviotrasportata, essi erano gli unici ad aver raggiunto l’obbiettivo prestabilito e lo avevano tenuto più a lungo di quanto fosse stato previsto, in nome di tutta la divisione. Nelle ore ansiose e disperate, in attesa di un aiuto che non venne mai, lo stato d’animo di tutti si può riassumere nel pensiero del soldato scelto Gordon Spicer, che su un muro in rovina scrisse: “Chi ha mancato? Non noi!” >.
Rintanati tra le rovine e le minuscole trincee da essi stessi scavate per ripararsi dalle schegge, i paracadutisti resistono, anche e soprattutto dopo essersi resi conto che i carri armati alleati non arriveranno mai in tempo e che nessuno giungerà mai in loro aiuto.
La consapevolezza di essere ormai giunti alla fine “… ebbe per effetto una strana calma, un’assoluta assenza di panico, era come se ciascuno di essi avesse deciso di combattere fino alla morte, non foss’altro che per provocare i tedeschi”.
Quando i sostegni dei mortai, consumati dal calore, vengono meno, gli inglesi poggiano i tubi delle armi sulle rovine e li assicurano con funi, poi sparano così gli ultimi loro colpi. Distrutti i loro mortai per non farli cadere in mano al nemico, i paracadutisti lanciano a mano le ultime granate di quelle armi, sbattendole violentemente a terra sui mattoni per innescarle e lanciandole subito dopo sui tedeschi.
Non ci sono più detonatori e allora, come gli è stato insegnato, gli uomini cercano di creare degli inneschi per bombe e granate con scatole di fiammiferi: funziona una volta si e una no, pazienza.
Tutto intorno giacciono gli amici morti o moribondi ed essi trovano ancora ed anzi, proprio adesso, la volontà di resistere ed addirittura di scherzare. Una granata nemica esplode, un caporale paracadutista irlandese che ha perso conoscenza in seguito allo scoppio apre gli occhi e se ne esce urlando: “Sono morto!”, poi ripensandoci: “Non può essere: parlo!”.
Ma nonostante tutto il coraggio e la buona volontà, il colonnello Frost vede bene che è una situazione non più sostenibile. Ci sono circa 350 feriti cui dover pensare, non si può combattere fino all’ultima cartuccia per poi dileguarsi e lasciarli a bruciare nelle cantine.
Non ci sono più medicine. I feriti sono letteralmente ammassati l’uno sull’altro negli scantinati in mezzo al sangue e ai topi.
Mentre i suoi ultimi 13 uomini ancora in grado di combattere danno ancora filo da torcere ai tedeschi nella scuola che cade a pezzi sotto i colpi nemici e che ormai arde come una torcia, il capitano Mackay osserva che: “… Quando si trasportavano i feriti giù per la scala della cantina, ad ogni pianerottolo il sangue aveva formato delle pozze e scorreva giù per i gradini in rivoli”.
Il combattimento infuria quel mercoledì 20 settembre sul ponte di Arnhem, fino a quando, circa a mezzogiorno, il colonnello Frost chiama il maggiore Douglas Crawley per discutere sull’opportunità di sgomberare le sue posizioni e radunarsi tutti da lui, per creare un ultimo perimetro difensivo, più piccolo, ma più concentrato.
Proprio mentre i due parlano, tra di loro esplode un colpo di mortaio. Il colonnello Frost si prende varie schegge nelle gambe e perde conoscenza, mentre il maggiore viene ferito alle gambe e al braccio destro.
Frost ricorda solo di essersi sentito sollevare e scagliare a qualche metro di distanza e a faccia in giù, poi ha perso conoscenza. In realtà è un miracolo: incredibilmente nessuna scheggia ha trovato gli organi vitali dei due uomini e la granata è esplosa praticamente tra i loro piedi!
Tuttavia, il comandante dei paracadutisti è fuori gioco. Quando rinviene, si ritrova in una cantina in mezzo a decine e decine di morti e di moribondi.
I testimoni ricordano che Frost, in stato di semi incoscienza, imprecava non tanto per il dolore, che diceva essere comunque molto forte, ma per il fatto che lui non riusciva proprio a trattenere le sue urla, mentre lì vicino il maggiore Crawley riusciva a stare zitto!.Ma come ci riusciva? Mica era morto per caso? (Non era morto, era svenuto).
Nell’oscurità, il colonnello Frost vede il tenente Bucky Buchanan, l’ufficiale alle informazioni, seduto con la schiena appoggiata al muro come se volesse riposarsi un poco e gli rivolge qualche parola di incoraggiamento. Buchanan non gli risponde: è morto. Lo spostamento d’aria d’una cannonata l’ha ucciso sul colpo senza lasciare alcuna traccia esterna.
Quando gli uomini vedono trasportare giù in cantina il loro comandante ferito, per loro è un colpo terribile. Il comando ora tocca al maggiore Gough, quando sul ponte si rifanno avanti i tedeschi.
Non si tratta più dei semicingolati e dei semoventi di Grabner, questa volta sul ponte di Arnhem fanno la loro comparsa i Tiger del Knaust.
I paracadutisti inglesi li guardano disperati: non hanno più una sola arma in grado di fermare quei mostri; bisognerebbe attirarli in qualche trappola, montarci sopra e distruggerli con le cariche da demolizione, una follia, la fanteria che segue i carri è incommensurabilmente più numerosa dei pochi ed esausti parà e non li farà certo avvicinare.
Gli 88 mm dei Tiger iniziano a demolire i pochi nidi di resistenza inglese, poi li travolgono sotto i cingoli larghi un metro.
Non c’è umanamente modo di fermare o rallentare i tedeschi, i Tiger attraversano il ponte di Arnhem diretti a sud e i paracadutisti, che lottano per la loro vita, li guardano impotenti.
