Simone, su 02 agosto 2010 - 16:59, ha detto:
A mio avviso Montgomery non era pazzo, e l'idea di "aggirare" la forte difesa nemica attraverso quello che sembrava un punto debole- Olanda paese occupato pieno di Partigiani e di possibili aiutanti, confine tedesco-olandese privo di fortificazioni, territorio pianeggiate aperto a carri armati ed appoggio aereo, quest'ultimo addirittura da basi Inglesi, data la relativa prossimità, aumento del prestigio in caso di vittoria anche "parziale"- era tutto sommato simile a quanto Schlieffen aveva concepito 40 anni prima.
Invece Patton voleva spingersi nella parte più nazista della Germania, senza aiuto da parte del popolo e in mezzo allaLinea Sigfrido...
A mio parere Montgomery aveva visto giusto, certamente le difficoltà si sarebbe visto poi erano state sottovalutate, ma se tutte le risorse fossero state buttate lì secondo me la Guerra avrebbe potuto essere accorciata
Da quello che so io, quello che dici grossomodo è esatto. I malevoli aggiungono anche che Monty voleva più di ogni altra cosa arrivare prima di Patton a Berlino e riuscì abilmente a vendere il suo piano (molto audace per altro) ad Eisenhower soprattutto grazie all'idea della testa di ponte oltre il Reno, ad Arnhem, cosa che mandava in brodo di giuggiole Ike.
meason, su 02 agosto 2010 - 18:24, ha detto:
per chi non vuole rovinarsi la bellissima (dato che hobo è un ottimo e informato narratore di storie di guerra), ma brutta (visto il finale) storia che sta per raccontarci hobo non legga il mio messaggio.
quello che tu stai raccontando, hobo, è l'operazione market garden che si concluse con un massacro di forze alleate ad harlem giusto, quella che fu l'ultima vittoria nazista?
Si, ma devi aver avuto un lapsus: il grande ponte in questione è quello sul basso Reno ad Arnhem, in Olanda (non Harlem, che a quanto mi risulta è ancora un quartiere di Manhattan).
CHAFFEE79, su 02 agosto 2010 - 19:29, ha detto:
palude pianeggiante, non scordiamoci che basto un semovente a fermare un intera colonna di tank inglesi.
E non scordiamoci che i para erano cosi contenti di andare a fare la guerra che nessuno diete peso al inteligence.
Si, ma poveri: i paracadutisti non c'entravano: era chi li comandava che avrebbe dovuto farsi l'idea giusta sui tedeschi e non sottovalutare l'intelligence, che funzionò a dovere, ma non venne ascoltata nel modo giusto.
"Chi ha mancato? Non noi"
Soldato scelto Gordon Spicer, 2° battaglione, 1° brigata paracadutisti ("Red Devils"), 1° Divisione aviotrasportata britannica. Rampa nord del ponte di Arnhem, 1944.
I servizi segreti alleati ed ULTRA funzionarono ed avvertirono ripetutamente Montgomery e Dempsey della presenza di un poderoso corpo corazzato SS, il 2° Panzer del generale Bittrich, che si stava "ritirando" con la 9° e la 10° corazzate proprio nella zona attorno ad Arnhem. Infatti, i tedeschi si aspettavano qualcosa. L'idea pare che partì da Rundstedt (comandante in capo a Occidente), che se ne stava al suo quartier generale ad Aremberg, vicino Coblenza. Rundstedt vecchia volpe aveva intuito l'invasione dell'Olanda, anche se aveva pensato a uno sbarco dal mare piuttosto che dal cielo.
La consistenza delle forze tedesche fu comunque ampiamente (e tragicamente) sottovalutata dagli alleati. Incredibilmente, professionisti del calibro di Dempsey e di Montgomery chiusero gli occhi davanti all'evidenza delle foto aeree che mostravano i Tiger e i Panther dislocati in Olanda.
Addirittura passarono sopra pure a una cosetta coma il fatto che lo stesso quartier generale del gruppo d'armate B (Model) era stato fissato ad Oosterbeek, che non solo era a soli 4 chilometri ad ovest di Arnhem, ma risultava ora tra le zone di lancio e di atterraggio dei parà e il loro obbiettivo principale, il ponte stradale di Arnhem!