Alle 21:00, il maggiore Gough riesce a stipulare una tregua con i tedeschi, grazie alla quale si possono evacuare le centinaia di feriti che affollavano i seminterrati e che non potevano arrostire nelle case in fiamme. Durante la tregua, i tedeschi si fanno ancora più sotto, ma i paracadutisti inglesi, pur protestando vivamente con uno dei loro ufficiali, non ci possono fare nulla.
Durante la notte sul 21 settembre, i combattimenti riprendono fino a quando, esaurite le ultime cartucce, i paracadutisti si arrendono, o cercano di svignarsela come possono nell’oscurità. Verranno quasi tutti catturati.
Frost, gravemente ferito, cade prigioniero. Sarà liberato nel 1945. Il capitano MacKay, arresosi solo dopo aver sparato l’ultimo colpo, viene catturato, ma scapperà alla chetichella e non lo riprenderanno. Il maggiore Gough, comandante dello squadrone ricognitori, verrà fatto prigioniero, essendosi rifiutato di abbandonare il colonnello Frost sul ponte, che ancora oggi ad Arnhem porta il suo nome (John Frost Brug/Bridge).
Il maggiore Crawley, comandante della compagnia B del 2° battaglione, ferito insieme con Frost, verrà fatto prigioniero. Saranno tutti liberati alla resa definitiva della Germania nazista.
Infine, il lancio della valorosa brigata polacca del generale Sosabowski, avvenuto il 21 settembre (due giorni di ritardo) a est di Elden, sulla riva sud del Reno e direttamente a sud del ponte di Arnhem, si è rivelato un sacrificio inutile e tardivo, non ottenendo alcun risultato, se non quello di aumentare le perdite alleate.
Così finisce la valorosa resistenza delle poche centinaia di uomini che erano riusciti a raggiungere il loro obbiettivo.
Il ponte stradale di Arnhem è stato difeso non per due, ma per quattro giorni, come Browning aveva promesso a Montgomery, ma i carri di Horrocks non si sono visti. Quando i parà cedono, i carri armati sono ancora fermi a Nimega.
Nella sacca occidentale frattanto, nel perimetro sempre più ristretto attorno ad Oosterbeek, schiacciate dai panzer, la 1° e la 4° brigata aviotrasportate resistono accanitamente fin dal 19 settembre (martedì).
La notte sul 20 settembre, il generale Urquhart da ordine a tutte le truppe britanniche ad ovest di Arnhem di radunarsi a sud, in un’area di pochi chilometri quadrati compresa tra Heveadorp ed Arnhem, sulla riva nord del Reno e di mantenere la posizione a qualunque costo. Ciò significa la rinunzia definitiva a cercare di raggiungere i Red Devils del 2° battaglione circondati sul ponte di Arnhem, che quindi, da questo momento in poi sono abbandonati al loro destino.
“Significava abbandonare il 2° battaglione. Fu una decisione terribile da prendere”, scrive Urquhart, “… ma io sapevo che non c’erano maggiori probabilità di raggiungerli di quante non ne avessi io di arrivare a Berlino”.
In realtà la decisione di Urquhart si rivela saggia e contribuirà a ridurre significativamente le perdite. La sacca inglese resiste con le unghie e con i denti, ma lentamente cede terreno: ci sono semplicemente troppi panzer.
La notte sul 25 settembre Urquhart trasmette fortunosamente a Browning un messaggio che non lascia dubbi:
“… è mio dovere avvertire, signor generale, che se non verrà preso contatto con noi nelle prime ore del 25 settembre, io considero estremamente poco probabile ulteriore resistenza. Tutti gli uomini esausti. Mancano viveri, acqua, munizioni ed armi. Gravi perdite, anche tra gli ufficiali. Debole azione offensiva nemica potrebbe bastare a causare disintegrazione totale”.
La sera del giorno dopo, tutti gli uomini ancora in grado di camminare ricevono l’ordine di raggrupparsi sulla riva nord del Reno, lasciandosi alle spalle solo un velo di truppe costituito da un manipolo di volontari, che rimangono sul posto per far credere ai tedeschi che la resistenza continua.
Alle 20:15, comincia l’operazione infelicemente battezzata “Berlino”: l’evacuazione dei superstiti.
Per tutta la notte, sotto una pioggia scrosciante (che però contribuisce a nascondere i movimenti delle truppe), i resti della 1° divisione aviotrasportata inglese scendono verso il fiume. Barche, zattere e battelli di ogni tipo faranno la spola da una sponda all’altra del Reno, portando gli uomini in salvo. Molti si liberano di tutto e si gettano a nuoto.
Degli effettivi di Urquhart, più di 10000 uomini, ne ritornano 2163, più 160 polacchi e 75 uomini del reggimento Dorset, che avevano fortunosamente raggiunto i parà a nord del Reno.
In nove giorni, la divisione ha subito 7842 perdite, di cui 1200 sono i morti, tutti gli altri feriti o dispersi in azione. I tedeschi hanno avuto 1100 caduti e 2200 feriti o dispersi.
Montgomery affermò che Market-Garden fu un successo al 90%. Un corrispondente di guerra americano obiettò che però, senza Arnhem, tanto coraggio e tanti sacrifici non erano serviti a nulla: gli alleati ora si ritrovavano un saliente di poco più di 80 chilometri, che però non portava da nessuna parte.
"Una storia di uomini - La Seconda Guerra Mondiale". E. Biagi. Vol. VII. 1980-'86.
Il ponte stradale sul Reno ad Arnhem ("John Frost bridge") come appare oggi:
Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 19 agosto 2010 - 17:40