Gli unici che mantenevano la testa a posto e cioè sulle spalle erano gli olandesi. Che avevano accettato favorevolmente i piani di Market-Garden, ma quando videro in che cosa consisteva e come si comportavano gli alleati scossero la testa divertiti: nessuno meglio dei soldati olandesi conosceva il territorio dei Paesi Bassi e lo descrissero nei minimi dettagli agli inglesi e agli americani, cercando di indurli alla ragione.
La zona infatti, come dice Chaffee 79 era un casino di paludi, argini, dighe, ponti e canali, dove bastava appunto un solo semovente a fermare una divisione intera.
Piccolo passo in dietro, spero di non annoiare:
La situazione degli alleati sul fronte occidentale agli inizi di settembre 1944 è la seguente.
Dal giorno dello sbarco in Normandia ed in soli tre mesi gli alleati sono avanzati in tutta la Francia, liberando Parigi (gesto inutile strategicamente parlando, ma dall’enorme valore simbolico, soprattutto per i francesi).
Il 2 settembre gli inglesi sono entrati in Belgio; il 3 hanno liberato Bruxelles. Il 5 settembre gli americani hanno superato la Mosa a Sedan e, più a sud, Patton ha conquistato Nancy, mentre a nord il generale Crerar è entrato a Boulogne alla testa della 1° armata canadese e ora preme su Anversa, avanzando a cavallo della Schelda, fiancheggiato a sud dalla 2° armata inglese di Dempsey.
Il 6 settembre la 1° armata americana del generale Hodges, superata Liegi, si è attestata sul canale Alberto e sulla linea Namur-Tirlemont ed ora punta su Maastricht e sul confine tra Belgio e Germania, verso Aquisgrana.
Il fronte occidentale si snoda in Belgio e in Francia, descrivendo un grande arco rivolto a est, andando da Ostenda a nord, fino a Nancy e alla regione dei Vosgi a sud, passando ad ovest di Anversa (ancora in mani tedesche), costeggiando il canale Alberto e tagliando per il Lussemburgo.
Le bocche della Schelda e Anversa con il suo porto rimangono ancora off-limits per gli alleati (l’unico vero porto rimane sempre ed ancora Cherbourg). Nessuna testa di ponte al di là del Reno, che rimane lontanissimo, è stata ancora conquistata ed Eisenhower darebbe qualsiasi cosa per possederne una.
Da nord a sud lo schieramento alleato ai primi di settembre comprende il 21° gruppo d’armate (Montgomery), con la 1° armata canadese (Crerar) tra il mare del Nord e Bruxelles, a cavallo della Schelda e la 2° armata britannica (Dempsey) schierata sul Canale Alberto, tra Bruxelles e la riva sinistra della Mosa, dove il fiume compie un grande arco verso nordest.
Alla destra di Dempsey, stanno gli americani dal 12° gruppo d’armate (Omar Bradley), con la 1° armata statunitense (Hodges) attestata davanti al Lussemburgo, tra Liegi e Verdun ed infine la 3° armata (Patton) che chiude il fronte sud, dal Lussemburgo fino a Nancy e ai Vosgi, lungo l’alto corso della Mosella. Strasburgo non è stata ancora liberata.
La tanto propagandata Linea Sigfrido, che protegge la Ruhr e che impensierisce tanto gli alleati, sta ora proprio davanti a loro, serpeggiando sul confine tedesco da Duisburg, a nord, fino a Saarbrucken a sud.
Gli americani vogliono attaccarla frontalmente, gli inglesi vogliono aggirarla da nord, passando dall’Olanda ed è proprio questo che ora Montgomery propone ad Eisenhower a Bruxelles.
Lunedì 11 settembre 1944 il silenzio è totale nel paesino lussemburghese di Stolzenburg, ad ovest di Vianden. L’unico vero rumore è quello del vento della sera, che soffia dal fiume. Non si vede anima viva, si sta facendo buio.
Le belle case bianche disposte in due file molto ordinate appaiono deserte, le finestre sembrano serrate dall’interno. Gli esploratori si fanno avanti a balzi, muovendosi come spettri da un androne all’altro, da un portone all’altro, appiattendosi lungo i muri delle costruzioni.
Individuano un qualche riparo più avanti, si tirano su, scattano di corsa, ci arrivano, si rimettono al coperto e poi fanno cenno agli altri di raggiungerli mentre li coprono. Hanno avvolto le canne e le parti metalliche delle armi con stracci strappati in strisce, perché sbattendo non facciano alcun rumore e non riflettano la luce del sole. Non emettono un solo fiato: si esprimono a gesti.
Gli uomini dell’85° squadrone da ricognizione avanzano con grande prudenza sui due lati della strada principale. Sanno che la morte è tutto intorno; mine, cecchini, ad ogni angolo ci possono essere un panzer o una mitragliatrice abilmente camuffati che li aspettano.
L’ultima Mg-42 che hanno incontrato, estremamente ben piazzata, ha fatto a pezzi un intero plotone di novellini, prendendo d’infilata la strada lungo cui si erano avventurati e sparando attraverso un telo mimetico bagnato per nascondere il fumo e la vista della vampa di volata. Nessuno aveva neanche sospettato la presenza della mitragliatrice tedesca finchè non era stato troppo tardi. I duri delle SS, con il colletto verde sulle loro tute mimetiche, erano specialisti in questo tipo di giochetti; erano spariti nel nulla senza neanche un ferito, raccogliendo perfino i bossoli che avevano sparato.
Ad ogni incrocio i soldati si fermano, si inginocchiano e guardano con estrema cautela dietro l’angolo per tutto il tempo che ci vuole, esaminando ogni cosa, dalla strada, ai tetti degli edifici. Quando sono soddisfatti, si rialzano, attraversano la strada più svelti che possono e il balletto degli scatti e delle soste ricomincia.
Gli uomini di testa arrivano in fondo alla via principale del paese e guardano cautamente oltre. Incredibile!
In un paesaggio che potrebbe essere quello di una cartolina pubblicitaria, la strada polverosa del paese si continua su un ponte di pietra bianca. Il ponte scavalca un fiume dalle acque verdissime, che scorre incassato in una stretta valle dalle rive non troppo scoscese e ricoperte d’erba. Superato il ponte, la strada sterrata si continua sull’altra sponda, serpeggiando in mezzo a pascoli deserti e a colline boscose. Il ponte sembra intatto!
E’ tutto troppo facile, pensano gli americani. Deve trattarsi di una trappola. E invece no.
Gli uomini si fermano con tutti i sensi allerta, formano un perimetro, esaminano il ponte e le due sponde del corso d’acqua per decine e decine di minuti: non si muove nulla, non si sente nulla. Pare quasi impossibile e invece è reale.
Poi, un volontario si libera di zaino e fucile e, tenendo con sé solo pistola e pugnale, parte in avanti correndo piegato in due. Si butta a capofitto giù dall’argine e guadagna la riva. Entra con cautela nell’acqua freddissima che gli arriva alla vita ed esamina il ponte da sotto. Sembra proprio che si tratti di un normalissimo ponte. Attende qualche minuto, rabbrividendo per il freddo. Non succede nulla.
L’uomo risale l’argine, rialza la testa in mezzo all’erba alta, si guarda attorno e fa cenno che gli sembra tutto a posto e che ora anche gli altri si possono dare una mossa. E’ quasi buio.
Giunti sull’altra riva, gli americani si allontanano dal fiume e si radunano nella foresta a cavallo della strada. Ma dove si trovano? Dove sono arrivati?
Consultano le carte e quando l’hanno fatto si guardano l’un l’altro sorridendo. Ricontrollano per maggior sicurezza, ma non c’è più alcun dubbio: oltrepassato il ponte sull’Our, gli uomini dell’85° da ricognizione sono i primi soldati alleati ad aver messo piede in Germania.
"Una storia di uomini - La Seconda Guerra Mondiale". E. Biagi-1980-86.
Questo messaggio è stato modificato da Hobo: 04 agosto 2010 - 15:02